Allucinogeni – Studi psichiatrici e psicoterapeutici

Hallucinogens – Psychiatric and Psychotherapeutic studies

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BIBLIOGRAFIA ITALIANA COMMENTATA SU ALLUCINOGENI E CANNABIS

ITALIAN ANNOTATED BIBLIOGRAPHY ON HALLUCINOGENS AND CANNABIS

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Sono qui riuniti gli studi psichiatrici e psicoterapeutici eseguiti con LSD, mescalina e altri allucinogeni. Alcuni noti allucinogeni, quali l’LSD, l’ibogaina, la ketamina, l’ayahuasca, sono impiegati nel trattamento delle tossicodipendenze da eroina, cocaina, alcol.

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gunter ammonAMMON GUNTER & JURGEN GOTTE, 1974, I risultati dei primi studi sulla mescalina, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 17-32.
Il perno di questo lavoro è costituito dall’ampia ricerca con cui Beringer (1920-26) ha tentato di dare una spiegazione ai fenomeni psicopatologici specifici indotti dalla mescalina. Con l’esempio di due autodescrizioni e altre citazioni, questo autore ha descritto le esperienze sensoriali, gli stati affettivi e le modificazioni della coscienza conseguenti all’ingestione di mescalina. Gli autori affermano che l’importanza di questi esperimenti è tanto maggiore, in quanto i soggetti di quell’epoca erano privi di conoscenze specifiche e non si aspettavano un determinato effetto, come invece avviene oggigiorno. Un raffronto tra i fenomeni indotti dalla mescalina e quelli che si osservano nei pazienti con reazioni schizofreniche indica che tali fenomeni non sono uguali.

AMMON GUNTER & PAUL G.R. PATTERSON, 1974, Peyote: due diverse esperienze dell’Io, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 33-48.
Gli autori riferiscono su di una comune esperienza fatta con il peyote nel corso di una cerimonia della Native American Church, alla quale erano stati invitati, in qualità di membri della Menninger Foundation. Essi danno una breve descrizione dell’ambiente e delle singole fasi della cerimonia. Il primo dei due autori descrive la sua esperienza come un’associazione tra uno stato quasi onirico e uno stato d’umore felice e introspettivo. Egli nota anche una dilatazione della percezione, che considera come indicatore di potenzialità dell’Io. Il secondo, invece, perdette il controllo dell’Io e sperimentò una scissione tra corpo e coscienza. I due autori nominano cinque fattori che determinano il modo di vivere l’esperienza degli allucinogeni: 1) l’ambiente fisico; 2) la dinamica di gruppo della situazione; 3) il dosaggio della droga; 4) il curriculum; 5) l’atteggiamento personale precedente la situazione. Essendo i primi tre fattori identici per entrambi, la diversità delle loro esperienze andrebbe attribuita agli ultimi due.

AMMON GUNTER, MOHAMED SAID EL-SAFTI, HANS-JOACHIM HAMISTER & DIETRICH VON KRIES, 1974, Droghe: allargamento o distruzione della coscienza?, Psichiatria Dinamica, vol. 1,  pp. 7-15.
Gli autori rilevano come gli effetti delle droghe allucinogene dipendano dalla disposizione psichica e dalla situazione sociale del consumatore, rifacendosi in proposito all’organizzazione rituale del consumo di droghe nella maggior parte delle civiltà conosciute. Le droghe possono acquistare la qualità di allargare la sfera cosciente, là dove siano consumate da soggetti con costituzione psichica stabile e sicura situazione sociale; in tal senso possono essere usate con successo nel trattamento psicoterapeutico e costituiscono un importante strumento per lo studio dei vari stati dell’Io, in particolare delle prestazioni creative della coscienza. Le droghe allucinogene possono esplicare invece effetti distruttivi sulla sfera cosciente, là dove scoprano una personalità prepsicotica, o dove servano a soggetti con struttura labile e non sviluppata dell’Io come meccanismo d’evasione e di difesa da conflitti insoluti ed inconsci.

ANDREOLI VITTORINO, A. MANGONI & G. MARTINI, 1970, Considerazioni sui rapporti tra psicosi sperimentali e psicosi endogene, Rivista Sperimentale Freniatria, vol. 94, pp. 887.
Gli autori, dopo aver analizzato l’insieme dei disturbi psichici determinati dalla somministrazione di sostanze ‘psicotomimetiche’ (LSD, psilocibina, ecc.) in paragone alla sintomatologia clinica delle forme schizofreniche, sostengono che sul piano clinico non vi sono sufficienti elementi per sostenere il concetto di psicosi sperimentali, nel senso di una sovrapposizione di queste psicosi col quadro sintomatologico delle psicosi schizofreniche, e che quindi deve essere usata la massima prudenza nell’attribuire un valore eziopatogenetico ai vari agenti chimici che mimetizzano un quadro psicotico.

ATTISANI N. et al., 1961, Modificazioni della struttura dello spazio indotte dalla dietilamide dell’acido lisergico (LSD 25): Baum test e test miocinetico di Mira y Lopez, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 74, p. 485.
Gli autori, degli Ospedali Psichiatrici di Torino, somministrano a 8 psicotici e 3 soggetti normali 1mcg/kg di LSD per endovena, e li sottopongono prima e durante il plateau lisergico al test del disegno dell’albero (Baum test) e a quello miocinetico di Mira y Lopez. Ne viene dedotto una generica alterazione della struttura dello spazio nel corso dell’esperienza con LSD.

BALESTRIERI A. & D. FONTANARI, 1956-57, Prime esperienze con LSD 25 nell’epilessia “psicomotoria”, Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, vol. 115, pp. 23-27.
BALESTRIERI A. & D. FONTANARI, 1957, LSD 25 ed epilessia psicomotoria, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 81, pp. 504-505.
BALESTRIERI A. & D. FONTANARI, 1957, Psicopatologia della crisi epilettica e LSD 25, Rassegna di Neurologia Vegetativa, vol. 12, pp. 293-307.
Presso la Clinica delle Malattie Nervosi e Mentali dell’Università di Padova a otto epilettici vengono somministrati oralmente 100-200 mcg di LSD, e ne viene dedotto che nel corso del plateau lisergico l’epilettico rivive perlopiù le esperienze che costituiscono le sue auree.

BELSANTI RODOLFO, 1952, Modificazioni neuro-psico-biochimiche indotte dalla dietilamide dell’acido lisergico in schizofrenici e frenastenici, Acta Neurologica, vol. 7, pp. 340-349.
Questo psichiatra dell’Ospedale Psichiatrico di Lecce somministrò oralmente 80-480 mcg di LSD a 14 schizofrenici e 2 oligofrenici, concludendo che l’LSD ha un’azione specifica schizofrenica, che aumenta gli effetti schizofrenici e che ne produce dei nuovi negli oligofrenici.

BELSANTI RODOLFO, 1955, Nuove ricerche in psichiatria sperimentale con la dietilamide dell’acido lisergico, Acta Neurologica, vol. 10, pp. 460-466.
L’autore, dell’Ospedale Psichiatrico di Lecce, somministrò oralmente 100 mcg di l’LSD a tre schizofrenici ebefrenici, per due volte a distanza di tre giorni, e osservando “una maggiore aderenza all’ambiente esterno, un più facile contatto con il personale ospedaliero, una maggiore facilità del linguaggio”; miglioramenti che osservò anche in alcuni nevrotici e che resero possibile un tentativo di trattamento psicoterapeutico. Si tratta dei primi tentativi italiani di approccio psicoterapeutico con gli psichedelici.

BENASSI P., 1958, Esperienze cliniche sulle attività farmacodinamiche di un antimetabolita della serotonina: il B.A.S., Rivista Sperimentale di Freniatria, volo. 82, pp. 330-373.
Presso l’Istituto Neuropsichiatrico di Reggio Emilia l’autore sviluppa una serie di studi clinici somministrando il BAS (1-benzil-2,5-dimetil-serotonina) a 26 pazienti psichiatrici in dosaggi di 75-250 mg e con somministrazioni quotidiane per 7-30 giorni. Si è osservato una generale attività sedativa del BAS, con una riduzione dei sintomi ansiosi e dei disturbi schizofrenici. In 10 pazienti viene studiata l’interazione fra BAS ed LSD, e viene osservata un’attività antagonista della prima nei confronti della seconda sostanza.

BLUMIR GUIDO, 1974, Droga e follia. Documenti sui malati-cavia negli ospedali psichiatrici italiani, Roma, Tattilo, 216 pp.
Nel giugno del 1973, alcuni collaboratori del centro di controinformazione ‘Stampa Alternativa’, in sede al Convegno Libertà e Droga, denunciarono l’uso sconsiderato che alcuni medici della Clinica per le Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Torino avevano fatto dell’LSD, somministrandolo a malati schizofrenici dei loro reparti. La stampa colse prontamente l’occasione per montare uno scandalo di larga eco, che sfociò in un’isterica polemica e in una condanna del mondo ‘civile’ nei confronti di questo tipo di esperimenti, nei quali dei malati sono utilizzati come cavie. Blumir espose una puntigliosa descrizione di questo scandalo, mantenendosi dalla parte degli accusatori. I malati non erano informati dell’assunzione dell’allucinogeno e erano minacciati con gli elettrodi dell’elettroshock per obbligarli a disegnare o a rispondere alle domande dei loro medici.

BONFANTE B., GUSTAVO GAMNA & E. VILLATA, 1956, Prime esperienze con un nuovo sedativo: LAE 32 (etilamide dell’acido lisergico), Lavoro Neuropsichiatrico, vol. 19, pp. 191-192.
Si tratta della prima esperienza clinica italiana svolta con l’LSA (LAE 32, amide dell’acido lisergico), condotta su 10 schizofreniche e altre psicotiche dell’Ospedale Psichiatrico di Torino. Il LAE è somministrato per via sottocutanea in dosaggi di 0,g mg. Fu riscontrata un’azione sedativa ritenuta utile per calmare le schizofreniche e le maniache. Fu anche osservato come i disturbi neurovegetativi (nausea, vomito, cardiopalmo) fossero troppo forti nelle pazienti non schizofreniche, mentre nelle schizofreniche erano trascurabili o totalmente assenti. Nella breve e frettolosa nota gli psichiatri affermarono di aver somministrato l’LSA “ogni giorno”.

