Le dature fra gli Aztechi

Daturas among the Aztecs

 

In Messico la presenza di piante del genere Datura è abbondantemente rappresentata, sia come numero di specie che come aree geografiche della loro diffusione (Matuda, 1952). Tutte le specie di dature sono caratterizzate da proprietà psicoattive nelle diverse parti della pianta, e di volta in volta radici, fusti, foglie, fiori o semi sono stati tradizionalmente impiegati e continuano a essere utilizzati come fonti visionarie fra gruppi etnici delle Americhe e degli altri continenti (per l’Africa si veda Samorini, 2018).

La conoscenza e l’impiego di alcune specie di datura presso gli Aztechi e altre popolazioni messicane precolombiane, sia per scopi inebrianti che per scopi medicinali, è documentata nei Codici e nei testi antichi post-cortesiani, e attraverso la documentazione archeologica, ad esempio negli affreschi murali dei templi cerimoniali (per la documentazione archeologica si veda Archeologia delle dature nelle Americhe). In questa sezione presento i documenti iconografici e letterari relativi alle piante che sono state identificate come specie di datura.

 

Toloa, tolohuaxihuitl, toloatzin

E’ la principale specie descritta e raffigurata nei testi antichi. I nomi con cui è stata variamente indicata possiedono tutti la radice tolua (o toloua, tolohua), che significa “testa inclinata”. Sono questi nomi nahuatl ad aver dato origine alla parola spagnola toloache, usata sia in Messico che California che in altre regioni dell’America settentrionale per indicare genericamente le specie di dature e anche (impropriamente) altre piante dalle affini proprietà psicoattive.

Francisco Hernández, nella Historia Natural de Nueva España redatta negli anni 1571-1576, riportò la seguente descrizione del toloatzin azteco, noto fra i Michoacani (Purepecho) come esqua:

“Del Esqua
E’ un arbusto con radici ramificate, da dove nascono fusti lunghi sei cubiti, verdi, contorti e nodosi, foglie pelose come quelle del solano (del quale sembra essere una specie), ma più appuntite, e frutti simili ai datteri, con dentro ossicine (huesecillos). Mangiano questi gli indios di notte, dopo aver digiunato per tutto il giorno e purificato tutta la casa, per trovare così le cose che hanno perduto o che sono state loro rubate, e per vedere, chiusi dentro alla loro casa, l’immagine del ladro. Le foglie schiacciate e unte curano le infiammazioni. I mechoacani la chiamano esqua e i messicani toloatzin. Nasce in regioni calde o fredde, come sono quelle di Pátzcuaro e Messico, ed è della natura fredda e umida, sebbene la radice sia un poco dolce” (Hernández, VIII, 43).

Sfruttare i poteri divinatori e di chiaroveggenza indotti dall’assunzione delle dature per individuare il responsabile di un furto – indicato anche come uso “detective” – è un comportamento che sorprendentemente si trova fra gruppi etnici di distanti zone geografiche (si vedano ad esempio Il leba shay dell’Etiopia e Le dature in Nordamerica).

Hernández cita il toloatzin in un altro passo del suo testo (IX, 94), riportando che viene mescolato con la pianta tepehoilacapitzxóchitl contro il calore, per risolvere i tumori, per contenere il sangue che esce dalle ferite, e per curare gli occhi infiammati.

Nel Codice De La Cruz-Badianus del 1552, altrimenti noto come Libellus de medicinalibus Indorum herbis, viene riferito del tolohuaxihuitl (o tolohua xihuitl) e delle sue applicazioni topiche come medicinale nel trattamento della scrofola (25r2) e del dolore ai fianchi (29v1). Le due figure che accompagnano il testo sono riconducibili a una specie di datura, sebbene nel Codice non vi sia accenno alle sue proprietà psicoattive (l’intero Codice De La Cruz-Badianus è dedicato unicamente agli aspetti medicinali delle piante azteche). Nel medesimo Codice il tolohuaxihuitl rientra insieme ad altri ingredienti in una ricetta per la cura del dolore della regione pubica (33r), in ricette per le crepe della pianta dei piedi (36v) e per le ferite dei piedi (37r), e in una ricetta per la rogna (psora) (47v); in tutti questi casi la medicina è data in applicazione topica.

