La canapa nel Levante Mediterraneo

Hemp in the Mediterranean Levant

 

Per quanto riguarda l’archeologia della Cannabis nel Mediterraneo orientale, un primo gruppo di dati si riferisce a ritrovamenti di tessuti di canapa, sebbene non tutti siano genuini. Infatti, nel febbraio del 2014 i media diedero notizia del ritrovamento di un tessuto fatto di lino e canapa nel sito archeologico di Çatalhöyük, in Turchia, con datazione al 7000 a.C. A darne notizia sarebbe stato Ian Hodder, l’archeologo che guida gli scavi di questo antico centro neolitico anatolico.1 Tuttavia, i rapporti annuali degli scavi di Çatalhöyük, quelli dal 2012 al 2015, non riportano alcun ritrovamento di canapa, come ho potuto personalmente verificare. Ciò fa sospettare che si sia verificato un errore di identificazione nell’analisi preliminare del reperto, troppo velocemente dato in pasto ai media, e che tale errore non sia stato in seguito rettificato da Hodder con una comunicazione specifica, preferendo mantenere il più assoluto silenzio a riguardo.2

Sempre riguardo la regione anatolica, frammenti di tessuti di canapa sono stati rinvenuti nei tumuli sepolcrali di Gordion, in Turchia, appartenenti alla cultura frigia del IX secolo a.C. Uno di questi frammenti era incastrato attorno alle corna di un ariete raffigurato nella parte finale di una situla (Bellinger, 1962).

In Israele sono noti due ritrovamenti di tessuto di canapa: l’uno proveniente da Christmas Cave, vicino a Qumran, con datazioni rispettivamente al 3670 e 4830 a.C. (Murphy et al., 2011), e l’altro proveniente dalla Warrior Cave e datato al 4400-3800 a.C. (Jull et al., 1998).

Per quanto riguarda i resti della pianta di canapa, un interessante reperto è venuto alla luce in Israele. In una tomba del IV secolo a.C., nel sito archeologico di Beit Shemesh, vicino a Gerusalemme, alcuni archeologi dell’Israel Antiquities Authority hanno ritrovato i resti di una giovinetta di 14 anni e di un feto di 40 settimane all’altezza della sua regione pelvica (Zias et al., 1993). Dallo studio della struttura dello scheletro se ne è dedotto che la donna era probabilmente deceduta durante il parto. Accanto ai due corpi è stato ritrovato un ammasso di materiale grigiastro carbonizzato che pesava circa 7 grammi, e che è risultato trattarsi principalmente di resti di Cannabis.

L’analisi chimica di questo reperto organico ha evidenziato la presenza di delta-6-tetraidrocannabinolo, uno dei principi attivi secondari della Cannabis, e che è anche un prodotto di conversione del THC e del cannabidiolo in seguito al processo di bruciatura della pianta o della sua resina. Nell’inumazione, numerosi vassoi di vetro sono stati ritrovati vicino al corpo della giovinetta, e dall’analisi mediante reagenti forensi uno di questi è risultato positivo ai cannabinoidi. Di qui l’ipotesi dei ricercatori che le foglie di Cannabis, bruciate in un vassoio, venissero amministrate alla donna come inalante per facilitare il parto; i medesimi studiosi hanno aggiunto la considerazione che a quei tempi ai medici era vietato presenziare ai parti (Zias, 1995, p. 233).

A questo proposito gli studiosi ricordano che numerose pubblicazioni mediche del secolo scorso riportarono l’efficace impiego ostetrico della Cannabis, in quanto questa induce un incremento della forza delle contrazioni uterine, contemporaneamente a una significativa riduzione dei dolori del parto. Vi sono alcuni riscontri dell’utilizzo di questa droga durante le doglie presso le culture tradizionali. Ad esempio, le donne Sotho del sud Africa sono solite fumare la canapa prima del parto (Schultes, 1973, p. 61).

Altri studiosi hanno posto dubbi sul fatto che la Cannabis incontrata in questa inumazione avesse un significato funzionale come medicina ostetrica, propendendo maggiormente per una sua funzione ritualistica e criticando l’affermazione di Zlas et al. circa il divieto antico di partecipazione al parto da parte dei medici (Prioreschi & Babin, 1993). A questo diverbio si sono inseriti Merzouki et al. (2000), facendo notare che nella regione marocchina del Rif le levatrici non usano tradizionalmente la canapa per facilitare le contrazioni uterine. Questi medesimi studiosi non sembrano essere a conoscenza dell’impiego della canapa nella Materia Medica cinese per l’interruzione delle emorragie post-parto (Touw, 1981, p. 31).