BONINO D. & GUSTAVO GAMNA, 1964, Studio comparativo degli effetti della LSD 25 e della psilocibina in un gruppo di psicosi schizofreniche, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 77, pp. 126-138.
BONINO D. & G. GAMNA, 1964, Studio degli effetti della somministrazione combinata della dietilamide dell’acido d lisergico e della psilocibina in un gruppo di malate mentali, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 77, pp. 327-334.
Presso gli Ospedali Psichiatrici di Torino su 14 malate mentali, quasi tutte donne schizofreniche, fu sperimentata la combinazione di LSD (100 mcg) con psilocibina (6 mg) somministrati per via endovenosa uno dopo l’altro. La maggior parte delle pazienti provò sensazioni spiacevoli di ansia, angoscia, terrore, e appare un po’ misera la conclusione che “l’effetto dei due farmaci pare essersi sinergicamente sovrapposto, inizialmente con una prevalenza degli effetti della psilocibina in quanto questa ha azione più rapida”.

BUSCAINO GIUSEPPE, 1951, Psichiatria sperimentale, Acta Neurologica, vol. 6, pp. 507-511.
Ripubblicazione di un articolo originalmente pubblicato nel 1949 nella rivista italiana Gazzetta Sanitaria (n. 11). Si tratta del primo scritto italiano sull’LSD, dove vengono presentate le ricerche svizzere con questa sostanza.

CALLIERI BRUNO & M. RAVETTA, 1955, Effetti della dietilamide dell’acido lisergico sulla sintomatologia psichica di schizofrenici, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 44, pp. 39-88.
Questi due psichiatri della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma svolgono una prima serie di studi clinici su somministrando 100 mcg di LSD in endovena a 14 schizofrenici. Concludono che l’LSD produce effetti psicotomimetici solamente negli schizofrenici e negli altri psicotici, ma non nelle persone normali.

CALLIERI BRUNO & M. RAVETTA, 1956, Contributo allo studio psicopatologico degli effetti della monoetilamide dell’acido lisergico, Archivio di Psicologia Neurologia e Psichiatria, vol. 17, pp. 43-79.
Gli autori, della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma, somministrano l’LSA (LAE-32) a 21 pazienti, fra cui 15 schizofrenici e 3 epilettici. I risultati sono apparsi confusi e poco significativi dal punto di vista terapeutico, ma sufficienti per permettere di distinguere gli effetti del LSA da quelli dell’LSD. L’LSA appare caratterizzato da una forte azione sedativa, e pur tuttavia agirebbe sugli schizofrenici in maniera maggiormente psicotica che l’LSD.

CALLIERI BRUNO & M. RAVETTA, 1957, Esperienze psicopatologiche sull’azione combinata della mono e della dietilamide dell’acido lisergico (LAE-32, LSD-25), Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 81, pp. 267-313.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Padova viene studiata l’interazione fra LSA (LAE-32) in 13 schizofrenici, a cui viene somministrato 100 mcg di LSD in endovena, e una volta raggiunto il plateau degli effetti, 0,5 mg di LAE in intramuscolo. In un caso viene somministrato l’LSA per endovena, trattandosi del primo caso al mondo di questa modalità di somministrazione del LAE. Viene osservata per l’LSD una componente maggiormente allucinatoria e per l’LSA una componente maggiormente sedativa. Inoltre, non viene osservata alcuna azione antagonista del LAE nei confronti dell’LSD.

CALLIERI BRUNO & M. RAVETTA, 1957, Contributo allo studio degli effetti psicopatologici antagonisti tra monoetilamide dell’acido lisergico (LAE-32) e metilfenilisopropilamin (Pervitin), Rassegna di Neuropsichiatria, vol. 11, pp. 198-216.
Alla Clinica delle Malattie Nervosi e Mentali dell’Università di Roma viene studiato su 21 schizofrenici, quasi tutti giovani e ai primi episodi psicotici, l’effetto antagonista sul piano psicopatologico fra LSA (LAE-32), somministrato in endovena (0,5 mg) e Pervitin (30 mg endovena). I risultati non permettono di individuare tale azione antagonista.

CANALI STEFANO, 2002, Terapie psichedeliche, Medicina delle Tossicodipendenze, vol. 36-37, pp. 33-42.
Interessante excursus storico-scientifico sull’uso degli psichedelici come coadiuvanti delle terapie psicoterapiche, dalla terapia psicolitica a quella ipnodelica, con particolare riferimento all’LSD.

CAZZAMALLI FERDINANDO, 1931, Il Peyotl, la pianta allucinante, Rassegna Clinico-Sciantifica, vol. 9, p. 130.
Articoletto in risposta a quello di Lorenzini (1930, questa sezione), che aveva indotto una certa curiosistà nell’ambiente medico del periodo fascista riguardo al peyote, e che contribuì all’impulso di ricerche degli anni ’30 e ’40 svolte da diverse equipe italine. Cazzamalli aggiunge alcune descrizioni degli effetti provati da egli medesimo e alcuni suoi colleghi nel corso di alcune autosperimentazioni.

CERLETTI AURELIO, 1972, Gli psicodislettici. Realtà farmacologica nei confronti della fantasia, in: AA.VV., Aggiornamenti in psichiatria, Il Pensiero Scientifico, Roma, pp. 18-32.
Una breve rassegna sugli “psicodislettici” (una impropria nomenclatura d’origine francese data agli psichedelici) da parte di un medico che diresse la casa farmaceutica svizzera Sandoz e che sviluppò un’ampia serie di studi farmacologici sugli psichedelici e altre sostanze psicoattive, scritta in un tempo in cui la ricerca scientifica già soffriva della conflittualità sociale dovuta all’impiego non clinico degli psichedelici, che Cerletti condanna in maniera intransigente: “mi meraviglio sempre della straordinatia fantasia nelle storielle scritte su questo tipo di sostanze: ad esempio per l’idea, gravemente erronea, di un suo effetto positivo e stimolante sulla creatività artistica” (p. 29).

CERONI LUIGI, 1932, L’intossicazione mescalinica (Autoesperienze), Rivista Sperimentale Freniatria, vol. 56, pp. 42-104.
L’autore, medico dell’Ospedale Psichiatrico di Como, riporta i risultati di cinque esperienze personali indotte dall’assunzione di cloridrato di mescalina. Nelle prime tre, con diverse iniezioni distribuite nel giro di alcune ore, egli assume rispettivamente 770, 230 e 330 mg di mescalina, mentre nelle ultime due esperienze l’alcaloide è assunto oralmente, in quantità di 660 e di 480 mg. Dal resoconto di queste autosperimentazioni, se ne deduce che l’autore non ha vissuto esperienze ‘illuminanti’. D’altronde, è sufficiente osservare il setting predisposto dallo sperimentatore, per comprendere ch’egli non era preparato per questo tipo di esperienze’. L’autore assume la mescalina nel suo ambiente quotidiano di lavoro: si inietta l’alcaloide nel suo studio, pretende di correggere bozze di stampa, di fare giri di routine ai suoi reparti, incontrando infermieri e malati, di uscire dalla Clinica per recarsi a pranzare, ecc. Ben lontane dalle esperienze ‘folgoranti’ di Huxley, Watts e altri sperimentatori mescalinici, le osservazioni di Ceroni sono focalizzate essenzialmente sulle difficoltà ch’egli incontra nello svolgere le funzioni della routine quotidiana, accusando “dissociazione della personalità, tendenza all’automatismo, impulsi verbali, il cui insieme presenta non scarsi punti di contatto con la sintomatologia schizofrenica”. A riprova dell’inadatta preparazione dell’autore, egli conclude che la mescalina “restringe progressivamente e rapidamente il campo della coscienza”. Questo voluminoso resoconto possiede tuttavia un valore storico, in quanto raro documento scientifico di autosperimentazioni italiane eseguite con gli allucinogeni a quell’epoca.

COOPER D., Il test dell’acido, in D. Cooper, Grammatica del vivere, Milano, Feltrinelli, pp. 36-44.

CUCCHI ALDO, 1939, Azione della mescalina sul profilo psicologico, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 63, pp. 393-408.
Cucchi, medico legale, fa parte del gruppo di ricercatori medici e psichiatri italiani del periodo fascista che svolse ricerche sulla mescalina. In questo articolo Cucchi valuta la possibilità di utilizzare la mescalina nel campo giudiziario, per indurre la confessione negli accusati. Somministra dosi da 300 mg di solfato di mescalina a 6 individui sani, fra cui il medesimo autore. In quattro di essi registra euforia, aumento della memoria immediata, della capacità integrativa e diminuzione dell’attenzione: in uno depressione e rallentamento psichico, in un altro depersonalizzazione. L’autore conclude con una disapprovazione dell’uso giudiziario della mescalina: “A parte ogni considerazione di ordine scientifico e morale, ma restando nel solo campo giuridico, noi latini, eredi del pensiero di Cesare Beccaria, ci rifiutiamo di carpire, con l’inganno chimico, un’eventuale confessione, che dev’esssere invece un atto di libera volontà dell’imputato”.

D’ARIENZO ADRIANA E GIORGIO SAMORINI, 2019, Terapie psichedeliche. Dal paradigma psicotomimetico all’approccio neurofenomenologico, vol. 1. Aspetti generali e storici, Shake Edizioni, Milano, 334 pp.
D’ARIENZO ADRIANA E GIORGIO SAMORINI, 2019, Terapie psichedeliche. Dal paradigma psicotomimetico all’approccio neurofenomenologico, vol. 2. Gli studi moderni, Shake Edizioni, Milano, 348 pp.
Quest’opera scritta in due volumi è il più esteso testo che sia mai stato scritto sulle terapie psichedeliche. Nel primo volume vengono esposti i presupposti teorici e la storia di queste terapie, mantenendo uno sguardo mondiale e con un’originale sistematizzazione concettuale e terminologica. Prima che gli psichedelici venissero bannati dalla ricerca scientifica, alla fine degli anni ’60, anche in Italia fu intrapresa una cospicua serie di studi clinici, inizialmente con la mescalina e in seguito con l’LSD e la psilocibina; un pezzo di storia della medicina italiana totalmente dimenticata, che gli autori hanno pazientemente recuperato fra biblioteche e polverosi scantinati di ospedali psichiatrici (a quei tempi chiamati “manicomi”), e che per la prima volta viene qui riportata alla luce.
Nel secondo volume, oltre a un’approfondita e aggiornata esposizione delle nuove indicazioni terapeutiche, vengono estesamente descritti i meccanismi d’azione degli psichedelici, avvalendosi delle moderne metodologie della neurofenomenologia e delle neuroscienze cognitive. Ampio spazio viene dato all’ayahuasca – la bevanda visionaria amazzonica che si è recentemente diffusa in tutto il mondo occidentale –, ai suoi meccanismi d’azione farmacologica e alle sue plurime proprietà terapeutiche, che vanno dal trattamento del cocainismo e altre dipendenze alla sua efficacia nel Parkinsonismo e altre patologie neurodegenerative, dal trattamento di diversi tipi di cancro ai disturbi dell’alimentazione e come antidiabetico; proprietà terapeutiche che, al di là dell’enfasi e della mitologia che ha promosso fenomeni di pellegrinaggi e cerimonie di cura, vengono sempre più confermate dalla ricerca scientifica. L’ultimo capitolo è dedicato all’impiego degli psichedelici per alleviare l’ansia e la depressione nei malati terminali; un approccio tanatodelicoalla morte recentemente rivalutato nella clinica oncologica, e di cui vengono qui proposte innovative idee che giungono a toccare l’argomento dell’eutanasia.

