Etnobotanica delle Virola allucinogene

Ethnobotany of the hallucinogenic Virola

 

Nell’America del Sud è ampiamente diffusa la pratica di inalare polveri vegetali psicoattive. Oltre al tabacco, vengono usate fonti vegetali allucinogene, le più comuni delle quali, con un’estensione geografica che va dalle Antille all’Argentina, sono ricavate da semi di specie di Anadenanthera, grandi alberi della famiglia delle Leguminosae. Queste polveri sono note principalmente con i termini yopo, vilca, cebil, angico, e nelle Antille cohoba (Altschul, 1972).

In un’area del bacino dell’Amazzonia sono impiegate polveri da fiuto allucinogene ricavate da altre fonti vegetali, e cioè da cortecce di specie di Virola, alberi della famiglia delle Myristicaceae.

Il genere Virola è costituito da 45-60 specie di alberi tropicali, tutte d’origine americana; la sua distribuzione va dal Guatemala e le Antille Minori alla Bolivia e il Brasile Meridionale (Rio Grande do Sul), e dalla costa occidentale della Colombia e dell’Ecuador a quella dell’Atlantico, nel Brasile. La maggior parte delle specie vivono nella parte occidentale del bacino amazzonico, che è considerato il centro di distribuzione del genere (Rodrigues, 1980, p. 11).

Gli alberi di Virola sono noti nell’Amazzonia peruviana come cumala (con i tipi blanca, roja, caspi, ecc.), mentre in Brasile il nome più comune è ucuúba (con i tipi branca, preta, vermelha, ecc.). In Colombia il nome più comune è cuajo, mentre in Venezuela è camaticaro, cedrillo, cuajo. Le specie di Virola impiegate come fonte allucinogena sono spesso chiamate con termini già impiegati per indicare altre fonti allucinogene, quali yakee fra i Puinave, epena fra i Waika e altri gruppi Yanomamö, paricá fra i Tukano (Holmstedt et al., 1980).

Mentre l’impiego delle polveri da fiuto ricavate dai semi di Anadenanthera è testimoniato da antica data, attraverso una ricca documentazione archeologica (si vedano Il complesso inalatorio andino e Polveri da fiuto fra i Taino delle Antille), ed è attestato nelle fonti letterarie coloniali a partire dal XVI secolo, dell’impiego di polveri da fiuto ricavate dalle cortecce di Virola non sembra esservi alcuna traccia nei tempi passati, e la scoperta occidentale del loro impiego tradizionale è avvenuta solamente nel XX secolo.

Il riconoscimento dell’esistenza di un “complesso inalatorio delle Virola” è stato ostacolato dal problema dell’identificazione della fonte vegetale delle polveri da fiuto chiamate principalmente con i termini epéna ed ebena in una vasta area dell’Amazzonia nordoccidentale della Colombia e del Brasile, e del fiume Orinoco in Venezuela. Nel corso delle loro osservazioni sul campo, diversi etnografi hanno arbitrariamente identificato la fonte dell’epéna con i semi di Anadenanthera (in precedenza denominata Piptadenia), senza aver osservato di persona la reale fonte vegetale e influenzati dal luogo comune che le polveri allucinogene sudamericane sono ricavate dai semi di queste leguminose.

Allo stato attuale delle conoscenze, il primo studioso occidentale a riportare l’impiego di queste polveri da fiuto – senza tuttavia giungere alla determinazione della fonte botanica– parrebbe essere stato Theodor Koch-Grünberg, che l’osservò negli anni 1911-13 presso l’etnia Yekwaná del fiume Ventuari, in Venezuela. La polvere, chiamata “hakudufha”, era quasi certamente ricavate dalle Virola, poiché l’antropologo tedesco riferì esplicitamente che era ottenuta dalla corteccia e non dai semi di un albero:

