Il culto Bori fra gli Hausa del Niger

The Bori possession cult among the Hausa of Niger

 

I culti di possessione sono diffusi presso numerose popolazioni del globo, in particolare in Africa e nel Mediterraneo, e da alcuni secoli si sono ampiamente diffusi anche in America Latina, sebbene in queste regioni le loro radici culturali siano decisamente africane, frutto della deportazione degli schiavi neri dall’Africa.
Come nucleo centrale del rito, questi culti hanno in comune il raggiungimento di uno stato fisico-mentale che è chiamato “possessione”, durante il quale degli individui cadono in trance e il loro corpo e la loro voce viene “usurpata” da entità spirituali che in tal modo si manifestano e comunicano i loro consigli e le loro volontà. Lo stato di trance viene indotto dal suono e dal canto di motivi sonori che sono specifici di ciascuna entità spirituale. È sufficiente che i musicisti accennino alle prime note di una certa linea, che alcuni partecipanti vanno “fuori di sé”, mettendosi a gesticolare e a parlare in maniera non loro, bensì come quella dell’entità che la possiede. Le divinità o le entità spirituali possedenti si riconoscono già dai primi passi e movimenti (Bastide, 1976).

Il culto di possessione Bori è diffuso presso gli Hausa che vivono nel Niger meridionale. Non v’è unanimità d’opinione fra gli studiosi circa le origini del Bori. Attualmente il culto è sincretico con l’Islamismo e alcuni autori (Monfouga-Broustra, 1973) ritengono che il Bori sia nato già sincretico, in seguito alla diffusione dell’Islamismo in quella regione, completata nel XIX° secolo, e come risposta a una recente crisi sociale.

Altri autori (Echard, 1992; Tremearne, 1914) ritengono invece che il Bori sia di origini pre-islamica, nato presso gli antichi gruppi di cacciatori che vivevano in quella regione, e che sia a lungo convissuto con il culto animista degli asna (o anna), oggi quasi scomparso. Col sopraggiungere dell’Islamismo, il culto avrebbe subito un’evoluzione sincretica assorbendo componenti asna e islamiche. Il culto attuale dovrebbe chiamarsi quindi più propriamente “Bori sincretico”, per distinguerlo dall’originario e scomparso “Bori tradizionale”. Negli anni 1970′ il Bori ha conosciuto un nuovo momento di espansione, diffondendosi anche fra i Peul nomadi e le popolazioni d’origine tuareg semi-sedentarie che vivono a nord degli Hausa.

In alcuni riti del Bori viene utilizzata una pianta visionaria, Datura metel L. (fam. Solanaceae), per scopi esorcisti e per indurre o facilitare particolari tipi di possessione. In dialetto hausa questa pianta è chiamata babba-JiJi o alkangaudé. All’antropologa Monfouga-Broustra (1976) le adepte del culto svelarono il segreto dell’uso della datura solo dopo molti anni di ricerche sul campo, e non sembra sia più stato successivamente rivelato agli antropologi (ad esempio, Michela Pasian, 2010, non ne fa alcun accenno, oltre a non citare i dati della Monfouga sull’uso della datura); una mancanza di riferimento che fa sospettare un ritorno al rispetto della segretezza dell’impiego della datura, piuttosto che a una concreta assenza di questo elemento nel culto.

In alcune regioni, come nella valle di Maradi, vicino al confine con la Nigeria, il culto è prettamente femminile, e il rito di possessione ha una finalità principalmente terapeutica. Quando una persona malata non trova guarigione con le terapie tradizionali, di stampo islamico, si rivolge e si fa iniziare al Bori.

Secondo il concetto hausa di malattia, questa è governata da una delle divinità dell’affollato pantheon divino hausa. Ciascuna divinità ha il potere di inviare e di guarire da un certo insieme di malattie. Nel corso dei riti bori le divinità (bori o iskoki=”vento, soffio”) possiedono le adepte, chiamate “giumente degli dèi” (godiyar iskoki) o “donne-bori”. Posseduta dalla divinità, l’adepta acquisisce in tal modo, “dal di dentro”, l’abilità di guarire dalle malattie presiedute da quella specifica divinità (Monfouga-Nicolas, 1970). Il pantheon delle divinità bori non è fisso, bensì aumenta gradualmente in numero, e negli ultimi decenni si è visto un incremento delle divinità femminili (Echard, 1978, p. 557). Da un punto di vista sociologico, a livello individuale il Bori svolge la funzione di “psicoterapia di sostegno” e di “reidentificazione individuale”, mentre da un punto di vista sociale opererebbe un recupero delle personalità marginali (ibid., p. 558).