Il più semplice nome toloua appare in un altro passo (14v), insieme a un’altra datura, il tlapahtl (che vedremo più avanti), e dove è riportato che le foglie macinate di queste due piante si sfregano sotto le orecchie nel caso di orecchie purulenti. In un ulteriore passo del Codice (25v) la medesima pianta, questa volta indicata come tolohua, rientra fra gli ingredienti di un impiastro per il trattamento delle acquosità (aguaduras) e dei tumoretti spugnosi.

Anche Bernardino de Sahagún, nella sua opera Historia de las Cosas de Nueva España, redatta negli anni 1547-1577, riferisce di un impiego topico della toloa nel trattamento delle ferite purulente (X, 28, 7); e che si tratti della medesima pianta citata da Hernández e nel Codice De La Cruz-Badianus lo si arguisce, oltre dalla comunanza di radice dei nomi con cui viene indicata, da un suo disegno presente nel Codice Fiorentino, che è la redazione illustrata e bilingue (spagnolo e nahuatl) del testo di Sahagún. Questo disegno del toloa è inserito nel paragrafo in cui sono raffigurate altri vegetali inebrianti, fra cui il peyote, i funghi nanacatl e un’altra specie di datura, il tlapatl, a indicazione del fatto che Sahagún era a conoscenza delle proprietà anche inebrianti, e non solo medicinali, del toloa.

Raffigurazioni della pianta a) toloa nel Codice Fiorentino, vol. XI, folio 142r; e della pianta tolohuaxihuitl nel Codice De La Cruz-Badianus, alle pagine 26v (b) e 29v (c)

La raffigurazione della toloa nel Codice Fiorentino è inserita in una scena molto interessante, che raffigura l’impiego topico della pianta per motivi di cura: si osserva un uomo inginocchiato e un altro individuo che tiene in mano una grande ciotola e con l’altra mano sfrega la schiena del primo individuo. L’impiego terapeutico delle dature in somministrazione topica per il trattamento di diverse affezioni quali contusioni, ferite, problemi dermici, ecc., è ampiamente diffuso fra le popolazioni di tutto il mondo, inclusa la maggior parte dei gruppi nativi americani che impiegano queste piante anche per scopi inebrianti (si veda Le dature in Nordamerica). Presso quei gruppi nativi dove l’impiego per scopi inebrianti si è estinto, è sovente rimasto l’impiego terapeutico della datura in applicazione topica.

Parrebbe evidente che il toloua, il tolohua e il tolohuaxihuitl del Codice De La Cruz-Badiano, il toloatzin di Hernández e il toloa di Sahagún riguardino la medesima pianta (come già suggerito da Garibay, 1991, p. 231). Per quanto riguarda l’identificazione botanica, pressoché tutti gli studiosi si sono trovati unanimi nel considerarla una specie di Datura; alcuni identificandola con D. stramonium, altri con D. innoxia. Le differenti caratteristiche morfologiche presenti nei due disegni riportati nel Codice Fiorentino e in quello De La Cruz-Badianus non facilitano il lavoro di identificazione. Osservando il disegno del Codice Fiorentino (figura a dell’immagine comparativa qui riportata), le foglie ricordano molto da vicino quelle dello stramonio; anche i frutti spinosi rivolti verso l’alto corrispondono con quelli dello stramonio, così come la corolla fiorale a cinque denti. L’unico dettaglio che lascia perplessi è l’accenno di color rosato nei petali, quando nello stramonio normalmente questi sono interamente bianchi; ma sappiamo che esiste una varietà dello stramonio (varietà tatula) che si distingue dalla specie tipo proprio per una tonalità viola presente all’interno della corolla (Fassina, 1960-61). L’identificazione come stramonio è stata proposta ad esempio da Miranda & Valdés (1991, p. 118) e da Bye & Linares (2013).