“E’ un particolare tabacco da fiuto, utilizzato solo dallo stregone, ricavato dalla corteccia di un albero particolare, che viene macinata e cotta in una ciotola per tanto tempo, affinché tutta l’acqua evapori e resti la sostanza sul fondo della ciotola. Durante l’incantesimo il giovane aiutante brucia questa sostanza su un fuoco leggero e la raschia con un coltello riducendola a polvere fine. Lo stregone la soffia poi nell’aria attraverso un tubo di canna, ‘kurata’. Dopodiché l’aspira parecchie volte in entrambe le narici attraverso lo stesso tubo. L”hakudufha’ sembra possedere un forte potere eccitante, poiché lo stregone inizia a cantare un canto particolarmente stridulo, dondolando il corpo avanti e indietro” (Koch-Grünberg, 1923, vol. 3, p. 386).

Il primo studioso a identificare la fonte vegetale di queste polveri da fiuto fu Adolfo Ducke, che riportò che le etnie dell’alto Rio Negro, in Colombia, impiegano le foglie disseccate di Virola theiodora (Spruce ex Benth.) Warb. (oggi riconosciuto come sinonimo di V. elongata o V. calophylla, cfr. Rodrigues, 1980) nella composizione di una polvere da fiuto che denominano paricá, che è il medesimo nome dato alle polveri da fiuto ricavate dai semi di Anadenanthera (Ducke, 1938, p. 2). Nonostante la corretta identificazione della pianta, lascia perplessi il fatto che Ducke abbia riferito dell’impiego delle foglie e non della corteccia.

Seguì un accenno dell’etnologo francese Alfred Métraux, trattando delle etnie colombiane Omagua e Cocama (curupá è il nome della polvere da fiuto ricavata dai semi di Anadenanthera):

“Un apprendista sciamano veniva sottoposto ad apprendistato per 5-6 mesi sotto la guida di un esperto professionista. Digiunava, fumava tabacco e, fra gli Omagua, prendeva la polvere curupáe un decotto della corteccia dell’albero di virola. In entrambe le etnie, l’istruttore convocava lo spirito o la sostanza magica appartenente a uno sciamano defunto, che si supponeva fosse andato in un albero di virola (questo per gli Omagua)” (Métraux, 1948, p. 703).

Il “complesso inalatorio delle Virola” fu infine svelato nella sua estensione geografica e nei suoi aspetti botanici ed etnobotanici da Richard Evans Schultes. Particolarmente interessato alle piante psicoattive, le ricerche sulle Virola furono fra le più brillanti della sua lunga carriera di etnobotanico. Egli rimase sorpreso dai risultati delle sue ricerche, e si domandava come “fosse possibile che un impiego così vasto di una polvere da fiuto così potente quale lo yákee [Virola] avesse dovuto attendere per la sua identificazione sino a questa tarda data nella storia dell’esplorazione botanica dell’Amazzonia” (Schultes, 1954a, p. 260).

Nel corso delle sue ricerche sul campo svolte negli anni 1951-52 in Colombia, Schultes raccolse numerosi dati sull’impiego delle Virola, e poté osservare di persona le modalità di preparazione delle polveri da fiuto da parte dei nativi. Giunse a una prima sistematizzazione del “complesso delle Virola”, vedendole impiegate come fonti di polveri da fiuto fra i gruppi nativi stanziati in Colombia dei Puinave, Kuripako, Kubeo, Tukano, Papurí, Barasana, Makuna, e Taiwano, e in Brasile fra i Tukano del Fiume Vaupés e probabilmente fra diversi gruppi del Fiume Issana.

Schultes segnalò anche i diversi nomi con cui la polvere di Virola è chiamata fra i nativi, fra cui yá-kee fra i Puinave, yá-to fra i Kuripako, pa-ree-ká fra i Tukano, quest’ultima derivando dal termine paricá della lingua geral; il medesimo termine paricá è usato nell’area del Fiume Negro-Vaupés del Brasile.