DE GIACOMO UMBERTO, 1950, Nuovi sviluppi della psichiatria sperimentale, Bollettino della Società di Medicina e Chirurgia del Salento, vol. 5, pp. 27-31.
Direttore dell’Ospedale Psichiatrico Interprovinciale Salentino di Lecce, De Giacomo offre una prima corta comunicazione dei primi studi italiani con l’LSD, iniziati nel 1949 presso il suo ospedale. Egli somministrò oralmente l’LSD con dosi di 30-500 mcg a 12 schizofrenici, cercando e ritrovando unicamente i sintomi psicotici, seguendo il paradigma psicotomimetico degli psichedelici in voga in quegli anni negli ambienti psichiatrici.

DEL GADO PERDO L. & FRANCISCO A. MORENO, 1999, Allucinogeni, serotonina e disturbo ossessivo compulsivo, Medicina delle Tossicodipendenze, vol. 22-23, pp. 32-36.
Il disturbo ossessivo compulsivo è una delle poche condizioni in cui la chirurgia cerebrale continua ad essere utilizzata; l’uso controllato di allucinogeni potrebbe sostituire questo intervento altamente invasivo.

FAVILLI MARIO & HANS HEYMANN, 1937, Su alcune modificazioni psichiche da intossicazione mescalinica, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 36, pp. 191-212.
Gli AA., che hanno compiuto numerose ricerche sull’ebbrezza mescalinica, in questo lavoro si sono posti il problema se le modificazioni psichiche insorgenti durante l’ebbrezza stessa possano valere come rivelatrici della personalità. Dopo aver riferito il punto di vista di altri sperimentatori, gli AA. espongono la serie particolare di tre prove compiute su di uno stesso soggetto, prove che sono state fatte partendo dal punto-base che gli AA. già avevano una parziale conoscenza della personalità del soggetto in questione, e con lo scopo di collaudare tale conoscenza per mezzo della soglia differenziale offerta appunto dall’ebbrezza mescalinica. Descritti nei loro minuti particolari i decorsi delle tre ebbrezze, gli AA. passano alla discussione dei risultati raggiunti; rilevano che dalle tre esperienze emerge, in grado maggiore o minore, l’esistenza di cinque nuclei fondamentali della personalità del soggetto; confrontano tale risultato con il quadro della personalità in esame allo stato normale; e concludono mostrando come, se non si può asserire che l’intossicazione mescalinica costituisca di per se sola un mezzo rivelatore della personalità, tuttavia il suo impiego, sorretto dal criterio della comparazione e della discriminazione, può offrire un ausilio assai utile nell’esame mentale tanto del nevrotico quanto dell’individuo normale.

FAVILLI MARIO, 1937, La percezione del tempo nell’ebbrezza mescalinica, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 36, pp. 455-462.
Questo psichiatradi Firenze intraprende una serie di esperienze con mescalina in 7 soggetti sani, con lo scopo di valutare le modifiche della percezione del tempo, senza riportare i dosaggi impiegati. Favilli discute il fenomeno della dilatazione del tempo causato dall’effetto della mescalina: “Se si invita il soggetto mescalinizzato a considerare la durata di un elemento singolo di ciò che è stato allora vissuto – un periodo di euforia, una passeggiata, ecc. – egli ha l’impressione che uno qualunque degli avvenimenti vissuti sia durato moltissimo (“un’eternità” rispondono di solito i soggetti); se si invita il soggetto a determinare nel loro complesso di durata di questi avvenimenti riferendosi a un avvenimento dato, si ha la valutazione inversa: la durata è sempre giudicata molto più breve del reale”.

FEINBERG IRWIN, 1965, Raffronto tra le allucinazioni visive nella schizofrenia e quelle prodotte dalla mescalina e dall’LSD-25, in: Louis J. West (Ed.), Allucinazioni, Editrice Internazionale ‘Arti e Scienze’, Roma pp.87-104.
Il testo in cui è inserito questo articolo è la traduzione italiana degli Atti di un Simposio, promosso dall’Associazione Americana di Psichiatria, tenutosi nel Dicembre del 1958 a Washington e pubblicati originalmente dalla casa editrice Grune & Stratton di New York/Londra. L’intero testo rappresenta un raro (in Italia) documento sugli esperimenti e sulle teorie neurofisiologiche che cercano di spiegare il fenomeno delle allucinazioni visive, uditive, ecc., sia quelle di origine patologica, che quelle indotte mediante tecniche di privazione e di isolamento sensoriale. Nell’articolo di Feinberg sono riportati i risultati di un’indagine condotta sulla letteratura e mediante questionari, fatti compilare da 19 malati schizofrenici soggetti ad allucinazioni visive. L’autore, come conclusione, pone in risalto la differenza sostanziale che sussisterebbe fra le allucinazioni visive degli schizofrenici e quelle indotte con la mescalina e con l’LSD nei soggetti normali.

GAGLIASSO ELENA, CLELIA BIETTI, NICOLA LALLI & ALBERTO OLIVERIO (Cur.), 1976, Psicofarmacologia alternativa. Un punto interrogativo della scienza di fronte agli stati psichedelici e di coscienza alterata, Roma, Bulzoni, 106 pp.
In questo libro sono riportati e posti a confronto due scritti: uno dell’etnologo messicano Fernando Benitez (Un viaggio rivelatore, pp. 19-34), che espone un’esperienza personale indotta da funghi allucinogeni (psilocibinici); l’altro dello psicologo Robert E. Mogar (Alienazione e psicofarmaci, pp. 35-44), che imposta un discorso critico per una psicofarmacologia alternativa. I due testi sono stati distribuiti dai curatori del libro a un campionario eterogeneo di studenti universitari romani di diverse facoltà, sottoposti in seguito a dei colloqui, di cui una selezione di stralci è riportata nel testo. Ciò che rende prezioso il libro di Gagliasso e coll. – accanto ai testi di Benitez e di Mogar – è la versione italiana del noto lavoro di Roland Fischer, A cartography of the ecstatic and meditative states, pubblicato originalmente in Science (vol. 174, pp. 897-904, 1971), riportata al termine del libro (Una cartografia degli stati estatici e meditativi, pp. 79-105). Purtroppo, la versione italiana di questo importante scritto sulla cartografia di Fischer non è integrale, essendo priva della cospicua serie di commenti e di note poste al termine del lavoro originale.

GAMNA GUSTAVO et al., 1962, Contributo clinico, elettroencefalografico e biologico allo studio della psilocibina, Sistema Nervoso, vol. 14, pp. 389-408.
Gli Autori, degli Ospedali Psichiatrici di Torino, somministrano a 5 schizofreniche e altre 5 psicotiche affettive depressive 2-8 mg di psilocibina per os per 10 giorni consecutivi, e a un soggetto normale e altre 10 pazienti mentali per endovena 3-9 mg della medesima sostanza con somministrazione singola. Vengono effettuate varie misurazioni fisiologiche, e dal punto di vista psicologico viene dedotto un particolare valore psicodiagnostico della psilocibina.

GAMNA GUSTAVO & E. PASCAL, 1962, Modificazioni di comportamento delle processionarie del pino per effetto di sieri e di urine di malati mentali, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 75, pp. 226-228.
Gli Autori, degli Ospedali Psichiatrici di Torino, avevano in precedenza sviluppato una ricerca iniettando ai bruchi noti come processionarie del pino dell’LSD, mentre ad altri bruchi avevano iniettano acqua distillata come controllo. In questo secondo studio hanno iniettato ai bruchi sieri e urine di schizofrenici, osservando il medesimo disordine riscontrato con l’LSD, con i bruchi che non rispettano la tipica fila indiana per un periodo di 4-8 ore. Osservando che l’urina bollita non induce questo “disrodine”, gli Autori deducono che la schizotossina degli schizofrenici è termolabile.

GAMNA GUSTAVO et al., 1963, Modificazioni indotte dall’azione della dietilamide dell’acido d-lisergico sul test miocinetico di Mira y Lopez, sul Baum test di Koch, sul test dei “tre punti a caso”, sulla scrittura e sul Color Naming in soggetti sani e malati di mente, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 76, pp. 473-492.
Presso gli Ospedali Psichiatrici di Torino studiano su 2 soggetti mormali e 8 pazienti (schizofrenici, personalità psicopatiche, psicosi affettive) l’effetto dell’LSD su alcuni test valutativi. I risultati portano gli Autori – in pieno paradigma psicotomimetico – a ritenere che l’LSD produce stati più o meno profondi di disorganizzazione del campo della coscienza, evidenziando alterazioni della struttura spaziale e un difetto dell’efficenza mentale.

GAMNA GUSTAVO, 1964, Modificazioni dei disegni di schizofrenici per effetto della dietilamide dell’acido d-lisergico e della psilocibinaAnnali di Neurologia e Psichiatria, vol. 58, pp. 177-183.
Questo psichiatra torinese fa il punto della situazione dei suoi studi con il test del disegno dell’albero (Baum-test) e altri test grafici svolti su pazienti schizofrenici in seguito a somministrazione di LSD e psilocibina. L’Autore conclude che queste sostanze “non stimolano ad una creatività originale”, e che “i fantasmi che queste sostanze possono produrre (..) sono vani e vuoti, ombre fuggervoli di un sogno; da essi non possono nascere opere creative”.

GAMNA GUSTAVO et al., 1965, Studio delle modificazioni biologiche, elettroencefalografiche e psicopatologiche indotte dalla dietilamide dell’acido lisergico in alcoolisti cronici, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 78, pp. 487-489.
Presso gli Ospedali Psichiatrici di Torinol’Autoresomministra LSD a 6 alcolisti cronici, in dosaggi e modalità di somministrazione non specificati. L’unico interesse nello studio è quello di esaminare i valori biologici (glicemia, colesterinemia, globuline, ecc.) ed elettroencefalografici, e appare superficiale in quanto non discussa la constatazione che quasi tutti gli alcolisti considerarono l’effetto lisergico simile all’ebbrezza alcolica.

