Inebrianti aztechi e maya

Aztec and Maya intoxicants

 

Gli Aztechi, i Maya e le altre antiche popolazioni del Messico erano profondi conoscitori di un folto insieme di fonti inebrianti, costituite principalmente da vegetali psicoattivi, che utilizzavano nel corso delle cerimonie religiose, nelle pratiche divinatorie, e in certi casi anche in contesti più profani. Dai trattati dei primi cronisti e dei periodi coloniali (fra cui Bernardino de Sahagún, Francisco Hernández, Martín de la Cruz) conosciamo nomi e usi di queste piante, sebbene per diverse non si sia tuttora riusciti a identificare con certezza la fonte botanica. Non si pretende qui di offrire un’esposizione organica e completa delle antiche fonti inebrianti messicane e delle problematiche connesse, ma solamente un’indicazione generale, oltre a rimandare alle diverse sezioni del sito che trattano di argomenti specifici.

Fra i nomi nahua di piante psicoattive individuate con un certo grado di certezza si annoverano:

piciétl (Nicotiana)
cacahuacuahuitl (Theobroma cacao, si veda Archeologia del cacao)
peyotl (peyote, Lophophora williamsii, si veda Archeologia del peyote)
pulcre (pulque, bevanda alcolica a base di agave; si veda Il pulque messicano)
yahutli (Tagetes lucida)
nanácatl, teonanácatl, teyhunti (funghi psilocibinici; si veda L’uso dei funghi in Messico)
coátl xoxouhqui, ololiuhqui (Turbina corymbosa, si veda I semi “parlanti” messicani)
tlitlitzin (Ipomoea violacea; si veda L’uso moderno del badoh negro)
tlápatl, toloatzi, nacazcal (Datura spp., si veda Le dature fra gli Aztechi)
quetzalaxochiacatl (Nymphaea ampla)

Di seguito una lista dei nomi maya di alcune fonti inebrianti (presi principalmente dal testo di De La Garza, 2012):

may, k’uts (Nicotiana sp.)
xtabentum (Turbina corymbosa)
yaxce’lil (Ipomoea violacea)
matul, mehenxtohk’u’u (Datura sp.)
sak naab (Nymphaea alba; si veda La ninfea fra gli antichi Maya)
kakaw, pek (Theobroma cacao)
xpuhuk, yiá (Tagetes lucida)
balché (bevanda inebriante; si veda Il balché dei Maya)

Fra gli Aztechi erano numerosi gli ingredienti dei preparati che venivano assunti attraverso l’aspirazione dei loro fumi. Sahagún (Hist. X, 24, 17) riportò che erano costituiti “di erbe odorose, macinate e mescolate le une con le altre, con cui li tappano molto bene di rose, di spezie aromatiche, di bitume chiamato chapopotli, e di funghi, di rosa chiamata poyomatli e di itzietl, che è un’erba”.  Sorprende ritrovare fra gli ingredienti da fumare dei funghi, i quali difficilmente potevano riguardare i funghi visionari psilocibinici, noti come teonanácatl, poiché il processo di combustione disattiverebbe le loro proprietà inebrianti.

Riguardo al poyomatli, Hernández puntualizzava che con questo nome venivano denominate almeno due differenti piante. Nel citare la prima (III, 26), corrispondente a una specie di felce, riportava: “C’è un’altra radice con il medesimo nome, con il quale, per una strana follia, gli indios credono che gli rivelino le cose occulte e future; ma di questa parleremo nel suo luogo”. Hernández sembra dimenticarsi di approfondire, come anticipato, le notizie di questa seconda pianta poyomatli. In un altro paragrafo (XV, 46) riferisce del poyomatli mecatlamense, che ha l’aspetto di un muschio, senza tuttavia riportare sue eventuali proprietà divinatorie. Anche Cardenas (I, 1 e III, 15) citò il “poyomate” insieme ad altre fonti inebrianti quali peyote, ”hololisque” (ololihuqui) e piciete (tabacco). Díaz (1977) ha evidenziato la stretta relazione che intercorre negli scritti coloniali fra il poyomatli e il cacao, in quanto il primo viene spesso definito come il “fiore del cacao”, ed è spesso indicato con il termine più specifico poyomaxochitl (“fiore di poyomatli”); per questo motivo egli ha ritenuto che uno dei due poyomatli citati da Hernández potesse corrispondere alla pianta del cacao.