Schultes sospettò un errore da parte di Ducke circa l’identificazione della parte usata, poiché osservò sempre e solo la corteccia degli alberi di Virola impiegati per la preparazione della polvere da fiuto, e mai le foglie, come erano state indicate da Ducke. E’ tuttavia il caso di precisare che il DMT e gli altri alcaloidi triptaminici psicoattivi – che sono i principi attivi delle polveri da fiuto ricavate dalle Virola – sono presenti anche nelle foglie e in altre parti della pianta, e non solo nella corteccia (si veda oltre, al paragrafo sulla biochimica delle Virola).

Da un punto di vista botanico, Schultes identificò le due specie Virola calophylla Warburg e V. calophylloidea Markgraf, e sospettò che venissero impiegate alcune altre specie, fra cui V. elongata (Benth.) Warburg. Egli giunse a una conclusione che si rivelò non essere tuttavia veritiera, e cioè che il paricá impiegato nel bacino del Rio Negro-Vaupés è sempre preparato con la corteccia di Virola, e non con i semi di Anadenanthera, ritenendo quest’ultima fonte di polveri da fiuto quasi certamente ignota in questa regione, per lo meno nei periodi recenti (Schultes, 1954a,b). Egli era convinto dell’assenza dell’uso dei semi di Anadenanthera in questa regione per via del fatto che questo albero cresce nella savana e non nelle foreste umide. Ma diversi ritrovamenti, sia dell’albero coltivato che di polveri da fiuto ricavate dai suoi semi presso gli Yanomamö e altre etnie, hanno evidenziato una domesticazione di questo albero nella regione superiore del Fiume Orinoco (Chagnon et al., 1971). Anche la spedizione italiana diretta da Ettore Biocca osservò la presenza di Anadenanthera presso i gruppi Yanomamö che aveva visitato, e fra le polveri da fiuto distinse le epená da semi (Anadenanthera) dalle epená da corteccia (Virola) (Biocca, 1966, vol. 2, pp. 235-247).

Le due principali specie di Virola identificate da Schultes come ingredienti per la polvere da fiuto (da Schultes, 1954a, tav. 39 e 40)

Più tardi Schultes determinò anche Virola theiodora (Spruce ex Benth.) Warb. (=V. elongata o V. calophylla) come fonte di polvere da fiuto presso i Waika del Rio Negro, usata insieme ad altre due piante, Justicia pectoralis Jacquin var. stenophylla Leonard (famiglia Acanthaceae) ed Elizabetha princeps Schomb. ex Benth. (Leguminosae) (Schultes & Holmstedt, 1968), di cui non mi soffermo in questa sede.

Come detto, l’impiego di polveri da fiuto ricavate da specie di Virola fu osservato anche dalla spedizione italiana del Consiglio Nazionale delle Ricerche diretta da Ettore Biocca. Biocca riportò due differenti specie impiegate dagli Yanomamö che aveva visitato, e cioè Virola cuspidata (=V. elongata) (Benth.) Warb. e V. rufula (Mart. Ex A. DC.) Warb. Schultes non poté verificare l’esattezza della determinazione botanica, poiché i campioni raccolti dalla spedizione Biocca andarono perduti, secondo quanto affermato da quest’ultimo in una comunicazione personale con Holmstedt (Schultes, 1979, p. 222).

In seguito ad altre ricerche sul campo furono identificate le V. pavonis, V. elongata, V. surinamensis e V. loretensis come fonti delle polveri da fiuto preparate dai Bora e i Witoto.

Diverse specie di Virola sono impiegate nella medicina popolare. Ad esempio, i semi della specie brasiliana V. bicubyba sono impiegati nel trattamento del reumatismo, dell’asma, dei tumori delle giunture, dei vermi intestinali, nelle malattie della pelle, erisipele, emorroidi e nella respirazione difficoltosa; la corteccia viene invece impiegata come astringente per trattare le mammelle sanguinanti, la colica, ferite,le piaghe ulceranti. E’ considerato anche uno “stimolante cerebrale”, rivitalizzante della memoria e dell’intelligenza; è considerata anche possedere proprietà narcotiche. Curiosamente, le cortecce di altre specie di Virola sono a volte impiegate per trasportare e conservare il fuoco. Ma l’impiego medicinale più diffuso delle Virola riguarda il trattamento delle affezioni della pelle, in particolare quelle fungine (Plotkin & Schultes, 1990).