Se tuttavia osserviamo i due disegni riportati nel Codice De La Cruz-Badiano (figure b e c qui riportate), appaiono tre dettagli che escluderebbero l’identificazione con lo stramonio. Il più importante riguarda i frutti raffigurati nel disegno c, due dei quali sono rappresentati a testa in giù e, dettaglio ancor più indicativo, all’interno di questi frutti sono dipinti dei semi di color rosso-arancio. I semi della pianta di stramonio sono neri, mentre sono di color aranciato nelle D. innoxia e D. wrightii (e nella D. metel, una specie la cui origine geografica resta da chiarire). E mentre i frutti dello stramonio sono sempre rivolti all’insù, in D. innoxia e D. wrightii sono sempre rivolti all’ingiù. Un altro dettaglio, presente nella figura b, riguarda il numero di denti della corolla dei fiori, che è maggiore di 5, parrebbero essere in numero di 10. Anche questo dettaglio rimanda a D. innoxia, in quanto le corolle dei fiori di stramonio hanno sempre e solo 5 denti. Per questo motivo Tucker & Janick (2020, p. 84) propendono per l’identificazione del tolohuaxihuitl come D. innoxia. A suo tempo anche Emmart (1940, p. 253) evidenziò il colore rosso e non nero dei semi nel disegno, propendendo per la medesima identificazione con D. innoxia. Da queste incongruenze nei dipinti riportati dagli autori antichi se ne potrebbe dedurre che questi medesimi facevano confusione fra le diverse specie, e per questo motivo non possiamo pretendere di giungere a un’identificazione botanica certa di ciò che gli antichi Aztechi intendevano dietro ai nomi con radice “toloa”. Ciò che appare certo è che si trattava di una o più specie di Datura.

Per quanto riguarda l’etimologia di tolohua, toloatzin e toloache, v’è un’opinione unanime nel farli derivare da toloa, “ciò che si piega”, e “tolohua”, “inclinare la testa”, con il significato quindi di “testa inclinata”. I pareri degli studiosi differiscono nel significato da dare a questa “testa inclinata”. Alcuni autori ritengono che l’inclinazione si riferisca a parti della pianta inclinate all’ingiù. Reko (1919) riteneva che il riferimento fosse ai fiori pendenti, considerando che originalmente con il termine toloache veniva indicato il floripondio, cioè specie del genere Brugmansia, e che solo in seguito fu attribuito allo stramonio. Ma Safford (1920, p. 549) fece giustamente notare che tutte le specie del genere Brugmansia sono originarie del Sud America (raggiunsero il Messico dopo l’avventura di Colombo), oltre a non avere frutti spinosi, e propese per l’interpretazione dei frutti inclinati, dato che in diverse specie di datura (ma non nello stramonio) le capsule fruttifere sono sempre piegate all’ingiù. Anche Garibay (1991, p. 231) riteneva che il significato di tolohua fosse quello di “erba inclinata”. Altri autori interpretano la “testa inclinata” non con allusione a una parte della pianta inclinata, ma alla testa umana inclinata, cioè all’abbassare, inclinare, o piegare la testa per effetto della componente narcotica delle proprietà psicoattive della pianta (Aedo, 2011, p. 117).

 

Tlápatl, tlapatl, tlapahtl

Il tlapatl è la seconda specie di datura maggiormente citata nei testi antichi. Hernández ne dà la seguente descrizione:

“Del tlápatl. Getta radice ramificata e bianca, frutto rotondo simile ai ricci, fusti verdi, foglie come di vite, larghe e divise da venature più profonde, e fiore bianco e lungo con figura di capsula. E’, come il precedente [il nacázcul, per quest’altra specie di datura si veda oltre], di temperamento freddo, ed è privo di sapore e odore significativi. La cottura delle foglie si unge nel corpo contro le febbri, principalmente contro la quartana, o bene si applica in forma di supposta o pallina; il frutto e le foglie sono buoni contro il dolore di petto. Instillate queste con acqua nelle orecchie alleviano la sordità. Messe nel cuscino producono sonno agli insonni, e bevute con una certa abbondanza provocano la follia. Nasce in qualunque luogo, principalmente in Tepecuacuilco e Messico” (Hernández, XIII, 35).