Sono numerosi i nomi di piante inebrianti azteche e più in generale di lingua nahuatl citate nei testi antichi di cui manca un’identificazione botanica certa.1 In un famoso paragrafo intitolato “Di certe erbe che ubriacano”, Sahagún trattò del tabacco, del cacao, dei funghi, e riportò anche nomi di piante che non sono state identificate: tochtetepo, aquiztli, atlepatli, tenxoxoli, quimichpatli (Sahagún, XI, 7, 7-11). In un altro passo ne citò un’altra, anche questa indeterminata, l’eloxochiquáhuitl (“i fiori si bevono con il cacao, e se se ne mettono molti ubriacano”, XI, 7, 220); e ancora il teonactzli, che significa “orecchio divino”, il cui fiore “se si beve senza temperanza ubriaca”, XI, 6, 49).

Piante inebrianti rimaste indeterminate sono descritte pure da Hernández; ad esempio l’acxoyátic, per la quale riportava: “la radice ridotta in polvere e presa opportunamente con qualche bevanda fredda toglie le febbri, e dicono anche che ubriaca” (Hernández, I, 38), di cui riportò pure un disegno, a dimostrazione del fatto che l’aveva potuta osservare direttamente.

Disegno della pianta denominata in nahuatl acxoyátic le cui radici sono inebrianti. E’ una delle piante psicoattive non ancora identificate botanicamente (da Hernández, Hist.Nat., I, 38)

Una delle piante messicane più enigmatiche è l’ocpatli, “medicina del pulque”, la cui radice, dotata quasi certamente di potenti proprietà visionarie, veniva aggiunta al pulque, la bevanda alcolica ricavata dalla linfa dell’agave. Molto citata dai cronisti della Conquista e dei periodi coloniali, durante i tempi precolombiani questa radice veniva aggiunta a particolari tipi di pulque, fra cui il teoctli, il “pulque degli dei”, il cui uso era riservato alla casta sacerdotale azteca (Samorini, 2018, pp. 94-101). I divieti di aggiungere questa radice al pulque imposti dai viceré di Spagna durante i periodi coloniali, hanno fatto sì che questa pianta sia stata totalmente dimenticata (si veda Gli additivi del pulque).

Alcune piante psicoattive sono state “scoperte” dagli studiosi etnobotanici moderni solo di recente, attraverso l’indagine etnografica od osservando la documentazione letteraria dei periodi coloniali.

E’ nota la proposta di identificazione di Gordon Wasson (1963) della pianta denominata in lingua nahuatl pipiltzintzintli con la pianta allucinogena Salvia divinorum Epling & Játiva, usata dai Mazatechi come fonte visionaria. Fu Aguirre Beltrán (1955) a evidenziare la presenza di questa pianta negli atti inquisitoriali messicani, spesso insieme al poyomatli. Ma l’identificazione con la salvia si basava su argomentazioni deboli, al punto che il medesimo Wasson in seguito la mise in dubbio (comunicazione personale di Wasson a Luis Díaz; cfr. Díaz, 1979, p. 81). Secondo Díaz (1975), durante i tempi coloniali con pipiltzintzintli venivano indicate tre differenti piante psicoattive, l’ololiuhqui, la S. divinorum e la Cannabis, quest’ultima giunta nelle nuove colonie nel XVI secolo. Più recentemente è stato dimostrato come il termine pipiltzintzintli nel corso dei secoli abbia indicato differenti piante psicoattive, fra cui la Cannabis, soprattutto nel secolo XVIII, e semi di leguminose dei generi Cytisus, Rynchosia, Erythrina, ecc., nel secolo XIX (Olvera-Hernández & Schievenini-Stefanoni, 2017).