Alcune specie di VirolaV. elongata, V. surinamensis – sono tradizionalmente assunte internamente nei disturbi gastrici, in particolare nelle ulcere, un’applicazione terapeutica la cui validità è stata confermata in studi di laboratorio (Hiruma-Lima et al., 2009; Botelho et al., 2019).

 

Metodi di preparazione

La raccolta della corteccia di Virola viene eseguita durante le prime ore del mattino, prima che il sole penetri nella foresta, evitando quindi che il tronco sia riscaldato dal sole. Appena le strisce di corteccia vengono staccate dal tronco, sia dal tronco decorticato che dalla parte interna delle cortecce staccate fuoriesce un essudato costituito da un liquido spesso rossastro simile a una resina, che presto diviene viscoso. Ciò che interessa ai nativi parrebbe essere proprio questo essudato, da essi considerato come una specie di “sanguinamento” della pianta, e che viene chiamato dai Puinave há-oom-tee-ĕto yá-kee-oom (dove oom significa “lattice”). I nativi affermano che se si raccoglie l’essudato quando il sole ha già toccato il tronco dell’albero, è molto meno potente e ne viene prodotto in minor quantità. Schultes offrì una prima dettagliata descrizione sul processo di preparazione della polvere da fiuto presso i Puinave:

“I fasci di corteccia vengono messi in acqua per una mezz’ora. Vengono quindi estratti dall’acqua e lo strato interno soffice, sulla cui superficie si è coagulato l’essudato rosso, viene raschiato con un coltello o un machete. Il materiale raschiato è quindi collocato in una pentola o in un vassoio di smalto, scartando il resto della corteccia. Quando è stata accumulata una quantità sufficiente di raschiatura, viene aggiunta una piccola quantità d’acqua, e la massa viene vigorosamente impastata e pressata. L’acqua diviene fangosa e assume una colorazione brunastra o bronzea. Questo liquido torbido viene filtrato numerose volte, solitamente mediante un pezzo di corteccia finemente martellata (preparata con una specie di Olmedia) e percolato in una pentola di terracotta a bocca piccola. I trucioli residui, quando è stata spremuta la maggior quantità possibile d’acqua, vengono gettati via. Viene aggiunta sufficiente acqua al liquido filtrato sino a riempire la pentola, che è quindi messa sopra a un fuoco lento. Una sordida schiuma che si forma sulla superficie deve essere periodicamente tolta mediante un pezzo di corteccia. Il liquido è lasciato bollire per tre-quattro ore, aggiungendo altra acqua se necessario, sino a che rimane uno spesso sciroppo bruno scuro nel fondo della pentola” (Schultes, 1954a: 248-9).

Il residuo viene fatto seccare, ridotto in polvere e mescolato in parti uguali con cenere, generalmente ottenuta dalla corteccia di un albero di cacao selvatico (Theobroma subincanum Mart.). La miscela è quindi setacciata mediante una corteccia martellata o una stoffa sino a ottenere il prodotto finale pronto all’uso (Schultes, 1954a).

George Seitz osservò la preparazione dell’epéna ricavata da V. callophylloidea presso i Waika, un sottogruppo di Yanomamö. Egli confermò l’osservazione che i nativi raccolgono la corteccia di Virola durante le prime ore del giorno affinché l‘epéna sia di buona qualità. I trucioli ottenuti dalla raschiatura della corteccia vengono fissati su un oggetto discoidale e messi sopra a un fuoco lento, mantenendo una certa distanza (quattro piedi = circa 120 cm), e sono lasciati in questa posizione sino alla mattina successiva. Quindi si procede a un’essiccazione più intensa, direttamente sul fuoco. Nel frattempo i Waika procedono alla preparazione del secondo ingrediente, ottenendo ceneri dalla corteccia di un albero del genere Trichilia. I due ingredienti, polverizzati, vengono messi in parti uguali. Mediante un cesto che funge da setaccio si procede a una filtrazione per ottenere una polvere ancora più fine, che viene infine conservata in un contenitore di bambù (Seitz, 1967).