Hernández mostra di essere a conoscenza delle proprietà inebrianti del tlapatl, e in altri passi del suo testo considera altre piante appartenenti alle “varietà del tlápatl”. E’ il caso del passo XVIII, 63, dove descrive una pianta denominata con il termine toloatzin, ma che non possiede proprietà inebrianti (e la descrizione della pianta non è del resto riconducibile alle dature), ed effettivamente la riconosce differente dalle “varietà del tlápatl”. Anche nel descrivere un’altra probabile specie di datura, il nacázcul, la considera “una specie di tlápatl” (XIII, 34).

Anche Sahagún parla del tlápatl:

“C’è un’altra erba che si chiama tlápatl, è come un arbusto; genera delle testoline senza spine, come limoni; ha la buccia verde, ha le foglie larghe, i fiori bianchi, ha il seme nero e puzzolente, e toglie la voglia di mangiare a coloro che lo mangiano, e ubriaca e fa impazzire perennemente. Questo seme è buono contro la gotta, sfregando con quello dove c’è il dolore; anche l’odore è dannoso come il medesimo seme” (Sahagún, XI, 7, 3; dall’edizione di Garibay).

Nel Codice Fiorentino viene aggiunto:

“Riguardo i superbi e i presuntuosi, dicono che mangiano di questa erba (il tlapatl), e un’altra erba che si chiama mixitl: significa che sono matti come se avessero mangiato di queste erbe” (Codice Fiorentino, XI, folio 130).

Sia Hernández che Sahagún (nel Codice Fiorentino) hanno riportato dei disegni del tlápatl, mentre nel Codice De La Cruz-Badianus v’è solamente l’accenno alla pianta tlapahtl insieme alla toloua (in 14v) presentato sopra, e dove è riportato che le foglie macinate di queste due piante si sfregano sotto le orecchie nel caso di orecchie purulenti.

Raffigurazioni della pianta del tlápatl in: a) Codice Fiorentino, vol. XI, folio 142r; b) Hernández, XIII, 35.

Per quanto riguarda l’etimologia del nome tlápatl, Garibay (1991, p. 231) la considerava sconosciuta, mentre Pablo Reko considerò la parola formata da tlatl, “ciò che scoppia”, e da patli, “rimedio”, quindi con il significato di “rimedio della capsula deiscente o loculicida” (Reko, 1919), in quanto i semi escono facilmente dalle fenditure in corrispondenza delle linee mediane dei singoli carpelli. Quasi 30 anni dopo modificò leggermente l’interpretazione etimologica, facendo derivare la parola da tlachtli, “fenditura, screpolatura”, quindi sempre con il significato di “rimedio che si apre bruscamente” (Reko, 1947, p. 37).

Il tlaplat è generalmente identificato con D. stramonium, e i disegni riportati da Hernández e nel Codice Fiorentino trovano una buona corrispondenza con questa specie. E’ pur vero che alcuni fiori sono disegnati con corolla a sei denti, invece che cinque, e che nel disegno del Codice Fiorentino i fiori sono nuovamente colorati con una tonalità viola-rosata, ma non dobbiamo pretendere una corrispondenza perfetta. Inoltre, sappiamo che il nome tlaplat si è conservato per designare lo stramonio nella cultura popolare messicana (De La Garza, 2012, p. 88). E’ tuttavia il caso di osservare che nella sua descrizione del tlapatl Hernández afferma che il frutto è senza spine, pur avendo i semi neri. Lo stramonio ha frutti spinosi, a parte la varietà inermis, caratterizzata da frutti lisci. Per completezza d’indagine è opportuno considerare che frutti senza spine e con semi neri sono prodotti anche da D. ceratocaula Ortega, una specie semi-acquatica originaria del Messico (Preissel & Preissel, 2002, pp. 114-5).

