Lo yopo e l’incesto

Yopo and the incest

 

Alcune etnie amazzoniche che impiegano lo yopo come polvere da fiuto allucinogena, si tramandano un tema mitologico che associa i semi dello yopo al mondo femminile. Più specificatamente, nei tempi delle origini lo yopo risiedeva nella vagina di una donna, e per poter ottenere i suoi effetti inebrianti l’uomo doveva copulare con questa donna. Poi un giorno l’atto sessuale con la donna fu incestuoso, e dalla copulazione fuoriuscirono i primi semi di yopo.

In un mito guayabero, Juimit (il “nonno luna”) indica come ottenere yopo, prendendo la “cosa” della donna, cioè la sua vagina:

“Juimit aveva inviato una donna a fare una pentola di terracotta per cucinare, ed ella stava lavorando chinata. E un altro chiese a Juimit: “Come prepari lo yopo?” Juimit gli rispose: “prendi questa ‘cosa’ della donna da dietro, e in questo modo ci mettiamo a rinforzarci (enfuertar). E così rinforzarono(enfuertaron).Così cominciarono a usare lo yopo. E per questo motivo possono assumerlo solo gli uomini, le donne no” (Garzón, 1986, pp. 114-5).

La presenza dello yopo nella vagina di una donna era una peculiarità dei tempi antichi, dei tempi delle origini del mondo e dell’umanità, per dirla con Mircea Eliade (1975), era una realtà dell’illud tempore:

“Quando non c’era yopo, lo prendeva solo una persona, Nacherman. Il genero Pakeman viveva lontano. Prima il corpo dello yopo stava nella vagina della donna come se stesse in una bottiglia” (dalla voce di Enrique Gómez, indio guayabero) (Cure, 2004, p. 279).

In alcune varianti del mito guayabero si presenta il tema, forse il più originario, che lo yopo non solo stava nella vagina della donna, ma era esso stesso una donna: “al principio, quando non iniziò il mondo, v’era una donna bella, grassa, giovane, essa era Yopo” (Garzón, 1986, rip. in Cure, 2004, p. 280).

Anche fra i Sikuani è presente il tema mitologico dello yopo nella vagina: “la donna di Tsamani nascondeva lo yopo nella vagina e solo il suo sposo poteva assumerlo e ubriacarsi” (in Ortiz, 1986, rip. in Cure, 2004, p. 280).

Osservando attentamente le relazioni parentali fra i vari personaggi – divinità, eroi culturali, ecc. – coinvolti nella copula con la donna che ha lo yopo nella vagina, ci si accorge che si tratta quasi sempre di rapporti di natura incestuosa. E’ il caso, ad esempio, dei temi mitologici dei Piaroa studiati da Jean Monod, riguardanti la divinità Wahari e sua sorella Tséhérou (si veda Polveri da fiuto fra i Piaroa):

“Nei tempi antichi lo yopo non cresceva nella savana come oggi. Lo yopo era dentro al sesso di Tséhérou. Allora Wahari fece l’amore con Tséhérou e raccolse lo yopo” (Monod, 1987, p. 95).
“Un tempo lo yopo era nel sesso delle donne, ora è nella foresta. Così possiamo andare a cercarlo senza soffrire troppo. Una volta, era una questione molto pericolosa, bisognava prendere la donna da dietro e raccogliere lo yopo davanti con la sua mano. Prima, per raccogliere lo yopo, bisognava fidanzarsi con il sesso delle donne” (Monod, 1987, p. 286).

L’incesto fra fratelli appare anche nel seguente mito guayabero, dove è pure presente il tema dell’eccesso di copulazione, che equivale a un eccesso di ebbrezza:

“Essa (yopo) aveva un fratello che si chiamava Matachoel. Il fratello non voleva Yopo. Allora la ragazza disse: ‘Se vuoi Yopo, facciamo insieme. Ma fallo poco, poiché se lo fai molto, le fai male. Ma il ragazzo stava molto eccitato, e fece molto, molto. Egli iniziò allora a sentire dai piedi e dalle braccia e lo prese l’ubriachezza. Vomitò e gli uscì dal naso lo yopo. Vomitò sino a che morì totalmente. Non respirava più” (Garzón, 1986, p. 114-6, rip. in Cure, 2004, p. 280).