Presso alcuni gruppi waika l’albero di Virola viene abbattuto, per poter raccogliere la corteccia dell’intero tronco. In questo caso, le prime operazioni di raccolta della resina sono eseguite sul posto. Viene acceso un fuoco, e le fasce di corteccia vi vengono poste sopra a una certa distanza, con la superficie interna tenuta sopra. Il riscaldamento produce un copioso “sanguinamento”, cioè produzione della resina rossa, che viene raccolta in un contenitore d’argilla. Dopodiché la corteccia viene nuovamente messa sopra al fuoco, e nuova resina appare sulla sua superficie interna, che viene anch’essa raccolta. Questa operazione è eseguita numerose volte, sino a quando non appare più resina. La pentola di terracotta viene quindi gradualmente riscaldata sopra al fuoco, portando a ebollizione la resina, sino a che non diventa sufficientemente spessa, e in questo stato viene portata al villaggio. Con il raffreddamento la resina cristallizza con un colore brillante rosso ambra. E’ stato osservato un impiego di questa resina senza l’aggiunta di altri ingredienti (Schultes & Holmstedt, 1968).

Presso i Sanama, sottogruppo dei Waika del territorio Roraima del Brasile, la resina viene raschiata dalla corteccia staccata di V. theiodora (=V. elongata o V. calophylla) mediante l’ausilio di punte di freccia, e viene lasciata sulle medesime punte, che sono quindi conservate in un contenitore di bambù. Queste punte di freccia sono impiegate per due scopi: vengono usate così come sono come frecce avvelenate per cacciare gli animali, oppure vengono raschiate per ricavare la polvere da fiuto (Prance, 1970). I Paumari del Rio Purus, nell’Amazzonia brasiliana, usano l’intera corteccia di Virola elongata, e non solo la resina (Prance et al., 1977).

 

Le Virola come veleno da freccia

Come sopra accennato, la medesima resina di corteccia di Virola viene impiegata da diversi gruppi nativi come veleno da freccia per la caccia. Il primo studioso occidentale a riportare questo costume parrebbe essere stato Georges Salathé (1931), il quale riferì della pratica dei Karimé dell’alto Orinoco di avvelenare le frecce per la caccia di scimmie e uccelli con un estratto della corteccia di un albero denominato jakuana. Schultes & Holmsted (1968, p. 144) evidenziarono l’assonanza fonetica fra il nome del veleno dei Karimé – jakuana – e quello della resina ricavata dalle Virola presso i vicini Waika del Rio Tototobí, nyakwana. Anche Hans Becher (1960) accennò al fatto che fra i veleni da freccia dei Surará del Rio Arará, il più debole era quello preparato con l’epéna, cioè con la medesima sostanza impiegata come polvere da fiuto.

La prima identificazione botanica di un veleno da freccia ricavata da una specie di Virola fu eseguita dalla missione etnografica italiana guidata da Ettore Biocca. L’informazione fu raccolta presso un gruppo Yanomamö del Rio Cauaburí e fu possibile identificare solamente il genere Virola, ma non la specie di appartenenza del campione vegetale raccolto (Biocca, 1966, vol. 2, p. 182).

Una specie indeterminata di Virola impiegata per la preparazione di un veleno da freccia da un gruppo Yanomamö del Rio Cauaburí (Biocca, 1966, vol. 2, p. 182)

Un paio d’anni dopo, anche Schultes osservò la preparazione di frecce avvelenate con la resina di Virola. Presso un gruppo waika dell’area del Rio Totobí (un tributario secondario del Rio Negro), le frecce sono intrise più volte della resina di Virola theiodora, collocata a strati (20-30 volte), e ogni applicazione è seguita da un riscaldamento gentile sul fumo del fuoco. Nelle occasioni in cui i Waika terminano la polvere da fiuto – ad esempio nel corso del festival annuale endocannibalistico – ricorrono alle loro frecce avvelenate, raschiando via la resina dalle punte, e inalano questa raschiatura ottenendo il medesimo effetto della polvere vera e propria. I Waika affermano che come veleno da freccia la polvere di Virola ha un’azione lenta, e il cacciatore deve seguire l’animale colpito dalla freccia, attendendo che il veleno abbia effetto (Schultes & Holmstedt, 1968, pp. 145-7).