Un documento di eccezionale importanza, datato all’VIII secolo a.C., riguarda la determinazione di cannabinoidi su un altare di pietra che serviva per bruciare materiale vegetale per produrre un denso fumo a mo’ di incenso. Il sito archeologico è quello della “fortezza” di Tel Arad, in Israele. Questo sito era già stato portato alla luce nel corso di scavi durante la decade ‘1960, durante i quali era venuto alla luce anche un piccolo santuario, costituito da una stanza larga 13 x 20 m e da una piccola cella (debir) di 1,50 x 1,50 m. La cella rappresentava una specie di sancta sanctorum del santuario. Fra la cella e la stanza più grande del santuario erano presenti due altari di pietra calcare, che culminavano entrambi con una pietra quadrangolare disposta in posizione orizzontale, di dimensioni differenti. Su queste due pietre veniva bruciato qualcosa, come dimostrano le macchie centrali di residui carbonizzati.

Vista frontale della cella del santuario di Tel Arad, smontato e ricostruito nel Israel Museum di Gerusalemme. Si vedono i due altari, e in alto sono fotografati dall’alto le due pietre dove si possono ancora osservare resti del materiale bruciato per le fumigazioni. I cannabinoidi sono stati ritrovati in quello più piccolo, alla destra (da Arie et al., 2020, fig. 2, p. 8)

Solamente dopo 50 anni dagli scavi che avevano portato alla luce il santuario sono state eseguite analisi biologiche su microframmenti dei residui carbonizzati di entrambi gli altari. In quello più piccolo sono stati rinvenuti cannabidiolo (CBD), Δ9-tetraidrocannabinolo (THC) e cannabinolo (CBN), quest’ultimo essendo un prodotto di degradazione del THC. Altri composti ritrovati nella miscela carbonizzata, fra cui urea e coprostanolo, hanno fatto dedurre che la canapa veniva miscelata con sterco di animale per facilitarne la combustione. Nel secondo altare, quello più grande, è stata dedotta la presenza di franchincenso e di grasso animale, anche quest’ultimo inserito probabilmente per facilitare la combustione (Arie et al., 2020).

Il santuario è inserito in una struttura architettonica più grande, la “fortezza” di Tel Arad, che era una residenza reale del Regno di Giuda. Gli archeologi che hanno studiato questa “fortezza” e il suo piccolo santuario, sono giunti alla conclusione che la canapa veniva bruciata per conseguire effetti inebrianti mediante l’aspirazione dei suoi fumi. Si tratta di una delle rare testimonianze archeologiche di impiego della canapa per scopi inebrianti. Un dato interessante riguarda il fatto che il santuario fu intenzionalmente sotterrato, per motivi che sono tuttora incerti (Arie et al., 2020).

 

Note

1 – Si veda ad esempio questa pagina web di Ancient Origins.

2 – Tale sospetto è stato confermato da una comunicazione personale di Hodder in cui egli conferma il suo errore di identificazione.

 

Si vedano anche:

 

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ARIE ERAN, BARUCH ROSEN & DVORY NAMDAR, 2020, Cannabis and Frankincense at the Judahite shrine of Arad, Tel Aviv, vol. 47, pp. 5-28.

BELLINGER LOUISA, 1962, Textiles from Gordion, Bulletin of the Needle and Bobbin Club, vol. 46, pp. 5-33.

JULL A.J.T. et al., 1998, The Cave of the Warrior: a fourth millennium burial in the Judean Desert, Israeli Antiquities Authority, Jerusalem.

MERZOUKI A., F. ED-DERFOUFI & J. MOLERO MESA, 2000, Hemp (Cannabis sativa L.) and abortion, Journal of Ethnopharmacology, vol. 73, pp. 501-503.

MURPHY M. TERENCE et al., 2011, Hemp in ancient rope and fabric from the Christmas Cave in Israel: talmudic background and DNA sequence identification, Journal of Archaeological Science, vol. 38, pp. 2579-2588.

PRIORESCHI PLINIO & DONALD BABIN, 1993, Ancient use of Cannabis, Nature, vol. 364, p. 680.

SCHULTES E. RICHARD, 1973, Man and Marijuana, Natural History, vol. 82(7), pp. 59-63, 80, 82.

TOUW MIA, 1981, The religious and medicinal uses of Cannabis in China, India and Tibet, Journal of Psychoactive Drugs, vol. 13, pp. 23-34.

ZIAS JOE, HARLEY STARK, JON SELIGMAN, RINA LEVY & ELLA WERKER, 1993, Early medical use of cannabisNature, vol. 363, p. 215.

ZIAS JOE, 1995, Cannabis sativa (Hashish) as an effective medication in antiquity: the antrhopological evidence, in: S. Campbell & A. Green (Eds.), The archaeology of death in the ancient Near East, Antony Rowe Ltd, Eastbourne, pp. 232-234.

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