Nel corso dei riti di possessione, le divinità sono “chiamate” a possedere le adepte attraverso la musica, in particolare di un violino e degli strumenti a percussione, con melodie specifiche per le diverse divinità. Quando il violinista suona una certa melodia, le adepte vanno in trance ed eseguono danze caratteristiche della divinità che le sta possedendo. Quando il violinista si ferma, l’adepta tossisce o starnutisce, il suo viso viene inclinato contro il suolo, e in tal modo la divinità esce dal suo corpo. Nel corso di una seduta l’adepta può “cavalcare” sino a una dozzina di divinità. L’entrata della divinità nell’adepta è segnata da alcuni minuti di forti reazioni fisiche: il corpo si mette a tremare, perde l’equilibrio, forte sudorazione e respirazione difficoltosa, gli occhi si rivoltano, la testa si agita fortemente a destra e a sinistra, ed emette suoni vocali incomprensibili. A questo punto la testa della posseduta viene coperta con un panno, sotto al quale, sempre accompagnato dalla musica, avviene la trasformazione, e il suo corpo diventa ricettacolo/cavallo di quella specifica divinità. Si leva quindi il panno e vengono applicati sul corpo della posseduta gli attributi di quella specificia divinità.

L’adepta del Bori esegue i riti di possessione in tutti i momenti importanti della sua vita, cioè nei riti di passaggio più significativi: oltre al momento dell’iniziazione (chiamata girka), che da persona malata la trasforma in adepta del culto e a sua volta potenziale guaritrice, essa organizza una sessione di trance quando si sposa, in seguito a un parto, a un cambio di dimora, ecc. A questi riti partecipano tutte le adepte del villaggio. Oltre ai momenti di possessione, le adepte contattano le divinità bori anche durante i sogni, comunicano con loro e procedono alle guarigioni sotto le direttive divine (Nicolas, 1970, p. 166).

Esiste un aspetto teatrale del culto, che si rispecchia nelle cosiddette shagali, riti di possessione bori molto spettacolari, di carattere “popolare”, e che hanno una funzione più sociale che religiosa; è un’occasione di incontro festoso, dove avvengono delle possessioni che provocano una sovreccitazione generale crescente.

La pianta allucinogena alkangaudé (datura) non viene sempre usata nei diversi riti bori, e il suo coinvolgimento parrebbe essere ristretto ad alcune fasi del rito iniziatico (girka) e durante le shagali.

Il rito di iniziazione, girka, è costituito da due parti: la prima parte, chiamata fural saye (“bollitura di radice”), dura 3 giorni; la seconda parte, la girka propriamente detta, dura 7 giorni e viene praticata a una certa distanza di tempo dalla fural saye.

Nel corso della fural saye, la neofita assorbe una bevanda ricavata da una miscela di radici (simbolicamente in numero di 99), fra le quali rientra l’alkangaudé. I dosaggi di questa pianta sono bassi e gli effetti sono lievi. Non si verificano vere e proprie possessioni, e tutto il rito si svolge in un’atmosfera calma. Non è da escludere che questo rito preliminare svolga anche una funzione preventiva nei confronti dell’esposizione di un agente allucinogeno quale è la datura (tossico a dosaggi di poco superiori a quelli psicoattivi), mediante l’assunzione a basso dosaggio dell’alkangaudé. Il numero 99 può avere il significato di “molte” radici, ma potrebbe anche essere un espediente numerico per nascondere la o le radici realmente responsabili dell’effetto ricercato. Non si deve dimenticare la segretezza dell’impiego della datura nel culto Bori.