GARELLI F.F., B. CALLIERI & A. CASTELLANI, 1964, Contributo allo studio psicopatologico degli effetti della psilocibina, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 77, pp. 158-190.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma gli Autori somministrarono la psilocibina a 15 pazienti, per lo più schizofrenici, riscontrando una sua bassa utilità terapeutiche. Secondo questi Autori la psilocibina “non supera la barriera dell’esogeno, non è cioè un farmaco schizogeno e non consente quindi facili illazioni etiopatologiche (..); la sindrome da psilocibina è essenzialmente ‘dispercettiva’ e ‘perplessizzante’. Si tratta di deduzioni limitate dai limiti stessi della sperimentazione, svolta unicamente su schizofrenici cronici, e della relativa osservazione; un limite intuito dai medesimi psichiatri, soggiacente alla constatazione che “abbiamo avuto l’impressione che spesso quel che i malati provano senza raccontare è più importante di quello che raccontano”.

GASTALDI G. et al., 1958, In tema di psicosi modello. Osservazioni chimiche, sperimentali e cliniche sull’adrenocromo, Rivista di Patologia Nervosa e Mentale, vol. 65, pp. 225-236.
Parrebbe trattarsi dell’unico studio italiano sull’adenocromo, svolto presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Milano. Gli Autori hanno sviluppato ricerche su animali di laboratorio, e in seguito hanno somministrato l’adenocromo a 7 pazienti mentali (psiconevrotici, schizofrenici, depressi, alcolisti). Non hanno osservato modifiche fisiologiche e psicologiche apprezzabili, evitando tuttavia di giungere a conclusioni certe sulla mancata psicoattività di questa sostanza.

GENTILI C. & F. TIBERI, 1966, Rilievi clinico-sperimentali sull’azione neuro-psico-dislettica della N-N-dietiltriptamina, in: G. Maccagnani (cur.), Psicopatologia dell’espressione, Atti del 2° Colloquio Internazionale sull’Espressione Plastica, Bologna, 3-5 maggio 1963, Galeati, Imola, pp. 64-76.
Unica esperienza italiana su soggetti normali in condizioni cliniche controllate del DET, una triptamina allucinogena, che fu somministrata per intramuscolo in dosaggio di 50 mg (0,8 mg/kg) a 5 persone. Le esperienze non furono interessanti, diversi soggetti provano stati d’ansia, insofferenza e nervosismo (“ho provato allora irritazione ed ostilità verso i presenti ed ho avuto spunti di aggressività verbale”). Del resto il setting non era appropriato, dato che si trattava di una stanza ambulatoriale “ben illuminata”. Un’esperimento tutto sommato insulso, che denota la generale incomprensione e impreparazione del personale medico.

GIBERTI FRANCO & L. GREGORETTI, 1955, Considerazioni sulle possibili applicazioni farmacopsichiatriche della LSD 25, Accademia Medica, vol. 70, pp. 204-212.
Questi psichiatri che operavano presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Genova danno una descrizione preliminare degli esperimenti che stanno conducendo con dosi orali di 40-200 mcg di l’LSD su 22 pazienti mentali, soprattutto nevrotici, deducendone un valore psico-diagnostico e psicoterapeutico dell’esperienza lisergica. Osservano una rievocazione mnemonica di tipo abreattiva nel 50% dei pazienti.

GIBERTI FRANCO & L. GREGORETTI, 1955, Prime esperienze di antagonismo psicofarmacologico. Psicosi sperimentali da LSD e trattamento con cloropromazina e reserpina, Sistema Nervoso, vol. 7, pp. 301-310.
Questi psichiatri dell’Università di Genova somministrano oralmente 60-150 mcg di LSD a 15 pazienti (psiconevrotici e psicotici), trattati subito dopo o per alcuni giorni prima con clorpromazina o reserpina, con lo scopo di valutare l’effetto antipsicotico di questi ultimi due farmaci.

GIBERTI FRANCO, L. GREGORETTI & G. BOERI, 1956, L’impiego della dietilamide dell’acido lisergico nelle psiconevrosi, Sistema Nervoso, vol. 8, pp. 191-208.
Gli autori, della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Genova, sperimentano l’LSD su 35 pazienti nevrotici, con dosaggi fra i 30 e i 150 mcg, somministrati per os. Viene osservato un miglioramento nel 50% dei pazienti, e i migliori risultati si riscontrano nelle forme ossessive. Viene suggerita un’utilità psicoterapeutica dei seguenti effetti dell’LSD: effetto depersonalizzante-derealizzante, effetto catartico ed effetto “shock”.

GIBERTI FRANCO & G. BOERI, 1957, Studio farmacopsichiatrico di un caso di nevrosi fobico-ansiosa, Sistema Nervoso, vol. 9, pp. 145-160.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Genova una donna di 49 anni afflitta da una pesante sintomatologia nevrotica viene sottoposta a una serie di 6 sedute psicoterapeutiche con LSD (70-150 mcg, orali). La paziente acquisisce una progressiva consapevolezza dei suoi conflitti psicologici – un processo che viene descritto con una certa accuratezza di dettagli – sino a raggiungere la completa risoluzione della sindrome nevrotica.

GIBERTI FRANCO & L. GREGORETTI, 1957, Studio farmacopsichiatrico di un caso di psiconevrosi ossessiva. Contributo alla conoscenza degli stati ossessivi mediante l’impiego di farmaci psicomimetici: anfetamina, LSD 25, LAE 32, Sistema Nervoso, vol. 9, pp. 275-288.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Genova un uomo sofferente di una cronica psiconevrosi ossessiva viene sottoposto a un ciclo di weckanalisi con metedrina, senza successo. In seguito viene sottoposto a un ciclo di 5 sedute psicoterapeutiche con LSD e successivamente a 3 sedute con LSA, seguite da altre 2 sedute con LSD. Gli effetti più utili si presentano con l’LSD, mediante il quale avviene una forma di “polverizzazione” dei comportamenti ossessivi. Nonostante i miglioramenti ottenuti, la terapia lisergica viene interrotta a causa del rifiuto del paziente a continuarla.

GIBERTI FRANCO, L. GREGORETTI & S. SORIANI, 1958, Aspetti psicopatologici e rilievi clinici nello studio farmacopsichiatrico delle sindromi ossessive e fobiche. Ricerche con i derivati dell’acido lisergico LSD 25 e LAE 32, Note e Riviste di Psichiatria, vol. 51, pp. 485-507.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Genova gli Autori somministrano a 15 pazienti ossessivi e fobici 100 mcg di LSD (oralmente) per 2-8 volte a distanza di una settimana e 0,5 mg di LSA (LAE 32) in intramuscolo. Viene osservata una differenza di reazione all’esperienza lisergica: nei fobico-ansiosi l’esperienza veniva vissuta con profonda immedesimazione e intensa partecipazione, “vissuta come qualcosa di molto importante, integrata nel complesso della dinamica affettiva individuale”; mentre negli ossessivi “l’esperienza si è presentata più povera e frammentaria, più frequenti e marcati gli atteggiamenti introversivi e di ritiro dal mondo”. Gli Autori deducono una notevole utilità di queste sostanze lisergiche per la comprensione della struttura caratteriale e dei quadri morbosi dei pazienti.

GIBERTI FRANCO & L. GREGORETTI, 1958, Studio comparativo degli effetti psicopatologici della monoetilamide dell’acido lisergico (LAE 32) e della dietilamide dell’acido lisergico (LSD 25) in soggetti neurotici, Sistema Nervoso, vol. 10, pp. 97-110.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Genova gli Autori osservano gli effetti della somministrazione via intramuscolo di 0,5 mg di LSA (LAE 32) su 16 pazienti nevrotici affetti da ossessioni fobiche, disturbi di conversione, nevrastenie, ansie depressive, paragonandoli a quelli indotti nei medesimi pazienti dalla somministrazione orale di 100 mcg di LSD. Con l’LSA l’effetto psicoattivo è apparso più uniforme e con maggiori effetti somatici rispetto all’LSD. Nel 50% dei soggetti fu osservato un netto miglioramento, sino alla scomparsa dei sintomi nevrotici.

GIBERTI FRANCO & L. GREGORETTI, 1959, Contributo alla conoscenza dell’isterismo mediante l’impiego di farmaci psicomimetici, Archivio di Psicologia Neurologia e Psichiatria, vol. 20, pp. 171-191.
Gli Autori, della Clinica delle Malattie Nervosi e Mentali dell’Università di Genova, somministrano a 12 pazienti allora catalogati come “isterici”, cioè che presentavano i sintomi somatici dell’isterismo di conversione (“crisi” funzionali, paralisi funzionali, afonia e vomito psicogeni) l’LSD e in 5 di questi anche LSA. Dal tipo di rievocazioni di ricordi del passato e dal tipo di accentuazione della sintomatologia isterica, gli psichiatri genovesi dedussero l’esistenza di due possibili “modalità” di isteria, l’una “ricca” e l’altra”povera”. Viene osservata un’importanza di queste sostanze nella comprensione dei processi isterici e per la scelta dell’indirizzo psicoterapeutico da segire.

GIBERTI FRANCO & L. GREGORETTI, 1960, Contributo allo studio psicofarmacologico delle depressioni e dell’ansia. Nota II. Ricerche con l’impiego della LAE 32 e della psilocibina, in: C. Fazio (cur.), Le sindromi depressive, Atti del Symposium di Rapallo, 23-24 aprile 1960, Minerva Medica, Roma, pp. 299-301.
Presso la Clinica Neuropsichiatrica dell’Università di Genova gli autori somministrano a 12 pazienti soggetti a varie sindromi depressive 0,5 mg intramuscolo di LSA (LAE 32) e, una settimana dopo, 3-8 mg di psilocibina per via orale. Con l’LSA si è osservata un’accentuazione del quadro depressivo, meno intensa con la psilocibina. Ma gli autori hanno considerato come risultato positivo, antidepressivo, unicamente l’insorgenza di uno stato euforico durante il plateau psichedelico.

