Il mito di Banzioku

The myth of Banzioku

 

La “storia di Muma”, o “storia di Bandjoku” è un racconto molto diffuso nelle comunità buitiste fang (si veda Il culto del Buiti); riguarda l’origine dell’uso dell’iboga per opera di una donna, Bandjoku, che fu in seguito sacrificata e che, attraverso questo sacrificio, istituì il culto del Buiti (per una descrizione estesa del mito si veda Samorini, 2024).

La maggior parte delle versioni inizia con la morte di un uomo, causata per lo più dalla caduta di un albero mentre raccoglieva dei frutti. Il cadavere dell’uomo rimane infilzato fra i rami dell’albero, imputridisce e le sue ossa cadono a terra, dove vengono raccolte da un animale, il più delle volte un granchio, che le trasporta in un foro sott’acqua nella sponda di un fiume. In diversi casi è specificato che l’uomo era un pigmeo e tutta la scena è ambientata nella foresta abitata dai Pigmei.

La moglie dell’uomo morto e i fratelli di questi lo cercano invano nella foresta, sino a convincersi che la scomparsa è dovuta alla sua morte accidentale. Rispettando la regola del levirato, la moglie dell’uomo morto va in sposa a uno dei fratelli del deceduto, che nel racconto ha perlopiù il nome di Mobay Bay. La moglie del pigmeo morto ha svariati nomi, Bandjoku, Bandzioku, Mondjoko, Muma, Akengue, Elamba, ecc.

Con ciò termina la prima parte del racconto, quella associata alla morte del Pigmeo; una parte che è un evidente preambolo degli eventi che seguono, pur essendo assente in diverse versioni dell’origine del Buiti.

Segue la scena di Bandjoku che va a pescare al fiume, da sola o accompagnata dai figli, oppure insieme a un gruppo di persone del suo villaggio. Dopo una pesca infruttuosa la donna rimane da sola a pescare. Lo stato di una donna sola nella foresta rappresenta, per la matrice socio-culturale che ha dato origine al racconto, una situazione-limite, pertinente alla sfera del timore, del magico, del sacro: si tratta dell’ambiente iniziatico per eccellenza. In diverse versioni viene specificata la stagione in cui si verifica l’episodio: è la stagione secca, un periodo caratterizzato dalla scarsità di pesce e di risorse alimentari in genere.

Bandjoku si accorge di un foro posto sul fondo dell’acqua, nei pressi della riva, in più casi seguendo un pesce, un siluro bianco (ngol, ma in un caso si parla di un siluro nero), che vi cerca rifugio. Nel tentativo di catturare il pesce la donna inserisce una mano nel foro e con sua grande sorpresa al posto del pesce inizia a estrarre delle ossa umane, le ossa del suo primo marito, e le deposita sul bordo del fiume.

E’ probabile che l’introduzione del braccio di Bandjoku nel foro sotto l’acqua abbia una valenza sessuale. Del resto, in un paio di versioni l’uccisione del siluro catturato dalla donna provoca le sue regole. Il sangue del siluro è messo in stretta relazione con il sangue mestruale e il sacrificio del siluro, rinnovandosi attraverso una donna, dà origine a una specie vegetale, l’albero mbel, caratterizzato da una corteccia bianca (simbolo dello sperma) e dal legno interno di color rosso (simbolo del sangue). Di frequente nella cosmogonia buitista sono le regole di Biome (Eva), la prima donna, a dare origine a questo albero (si veda Cosmogonia buitista fang). E’ con il suo legno che vengono costruite le arpe sacre, ngombi.

A questo punto entra in scena un animale, una genetta – chiamato mossingui – che ruba le ossa, ma Banzioku reagisce lanciandogli addosso la rete da pesca. Il contatto della rete con la pelle dell’animale dà origine alle caratteristiche maculazioni di questo animale. In diverse versioni mossingui sfugge alla cattura, in altre Banzioku riesce a catturarlo, a ucciderlo e a prendere la sua pelle, su cui deposita le ossa ritrovate nel foro. Comunque sia, nel corso dell’inseguimento dell’animale Banzioku raggiunge una grotta denominata Kokonangonda, al cui interno vede ammucchiate le ossa che aveva estratto dal foro nel fiume. In questo luogo Banzioku ode una o più voci che dicono “Muma, muma!” – una frase di avviso per la presenza di un intruso. Banzioku si sorprende nel non vedere nessuno e le voci le chiedono se vuole vederli. Alla sua risposta affermativa le indicano una pianta di cui deve mangiare le radici. E’ l’arbusto dell’iboga.

A volte entra in scena un fungo, chiamato duma o duna, che si trova alla destra dell’ingresso della grotta, e gli spiriti dei morti indicano alla donna di depositare sul fungo le radici dell’iboga raccolte, utilizzandolo come piatto, oppure, in un unico caso (nella storia di Akengue) di mangiare l’iboga assieme al fungo (per una discussione sul fungo duma si veda Samorini, 2001, pp. 80-83).