Anche Lizot (1972, p. 14) osservò l’impiego occasionale di Virola elongata come veleno da freccia. Gli animali colpiti da una freccia con questo veleno devono essere catturati velocemente, poiché si dice che una seconda freccia resterebbe senza effetto.

Un primo studio chimico confermò l’equivalenza di contenuti di principi attivi fra frecce yanomamö impregnate di resine di Virola theiodora e campioni d’erbario di corteccia della medesima pianta (Soares & Rodrigues, 1974).

Gli italiani Galeffi e coll. (1983), che analizzarono un campione di questo veleno per freccia elaborato dagli Yanomamö, e dove vi trovarono elevate quantità di 5-MeO-DMT senza alcun altro composto dagli effetti curarizzanti, sospettarono che questo alcaloide triptaminico – il medesimo responsabile degli effetti visionari sull’uomo – provochi qualche disturbo di comportamento nell’animale ferito da queste frecce, e che ciò e non una tossicità intrinseca del veleno – del resto non riscontrata in studi di laboratorio – possa facilitare la cattura dell’animale.

Uno studio farmacologico più specifico, basato su estratti di corteccia di Virola elongata, non ha evidenziato effetti tossici tali da giustificare l’impiego di questa fonte vegetale come veleno da freccia. E’ stato osservato solamente un lieve effetto di riduzione locomotoria negli animali di laboratorio della frazione non alcaloidica dell’estratto (Macrae & Towers, 1984).

 

L’assunzione orale delle Virola

Nel corso delle missioni di ricerca etnobotanica di Schultes in Amazzonia, un suo assistente di etnia witoto lo informò che i Witoto mangiavano palline fatte di resina di cumala (il nome peruviano dato alle Virola) quando volevano “vedere e conversare con la piccola gente”. Essi mangiavano le palline o le discioglievano in acqua, che poi bevevano. L’effetto sopraggiungeva nel giro di 5 minuti e durava circa due ore. La droga veniva assunta in gruppi di 3-8 uomini, generalmente includendo anche il payé (medico-stregone). Veniva assunto a intervalli irregolari, a seconda della necessità, e solo per scopi di divinazione, “per conversare con la piccola gente, per profetizzare, per trovare cose perdute, per ‘studiare’, per ‘parlare’ con gente di altre tribù a grande distanza e per assicurare la fortuna nella caccia” (Schultes, 1969, p. 234). Schultes venne a sapere che anche i Muiname, che vivono attorno a Leticia, ingeriscono palline di resina di Virola, ma previo mescolamento con la cenere vegetale. Questo dato incuriosì Schultes, poiché le triptamine allucinogene non risultano attive oralmente, per via della loro disattivazione da parte dell’enzima MAO presente nello stomaco.