GIBERTI FRANCO & L. GREGORETTI, 1961, Contributo allo studio psicofarmacologico delle depressioni e dell’ansia. Nota I. Ricerche con l’impiego della LSD e del derivato iminodibenzilico G. 22.355 (Tofanil), Lavoro Neuropsichiatrico, vol. 28, pp. 71-76.
Gli autori, della Clinica Neuropsichiatrica dell’Università di Genova, somministrano oralmente 100 mcg di LSD a 17 pazienti afflitti da diverse forme di depressione. L’LSD viene somministrata una prima volta da solo, e dopo 10 giorni una seconda volta, quando i pazienti sono in pieno corso di trattamento con Tofanil. In buona parte dei pazienti viene osservata un’accentuazione della sintomatologia depressiva. Ma gli autori hanno considerato come risultato positivo, antidepressivo, unicamente l’insorgenza di uno stato euforico durante il plateau psichedelico. Il pretrattamento con Tofanil ha modificato il quadro lisergico in maniera molto eterogenea fra i vari pazienti.

GODFREY E. KENNETH, 1974, L’LSD nella ricerca e nella terapia, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 49-63.
L’autore, uno dei pionieri nel campo dell’applicazione terapeutica dell’LSD-25 in soggetti alcolizzati, riferisce dei suoi primi esperimenti. Egli sottolinea l’importanza dell’ambiente in cui l’allucinogeno viene somministrato e dell’atteggiamento del terapeuta e del paziente nei confronti dell’esperimento, quali fattori principali per assicurare il successo del trattamento. Dai suoi esperimenti risulta che la droga raggiunge la fase più efficace quando all’ambiente si conferisce una forma più terapeutica che meramente scientifica. Applicando la terapia psicanalitica, egli raccomanda il metodo simbolico. I suoi esperimenti hanno dato risultati incoraggianti rispetto al cambiamento di carattere e di comportamento del paziente alcolista.

GODFREY E. KENNETH & HAROLD M. VOTH, 1974, L’LSD come ausiliare per la psicoterapia di orientamento psicanalitico, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 65-80.
Gli autori riferiscono di un trattamento in cui, in aggiunta alla psicoterapia di orientamento psicanalitico, è stato applicato l’LSD e offrono una breve rassegna dei risultati di studi precedenti in questo campo. L’uso dell’LSD serve ad accelerare il processo terapeutico. L’effetto dell’LSD nella terapia analitica si riassume come segue: facilitazione della regressione e della memoria, intensificazione del transfert, riduzione del tempo di resistenza, aumento della capacità d’introspezione e autosservazione. Gli autori mettono in guardia, tuttavia, dal pericolo della generalizzazione e insistono su alcune premesse a loro avviso indispensabili per il trattamento.

GOMIRATO G., G. GAMNA & E. PASCAL, 1958, Il disegno dell’albero applicato allo studio delle modificazioni psicopatologiche indotte dalla dietilamide dell’acido d lisergico in schizofrenici. Nota II, Giornale di Psichiatria e Neuropatologia, vol. 2, pp. 433-483.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Torino gli Autori studiano l’effetto dell’LSD in 23 pazienti schizofrenici mediante l’analisi delle modificazioni del disegno di un albero. Riscontrano una generale alterazione della struttura spaziale sotto effetto del lisergico, e le alterazioni grafiche così prodotte si prolungano oltre il periodo del plateau lisergico.

GOSSO FULVIO, 1981, Prospettive per un uso metodologico e terapeutico dell’LSD-25, Tesi del Corso di Laurea di Psicologia, Università degli Studi di Padova, 116 pp.
Dopo una breve introduzione storica, l’autore analizza i fenomeni preliminari riguardanti il set e il setting dell’esperienza con LSD, proseguendo la ricerca sul ‘viaggio’ in relazione alle matrici di Grof, all’esperienza trascendentale e ai possibili rischi di deviazione psicotica, concludendo con un’analisi sulla reintegrazione e le possibili applicazioni terapeutiche.

GREGORETTI L. & C. SINISI, 1962, Indagini farmacopsichiatriche con Psilocybina, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 86, pp. 846-860.
Gli Autori, dell’Ospedale Psichiatrico di Napoli, somministrano psilocibina per intramuscolo e oralmente a 20 malate mentali, principalmente psicotiche. Viene osservata l’insorgenza di turbe affettive e di manifestazioni di depersonalizzazione, e viene sottolineata l’efficacia del farmaco per una migliore comprensione dei quadri clinici.

GROF STANISLAV & JOAN HALIFAX, 1978, L’incontro con la morte, Milano, Siad, 254 pp.
Dall’edizione inglese del 1977. Purtroppo la traduzione in italiano è di pessima qualità. Il primo testo di Grof che sia stato pubblicato in italiano. Interessante resoconto di ‘terapie’ (in questo caso sarebbe forse meglio parlare di ‘esperienze’) psichedeliche di malati terminali di cancro, condotto al Maryland Psychiatric Research Center di Baltimore all’inizio degli anni ‘70. Una serie di esperienze finalizzate ad affrontare l’imminenza della morte. Una capitolo è dedicato a una delle prime stesure della cartografia di Grof. Interessanti riflessioni e studi per chi si occupa della morte, dei rituali e delle concezioni escatologiche ad essa connesse. Si vedano anche: Stanislav Grof, 1988, Morte e rinascita nella schizofrenia e negli stati psichedelici, in Stanislav & Cristina Grof, Oltre la soglia, Como, Red, :62-82; Stanislav Grof, 1982, Psichiatria e sostanze psichedeliche, Psicoterapia Umana, 10.

JACOBS B., 1977, Un composto chimico affine all’LSD, Rivista Psicologia Contemporanea, vol. 24, pp. 32-34.

KAST ERICH, 1967, Il dolore e l’LSD-25. Una teoria sull’attenuazione dell’anticipazione, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 249-263.
L’autore espone e discute i risultati di uno studio clinico su 128 pazienti terminali e con forti dolori, ai quali fu somministrato dell’LSD. Fu riscontrato un generale repentino calo del dolore due o tre ore circa dopo la somministrazione della droga e questo sollievo durò mediamente 12 ore, ma l’intensità totale del dolore fu minore dell’usuale per un periodo prolungato di tre settimane. Fra le motivazioni delle proprietà analgesiche dell’LSD rientrano le capacità psicologiche di superare la barriera dell’ego e di de-concentrarsi dal singolo stimolo sensoriale, anche se questo stimolo ha un valore urgente da cui dipende la sopravvivenza.

LAING D. RONALD, 1979, Tra ‘viaggio’ e follia, in Ronald D. Laing, Intervista sul folle e sul saggio, Roma-Bari, Laterza, pp. 116-124.

LEUNER HANSCARL, 1989, Facce e maschere nell’allucinosi tossica, Psichiatria e Medicina, vol. 3(7), pp. 24-30.

LIPPI G., 1930, La Mescalina. Parte I, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 19, pp. 1049-1058.
LIPPI G., 1931, La Mescalina. Parte II, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 20, pp. 203-216.
LIPPI G., 1931, La Mescalina. Parte III, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 20, pp. 348-359.
Lunga rassegna critica su alcuni studi stranieri effettuati con la mescalina, in particolare quelli di E. Forster (1930, Zeit.ges.Neurol.Psych.), J. Zádor (1930, Zeit.ges.Neur.Psych.) e di Zucker & Zàdor (1930, Zeit.f.ges.Neur.u.Psych.), dove trovano spazio esperimenti sia su individui normali che su malati psichici. Questo scritto fece conoscre la mescalina all’ambiente psichiatrico italiano.

LORENZINI GIOVANNI, 1930, Il mescalismo, Rassegna Clinico-Scientifica, vol. 8, pp. 561-564.
Articoletto sul peyote, il suo uso tribale e i suoi effetti visionari che, sebbene poco importante dal punto di vista scientifico, destò molto interesse e curiosità fra i medici del periodo fascista. parrebbe trattarsi del primissimo scritto italiano sulla mescalina in una rivista scientifica. Alcune righe sono dedicate al possibile uso di questa sostanza in terapia, principalmente nell’asma bronchiale, nevralgia, reumatismo, neurastenia.

MACCAGNANI GASTONE et al., 1964, Evoluzione degli stereomorfismi di schizofrenici sotto l’azione di psicodisleptici, Annali di Neurologia e Psichiatria, vol. 58, pp. 191-209.
MACCAGNANI GASTONE et al., 1966, Trasformazione del quadro psicopatologico e degli stereomorfismi di un delirante cronico sotto l’azione della psilocibina, in: G. Maccagnani (cur.), Psicopatologia dell’espressione, Atti del 2° Colloquio Internazionale sull’Espressione Plastica, Bologna, 3-5 maggio 1963, Editrice Galeati, Imola, pp. 92-100.

Una singola dose di psilocibina (12 mg per os) viene somministrata a un paziente affetto da delirio ossessivo cronico dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale “L. Lolli” di Imola. Si trattava di un uomo di 68 internato da oltre 35 anni, che non faceva altro che disegnare delle immagini stereotipate (stereomorfismi), nella maggior parte costituite da dei crocifissi, che poi ritagliava, ricuciva e numerava in progressione. Solo di crocifissi ne aveva già disegnati 5831. Mentre stava elaborando l’ennesimo crocifisso, a sua insaputa gli fu somministrata una dose orale di psilocibina. Nel corso del plateau psichedelico i soggetti dei suoi disegni cambiarono radicalmente, diversi dei quali manifestarono un elevato contenuto erotico. Ma ciò che più sorprese gli psichiatri imolesi fu il radicale cambiamento nei mesi successivi, che vide una trasformazione psicopatologica da un quadro delirante ossessivo a un quadro depressivo, con un certo grado di consapevolizzazione della sua precedente situazione. Il paziente non tornò alla normalità, si rinchiuse in una sindrome depressiva, stando oziosamente a letto, dicendo di attendere solo la morte come unica liberazione. Due anni dopo la prima somministrazione di psilocibina, gli fu somministrata un’ulteriore dose (altri 12 mg per os), che non fece altro che confermare la nuova sindrome.

MANGINI MARIAVITTORIA, 1999, Alcolismo e sostanze psichedeliche. La storia controversa di una terapia mai nata, Medicina delle Tossicodipendenze, vol. 22-23, pp. 20-31.
Versione originale inglese in Journal of Psychoactive Drugs, vol. 30, 1998.

MANZINI B. & A. SARAVAL, 1960, L’intossicazione sperimentale da Lsd ed i suoi rapporti con la schizofrenia. Osservazioni su due casi di confine tra nevrosi e schizofrenia trattati con somministrazioni ripetute di Lsd, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 84, pp. 589-618.
Gli Autori, della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Milano, somministrano a due pazienti diagnosticati con una forma limite fra nevrosi e schizofrenia vari dosaggi (50-150 mcg, principalmente per os) di LSD, rispettivamente in 10 e in 6 sedute separate da diversi giorni l’una dall’altra. Non si è osservata un’evoluzione in senso psicotico della sintomatologia clinica, e gli autori concludono che l’LSD non può essere considerato una sostanza schizofrenizzante.