 

Nexehuac, nacázcul e míxitl

Pianta di nexehuac dipinta nel Codice De La Cruz-Badianus (29v2)

La pianta denominata nexehuac è presente nel Codice De La Cruz-Badianus (29v2), dove è citata nel trattamento del dolore al fianco, come per il tolohuaxihuitl che gli è disegnato a fianco. Emmart (1940) traduce il termine nexehuac con “pianta che induce il sonno”, facendolo derivare dal verbo nexeua, “dormire”. Insieme al tolohuaxihuitl che gli è disegnato accanto, questa pagina del Codice De La Cruz-Badianus (29v) è l’immagine maggiormente riportata nei testi che trattano delle piante psicoattive presenti in questo Codice. Diversi autori hanno identificato il nexehuac con la pianta semi-acquatica D. ceratocaula, per via dei frutti disegnati come lisci. Sia Emmart (1935, p. 12) che Gates (1939, p. xxv) hanno invece ipotizzato che possa trattarsi della varietà inermis della D. stramonium, caratterizzata anche questa dal frutto liscio.

Il nacázcul è considerato da Hernández “una specie di tlápatl”, che viene chiamato da alcuni toloatzin. Ciò riconduce il nacázcul alle specie di datura, anche perché è ritenuto produrre visioni e deliri:

“Del nacázcul. E’ una specie di tlápatl che abita nella provincia di Huexotzinco. Il suo frutto è inizialmente spinoso, poi getta alla fine le spine; è rotondo ed è diviso in quattro parti alla maniera dei meloni. Il seme è fulvo e simile a quello del ravanello, e quando secco, polverizzato e mescolato con resina, salda e consolida mirabilmente le ossa rotte e riduce quelle lussate; per questo gli indios mettono in cima piume di uccelli, steccano e portano i malati al bagno aereo che si suole chiamare temaxcalli nella loro lingua, ripetendo questa cura tutte le volte che credono necessario. Nasce ovunque fra la spazzatura e nelle vicinanze di Pahuatlan, ed è molto stimato dagli indigeni come rimedio dei detti mali. La sua forma è quella del tlápatl, poiché ha foglie come la vite, odorose, morbide, carnose e pelose, il fusto come il fico e radici bianche e ramificate. Quattro foglie schiacciate si prendono con acqua contro i dolori di tutto il corpo, anche quelli che provengono dal mal gallico, o bene si sfregano mescolate con peperoncino giallo; ma si deve stare attenti a non eccedere nella quantità detta, poiché produrrebbe alienazione, visioni e deliri. Alcuni lo chiamano toloatzin” (Hernández, XIII, 34).

Il colore fulvo dei semi rimanda alle due specie native americane D. innoxia e D. wrightii. Safford (1920, p. 549) la identifica con D. innoxia, e offre un’interpretazione etimologica del termine nacazcul, che sarebbe dovuta alla rassomiglianza dei suoi semi piatti a un orecchio umano in miniatura (nacaztli in nahuatl significa orecchio). Lascia perplessi l’affermazione che il frutto è inizialmente spinoso e che durante la sua maturazione perde le spine. Forse questo dettaglio è stato mal interpretato da Hernández e potrebbe rispecchiare la varietà di forme cui questi due taxa, così come diverse altre specie di datura, sono soggette. Una delle variabili riguarda proprio l’apparenza delle spine del frutto. In D. innoxia le spine possono essere sostituite da piccoli corpi non pungenti che danno l’apparenza di una superficie gibbosa (è il caso della Datura velutinosa che cresce a Cuba, un taxa che tuttavia è considerato da diversi botanici come un sinonimo di D. innoxia, e da altri un taxa dubbio; cfr. Fuentes, 1980).

Il míxitl lo abbiamo già incontrato, accennato da Sahagún nel passo XI, folio 130 del Codice Fiorentino. In un altro passo ne parla più estesamente:

“C’è un’altra erba che si dice míxitl; è piccolina e intricata, è verde e ha seme; è buono contro la gotta, ponendolo macinato dove c’è il dolore. Né è commestibile, né bevibile; provoca un vomito, preme la gola e la lingua; provoca sete e fende la lingua, e se si mangia o si beve non dà un cattivo sapore, né un cattivo gusto, però dopo toglie tutte le forze del corpo; e se tiene aperti gli occhi colui che lo mangia, non può più chiuderli, e se li tiene chiusi non li può più aprire, e se sta dritto non può più curvarsi né abbassarsi, e perde la parola. Il vino è contro questa erba” (Sahagún, XI, 7, 5).