La girka propriamente detta è costituita da una prima fase che dura 3 giorni, durante la quale si scacciano le pericolose “divinità nere” (kankama), e da una seconda fase di 4 giorni, durante la quale la neofita apprenderà a possedere le più benevole “divinità bianche”.

L’alkangaudé è usato nel corso della prima fase, per indurre o facilitare la possessione delle divinità nere sulla neofita. Queste divinità sono considerate alla stregua degli stregoni e dei mangiatori di anime, causanti malattie inguaribili, e le si deve esorcizzare affinché non molestino nel futuro l’adepta. Ciascuna divinità nera viene “chiamata” con la sua specifica melodia, e appena entra nella neofita (cioè appena la neofita va in trance), viene immediatamente scacciata via con tecniche esorciste. In tal modo la neofita viene purificata e preparata a essere posseduta dalle divinità bianche. Queste non vengono cacciate via, e sembra che sia per tale motivo che non si usi la datura nelle possessioni delle divinità bianche, che in tal modo rimangono nella neofita a mo’ di “spiriti protettori”. La datura avrebbe quindi la funzione specifica di coadiuvante nell’operazione esorcistica, e si deve prestare attenzione a non interpretarla come il vero e proprio fattore esorcistico. Sono le tecniche esorcistiche, qui non meglio specificate, a fare uscire la divinità nera dal corpo, mentre la datura parrebbe svolgere il ruolo di catalizzatore di queste entità, cioè in un qualche modo le attrae e permette il loro manifestarsi. Tuttavia, dato che la datura viene usata all’inizio dei riti di possessione, non è da escludere che la pianta possa svolgere il ruolo di innescare il meccanismo della possessione, aprendo la strada non solo all’arrivo delle divinità nere ma anche di quelle bianche.

Per cacciare le divinità nere nel corso dei primi tre giorni della girka propriamente detta, la neofita deve assumere alla mattina e alla sera un liquido nero, che contiene delle medicine, fra cui l’alkangaudé, questa volta a dosaggi più significativi. La neofita viene anche lavata ogni giorno con un altro liquido nero, sempre contenente delle medicine. Ogni volta che cala o che sorge il sole, la neofita viene posseduta dalle divinità nere, le quali sono immediatamente scacciate. Richiamati dalle melodie del violinista, a una a una le divinità nere possiedono la neofita e la jakeso, che è una dignitaria del culto che si fa carico di insegnare alla neofita come riconoscere ciascuna divinità, mimandone i passi di danza. Le possessioni delle divinità nere sono parossistiche e molto violente, rafforzate dall’ingestione della datura. Monfouga-Nicolas (1976, p. 329) ne ha contate sino a 183 nel corso di una girka, esorcizzate in sei sedute, di cui se ne tenevano due per ciascuna delle tre notti.

Mentre nell’area di Maradi il Bori è un culto strettamente femminile, nella regione non molto distante di Birnin Konni il culto è misto. Durante il Ramadam islamico non avvengono riti di possessione, e le divinità bori sono considerate “attaccate” e impossibilitate a manifestarsi. Ma il giorno di chiusura del Ramadam è anche quello del “risveglio” dei bori, e del rito di “distacco delle divinità”. Anche nel Bori misto si presentano riti più profani, denominati “Bori di città”, in cui le principali protagoniste sono le “donne-libere”, cioè prostitute bohémien (karuwa), e i cui riti avvengono praticamente tutte le sere e in diversi contesti metropolitani associati al mondo del libertinaggio. In questi casi il consumo di datura, oltre che di birra e noce di cola, è più forte, e gli attacchi di possessione sono più violenti e parossistici. Il contesto e la finalità di questo “Bori di città” parrebbe essere essenzialmente ludico, e le protagoniste non sono delle iniziate al Bori – cioè non sono passate attraverso il rito della girka – e non sono delle guaritrici. Secondo un’informatrice, “le karuwa per fare il Bori prendono la datura, poiché non hanno fatto la girka” (Monfouga-Broustra, 1973, p. 206). In altre parole, sarebbe il rito iniziatico a permettere l’innesco delle possessioni, sganciandolo quindi dagli effetti della datura.

