Il lattucario

The lactucarium

 

Tagliando i fusti fioriferi delle lattughe (si veda Il genere Lactuca) fuoriesce un latice bianco che, raccolto e lasciato asciugare, produce una sostanza bruna resinosa chiamata lattucario. Il suo odore ricorda quello dell’oppio e anche la similitudine di questo dato organolettico ha contribuito al mito dell’affinità farmacologica fra lattuga e oppio. Oltre al lattucario, sin dalla medicina classica è nota un’altra preparazione – il tridace –, che è un estratto ottenuto dalla spremitura del fusto fresco delle lattughe e che è notevolmente inferiore in potenza farmacologica al lattucario (Malenfant 1861).

Latice fuoriuscente dal taglio del fusto di Lactuca serriola (foto g.s.)

Nel corso dell’Ottocento il lattucario era usato in terapia come sostituto dell’oppio, e si sviluppò una piccola industria in Francia e in Germania per la sua produzione (Anselmi, 1884; Aubergier 1893; Harlan 1986). I medici del XVIII secolo denominavano le lattughe selvatiche Lactuca sylvestris major opii odore e il lattucario lactuca opium (Coxe, 1799).

Le preparazioni a base di lattuga più utilizzate nelle farmacopee, oltre alla droga secca, sono gli estratti fluido, molle e secco: questi vengono preparati da L. virosa o L. serriola essiccata, mentre è indicato l’estratto acquoso secco ottenuto dalla pianta fresca di L. sativa. L’attività terapeutica della lattuga, sia in sé sia in forma di estratto, è comunque considerata piuttosto blanda.

Più attivo è il lattucario, che si ricava (o meglio, si ricavava, dato che a partire dalla seconda metà del XX secolo la sua produzione si è praticamente estinta) tagliando il fusto fiorifero della pianta poco sotto l’infiorescenza; il latice viene raccolto a mano o con strumenti di metallo non appena risulta leggermente ispessito. Il procedimento si può ripetere fino a 5-6 volte al giorno, tagliando di volta in volta un tratto di fusto lungo pochi millimetri, sufficienti per togliere l’estremità cicatrizzata e far fuoriuscire nuovamente il succo. In tal modo una singola pianta può essere sfruttata per alcune settimane (un metodo un poco differente fu suggerito da Arnaud, 1842). Il latice viene quindi essiccato a bassa temperatura fino a completa evaporazione dell’acqua ivi contenuta (da 100 g di succo si ricavano circa 10 g di lattucario) e all’ottenimento di quella che è la sua forma commerciale: piccole perline di diversa forma e peso, compresse circolari o forme angolari irregolari (lacrime),di colore esternamente da bruno-grigiastre a rosso-brune, internamente brune o bianco-giallastre, con frattura d’aspetto cereo, di sapore amaro. Un tempo era anche commercializzato in polvere grossolana. Il lattucario si ammorbidisce con il riscaldamento; insolubile in acqua fredda, circa metà diventa solubile in acqua bollente; è parzialmente solubile in acqua ed etere.

Raccolta manuale del latice (foto g.s.)

Diversi autori riportano che il periodo migliore per la raccolta del lattucario è quando la pianta sta per fiorire, o quando è in fiore. Ma osservazioni personali nel corso di un diverse annate e di attente raccolte del lattucario sia da L. serriola che da L. virosa, contraddirebbero tale asserzione, in quanto all’epoca della fioritura il latice di queste specie fuoriesce dai tagli del fusto in maniera irrisoria. Appare più propizio il periodo precedente lo sviluppo del fiore, quando, dal fusto fiorifero in corso di sviluppo, per circa un mese il latice fuoriesce copioso dai tagli operati giornalmente sui medesimi fusti. Le piante del secondo anno producono quantità minori di latice dal fusto divenuto oramai duro, quasi legnoso.

Il latice si secca e assume un aspetto sempre più scuro (foto g.s.)