Schultes volle approfondire l’argomento, e nel 1970 si recò presso i Witoto che vivono lungo il Rio Karaparaná, un affluente colombiano del Rio Putumayo. Verificò di persona l’impiego orale delle Virola, e osservò una discreta differenziazione di preparazione fra i diversi villaggi. La resina di Virola può essere assunta da sola o mescolata con delle ceneri vegetali. Egli osservò che, dopo aver strappato via fasce di corteccia dal tronco, viene raschiato lo strato cambiale brillante dalla superficie interna della corteccia tolta e dalla superficie del tronco decorticato; entrambe le superfici viravano gradualmente verso il rosso brunastro. Le raschiature sono riunite in una piccola zucca. L’intero albero viene anche abbattuto con lo scopo di raccogliere ulteriore resina. Di ritorno al villaggio, le raschiature vengono vigorosamente impastate con le mani e ripetutamente schiacciate e pressate su un setaccio di vimini. Il liquido che passa attraverso il setaccio viene raccolto in una zucca, ha una colorazione caffè-latte e consiste principalmente della linfa cambiale. Questo liquido viene portato a ebollizione e poi lasciato a fuoco lento per ridurne il volume. Il prodotto finale è una pasta densa, che viene rimossa dalla pentola, rotta in pezzi e assunta immediatamente. Se non usata subito, indurisce, e i nativi ritengono che possa durare un paio di mesi, dopodiché si deteriora rapidamente. In precedenza Schultes aveva ritenuto che il principio attivo fosse principalmente presente nell’essudato quasi privo di colore che fuoriesce dalla superficie interna della corteccia. Questa “resina” diventa velocemente rossastra. Ma una più attenta osservazione ha fatto comprendere che il principio attivo è presente principalmente nella linfa cambiale, che in realtà è quella che i nativi intendono raccogliere nel lavoro di raschiatura (Schultes & Swain, 1976). In altre parole, non sono gli alberi che producono maggiore resina a essere quelli che danno un prodotto più inebriante. I principi attivi sono presenti principalmente nella linfa del cambio, e la bollitura fa coagulare proteine e forse polisaccaridi (Schultes & Swain, 1976).

Nel 1977 Schultes e i suoi collaboratori si recarono nella regione dell’Amazzonia peruviana, dove vivono principalmente Witoto e Bora che originalmente vivevano in Colombia, ma che furono trapiantati in Perù durante gli anni ’30. Questi Bora non usavano più la resina di Virola per scopi inebrianti, ma diversi di loro si ricordavano bene come veniva preparata un tempo dai loro padri. La selezione degli alberi avveniva annusando e assaggiando lo strato cambiale del tronco, che è lo strato che sta appena sotto la corteccia (Schultes et al., 1977).

Sappiamo anche che in Ecuador la resina rossa della corteccia di Virola duckei A.C. Smith viene impiegata come fonte allucinogena orale dai nativi dell’area di Jatun Sacha (Rio Napo) (Bennett & Alarcón, 1994).

 

I principi attivi delle Virola

Le specie di Virola impiegate come fonte di polveri da fiuto producono triptamine allucinogene – DMT (dimetiltriptamina), 5-MeO-DMT, NMT (metiltriptamina), ecc. – e possono produrre anche alcaloidi beta-carbolinici semplici, solitamente a basse concentrazioni (Gottlieb, 1979). Gli alcaloidi triptaminici sono presenti non solamente nella corteccia, ma anche nelle foglie e nelle radici.

In seguito a una serie preliminare di indagini biochimiche svolte su un piccolo campione di epená, il farmacologo svedese Bo Holmstedt intuì che i suoi principi attivi erano degli alcaloidi indolici; il suo intuito fu influenzato anche dai precedenti ritrovamenti di triptamine psicoattive nelle polveri da fiuto ricavate dai semi di Anadenanthera spp., e in una prima analisi completa svolto su un campione di epená fu riscontrata la presenza di 5-MeO-DMT e DMT, con il primo alcaloide presente in maggiori concentrazioni (Holmstedt et al., 1964). Una seconda serie di analisi fu eseguita su un campione di epená che Holmstedt ricevette da Georg Seitz, il quale aveva svolto ricerche etnografiche presso i Waika del Rio Negro (Seitz, 1967). Nuovamente fu identificato il 5-MeO-DMT come l’alcaloide principale, presente insieme a piccole quantità di DMT e di bufotenina (Holmstedt, 1965).

Fu quindi analizzato un campione di corteccia di Virola calophylla, dove si evidenziò la presenza di DMT, MMT e 5-MeO-DMT, questa volta con il DMT come alcaloide principale (Holmstedt & Lindgren, 1967, p. 341). Analisi successive hanno evidenziato DMT ed NMT nelle foglie di V. calophylla (0,12% p.s.) e V. calophylloidea (0,1%) (Holmstedt et al., 1980).