MARTORANA ILARIA, 2010-11, Le sostanze psichedeliche come strumento terapeutico, Tesi di Laurea Magistrale, Facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Torino, 142 pp.
Una buona tesi universitaria, che ha promosso la tesanda con la lode, in cui viene esposta la storia delle terapie con le sostanze psicoattive, da quella psicolitica a quella psichedelica, e con un interessante capitolo dedicato alla nuova fase sperimentale ripresa dagli anni ’90, con descrizioni delle terapie con ketamina per il trattamento delle tossicodipendenze, l’impiego della psilocibina nei disturbi ossessivo-compulsivi e negli stadi cancerogeni terminali, e l’impiego della MDMA nel disturbo post-traumatico da stress. La tesi è corredata di una valida bibliografia specialistica.

MASCIANGELO P.M., 1959, Osservazioni clinico-sperimentali sulle modificazioni indotte dall’LSD 25 nella personalità epilettica. Rilievi preliminari, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 83, pp. 750-755.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Milano l’Autore somministra a 8 epilettici per endovena 100-200 mcg di LSD, impiegando l’osservazione diretta e il test di Rorchach. I risultati appaiono modesti e insignificanti.

MEILCKE ANKE, 1974, Rapporto su esperienze personali con LSD e hascisc, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 89-96.
L’autrice – una giovane di umore depresso – descrive le sue esperienze con LSD e haschisch effettuate in stato di isolamento. Nonostante la componente depressiva, non si sono verificati fenomeni di mania e il soggetto è stato in grado di elaborare e integrare le proprie esperienze senza fare ricorso a psicanalisti o ad altre persone.

MONTANARI C. & GIUSEPPE TONINI, 1955, Azioni della 5-idrossitriptamina sul sistema nervoso centrale: suo impiego in psichiatria sperimentaleRivista Sperimentale di Freniatria, vol. 79, pp. 465-483.
MONTANARI C. & GIUSEPPE TONINI, 1955, La 5-idrossitriptamina in psichiatria, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 79, pp. 745-750.
Presso l’Ospedale Psichiatrico di Imola vengono svolti esperimenti clinici di interazione dell’LSD con l’enteramina (serotonina), sia su volontari sani che su schizofrenici. L’LSD viene somministrato per os o e.v. in dosi di 50-80 mcg., e al culmine dell’effetto vengono somministrati in intramuscolo 15-20 mg di enteramina. Si è osservato un annullamento degli effetti lisergici nel giro di 10-15 minuti, e viene dedotta un’azione antagonista specifica dell’enteramina sull’LSD.

MONTANARI FRANCO, GIANCARLO REDA & LANFRANCO RAMBELLI, 1961, La sperimentazione dell’acido lisergico nelle psiconevrosi ossessive, Rivista di Neurologia, vol. 31, pp. 525-544.
Gli Autori, della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma, hanno somministrato via intramuscolo o endovena 25-100 mcg di LSD a 19 pazienti affetti da psiconevrosi ossessiva. Non hanno osservato alcuna modificazione del quadro sintomatologico.

MORSELLI G. ENRICO, 1962 (1936), Contributo allo studio delle turbe da mescalina, in AA.VV., Le psicosi sperimentali, Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia Clinica, vol. 5, Milano, Feltrinelli, pp. 35-59.
Il testo è stato tradotto dall’originale articolo francese pubblicato nel Journal de Psychologie Normale et Pathologique, vol. 33, 1936, pp. 368-392. E’ uno dei più interessanti resoconti di esperienza mescalinica, fra quelle riportate dagli psichiatri italiani. L’autore, Direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Novara, fa quest’esperienza nel 1932, con l’ingestione di 750mg di solfato di mescalina, una dose indubbiamente ‘forte’. Egli l’assume in una sola volta, verso l’una di notte, nel suo appartamento privato a Milano. L’esperienza si sviluppa particolarmente su delle allucinazioni visive progressive sempre più intense, più ‘reali’, che giungono ad ossessionarlo; egli è posseduto da impulsi aggressivi e di timore: “Non ho ormai dubbio di essermi messo in una situazione grave, senza le indispensabili precauzioni, e che va di minuto in minuto aggravandosi (..) Ho l’esatta percezione di quanto mi accade, e vorrei fare qualche cosa, predisporre una difesa qualsiasi contro la marea dilagante degli impulsi sviluppantisi e dei quali sento tutta l’estraneità”. La notte passa tra impulsi a gettarsi dal balcone e impulsi da ‘selvaggio’, tutti faticosamente repressi e la mattina egli riesce miracolosamente a raggiungere incolume la sua Clinica, dove viene accolto e sorvegliato da un collega, che costata il suo grave stato psicotico. L’esperienza delirante si affievolisce verso mezzogiorno, ma alcune delle allucinazioni vissute durante l’esperienza psicotica costituirono il motore basilare di fobie che perseguitarono l’autore ancora per un paio di mesi. Si veda anche: Enrico Morselli G., 1961, Psicosi sperimentali e schizofrenia, Annali Freniatria Scienze Affini, 24-74/1.

MORSELLI G. ENRICO, 1961, Psicosi sperimentali e schizofrenia, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 74, pp. 24-28.
L’Autore, dell’Ospedale Psichiatrico di Novara, basandosi sull’esperienza personale con 750 mg di mescalina avvenuta nel 1932, che si sviluppò in maniera psicotica con strascichi per oltre due mesi, in questo articolo si inserisce nella discussione sulle proprietà psicotomimetiche degli psichedelici allora in voga, e ribadisce la sua convinzione negli effetti schifrenizzanti di queste sostanze.

MORSELLI G. ENRICO, 1964, Tossicosi mescalinica e patologia intuitivo-espressiva, Annali di Neurologia e Psichiatria, vol. 58, pp. 185-189.
Morselli torna a parlare della sua esperienza mescalinica vissuta nel 1936 (si veda il riferimento bibliografico appena sopra), con toni più positivisti, dando un valore di “arricchimento” delle funzioni psico-motrici, delle integrazioni e delle sintesi percettive sotto effetto di questo psichedelico, e chiama in causa anche il valore dell’intuizione. Conclude accennando a una terapia mescalinica che ha in corso con un “ammalato delirante”, parafrenico, osservando “l’insorgere, dopo anni di autismo improduttivo e stereotipato, di una vivace crisi delirante a tipo oniroide”, e a un ritorno improvviso del soggetto alla pittura, che il malato aveva completamente trascurato dall’inizio della malattia.

naranjo-viaggioNARANJO CLAUDIO, 2016, Viaggio di guarigione. Il potenziale curativo della terapia psichedelica, Spazio Interiore, Roma.
E’ la nuova edizione, italiana, del famoso libro pionieristico di Naranjo del 1973 The healing journey, dove lo psicoterapueta cileno riporta estesamente le sue terapie psichedeliche in cui impiegava MDA, MMDA, e, in maniera totalmente pionieristica e unica, armalina e ibogaina. Naranjo preferiva impiegare questi psichedelici, che chiamava onirofrenici o “amplificatori di fantasie” e che non comportano un dissolvimento dell’io, rispetto ai classici psichedelici ego-dissolutori quali l’LSD e la psilocibina. Con queste sostanze Naranjo dotava il paziente di un potenziale auto-esplorativo che lo portavano a rivelare e affrontare blocchi e traumi profondi, sino a giungere a una duratura guarigione. Un testo unico nel suo genere in italiano.

OSMOND HUMPHRY, 1967, Analisi degli effetti clinici degli agenti psicotomimetici, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 133-156.

OSMOND HUMPHRY, 1988, Su alcuni effetti clinici, in: Bailly Jean-Claude & J.P. Guimard (cur.), 1988, L’esperienza allucinogena, Bari, Dedalo, pp. 41-63. Un’acuta analisi sul potenziale – non solo terapeutico – delle sostanze “psicotomimetiche”, dall’autore che li definì come “psichedelici”.

PALMIERI M. VINCENZO & G. LACROIX, 1941, Ulteriori ricerche sull’intossicazione da mescalina, Archivio per l’Antropologia Criminale Psichiatrica e Medicina Legale, vol. 61, pp. 540-549.

PALMIERI M. VINCENZO, 1942, La mescalina e l’ebbrezza peyotilica nell’uomo, Rassegna Clinico-Scientifica, vol. 20, pp. 143-147 + 167-171.
Palmieri diresse l’equipe dell’Università di Bari che svolse diverse ricerche sulla mescalina, in particolare su animali e volte alla delucidazione della sintomatologia mortale dell’alcaloide. In questo articolo, dopo una revisione delle notizie sino ad allora acquisite in materia di storia, chimica e farmacologia del peyote (parte I), l’Autore descrive le esperienze (parte II) con 300mg di solfato di mescalina in tre volontari sani. Non appaiono esperienze molto costruttive, concentrate su valori ed eventi insignificanti, quali l’impellenza alla minzione o il bisogno di essere riaccompagnati a casa a fine esperienza per paura di farlo da solo. Gli psichiatri italiani del periodo fascista non sembrano comprendere né gli effetti né tanto meno le potenzialità terapeutiche di questo alcaloide, mentre si perdono a registrare fenomeni secondari dell’esperienza mescalinica.

POLONI A., 1955, Serotonina e schizofrenia. Rilievi sperimentali in favore dell’ipotesi di una tossicosi da 5-idrossitriptamina della schizofrenia, Il Cervello, vol. 31, pp. 231-242.
Rilievi sperimentali in favore dell’ipotesi di una tossicosi da 5-idrossitriptamina della schizofrenia.” Avendo individuato una sostanza curarosimile nel liquor degli schizofrenici, l’autore conduce una serie di studi in vitro con la serotonina, l’LSD e liquor di schizofrenici, che portano a concludere che la sostanza curarosimile presente nel liquor degli schizofrenici è simile alla serotonina.

POLONI A., 1955, Serotonina e schizofrenia. Osservazioni sulle interferenze fra l’azione della Serotonina (S.) e della Dietilamide dell’Acido Lisergico (LSD. 25), Mescalina (M) e Bulbocapnina (B.) nell’uomo e nell’animale, Il Cervello, vol. 31, pp. 271-294.
Presso l’Ospedale Neuropsichiatrico di Bergamo vengono sviluppati studi su animali e su 9 soggetti umani – ex pazienti psichiatrici considerati ormai guariti – di interazione della serotonina (5 mg per via endovenosa) con somministrazioni orali di LSD (25-50 mcg), mescalina (400 mg) e bulbocapnina (400 mg), hanno portato alla conclusione che la serotonina ha un effetto sinergico di tipo schizofrenico con le altre sostanze.