Sono state descritte tre principali forme di lattucario, corrispondenti alle aree geografiche di maggior produzione nel XIX secolo e nei primi decenni del XX: il Lattucario germanico (Lactucarium germanicum), prodotto soprattutto nella Turingia, presso Norimberga, nella Valle della Mosella, a partire da L. virosa e L. serriola (raramente L. quercina); il Lattucario inglese (Lactucarium anglicum) preparato soprattutto in Scozia da L. sativa; il Lattucario francese (Lactucarium gallicum) prodotto, soprattutto per l’uso nazionale, utilizzando come specie di partenza per lo più L. quercina subsp. chaixii (= L. altissima) (Aubergier 1842). Con il nome di Lactucarium gallicum parisiense era un tempo commercializzato anche il tridace, che lattucario non è, essendo ottenuto per pressione dei fusti defogliati di lattuga e successiva estrazione a secco del liquido risultante (Malefant 1861). Nel Nuovo Mondo e particolarmente negli Stati Uniti il lattucario è stato prodotto anche con specie indigene, nello specifico L. canadensis, L. floridana e L. pulchella.

Riguardo all’efficacia relativa dei lattucari di diversa provenienza, gli autori sono discordi: per alcuni, soprattutto italiani e tedeschi, il più attivo era quello germanico, mentre gli americani sembravano apprezzare quello inglese. In assenza di uno stretto controllo sulla costanza della qualità, tali valutazioni hanno valore puramente speculativo (Samorini, 2006).

Il lattucario nel suo aspetto definitivo, dopo la completa essiccazione (foto g.s.)

 

Biochimica e farmacologia del lattucario

Elevate dosi di lattucario e di lattuga selvatica (si veda Il genere lactuca) provocano una visione disturbata, con difficoltà di messa a fuoco e percezione distorta della forma degli oggetti. Ciò non sarà sfuggito agli antichi osservatori, ed è forse da questo fenomeno che originò la credenza riportata da Eliano (De nat.anim., II, 43) e da Plinio (Historia Naturalis, XX, 60) che i falchi, quando la loro vista si annebbia, per curarsi estraggono il latice dalla lattuga selvatica e se lo spalmano sugli occhi.

Nell’antichità classica e medievale il lattucario era ritenuto avere proprietà curative sugli occhi, in quanto “elimina le macchie e i veli degli occhi” (Dioscoride, De Materia Medica, II, 25) e “unito a latte umano guarisce tutte le affezioni degli occhi (..) e soprattutto gli offuscamenti della vista. Contro le lacrimazioni lo si applica anche sugli occhi, con un impacco di lana” (Plinio, Hist.Nat., XX, 61-2). In un altro passo (XX, 67) Plinio specificava che “il latice unito a latte umano è indicato come il medicamento più efficace per ottenere una vista nitida, purché se ne facciano per tempo applicazioni sugli occhi e sulla testa; è inoltre efficace nelle affezioni provocate agli occhi dal freddo”. Anche Matthioli (Comm.mat.med., CXXV, 277) secoli più tardi riportava che il lattucario “leva via i fiocchi e le nuvolette degli occhi”.

L’associazione fra lattuga e disturbi visivi aveva anche una valenza opposta, in quanto si riteneva che quest’insalata, se mangiata troppo di frequente come cibo (riferendosi quindi alla lattuga da orto, L. viridis), nuocesse alla vista rendendola meno chiara (Dioscoride, Mat.Med., II, 125; Plinio, Hist.Nat., XX, 68). L’ambivalenza di quest’antica associazione potrebbe originare da simbolismi costituitisi attorno ai riconosciuti effetti sulla vista di quantità significative di lattucario.

Un’incontestabile differenza d’effetto fra lattuga e papavero da oppio consiste nella notevole dilatazione della pupilla (midriasi) osservabile con dosaggi anche bassi di lattucario, a confronto con il restringimento pupillare (miosi) caratteristico degli oppiacei.

La biochimica della lattuga e del lattucario non è del tutto chiarita (per una rassegna cf. Festi & Samorini 2004). Nel 1825 Dublanc dimostrò l’assenza di morfina. I principali composti responsabili degli effetti sedativi e analgesici parrebbero essere dei lattoni sesquiterpenici – lattucina e lattupicrina. Nel latice fresco di L. virosa sono state determinate quantità di questi composti sino allo 0,9%, mentre nel lattucario la concentrazione raggiunge l’8-9% (Mahmoud et al. 1986; Schenk et al. 1939).