A una prima analisi da questi racconti si evincerebbe come l’atto incestuoso abbia segnato la rottura del possedimento femminile dello yopo e l’inizio del dominio maschile su questo inebriante. In realtà, da questi miti risalta un’esclusività precedente dell’uomo sullo yopo, poiché solo lui poteva assumerlo, e non la donna, come è anche nella realtà etnografica. Ricordo il mito sukani sopra riportato: “la donna di Tsamani nascondeva lo yopo nella vagina e solo il suo sposo poteva assumerlo e inebriarsi”. Nei successivi atti incestuosi nuovamente è l’uomo a inebriarsi, quindi a usufruire della fonte visionaria, e questa priorità viene collocata già al tempo delle origini. La donna fa da tramite per l’acquisizione umana della pianta visionaria e, ricordando la storia tukano di Donna-Yajé (si veda Il mito di Donna-Yagé), dove questa donna, che fa anch’essa da tramite per il dono dello yagé che il dio Sole fa agli uomini, è la prima donna del creato ed è essa medesima la pianta dello yagé, sorge il sospetto che anche la donna-yopo sia nelle sue origini una raffigurazione ancestrale, forse divinizzata, della pianta dello yopo.

Un elemento a favore di questa supposizione si trova nel seguente mito sikuani dove, oltre al tema dell’eccesso di copulazione/ebbrezza, è presente il tema di un danno fisico arrecato dal maschio alla donna, per via della sua eccessiva esuberanza sessuale, che ha comportato la rottura di una frasca dell’albero dello yopo; un particolare che evidenzia l’identificazione della donna con la pianta stessa:

“Suo nipote, sparviero primitivo, aveva voglia di inalare yopo e chiese permesso a Tsanami: ‘si nipote, vai a chiederlo ma metti appena, che non sia che termini. Giunse dov’era la donna ed ella fu d’accordo, la prima cosa che fece fu pettinarsi i peli del pube per togliere tutti gli animaletti che pungono, vespe, scorpioni, zecche e fece un monticello. Quindi copularono. Il ragazzo mise il pene con così tanta forza che ruppe la frasca di yopo. Rimase totalmente ubriaco, fece dei capitomboli, vomitando e spargendo i semi di yopo da tutti i lati” (Ortiz, 1986, rip.in Cure, 2004, p. 280-1).

Lo spargimento dei semi di yopo vomitati dal ragazzo inebriato è ciò che dà origine alla presenza della pianta nel mondo reale, come è maggiormente esplicato in quest’altro mito sikuani:

“Il ragazzo mise il pene con così tanta forza, sino a che la donna rimase pulita. Sparviero primitivo rimase con il becco [pene?] macchiato di yopo. Scappò via volando verso oriente, sino alla fine del mondo dove sta appeso a un rametto. Dove il ragazzo vomitò nacque un ramo di yopo; per questo ora c’è yopo” (Ortiz, 1982, rip.in Cure, 2004, p. 281).

Osservando tutte queste varianti del tema mitologico relativo allo yopo, si potrebbe estrapolare un fondo originario comune che prevedeva il seguente schema: nei tempi delle origini lo yopo risiedeva nella vagina di una donna, e per poter ottenere i suoi effetti inebrianti l’uomo doveva copulare con questa donna. Poi un giorno l’atto sessuale con la donna fu incestuoso, e dalla copulazione fuoriuscirono i primi semi di yopo che permisero la diffusione dell’albero nella foresta amazzonica, cioè nel mondo reale.

Il valore dell’incesto in questi racconti non appare così negativo come lo è nella realtà sociale; anzi, parrebbe avere un valore positivo in quanto atto creatore, poiché crea lo yopo. Ciò è osservabile nel mito dello yopo che si tramandano i Cuiva della Colombia, dove la pianta origina da un atto incestuoso fra genero e suocera e dove, oltre a essere presenti i temi del vomito e dell’ebbrezza indotta dalla copulazione, è esplicitato il tema della donna che si trasforma nella pianta dello yopo. Di seguito espongo tre varianti di questo mito, raccolti da Valdivieso Cure:

“Una volta non c’era yopo. La gente era molto pigra. Allora una donna si trasformò in un albero di yopo. Era solita vomitare frequentemente, così suo genero chiese a sua moglie: “Perché tua madre vomita così spesso?” “Madre, perché vomiti?” le chiese, e la donna rispose: “E’ una bugia. Puoi vedere che sono una donna”. La sentirono nuovamente vomitare. Di nuovo le chiesero il motivo, e ottennero la medesima risposta. Il genero insistette, rivolgendola medesima domanda più e più volte. Alla fine lui copulò con sua suocera, e quando estrasse il suo pene, si sentì inebriato. “Sono ubriaco, sono ubriaco”, gridò. Il succo nero dello yopo fluì dal suo naso. Sua suocera sparì e si trasformò nello yopo. Per questo c’è yopo lontano, attorno al Meta e all’Arauca. Se quella donna non avesse copulato con suo genero, non ci sarebbe stato yopo. Questo è il motivo per cui la nostra gente ora inala yopoe danza. Quando uno lo beve sente un ronzio: tee… E’ una giovane donna che ti solletica, e che ti fa felice” (Wilbert & Simoneau, 1991, pp. 108-9).