Segue il tema della mosca olarazen, che vola nell’occhio di Bandjoku dopo che questa ha mangiato l’iboga, permettendole quindi di vedere gli spiriti dei morti. Questo tema è in relazione a un atto rituale comune a molte correnti buitiste, sia tradizionali che sincretiche: a un certo momento del rito di iniziazione, dopo l’assunzione dell’iboga, gocce di un liquido ottenuto da alcune specie vegetali e/o animali, chiamato ébama, vengono applicate negli occhi dell’iniziando. L’effetto di questo collirio è un’immediata sensazione di bruciore agli occhi piuttosto dolorosa; quando le sensazioni di bruciore si attenuano, la visione (sotto l’effetto dell’iboga) dovrebbe risultare più limpida e più chiara (si veda Colliri visionari e Samorini, 1996).

Durante l’incontro fra Banzioku e gli spiriti dei morti, questi danno alla donna un nuovo nome, Disumba, e ciò ha un corrispettivo nella credenza buitista per la quale, durante il “grande viaggio” iniziatico, all’iniziando verrebbe dato un nuovo nome (nkombo) dagli spiriti, o dalle entità divine ch’egli ha incontrato nell’aldilà. Prima di porre fine all’incontro, gli spiriti esigono da Banzioku – e lo esigeranno dal suo nuovo marito e da tutti coloro che, da quel momento in poi, percorreranno la “via dell’iboga” – un’offerta, l’okandzo, ancora oggi imposta ai neofiti al Buiti.

Da quel giorno – segue il racconto – la donna si reca quotidianamente nella foresta, per incontrare gli spiriti e per portare loro cibo e offerte. Il nuovo marito Mobay Bay si incuriosisce per l’anomalo comportamento di Banzioku e sospetta che la donna lo stia tradendo con qualcuno. Un giorno decide di seguirla di nascosto. Quando Banzioku giunge nelle vicinanze della dimora degli spiriti, questi gridano “Muma, muma!”, intendendo la presenza di un intruso nel senso di “non iniziato”. Oltre agli spiriti anche Banzioku si accorge della presenza di Mobay Bay, che le chiede spiegazioni per le voci che ode. Gli spiriti o Banzioku su ispirazione degli spiriti ingiungono a Mobay Bay di mangiare l’iboga. In tal modo anch’egli può vedere suo fratello e gli altri defunti. Questi chiedono a Mobay Bay l’immediato pagamento dell’offerta. Dopo diversi oggetti proposti come offerta, quali il coltello o il fucile, tutti rifiutati dagli spiriti dei morti, all’uomo non rimane che offrire la propria donna, Banzioku, ben accettato dai defunti. Il sacrificio della donna avviene per strangolamento, sgozzamento o decapitazione, o avvelenamento; dopo la sua morte Bandjoku si trasforma nello strumento musicale buitista per eccellenza, l’arpa, ngombi, il cui suono viene identificato con la sua voce.

Mobay Bay, dopo aver acquisito la conoscenza dell’iboga attraverso il sacrificio della donna, torna al villaggio, in più versioni portando con sé le ossa dei defunti, costruisce il primo tempio e fonda il culto del Buiti.

In tutte le versioni del mito d’origine del Buiti Bandjoku è l’eroina principale, la donna che ha fatto scoprire una nuova realtà, e resterà sempre la figura principale del mito. Ma, come si riscontra in diversi miti d’origine relativi ad altri vegetali psicoattivi, questa prerogativa viene in seguito tolta alla donna dall’uomo, a volte in maniera violenta, “sacrificale”, come nel caso di Banzioku (Samorini, 2016). Per un’approfondita analisi comparativa di 26 versioni del mito di Banzioku si veda Samorini, 2024.

Di seguito sono riportate in forma integrale alcune versioni del mito, le prime sei raccolte fra correnti buitiste del Gabon:

 

Riferimenti bibliografici

Samorini Giorgio, 1996, Colliri visionari / Visionary Eye-DropsEleusis, vol. 5, pp. 27-32.

Samorini Giorgio, 2001, Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici, Telesterion, Dozza (BO).

Samorini Giorgio, 2002-2003, Il culto degli antenati Byeri e la pianta psicoattiva alan (Alchornea floribunda) fra i Fang dell’Africa Equatoriale Occidentale, Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 29-55.

Samorini Giorgio, 2016, Mitologia delle piante inebrianti, Studio Tesi, Roma.

Samorini G., 2024, Studies on the iboga cults. III. Iboga and Bwiti mythology, Antrocom Journal of anthropology, vol. 20(2), pp. 27-49.

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