La pianta denominata in nahuatl yahutli è stata identificata con Tagetes lucida Cav., della famiglia delle Compositae (Díaz, 1979). Nota con il nome popolare messicano di pericón e impiegata presso diverse etnie come incenso domestico e nelle fumigazioni cerimoniali (Neher, 1968), è stato osservato un suo impiego come inebriante fra gruppi Wixaritari (Huichol) del Messico settentrionale. Fra questi viene per lo più denominato tumutsáli ed è miscelato con foglie di Nicotiana rustica; la miscela viene fumata per conseguire un effetto psicoattivo sinergico delle due piante (Siegel et al., 1977). Un’evidenza diretta dell’impiego di Tagetes lucida fra gli antichi Maya è stata recentemente individuata mediante l’analisi chimica dei residui presenti in alcuni piccoli recipienti di ceramica originari dello Yucatan noti come veneneras. Appartenenti per lo più allo stile ceramico Muna e datati alla seconda metà del primo millennio della nostra era, in 10 su 14 veneneras analizzati sono state ritrovate tracce di composti riconducibili a T. lucida (Zimmermann et al., 2021).

Un paio di veneneras, piccoli contenitori in ceramica, cultura Maya, primo millennio della nostra era, in cui sono stati individuate tracce della presenza di Tagetes lucida (da Zimmermann et al., 2021, fig. 2)

Non mancano citazioni a fonti inebrianti d’origine animale, di cui sappiamo ben poco. Francisco Hernández riferì di numerosi afrodisiaci di natura animale impiegati dalle popolazioni di lingua nahuatl, in particolare gli Aztechi. Fra questi si annoverava il mazacoátl, “serpente-cervo”, così chiamato per la presenza di due protuberanze sulla testa che ricordavano le corna di questo quadrupede, e di cui Bernardino de Sahagún riportava: “dicono che coloro che prendono di loro volontà la carne del mazacoátl ne prendono molto poco, e se lo prendono in quantità maggiori, potranno avere accesso a cinque o più donne, e ciascuna per quattro o cinque volte, e coloro che lo fanno muoiono poiché si svuotano di tutta la sostanza del corpo e si seccano” (Sahagún, VI, 22, 16.). Non sappiamo se Cardenas si stesse riferendo al medesimo serpente, il mazacoátl citato da Sahagún, nel riferire che “persone fededegne dicono che in questa provincia dell’Honduras e in terraferma si alleva un certo genere di serpente che ha un corno sulla fronte, ed è questo di tale virtù, che se per un quarto d’ora lo tengono in un poco di vino e lo bevono, provoca una lussuria così potente che accade a volte che muore colui che lo beve a digiuno (Cardenas, Problemas, I, 1). Per altri afrodisiaci d’origine animale si veda Samorini, 2017.

Diego Muñoz Camargo, in un passo della sua opera Historia de Tlaxcala, scritta nel 1591, riferì della carne di un uccello dalle proprietà visionarie. Di seguito riporto l’intero passo di Carmargo dove descrive, oltre a questo uccello, diverse fonti inebrianti:

“Inoltre prendevano cose e le mangiavano e bevevano per indovinare il futuro, con le quali si addormentavano e perdevano i sensi, e con quelle vedevano visioni spaventose, e visibilmente il demonio con queste cose che bevevano, che una si chiamava Peyotl, e altra erba che si chiama Tlapatl, e altro seme che chiamano Mixitl, e la carne di un uccello che chiamano Pito nella nostra lingua, essi lo chiamano Oconenetl, che mangiata la carne di questo uccello, provoca a vedere queste visioni. La stessa proprietà ha un fungo piccolo e allungato che i nativi chiamano Nanacatl. Di queste cose usavano più i Signori che la gente plebea: lasciando a parte i vini che avevano, che quando si ubriacavano, durante le loro ubriachezze vedevano anch’essi grandi visioni e molto strane, sebbene l’ubriachezza fosse molto proibita fra loro, e non bevevano vino se non i molto vecchi e anziani; e quando un giovane lo beveva e si ubriacava moriva per questo, ed è per questo che si dava solamente ai più vecchi della Repubblica, o quando si faceva una qualche festa molto importante si dava con molta temperanza agli uomini qualificati, vecchi onorati e giubilati nelle cose della guerra” (Muñoz Camargo, I, XVI, 246-7).