Fra le diverse analisi chimiche che si susseguirono sul genere Virola ricordo quelle sviluppate dall’équipe di Dennis McKenna (McKenna et al., 1984), che cercò di spiegare il meccanismo d’azione dell’assunzione orale della “resina” di Virola allucinogene, senza tuttavia giungere a qualche soddisfacente spiegazione. Le concentrazioni di alcaloidi beta-carbolinici registrate nelle Virola allucinogene sono troppo basse per poter innescare una sufficiente MAO-inibizione che permetta l’assorbimento delle triptamine allucinogene.

Di seguito espongo i risultati di alcune altre analisi biochimiche, senza pretesa di completezza.

Analisi chimiche svolte su cortecce di alberi di Virola sebifera Aubl. presenti nella parte meridionale del Venezuela, noti come cuajo negro e camaticaro, hanno evidenziato DMT in concentrazioni di 0,14% (Corothie & Nakano, 1969). In una differente analisi vi sono stati ritrovati N-metil-N-formiltriptamina, N-metil-N-acetiltriptamina, DMT, il suo osside, N-monometiltriptamina, 2-metil-1,2,3,4-tetraidro-beta-carbolina (Kawanishi et al., 1985).

Virola peruviana, una specie sospettata di essere fra quelle usate dai Puinave come allucinogeno, ha evidenziato nella corteccia come alcaloide principale 5-MeO-DMT, seguito da minori quantità di DMT e 5-metossitriptamina (Lai et al., 1973). Virola cuspidata (=V. elongata), una delle due specie riportate dalla Missione Biocca, ha evidenziato nella corteccia beta-carboline, di cui la principale è risultata essere 6-metossitetraidroarmano, seguito in minori concentrazioni da 6-metossiarmano e 6-mettoarmalano (Cassady et al., 1971). V. rufula, la seconda specie riportata dalla Missione Biocca, ha evidenziato nella corteccia lo 0,2% di alcaloidi totali, di cui principalmente 5-MeO-DMT e in quantità minori DMT; nelle radici lo 0,14% e nelle foglie lo 0,1% di alcaloidi totali (Agurell et al., 1968; Holmstedt et al., 1980). V. theiodora (=V. elongata o V. calophylla) ha evidenziato nella corteccia lo 0,25% di alcaloidi indolici, principalmente DMT e 5-MeO-DMT, e nei fiori lo 0,47% di alcaloidi totali, principalmente DMT (Holmstedt et al., 1980).

Per quanto riguarda le “resine” frutto del processo di estrazione e concentrazione dell’essudato delle cortecce, una prima analisi chimica svolta sulla resinanyakwána, proveniente dal villaggio waika Tototobí del Brasile, evidenziò l’11% di alcaloidi totali, di cui l’8% 5-MeO-DMT e l’1% di DMT, oltre a presenze in tracce di MMT, 5-MeO-MMT e l’alcaloide beta-carbolinico 6-MeO-THC (Agurell et al., 1969). Altre analisi svolte su differenti campioni di “resina” hanno evidenziato una grande variabilità nella concentrazione degli alcaloidi triptaminici, i quali sono mediamente 60-200 volte maggiori delle corrispettive fonti vegetali (McKenna et al., 1984, p. 201).

Infine, l’équipe italiana di Marini-Bettolo trovò l’8% di 5-MeO-DMT in una resina di Virola preparata come veleno da freccia presso degli Yanomamö dell’area brasiliana di Roraima (Galeffi et al., 1983).

 

Si vedano anche:

 

 

 

AGURELL STIG et al., 1968, Identification of two new beta-carboline alkaloids in South American hallucinogenic plants, Biochemical Pharmacology, vol. 17, pp. 2487-8.

AGURELL STIG et al., 1969, Alkaloids in certain species of Virola and other South American plants of ethnopharmacologic interest, Acta Chemica Scandinavica, vol. 23, pp. 903-916.

ALTSCHUL SIRI von REIS, 1972, The genus Anadenanthera in Amerindian cultures, Botanical Museum Harvard University, Cambridge.

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