Helferink (1988) ha ipotizzato che si trattasse di una specie di datura. Che sia una specie differente dal tlápatl lo si arguisce, oltre dal fatto che è lo stesso Sahagún a differenziarli, dalla breve citazione che ne fa Diego Muñoz Camargo nel suo trattato Historia de Tlaxcala del 1591, dove riporta:

“Inoltre prendevano cose e le mangiavano e bevevano per indovinare il futuro, con le quali si addormentavano e perdevano i sensi, e con quelle vedevano visioni spaventose, e visibilmente il demonio con queste cose che bevevano, che una si chiamava Peyotl, e altra erba che si chiama Tlapatl, e altro seme che chiamano Mixitl, e la carne di un uccello che chiamano Pito nella nostra lingua, essi lo chiamano Oconenetl, che mangiata la carne di questo uccello, provoca a vedere queste visioni” (Muñoz Camargo, I, XVI, 246-7).

Un dato interessante riguarda il fatto che i nomi delle due piante tlápatl e míxitl rientravano nella frase in mīxī-tl, in tlāpā-tl, usata fra le popolazioni di lingua nahuatl per denominare l’ebbrezza (Karttunen, 1992, pp. 149 e 290). Lo aveva già indicato Sahagún nel riportare che “riguardo ai superbi e ai presuntuosi dicono che mangiano di questa erba (il tlapatl), e un’altra erba che si chiama mixitl: significa che sono matti come se avessero mangiato di queste erbe” (Codice Fiorentino, XI, folio 130).

 

Azcapanyxhua tlahçolpahtli

Disegno della pianta Azcapanyxhua tlahçolpahtli presente nel Codice Fiorentino, 13v

Il nome di questa pianta appare unicamente nel Codice De La Cruz-Badianus (in 13v), accompagnato da un interessante disegno. Nel testo latino che accompagna il disegno, e che è inserito in un paragrafo dal titolo “Perdita o interruzione del sonno”, viene detto che “quando il sogno si interrompe, lo attrae e lo concilia l’erba tlahçolpahtli, che nasce vicino ai formicai”.

Il nome azcapanyxhua tlahçolpahtli è stato tradotto come “medicina con cattivo odore che sorge dalle colline di formiche” (Emmart, 1940, p. 224). Questa pianta è stata riconosciuta dalla maggior parte degli studiosi come una specie di Datura, in particolare D. stramonium (ad esempio da Miranda & Valdés, 1991, p. 118), eventualmente come D. wrightii. Tucker & Janick (2020, p. 42) sono maggiormente propensi a identificarla come D. stramonium, dato che D. wrightii ha un portamento più di pianta strisciante che eretta, e i suoi fiori spesso hanno una lieve tonalità violetta, mentre nel Codice i fiori sono nettamente bianchi. Purtroppo nel disegno non sono disegnati i frutti, che avrebbero permesso una più precisa identificazione.

Un interessante ed enigmatico dettaglio è la presenza di formiche di color giallo-arancio nelle radici. Tucker & Janick (2020, pp. 42-3) osservano che, sebbene nessuna delle due specie di datura con cui è stata identificata questa pianta (stramonium e wrightii) siano note come mirmecofile in Messico, una specie di formiche del deserto, Forelius pruinosus, assomiglia alle formiche disegnate ed è nota interagire con piante del Messico centrale, con un’interazione dettata dalla produzione di nettare extrafloreale da parte di queste piante (Díaz-Castelazo et al., 2004). Si potrebbe controbattere a questa interpretazione ecologica facendo notare che il nettare extrafloreale può essere secreto in molte parti delle piante, ad eccezione delle radici (Heil, 2011, p. 191), mentre nel Codice le formiche sono disegnate proprio fra le radici della pianta. Peter Furst ha offerto un’altra interpretazione per la presenza delle formiche nel disegno, in realtà poco convincente, e cioè sarebbe un riflesso del fatto che le specie di datura e simili piante solanacee solitamente crescono in suoli disturbati (Furst, 1995, p. 115).