Seconda versione:

“Lo yopo fu ricavato da una donna. Ridiamo molto dopo aver aspirato yopo, e diciamo che è come se una ragazza ci facesse il solletico.
Un genero vide sua suocera vomitare. “Perché tua madre vomita?” chiese a sua moglie. “Le donne sono così”, rispose la moglie. Di nuovo, il giorno dopo, la suocera vomitò, e nuovamente l’uomo chiese alla moglie. “Le donne sono così”, disse la donna, aggiungendo “forse ha un raffreddore e vomita per la tosse”.
Il genero e la suocera fecero l’amore, e quando il suo pene uscì da lei, egli divenne ubriaco: “Aie… Aie… sono ubriaco”. Il giorno dopo c’era yopo ovunque nella foresta.
E’ da allora che inaliamo yopo, ridiamo, cantiamo, facciamo schioccare le nostre nocchie e abbiamo muco nero che scorre dal naso. Egli divenne ubriaco per aver fatto l’amore con sua suocera e da allora anche noi diventiamo ubriachi” (Wilbert & Simoneau, 1991, pp. 109).

Terza versione:

“Un suocero stava cacciando lontano dall’accampamento. Mentre era via, sua moglie era rimasta indietro, distesa nella sua amaca. Suo genero le chiese: “Che cosa rende il suocero sempre ubriaco?” “Sono troppo timida per dirtelo”, lei rispose. Era timida. Egli fece l’amore con lei. “Ah!”, egli disse. Lei gli disse: “Tuo suocero fa l’amore con me solo brevemente e in quel modo non diviene ubriaco. Fa l’amore solo brevemente”. La sua vagina era yopo. Essi fecero l’amore per molto tempo, ed egli divenne molto ubriaco.
Il suocero tornò all’accampamento e, udendo il rumore fatto da suo genero [le normali grida e gemiti di chi prende yopo], chiese: “Cosa sta accadendo con il ragazzo?” Comprendendo cosa era accaduto, si mise a picchiare sua moglie. Ma lei si trasformò inyopo. C’erano semi di yopo ovunque sul terreno e, il giorno dopo, c’erano alberi di yopo in tutta la foresta” (Wilbert & Simoneau, 1991, pp. 109-110).

Riguardo il tema del muco che scorre dal naso, si tratta di un evento onnipresente nell’assunzione dello yopo, ed è stato interpretato e inglobato nella mitologia e nelle credenze delle popolazioni che inalano queste polveri da fiuto. In uno dei miti guayabero sulla genesi dello yopo, una delle persone che per primi assorbirono lo yopo espellette grandi quantità di muco, che si trasformò nei semi dell’albero:

“Dopo si sentì ubriaco e iniziò a vomitare poiché ne assunse troppo ed è molto forte. Vomitava e si ribaltava a terra, dal naso uscirono muchi che, nel cadere a terra, si trasformarono in semi. In un giorno crebbero gli alberi di yopo” (Cure, 2004, p. 273).

Un altro informante guayabero riportò che i baccelli dell’albero di yopo erano i muchi dei primi uomini che inalarono i suoi semi, e chependolanodall’albero come i muchi dal naso (Cure, 2004, p. 274).

 

 

CURE VALDIVIESO SALIME, 2004, Incesto, aves y conchas. Aproximación a la lectura de algunos mitos de Yopo. Maguaré, vol. 18, pp. 269-292.

ELIADE MIRCEA, 1975, Il mito dell’eterno ritorno, Boria Edizioni, Bologna.

GARZÓN CRISTINA, 1986, Aproximación etnobotánica en la comunidad Guayabera de Barracón-Guaviare, Tesis de Grado de Antropología, Universidad Nacional de Colombia, Bogotá.

MONOD JEAN, 1987, Wora, la déessse cachée, Les Éditeurs Évidant, Paris.

WILBERT JOHANNES & KARIN SIMONEAU (Eds.), 1991, Folk Literature of the Cuiva Indians, UCLA, Los Angeles, pp. 108-110.

Si vedano anche:

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