POLONI A., 1955, Serotonina e schizofrenia. Azione della Serotonina (S.) sola e associata ai Barbiturici (Ba.), alla Dietilamide dell’Acido Lisergico (LSD. 25), alla Mescalina (M) e alla Bulbocapnina (B.) sul tracciato EEG di schizofrenici, epilettici e altri ammalati di mente, Il Cervello, vol. 31, pp. 355-382.
Presso l’Ospedale Neuropsichiatrico di Bergamo sono stati svolti studi su 39 pazienti (schizofrenici, epilettici, ecc.) di interazione della serotonina con altri farmaci psicoattivi, fra cui LSD e mescalina, mediante misurazioni EEG. Questi studi erano finalizzati alla dimostrazione dell’esistenza di una schizotossina simile o identica alla serotonina come causa delle malattie mentali.

PRIORI R., 1957, Esperienza interiore e linguaggio nella “Model Psychosis” indotta da LSD-25, Lavoro Neuropsichiatrico, vol. 21, pp. 209-224.
Presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Roma l’autore somministra a 10 pazienti psichiatrici (psicotici, ansiosi, alcolisti) 80 mcg di LSD e si sofferma sulla ricchezza di linguaggio dei pazienti che evidenzia importanti processi introspettivi, e pone l’accento sull’importanza nel tenere in considerazione certe affermazioni dei pazienti che troppo spesso negli studi clinici non vengono nemmeno registrate poiché considerate poco importanti ai fini della comprensione dell’azione dello psichedelico sul paziente.

REDA GIANCARLO et al., 1962, Primi risultati dell’azione della Psilocibina in un gruppo di malate psichiatriche, Rivista di Neurologia, vol. 32, pp. 387-391.
Studio svolto presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma, con la somministrazione a 15 donne (soprattutto schizofreniche ed ossessive), di 3, 6, 9 e 12 mg di psilocibina, iniettati a giorni alterni oppure ogni terzo giorno, intercalati con iniezioni di placebo. Nel corso delle sedute si svolgeva un’interazione di natura psicoterapeutica fra il paziente e il personale medico, cercando di sfruttare l’effetto euforizzante e soprattutto il bisogno di espansione e di contatto interpersonale che molte malate provavano, in particolare nel caso del basso dosaggio di 3 mg. In diverse ossessive fu osservata una riduzione dell’ossessione durante il plateau psilocibinico, e in una fu constatato un vero e proprio miglioramento durato 4 mesi. In un caso di personalità disforica con crisi depressive recidivanti fu osservato un netto e stabile miglioramento ottenuto attraverso la consapevolizzazione di antiche situazioni conflittuali.

REDA GIANCARLO et al., 1964, Studio clinico e psicopatologico della psilocibina, Rivista Sperimentale di Freniatria, pp. 7-76.
Studio sviluppato presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Roma, con la somministrazione di psilocibina a tre pazienti catatoniche, che conseguirono uno “sblocco” del loro stato catatonico. Risultati promettenti furono ottenuti anche nei casi dei disturbi ossessivi, e in uno di questi, in seguito a un ciclo di 10 somministrazioni di psilocibina a giorni alterni, la paziente fu considerata guarita e venne dimessa.

ROBERTI C.E. & HANS HEYMANN, 1937, Delle allucinazioni. Parte IV. Allucinazione e sistema neuro-vegetativo, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 26, pp. 245-276.
ROBERTI C.E. & HANS HEYMANN, 1937, Delle allucinazioni. Parte V. Le allucinosi sperimentali, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 36, pp. 353-387.

Nel corso di un lungo studio sulle allucinazioni svolto presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Firenze, gli autori prendono ampiamente in considerazione quelle indotte da agenti allucinogeni, in particolare la mescalina, che viene usata per diversi esperimenti su tre gruppi di individui: 1) Individui normali (i cui resoconti sono riportati nella Parte IV del loro lavoro; 2) Individui convalescenti da psicosi di natura varia; 3) malati psichici in fase acuta (riportati nella parte V). La mescalina viene dapprima somministrata a 12 soggetti sani, e viene osservata una “maggiore ricchezza dei fenomeni dell’ebbrezza” nei soggetti dotati di più spiccata abilità intellettuale. Gli autori procedono somministrando oralmente 400-600 mg di mescalina a 14 malati mentali maschi, principalmente nevrotici e psicotici, tutti individui di basso livello intellettuale. Dopo alcune ore veniva aggiunta atropina (in un caso fisostigmina), per osservare eventuali variazioni dei fenomeni ottici. Si osservano reazioni minime sia alla mescalina che all’atropina. Gli autori giungono alla conclusione di un’affinità fra la sintomatologia mescalinica e quella schizofrenica.

ROSE J. GILBERT, 1974, Un caso di disturbo narcisistico dell’identità con psicosi da LSD, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 81-88.
Viene descritto il caso di una paziente nella quale la madre sostituiva in parte il Super-Io. Ciò non permetteva alla paziente di procedere all’esame della realtà indipendentemente dalla madre. Sussisteva in lei la necessità di forme di percezione e di conoscenza mediante le quali la realtà venisse trasformata in esperienza sistematica. Queste forme erano determinate dalla sua psicopatologia: fantasie, fobie e “acting out” antifobico. Quando prese una ‘massiccia dose di LSD, crollarono tutti i ‘meccanismi mediante i quali ella aveva mantenuto in piedi la realtà. Doveva annullare i limiti del proprio lo, sacrificare la realtà e ritirarsi in una fusione narcisistica pre-oggettuale. Nell’alleanza terapeutica vennero ad agire gli elementi del Super-Io opposti agli elementi patogeni del Super-Io materno. Ora le era concesso di cercare e di notare ciò che le era stato proibito, ossia tutti gli aspetti della realtà non conciliabili con la sua unità narcisistica con la madre. Il rapporto terapeutico le creò norme più realistiche del Super-Io e rinforzò il suo senso d’identità.

SANGUINETI I., V.U. NEGRI & R. LARICCHIA, 1955, Ritmi elettrici cerebrali dopo somministrazione di mescalina e di acido lisergico (LSD 25) in malati di mente, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 79, pp. 772-799.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Milano a 15 malati mentali (principalmente schizofrenici) vengono somministrati per via endovenosa 50-400 mcg di LSD e oralmente o intramuscolo 0,5-1 g di mescalina, in esperienze separate. Vengono condotte misurazioni EEG. Viene osservata una riduzione del ritmo alfa, soprattutto con la mescalina, e un aumento dei potenziali occipitali evocati.

SANGUINETI I., G.C. ZAPPAROLI & R. LARICCHIA, 1956, Studio clinico-biologico delle reazioni indotte dal solfato di mescalina e dall’acido lisergico (lsd 25) in malati di mente, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 80, pp. 887-918.
Presso gli Ospedali Psichiatrici della Provincia di Milano vengono somministrati a 36 malati di mente, principalmente schizofrenici e altri psicotici e nevrotici, oralmente o intramuscolo 0,4-1 g di mescalina, e per endovena 50-500 mcg di LSD in esperienze separate. Viene osservata una sintomatologia indotta da queste due sostanze nettamente distinta da quella schizofrenica, e viene sclusa la possibilità del loro impiego per scopi diagnostici o terapeutici. Viene anche sospettato un danno epatico per entrambe le sostanze.

SAVAGE CHARLES, 1967, LSD, alcoolismo e trascendenza, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 187-196.
L’autore discute sulle potenzialità terapeutiche delle esperienze trascendentali indotte dall’LSD nell’interruzione dell’alcolismo, riportando alcuni casi clinici.

SISKO BOB, 1997, Interruzione della tossicodipendenza con l’ibogaina. Quattro storie cliniche, Altrove, 4: 126-139.
Versione originale inglese pubblicata in MAPS, 4(2):15-23, 1993. L’ibogaina è il più importante principio attivo della pianta allucinogena africana iboga (Tabernanthe iboga). Da alcuni anni l’ibogaina viene studiata e utilizzata negli Stati Uniti e in alcune nazioni europee nella terapia di interruzione delle tossicodipendenze dall’eroina, dalla cocaina e dal tabacco. In questo articolo vengono descritti quattro casi di trattamento positivo con ibogaina. Questo composto è ‘allucinogeno’ e la terapia consiste nell’indurre nel tossicomane – in condizioni ambientali e assistenziali favorevoli – una profonda modifica del suo stato di coscienza, tale da facilitare un decisivo atto di presa di coscienza di se e della sua condizione di tossicomane.

SMORTO GUIDO, MARIA PAGANO & FRANCESCO CORRAO, 1955, Sulle modificazioni psicopatologiche indotte dall’acido lisergico (dietilamide), Il Pisani, vol. 69, pp. 39-72.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Palermo sono stati studiati gli effetti della somministrazione orale di 50-200 mcg di LSD su 12 pazienti paranoidi, mediante i test di Rorschach e di Zucker. Gli autori concludono che l’effetto dell’LSD è una reazione aspecifica acuta esogena, e che questa sostanza può rivelare i nuclei profondi delle strutture endotimiche.

SOGLIANI G. & P. SAGRIPANTI, 1957, La dietilamide dell’acido lisergico e la mescalina in psichiatria. Parte I, Neuropsichiatria, vol. 13, pp. 149-203.
Lunga dissertazione sugli effetti farmacologici e psicologici dell’LSD e della mescalina. Dopo una rassegna storica degli studi sulla entrambi gli allucinogeni, presso l’Ospedale Neuropsichiatrico di Voghera vengono analizzate le modificazioni elettroencefalografiche e le differenze fra i due allucinogeni, considerate lievi. Trattazione di spiccato taglio psichiatrico, affetto da forzatura volta a dimostrare la “schizogenicità” e la “schizofrenosimilarità” degli effetti degli allucinogeni, tipica della scuola psichiatrica italiana di quei tempi. La bibliografia è situata in fondo alla Parte II.