Diversi di questi vegetali psicoattivi delle culture mesoamericane sono raffigurati nei reperti archeologici, e disponiamo di una ricca documentazione scritta dei primi cronisti occidentali e gli atti dell’Inquisizione dei periodi coloniali che ne testimoniano l’impiego fra le popolazioni messicane. Si vedano le seguenti sezioni del sito:

 

Note

1 . Provò a riunirle Elferink (1988), con risultati tuttavia deludenti e non molto attendibili, avendo utilizzato nella maggior parte dei casi fonti indirette.

 

ri_bib

BELTRÁN AGUIRRE, 1955, Medicina y Magia. El proceso de aculturación en la estructura colonial, Instituto Nacional Indigenista, México D.F.

CARDENAS JUAN, 1591, Primera parte de los problemas y secretos maravillosos de las Indias, México.

DE LA CRUZ MARTÍN, 1552, Libellus de medicinalibus indorum herbis, México.

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DÍAZ L. JOSÉ, 1975, Etnofarmacología de algunos psicotrópicos vegetale de Mexico, in: J.L. Díaz (cur.), Etnofarmacología de plantas alucinógenas Latinoamericanas, Centro Mexicano de Estudios de Farmacodipendencia, México D.F., pp. 135-202.

DÍAZ L. JOSÉ, 1977, Ethnopharmacology of sacred psychoactive plants used by the Indians of Mexico, Annual Review of Pharmacology and Toxicology, vol. 17, pp. 647-75.

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HERNÁNDEZ FRANCISCO, 1571-1576, Historia natural de Nueva España, México.

MUÑOZ CAMARGO DIEGO, 1591, Historia de Tlaxcala, Tlaxcala.

NEHER T. ROBERT, 1968, The ethnobotany of Tagetes, Economic Botany, vol. 22, pp. 317-325.

OLVERA-HERNÁNDEZ A. NIDIA & JOSÉ D. SCHIEVENINI-STEFANONI, 2017, Denominaciones indígenas de la marihuana en México. Investigación documental de la relación entre el pipiltzintzintili y la planta de Cannabis (siglos XVI-XIX), Revista Cultura y Droga, vol. 22, pp. 59-77.

RUIZ DE ALARCON HERNANDO 1629, Tratado de las supersticiones y costumbres gentilicas, México.

SAHAGÚN BERNARDINO, 1545-1577, Historia general de las cosas de Nueva España, México.

SAMORINI GIORGIO, 2017, Appunti per una storia culturale degli afrodisiaci, in: S. Giancane, Piacere chimico. Dalla coca degli Incas al ChemSex, Youcanprint, Tricase (LE), pp. 15-44.

SAMORINI GIORGIO, 2018, Il pulque. Dalle origini ai periodi coloniali, Youcanprint, Tricase (LE).

SIEGEL K. RONALD, P.R. COLLINS & JOSÉ L. DÍAZ, 1977, On the use of Tagetes lucida and Nicotiana rustica as a Huichol smoking mixture: the Aztec “yahutli” with suggestive hallucinogenic effects, Economic Botany, vol. 31, pp. 16-23.

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ZIMMERMANN MARIO et al., 2021, Metabolomics-based analysis of miniature flask contents identifies tobacco mixture use among the ancient Maya, Scientific Reports, 11:1590.

 

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