Nella società hausa odierna, l’uso della datura è attestato anche al di fuori del culto Bori (dove ufficialmente il suo uso è considerato segreto), in diversi riti pre-matrimoniali, fra confraternite di contadini, e perfino in un gioco di simulazione delle possessioni bori che fanno le fanciulle hausa. In tutti questi casi si assiste a possessioni bori mimate, simulate, “profane” (Monfouga-Broustra, 1976).

Una dignitaria bori ha affermato che da bambina aveva assunto la datura, e che altre dignitarie di sua conoscenza avevano fatto ciò, e sarebbe per questo che sono diventate delle “grandi possedute” (Monfouga-Broustra, 1976, p. 336). Si tratta di un’interessante considerazione che, insieme alla diffusione dei giochi infantili che mimano il culto bori degli adulti, fa sospettare origini e genesi dell’uso della datura esterni alla mera finalità esorcistica attribuitagli oggigiorno. Qualunque siano le sue origini, appare certo che con l’avvento dell’Islam imposto con la forza, il Bori si sia trasformato in un culto di forte resistenza a questa religione monoteistica, e di valorizzazione del mondo femminile in una società fortemente maschilista.

 

Si veda anche:

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BASTIDE ROGER, 1976, Sogno, trance e follia, Jaca Book, Milano.

ECHARD NICOLE, 1978, La pratique religieuse des femmes dans une société d’hommes: les Hausa du Niger, Revue Française de Sociologie, vol. 19(4), pp. 551-562.

ECHARD NICOLE, 1991, The Hausa Bori Possession Cult in the Ader Region of Niger: Its Origins and Present-Day Function, in: I.M. Lewis, A. Al-Safi & S. Hurreiz (Eds.), Women’s Medicine. The Zar-Bori Cult in Africa and Beyond, Edinburgh University Press, pp. 64-80.

ECHARD NICOLE, 1991, Gender Relationship and Religion: Women in the Hausa bori of Ader, Niger, in: C. Coles & B. Mack (Eds.), Hausa Women in the Twentieth Century, The University of Wisconsin Press, pp. 207-220.

ECHARD NICOLE, 1992, Cultes et possession et changement social. L’exemple du Bori Hausa de l’Ader et du Kurfey (Niger), Archives Sciences Sociales Religieuses, vol. 7, pp. 87-100.

MONFOUGA-NICOLAS BROUSTRA JACQUELINE, 1967, Les juments des dieux. Rites de possession et condition féminine en pays Hausa, Études Nigeriennes, 21, p. 139.

MONFOUGA-NICOLAS BROUSTRA JACQUELINE, 1969, Ambivalence et culte de possession. Contribution à l’étude du Bori Hausa, Thèse de Doctorat de 3° cycle, Bordeaux.

NICOLAS JACQUELINE, 1970, Culpabilité, somatisation et catharsis au sein d’un culte de possession: “le Bori Hausa”, Psychopahologie Africaine, vol. 6, pp. 147-180 [parzialmente riportato e tradotto in italiano in: V. Lanternari (cur.), 1994, Medicina. Magia, religione, valori, Liguori, Napoli, vol. 1°, pp. 299-312.]

MONFOUGA-NICOLAS BROUSTRA JACQUELINE, 1973, Approche ethnopsychiatrique du phénomène de possession. Le Bori de Konni (Niger). Étude comparative, Journal de la Société des Africanistes, vol. 43(2), p. 197-220.

MONFOUGA-NICOLAS BROUSTRA JACQUELINE, 1974, Signification de la possession en pays Hausa, Bullettin du Centre Thomas More, vol. 7, pp 3-8.

MONFOUGA-NICOLAS BROUSTRA JACQUELINE, 1976, Phénomène de possession et plante hallucinogène, Psychopathologie Africaine, vol. 12, pp. 317-348.

PASIAN MICHELA, 2010, Anthropologie du rituel de possession Bori en milieu Hawsa au Niger. Quand les génies cohabiotent avec Allah, L’Harmattan, Paris.

TREMEARNE M.A.J.N., 1968 (1914), The Ban of the Bori. Demons and Demon-Dancing in West and North Africa, London, Frank Cass & Co.

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