Alcune rassegne hanno riportato la presenza in L. serriola di alcaloidi non meglio specificati nelle parti aeree in concentrazioni dello 0,02% e anche nei semi (ad es. Abdul-Jalil, 2020), ma questi studi non fanno altro che rimandare da un riferimento bibliografico all’altro senza che si possa individuare la fonte originaria di questa affermazione. Anche l’equipe di Al-Marzoqi (2015) in Iraq ha riportato l’individuazione di alcaloidi nelle parti aeree di questa Lactuca, senza tuttavia delucidarne la struttura.

Nel 1981 l’équipe statunitense di Eli Hazum diede notizia del ritrovamento di tracce infinitesimali di morfina nella lattuga (senza specificare la specie, probabilmente si riferiva a L. sativa); la concentrazione era di 2-10 ng per grammo (Hazum et al., 1981); questo ritrovamento fece un certo scalpore e viene a volte ancora riproposto nella letteratura scientifica. Tuttavia i risultati di questa analisi non sono mai stati pubblicati, ma solamente riferiti come “unpublished data”. Inoltre, studi più recenti e più attenti alle contaminazioni di laboratorio non hanno evidenziato la presenza di morfina nella lattuga (Poeaknapo, 2005).

Nei periodi a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento alcuni studiosi affermarono di aver isolato un alcaloide tropanico simile alla iosciamina. Il contenuto era stimato nello 0,2% per la lattuga da orto fresca (Dymond 1892). Questo tipo di alcaloide è presente nelle Solanaceae allucinogene, quali giusquiamo, mandragora, datura. La presenza di alcaloidi tropanici nella lattuga fu in seguito a più riprese negata e affermata – più su basi speculative che sperimentali – e a tutt’oggi non si conoscono ulteriori ricerche chimiche in proposito.

Nel 1976 Marquardt et al. riscontrarono in L. virosa la presenza di N-metilfenetilamina. Alcuni autori (Huang et al. 1982; Spadari et al. 2003) hanno responsabilizzato questo alcaloide di una parte delle proprietà psicoattive delle lattughe; tuttavia, l’attento studio di Shulgin & Shulgin (1992) sui derivati della fenetilamina non ha evidenziato effetti psicoattivi di questo alcaloide, e si deve fare attenzione nel non considerare psicoattivo qualunque derivato fenetilaminico (alla cui classe appartengono le amfetamine e gli empatogeni del tipo MDMA o “exstasy”). Come hanno dimostrato gli Shulgin, la sola aggiunta di un gruppo metilico alla molecola della fenetilamina non è sufficiente per dotarla di proprietà psicoattive. Del resto, è sufficiente osservare la presenza di N-metilfenetilamina a concentrazioni ben più elevate che nella lattuga in altri tipi di verdure e di frutta, per dubitare di suoi effetti psicoattivi o anche solo significativamente simpaticomimetici: nel rafano fresco questo alcaloide è presente in concentrazioni dello 6.6 ppm, nel ravanello dello 5.4, spinaci 2.4, cavolo 3.7, buccia di mela 1.3, sedano 0.5; nella lattuga e nella rapa rossa fresche la concentrazione è dello 0.4 ppm (Marquardt et al., 1976). Se la N-metilfenetilamina non può essere responsabile dell’effetto midriatico della lattuga, non possono esserlo nemmeno i lattoni sesquiterpenici, dato che altri vegetali che li contengono – ad esempio Cichorium intybus – non sono noti come agenti midriatici.

Il rimando agli effetti tropanici, più che a quelli oppiacei, della lattuga è di antica data. Il medico italiano Menicucci scriveva nel lontano 1837: “La proprietà narcotica della Lactuca virosa è tanto forte da emulare per poco quella dell’oppio, avendo ancora il suo succo, lo stesso odore, lo stesso sapore; ma agisce però sul cervello a guisa degli estratti di Giusquiamo, e di altre piante della famiglia dei Solani: ed è per ciò che L. virosa è collocata nella schiera dei controstimolanti” (pp. 32-3).