 

Altre piante

Alcune altre piante citate dagli autori antichi sono state ipoteticamente identificate con specie di datura.

E’ il caso del tzitzintlápatl che Sahagún cita nel paragrafo che riguarda le piante inebrianti: “Ci sono altre erbe di queste [che ubriacano] che si chiamano tzitzintlápatl, si dice così perché hanno le testine spinose, hanno le medesime operazioni di quella sopra detta [il tlápatl]” (XI, 7, 4). Helferink (1988) ha ipotizzato che si trattasse di una specie di datura per via della sua stretta associazione con il tlápatl.

Hernández riferisce di una pianta denominata tlápatl pahuatlanense:

“Del tlápatl pahuatlanense o solano. E’ un arbusto con fusti lunghi e che virano al porpora e ispidi di spine, foglie larghe, odorose, radice bianca e molle, e fiori grandi come di giglio. Le foglie pestate si applicano per risolvere i tumori, sebbene abbia un poco di calore e di amarezza” (Hernández, XVIII, 95).

Hernández identifica questa pianta con un solano europeo. Non è chiaro a quale specie di sonalancea europea si riferisca, poiché con il nome di solano o solatro venivano indicate diverse piante. Matthioli, nel suo erbario del 1557 (Discorsi, cap. LXXIIII-LXXVI) distingueva i solatri hortolano, halicacabo, furioso o manico, somnifero; Castore Durante distingueva nel suo Herbario Nuovo del 1585 i solatri hortense, maggiore e somnifero. Senza addentrarci nel problema di identificazione delle corrispondenti piante, diversi di questi nomi riguardavano solanacee psicoattive, fra cui la belladonna (solatro furioso o manico di Matthioli e solatro maggiore di Dioscoride). Resta il fatto che non vi sono sufficienti elementi per ipotizzare che il tlápatl pahuatlanense di Hernández riguardasse una specie di datura, come invece parrebbe esserne certa Mercedes De La Garza (2012, pp. 90-1).

Infine, Tucker & Janick (2020, p. 182) hanno voluto identificare con una specie di Datura (D. quercifolia o D. ceratocaula) la pianta denominata nel Codice Fiorentino tzayanalquititl (44r4), che nel disegno è fra un gruppo di piante acquatiche. Ma si tratta di un’identificazione improbabile, in quanto il nome della pianta contiene il termine quilitl, “pianta edule”; nessuna datura è mai rientrata nella categoria delle piante eduli.

Se già le descrizioni di tutte queste piante nei primi testi del XVI secolo includono confusioni fra specie e corrispettivi nomi con cui gli Aztechi le indicavano, con il passare del tempo le confusioni nei testi letterali coloniali aumentano sino a diventare con-fusioni, dove i differenti nomi delle piante vengono considerati sinonimie fra di loro. Un esempio è dato dal Teatro mexicano, testo del 1698 di Augustino de Vetancurt, in cui toloatzin, nacazcol e tlapatl vengono considerati nomi di una medesima pianta (Parte II, XI, n. 238). Una pianta di nome tlapatl appare nell’opera del frate francescano Juan de Torquemada, Monarchia Indiana del 1615, dove è riportato che si tratta della pianta che gli Spagnoli denominano Higuerilla del Infierno e dal cui seme viene prodotto un olio medicinale. La descrizione e gli usi medicinali che riporta Torquemada (Libro XIV, cap. XLIII) fanno identificare la pianta con il ricino, che fu importato in America dagli Spagnoli. Anche la higuera del infierno riportata da Nicolas Monardes nella sua Historia medicinal de las cosas que se traen de nuestras Indias Occidentale que sirven en Medicina, del 1574 (nel Libro I), è da identificare, come si evince chiaramente dall’attenta lettura del testo, con il ricino e non con la Datura stramonium.

 

Si vedano anche:

 

 

 

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