La storia di Hayder

The Hayder story

 

I mistici Sufi della Persia tramandano una leggenda sulla scoperta degli effetti psicoattivi della canapa, dovuta all’attenta osservazione e intuizione di un personaggio considerato al contempo sceicco e capo sufi. E’ probabile che, originariamente, questo racconto venisse tramandato segretamente fra i membri delle sette sufi, i quali adottarono l’uso della canapa fra le tecniche di modificazione della coscienza ch’essi praticavano per scopi mistico-rivelatori. Lo sceicco Hayder viene generalmente identificato con Qutb al-din Haydar al-Sawayi, un personaggio storico vissuto a cavallo dei XII e XIII secoli, considerato fondatore dell’ordine sufi della Haydariyya. Vengono qui riportatate due versioni, una da testi antichi persiani, l’altra quella proposta da Mordecai Cooke e Paolo Mantegazza nel 1871.

 

Un giorno, all’ora della siesta, quando il sole iniziava a declinare, lo sceicco Haydar abbandonò il suo ritiro e uscì nel deserto senza alcuna compagnia, in maniera furtiva dai suoi sufi. Quando uscì vide che tutte le piante erano quiete, poiché, a causa del calore così ardente che non si riusciva a immaginarlo, non soffiava alcun vento.

Allora passò vicino a una pianta che aveva foglie, di abbagliante bellezza, e vide come oscillava gentilmente, muovendosi con dolcezza, nel medesimo modo in cui oscillava una persona ebbra. Mentre camminava fra i suoi rami, la pianta gli parlò con la sua lingua e gli rivelò il suo segreto dicendogli: “Mangia le foglie di questa pianta, poiché questo è uno dei maggiori atti pii che si possano concepire. Questa è l’alimento di coloro che riflettono sul senso delle nostre vite, e il vino di coloro che considerano le nostre mancanze”. E quando mangiò la pianta fu preso da un’intensa delizia ed estasi, e vide sé medesimo in una visione di stupefacente e ricercata bellezza. 

Quando lo sceicco comprese la realtà che si nasconde nella canapa, e incontrò dentro di sé il segreto che questa ospita, e conobbe il suo effetto e la sua saggezza, tornò immediatamente dai suoi sufi guidato dalla forza del suo cuore concentrato in Dio e spensierato da tutte le faccende  mondane. E quando giunse da loro gli ordinò di mangiarla, e che tenessero nascosto il segreto di questa pianta a coloro che non appartenevano alla sua comunità (Lozano, 2005, p. 235).

 

Versione di Cooke e Mantegazza:

Haider, capo degli asceti e dei flagellanti, viveva fra le più rigide privazioni su di un monte fra Nishabor e Rama, dove aveva fondato un convento di fachiri.

Egli viveva già da dieci anni in quella solitudine, senz’averla mai lasciata per un’ora; quando in un giorno ardente d’estate partì tutto solo pei campi. Al ritorno il suo volto brillava di gioia, accolse le visite dei suoi confratelli e li invitò alla conversazione.

Interrogato sulla sua letizia narrò come avesse trovato nella sua gita una pianta, che sotto il calore più soffocante sembrava ballare al sole piena di gioia, mentre tutte le altre se ne stavano torpide e tranquille. Egli allora raccolse di quelle foglie e ne mangiò. Condusse colà i suoi frati; tutti ne mangiarono e tutti divennero allegri.

Pare però che lo sceicco Haider usasse specialmente di una tintura alcolica di canapa, perché un poeta arabo canta la coppa di smeraldo di Haider. Questi sopravvisse dieci anni alla sua scoperta, e quando morì, i suoi discepoli, assecondando un suo desiderio, piantarono sulla sua tomba una pianta di canapa. Da quella tomba santa si sparse l’haschisch nel Khorasan.

 

Riferimenti bibliografici

LOZANO INDALECIO, 2005, El cáñamo, planta sagrada del sufismo heterodoxo y marginal, en: R. Olmos, P. Cabrera & S. Montero (coords.), Paraíso cerrado, jardín abierto. El reino vegetal en el imaginario religioso del Mediterráneo, Ediciones Polifemo, Madrid, pp. 233-249.

MANTEGAZZA PAOLO, 1871, Quadri della natura umana. Feste ed Ebbrezze, vol. 1 e vol. 2, Milano, Bernardoni, vol. II, p. 452 (Mantegazza prese questo mito da Mordecai C. Cooke, 1860, The Seven Sisters of Sleep, Blackwood, London, pp. 225-6).

 

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