L’associazione fra lattuga e solanacee non è espressa unicamente dalla possibile presenza nel genere Lactuca di un alcaloide midriatico di tipo tropanico. Sin dai tempi di Dioscoride le foglie di mandragora erano paragonate nel loro aspetto a quelle della lattuga. Per questo motivo la mandragora era denominata anche tridace (tridakias), dal greco tridas (=lattuga) (Koemoth 1994, p. 156). Il paragone fra lattuga e solanacee potrebbe essere stato esteso o fatto derivare dalla constatazione che entrambe sono piante psicoattive e dalla ritenuta parziale comunanza di principi attivi.

Una caratteristica nota degli alcaloidi tropanici è un potente effetto midriatico. La loro presenza nella lattuga non sarebbe quindi in contraddizione con i riportati effetti del lattucario di allargare le pupille e, a larghe dosi, di disturbare la visione; anzi lo spiegherebbe, così come spiegherebbe gli stati fortemente allucinatori e deliranti registrati nei casi di intossicazione accidentale (es. Boe 1876), difficilmente attribuibili ai lattoni sesquiterpenici.

Resta il fatto che la presunta presenza di un alcaloide midriatico nelle lattughe è passata in maniera acritica in letteratura e appare strano, se non preoccupante, il generale disinteresse nel chiarire un dubbio di notevole portata sotto i profili farmacologico e tossicologico, e anche di economia alimentare, nei confronti di una così importante pianta alimentare quale è la lattuga; in quanto, è del tutto probabile che, se questo alcaloide midriatico risultasse realmente presente nelle lattughe selvatiche, sarebbe presente – seppure in minori quantità – anche in L. sativa e nelle sue varietà orticole (Samorini, 2006).

Gromek et al. (1992) hanno dimostrato in studi di laboratorio che il succo liofilizzato proveniente dalla radice di piante annuali di L. virosa ha un significativo effetto analgesico a 15 mg/kg. Anche i semi di L. sativa hanno evidenziato proprietà analgesiche e antinfiammatorie (Sayyah et al. 2004). Lattucina, lattucopicrina e 11β,13-diidrolattucina hanno evidenziato in studi in vivo proprietà analgesiche simili a quelle dell’ibuprofene, e la lattucopicrina mostra le proprietà analgesiche più potenti (Wesołowska et al., 2006).

Uno studio in vivo svolto sul latice ricavato da diverse specie di Lactuca ha evidenziato significative proprietà sedative nel latice di L. saligna, L. serriola, L. viminea (Ilgün et al., 2020). Lattucina e lactucopicrina hanno evidenziato in studi in vivo una significativa proprietà di indurre e prolungare il sonno, legandosi al recettore GABAa (Kim et al., 2019), confermando quindi la validità delle asserzioni degli autori antichi e l’uso tradizionale.

E’ interessante osservare come a Roma il lattucario sia stato proposto e sperimentato come coadiuvante nella terapia di disassuefazione dagli oppiacei, come sostituto del Valium per contrastare l’insonnia nel corso delle somministrazioni a scalare della morfina (Testi et al. 1981).

Per i dati sulle tossicità delle lattughe selvatiche si veda Il genere Lactuca.

 

Si vedano anche:

ri_bib

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ANSELMI, 1884, Preparazione ad uso della lattuina, Gazzetta Medica di Torino, 35: 377-8.ù

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3 Commenti

  1. Massimiliano
    Pubblicato Marzo 25, 2011 alle 7:24 pm | Link Permanente

    Complimenti per la recensione e per la raccolta di informazioni. Chiare e specifiche nella loro completezza.
    I miei più sinceri e sentiti ringraziamenti vanno all’autore e allo scrittore di questa pagina. Grazie mille.

    Max

  2. Michele
    Pubblicato Aprile 23, 2011 alle 10:37 am | Link Permanente

    Grazie Giorgio,
    finalmente una pagina esaudiente e completa…

  3. Salvo
    Pubblicato Agosto 12, 2021 alle 8:35 am | Link Permanente

    Questo è davvero un pregevole excursus sull’argomento. Nondimeno, la bibliografia è insolitamente approfondita e specifica. La ringrazio per aver condiviso in rete il suo lavoro.

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