SOGLIANI G. & P. SAGRIPANTI, 1957, La dietilamide dell’acido lisergico e la mescalina in psichiatria. Parte seconda. Casistica personale, Neuropsichiatria, vol. 13, pp. 449-507.
Gli Autori, dell’Ospedale Neuropsichiatrico di Voghera, espongono in questa seconda parte del loro studio i risultati degli studi clinici svolti con ripetute somministrazioni di l’LSD su 3 soggetti normali e su 62 pazienti psichiatrici, e con una singola somministrazione di mescalina su 10 pazienti già sottoposti all’LSD. Gli Autori deducono che queste sostanze psichedeliche hanno un’azione psicotossica specifica e sono privi di un’azione psicotomimetica. Ad alcuni pazienti l’LSD viene somministrato quotidianamente sino a 40 giorni consecutivi, e si osserva il perdurare di effetti psichici per tutto il corso del trattamento.

SOGLIANI G., A. RABASSINI & G.M. BUOSO, 1963, Le sostanze psicomimetiche. Contributo allo studio psicopatologico-clinico della Psilocibina, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 87, pp. 1059-1080.
Presso l’Ospedale Neuro-Psichiatrico Provinciale di Treviso gli Autori somministrano per via endovenosa od orale dosaggi non indicati di psilocibina a 32 pazienti, principalmente psicotici. Fu osservata una generale azione psicolitica in tutti i pazienti, e in alcuni una “salutare eliminazione di stati conflittuali”, e i migliori risultati furono riscontrati nelle psiconevrosi. In alcuni pazienti si procedette alla somministrazione quotidiana di psilocibina per periodi di 10-20 giorni, un trattamento prolungato considerato utile poiché portava, a detta degli psichiatri, a modificazioni più stabili della personalità del soggetto, in particolare nella sfera emotiva. Questo effetto ottenuto dopo giorni di somministrazione consecutiva di psilocibina potrebbe essere spiegato, in questo caso e come già sospettato dagli autori della ricerca, dalla assidua presenza di interventi psicoanalitici che accompagnavano ogni seduta, e non dalla sola sostanza.

STRASSMANN J. RICK, 1997, Le droghe allucinogene nella ricerca e nel trattamento psichiatrico, Altrove, vol. 4, pp. 81-113.
Versione originale inglese in Journal Nervous Mental Diseases, vol. 183, pp. 127-138, 1995. Rassegna approfondita sulla ricerca psicofarmacologica e psicoterapia con allucinogeni, corredata da un’ampia bibliografia. Viene discusso il dibattuto rapporto che si è voluto vedere fra allucinogeni e schizofrenia e sono presi attentamente in considerazione gli effetti negativi (acuti, sub-acuti e cronici) che si possono presentare nel corso dei trattamenti.

TANTINI GIULIA, 2017-2018, Psicopatologia della dipendenza. Percorso d’indipendenza dalla terapia sostitutiva alla terapia psichedelica, in Occidente e nelle pratiche tradizionali, Tesi di Laurea, Facoltà di Psicologia, Università degli Studi Guglielmo Marconi, Bologna.
Una buona tesi sull’impiego degli psichedelici – dall’ayahuasca all’iboga – come coadiuvante delle interruzioni dalle dipendenze dalle droghe assuefattive.

TERRANA V. & F. CORRAO, 1956, Prime osservazioni sugli effetti della somministrazione prolungata della dietilamide dell’acido lisergico (LSD) in soggetti psicotici, in: Atti del Convegno Nazionale sulle Moderne Terapie Neuropsichiatriche, 10-13 maggio 1956, Trapani, pp. 200-201.
Presso la Clinica delle Malattie Nervosi e Mentali dell’Università di Palermo gli autori sperimentanola somministrazione quotidiana per 60 giorni consecutivi di 50-75 mcg di LSD su un gruppo di donne schizofreniche. Vengono osservate delle evidenti modificazioni comportamentali soprattutto a partire dall’ottavo giorno del trattamento; in particolare una discreta riduzione della sfera autistica, con un conseguente maggior contatto e comunicabilità sociale.

TONINI GIUSEPPE & C. MONTANARI, 1955, Effetti psichici della monoetilamide dell’acido lisergico (LAE 32), Giornale di Psichiatria, vol. 83, p. 355.

TONINI GIUSEPPE, 1957, I derivati amidici dell’acido lisergico e la mescalina nella psicodiagnostica e nella psicoterapia, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 81, pp. 488-490.
L’autore riassume i risultati di numerosi studi clinici svolti su malati mentali con LSD, LSA e mescalina presso l’Ospedale Psichiatrico di Imola, e afferma che i risultati migliori li ha ottenuti nelle varie forme di nevrosi, e dove la maggiore probabilità di successo si presenta nelle forme “maggiormente intellettualizzate e basate su elementi di repressione più radicati”.

TONINI GIUSEPPE, 1957, Importanza dei fattori psicopatologici e del dosaggio nel decorso delle psicosi sperimentali, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 81, pp. 500-504.
L’autore, che ha svolto centinaia di studi clinici con mescalina, LSD e LSA presso l’Ospedale Psichiatrico di Imola, sottolinea in questo articolo l’importanza dei fattori ambientali e umani nella conduzione delle sedute psicoterapeutiche con queste sostanze e della forma caratteriale del paziente. Parrebbe essere il primo studioso italiano che riconosce l’influenza di queste variabili oggigiorno definite come “extrafarmacologiche”.

TONINI GIUSEPPE, 1961, Psicosi sperimentali e produzione artistica, in: AA.VV., Le psicosi sperimentali, Feltrinelli, Milano, pp. 217-235.
Presso l’Ospedale Psichiatrico di Imola l’Autore somministra a un pittore, mentalmente sano, in differenti sedute mescalina (500 mg), LSD (60 mcg), LSD (80 mcg) + metedrina (30 mg), mescalina (600 mg) + metedrina (30 mg) e altre combinazioni. Nel corso dell’effetto di queste sostanze il pittore si cimenta nella produzione di quadri. Viene osservato un contenuto “schizofrenico” nella produzione artistica, che è ciò che si intendeva dimostrare. Viene anche scoperto che le amfetamine somministrate un paio d’ore dopo l’assunzione di LSD o mescalina potenziano e allungano l’effetto psichedelico di queste sostanze; una scoperta che verrà impiegata ampiamente nelle successive terapie psichedeliche europee e americane.

UNGER M. SNAFORD, 1967, Mescalina, LSD, psilocibina e mutamenti della personalità, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 205-235.
L’autore, psicologo statunitense, analizza i mutamenti di personalità che possono essere indotti dalle esperienze con gli psichedelici, prendendo spunto dalla letteratura antropologica delle popolazioni tradizionali che fanno uso di vegetali allucinogeni e dalla casistica psicoanalitica e clinico-psichiatrica.

VALERI ANNALISA, 2019, Psicosi e Ayahuasca, Centro di Studi e Ricerca José Begler, Rimini, 66 pp.
Viene esposta un’analisi preliminare di un progetto di ricerca sviluppato dalla Scuola Bleger di Rimini in collaborazione con il centro peruviano Takiwasi di Tarapoto, volta all’indagine del potenziale terapeutico e/o iatrogeno dell’ayahuasca nella cura delle psicosi. Vengono studiati otto pazienti ospiti di Takiwasi, dipendenti da sostanze e psichiatricamente diagnosticati come depressi, schizofrenici o bipolari, e un soggetto italiano che ha partecipato a “cerimonie” con ayahuasca. L’analisi è di tipo transpersonale e si avvale dei concetto di oggetti attivi immateriali (gli “Invisibili”) di Latour e di “Io-pelle” di Bick. Nell’analisi di alcuni casi clinici e interviste emergono contenuti trans generazionali, fino a quel momento incoscienti, che producono un effetto terapeutico.

VETERE CARLO, 2000, L’uso terapeutico di sostanze allucinogene, Bollettino Farmacodipendenze e Alcoolismo, vol. 23(1), pp. 88-91.

VOLTERRA V. & F. TIBERI, 1961, Sugli effetti della Psilocibina nei deliri allucinatori cronici, Annali di Freniatria e Scienze Affini, vol. 74, pp. 521-522.
Presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Bologna, gli Autori somministrano a 10 pazienti schizofrenici in fase acuta oralmente 20 mg di psilocibina, e nel caso di reazione nulla, è stata somministrata dopo alcuni giorni una dose di 30 mg della sostanza. Viene eseguita anche una prova di tolleranza crociata con 150-300 mcg per os di LSD. Gli effetti della psilocibina sono risultati nulli o molto ridotti. Ne viene dedotto la conferma della presenza di una schizotossina negli schizofrenici.

VOLTERRA V. & F. TIBERI, 1962, Sull’impiego della psilocibina nella diagnosi e terapia delle nevrosi, Note e Riviste di Psichiatria, vol. 55, pp. 79-118.
E’ probabilmente lo studio clinico italiano con psilocibina che ha conseguito maggiori risultati terapeutici. Gli Autori, della Clinica di Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Bologna, somministrarono per os la psilocibina a 40 nevrotici in dosaggi medi di 0,25 mg/kg (ma in alcuni casi fu raggiunta la forte dose di 40 mg). In 11 casi la prova psilocibinica fu ripetuta dopo 8-10 giorni, mentre in 16 fu somministrato in seguito dell’LSD. A tre pazienti la psilocibina fu somministrata per 5 o più volte, distanziate nel tempo. Le sedute erano accompagnate da supporto psicoterapeutico, che proseguiva successivamente e anche al di fuori del trattamento farmacologico. In questo caso fu scelta la sera e non il giorno per le sedute, con la stanza buia o in penombra, e facendo mantenere al paziente la posizione supina ad occhi chiusi. Una scelta, quella della seduta notturna, quasi unica nel mondo delle terapie psichedeliche occidentali. I migliori risultati furono ottenuti nei soggetti “bloccati in un circolo ripetitivo di attitudini stereotipate”, in pratica nei compulsivi-ossessivi, e anche nelle forme di depressione cronica. Presso alcuni pazienti fu osservata nel corso del plateau psilocibinico una presa di coscienza così acuta da essere di per sé fortemente terapeutica.

VOLTERRA V., 1966, Modificazioni indotte dalla psilocibina sull’espressione mimica di soggetti psiconevrotici, in: G. Maccagnani (cur.), Psicopatologia dell’espressione, Atti del 2° Colloquio Internazionale sull’Espressione Plastica, Bologna, 3-5 maggio 1963, Editrice Galeati, Imola, pp.123-128.
L’Autore fa il punto della situazione dei suoi studi clinici sviluppati presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Bologna, con la somministrazione per os di 20 mg psilocibina e di varie dosi di LSD a pazienti psiconevrotici. L’Autore ritiene che l’esperienza psicodislettica in questi pazienti sia utile poiché offre un nuovo metodo d’approccio e di cpmprensione del paziente psichiatrico.

 

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