La storia di Akengue

The Akengue’s story

 

Di seguito è riportata una versione del mito d’origine del Buiti raccolta da James Fernandez per bocca di Ona Pastor, originario dell’etnia degli Okak della Guinea Equatoriale, ma che ha trascorso – rimanendone pertanto influenzato – più di dieci anni presso i templi buitisti del Gabon.

Dio si chiese perché non aveva mai visto un uomo nero in paradiso. Era perché essi erano rimasti nelle loro vie peccaminose. Ricordò ch’egli aveva creato due popoli, uno bianco e uno nero, ma i preti dei neri non arrivavano più in paradiso. Come poteva aiutare i neri?

Un giorno guardò giù, e vide un Pigmeo su un albero atanga1 che stava raccogliendo dei frutti. Lo fece cadere e morire, e prese il suo spirito in paradiso. Tagliò via il suo dito destro della mano e il suo dito destro del piede e li sparse nella foresta. Questi divennero la pianta dell’iboga. Egli disse al Pigmeo: “Quando la tua gente mangia questa pianta e prega per me, la udirò, e quando morirai, avendo mangiato iboga, verrai in paradiso”.

Dio prese quindi le ossa del Pigmeo e le mise in un ruscello. I fratelli del Pigmeo lo cercarono, ma non riuscirono a trovare il suo corpo, e fecero un funerale senza di lui.

Un giorno, la moglie del Pigmeo, Akengue, andò a pescare nella profondità della foresta. Lasciò i suoi compagni e, ascoltando un gemito che proveniva dall’acqua, vi scavò, e trovò le ossa di un uomo. Pensando che potessero essere le ossa di suo marito, le lavò e le pose sulla sponda del ruscello, con l’intenzione di portarle a casa. Ma mentre stava pescando, sopraggiunse un gatto selvatico2 che raccolse le ossa e se le portò via.

Akengue rimase perplessa e prese la direzione per tornare a casa. Ma, improvvisamente, una voce le parlò chiamandola, attraverso la foresta, proveniente da una grotta. Lì, nel fondo della grotta, v’era il mucchio di ossa su una pelle di gatto selvatico. Una voce simile a quella di suo marito le chiese chi fosse. E quindi le chiese di guardare a sinistra verso l’ingresso della grotta.

Lì v’era il cespuglio di iboga. La voce le chiese di mangiare la scorza della radice. Quindi, la voce le mostrò il fungo duma3 che stava alla sinistra dell’ingresso. Le chiese di mangiarne. La voce quindi le chiese di girare intorno. Improvvisamente, la mosca olarazen4 volò nel suo occhio, accecandola. Quando essa ebbe pulito il suo occhio lacrimante e si girò attorno, le ossa se ne erano andate, e suo marito stava in piedi davanti a lei.

Egli le disse che era stato con Zame [Dio] ed era tornato con la religione dei neri. Egli la rinominò Disumba [Origine], poiché era l’inizio del Buiti.

Era la pianta dell’iboga che metteva in grado i neri di vedere i propri morti. Ma doveva essere fatto un okandzo [offerta]. Così la donna tornò al villaggio e giunse quotidianamente con cibo e offerte.

Intanto, il fratello di suo marito defunto [suo marito per levirato] si insospettì, e la seguì. La sorprese nella grotta. Ma essa avrebbe voluto non dirgli nulla. Quindi, suo marito defunto le parlò, dicendole di dare iboga a suo fratello. Quando egli mangiò l’iboga, vide suo fratello morto.

Immediatamente il morto chiese l’okandzo, per i poteri che aveva concesso. “Cosa posso darti, io pover’uomo”, disse il fratello vivente. “Dammi tua moglie”, disse il fratello defunto, e immediatamente il fratello vivente si gettò su di essa e la strangolò, così che la volonterosa donna trapassò per riunirsi con il suo primo marito.

 

Note

1 – Canarium (Pachylobus) balsamiferum Willd., famiglia delle Piperaceae.

2 – Nsin in lingua fang, altrimenti noto come mosingui o ossingui, piccolo quadrupede selvatico dalla pelle maculata.

3 – Fungo reale presente nella mitologia buitista. Si veda il mito d’origine del Buiti.

4 – Olarazen = “egli mostra la via”.

 

Da: JAMES W. FERNANDEZ, 1982, Bwiti. An Ethnography of the Religious Imagination in Africa, Princeton University, pp. 321-2.

 

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