Insetti vari

Various insects

 

Continuando l’osservazione sugli animali che si drogano, tale comportamento è stato osservato anche fra gli animali inferiori, ad esempio fra gli insetti.

Molti alberi essudano linfa da diversi punti della corteccia e dei rami. I motivi di queste “perdite” sono multipli, ad esempio in occasione di rotture o lacerazioni dei rami. Questo fenomeno è considerato popolarmente come un “pianto” o “sanguinamento” dell’albero, e tecnicamente si parla di “essudato mucillaginoso”. Ludwig lo definì alla fine del XIX secolo come un “flusso alcolico” (Ludwig, 1886), per via del fatto che la linfa esposta all’aria diviene presto invasa da microrganismi che la fanno fermentare con conseguente produzione di alcol, soprattutto alcol etilico. Questi flussi sono principalmente di quattro colorazioni, nero, bruno, rosso e bianco. In Europa gli alberi maggiormente soggetti al “pianto” sono: frassino, faggio, betulla, acero, quercia, pioppo, salice.

La linfa di questi alberi contiene molti zuccheri, e a contatto con lieviti e funghi produce alcol. È un dato noto sin dagli inizi dell’entomologia moderna – in realtà un evento osservato chissà quante volte nei millenni passati – che tutta una serie di animali, soprattutto insetti dell’ordine dei Ditteri, vengono attratti da queste “perdite” di linfa, e diversi ne rimangono inebriati. Questo comportamento può avere un certo costo in termini di perdite di individui di una specie, poiché così inebriati possono divenire più facilmente vittima dei loro predatori. È il caso, ad esempio, delle vespe delle specie Vespa germanica Fab. e V. vulgaris L., che sono state osservate “cibarsi voracemente dell’essudato schiumoso di una quercia, penetrando in profondità negli interstizi della corteccia, con il risultato che in gran numero diventavano ebbre e cadevano al suolo, dove diventavano prede di coleotteri carabidi e di formiche” (Wilson, 1926, p. 248). L’attrazione che le vespe hanno per l’alcol è stata impiegata dagli entomologi per catturarle (Bentley, 1992).

Alcune specie di farfalle sono attratte dall’alcol. Una di queste è la jasio o ninfa del corbezzolo, un’appariscente farfalla di grandi dimensioni, nota nella tassonomia come il lepidottero Charaxes jasius L. (Nymphalidae). È una specie europea che vive anche in Italia, sul Conero anconetano e in Maremma, nei boschi di corbezzolo. I bruchi di questa farfalla si cibano esclusivamente delle foglie di corbezzolo (Arbutus unedo L., fam. Ericaceae). È una delle farfalle dotate di “code” sulle ali; il corpo è attraversato da fasce laterali argentate. È attratta da tutto ciò che fermenta e produce alcol, specialmente i frutti marcescenti caduti a terra.

Per osservare questa farfalla, gli entomologi collocano dei bicchierini contenenti un poco di birra o di vino nei luoghi dove vive. Attratta dall’odore dell’alcol, la jasio si precipita sul liquido per immergervi la spirotromba (una specie di lingua tubulare che i lepidotteri tengono arrotolata nella bocca e che, dispiegata, funge da cannuccia per la suzione). Che la jasio rimanga inebriata dalla bevuta alcolica è evidente dal conseguente volo “barcollante” e rallentato (Delfini, 1998, p. 99).

Charaxes jasius

È stato osservato che i bombi si “ubriacano” dopo aver visitato fiori di piante di Asclepias, della famiglia delle Apocynaceae. Ciò è stato spiegato con la constatazione che il nettare dei fiori di queste piante, ad es. A. syriaca L., sono soggetti a contaminazione di lieviti, i quali producono alcol etilico: “ciò suggerisce che il nettare con un contenuto relativamente alto di alcol non è un deterrente per le visite di questi insetti” (Kevan et al., 1988).

Il nettare di diverse specie di orchidee contiene una vera e propria fucina di alcaloidi dalle proprietà inebrianti, e provoca negli insetti impollinatori un evidente disorientamento nel volo; per questo motivo sono stati chiamati “insetti ubriaconi”. Per alcune specie di orchidee del genere Epipactis la fonte inebriante potrebbe essere l’alcol etilico che si forma in seguito a fermentazione del nettare prodotto dai fiori. È stato ipotizzato un vantaggio da parte della pianta, in quanto gli insetti impollinatori ebbri riducono il loro grooming, cioè l’azione di pulirsi il corpo dalle impurità, in particolare dai grumi di polline, e ciò comporterebbe un aumento del potenziale di trasferimento del polline da un fiore all’altro (Lojtnant, 1974). Questa spiegazione è stata definita “ipotesi dell’impollinatore ubriaco” (Adler, 2000).

Nel caso dell’orchidea Epipactis helleborine (L.) Crantz, sono le medesime vespe impollinatrici che trasportano nei fiori alcune specie di funghi (in particolare Aspergillus niger e Cladosporium) che producono etanolo a contatto con il nettare (Ehlers & Olesen, 1997). La riduzione di grooming da parte degli insetti impollinatori potrebbe essere la conseguenza favorevole (adattiva) allo stato di ebbrezza anche nel caso di un’ape solitaria dell’Amazzonia, che visita i fiori maschili di una liana (Cayaponia sp., Cucurbitaceae); dopo la visita l’ape rotola fuori dal fiore completamente coperta di polline e cade nella vegetazione (ibid., p. 228).

La relazione degli insetti impollinatori con l’orchidea europea Epipactis helleborine è stata particolarmente studiata dall’équipe dell’entomologa polacca Anna Jakubska. Dopo essersi cibati del suo nettare, gli insetti si muovono più lentamente e come ebbri. Ciò prolunga il tempo della loro permanenza nell’infiorescenza, con conseguente aumento di probabilità di impollinazione del fiore e, contemporaneamente, di maggiore accumulo di polline nel corpo, quindi di aumento di potenziale di impollinazione di altri fiori (Jakubska et al., 2005a). Nel nettare di questa pianta sono stati identificati oltre 100 composti, diversi dei quali potenzialmente inebrianti, fra cui ossicodone e un altro morfinane, un derivato indolico, etanolo e altri alcol, oltre a eugenolo e metossieugenolo (Jakubska et al., 2005b).

Il ritrovamento dell’ossicodone è particolarmente importante, in quanto questa sostanza oppioide fu creata in laboratorio nel 1916 in Germania come prodotto semisintetico a partire dalla tebaina. La sua produzione da parte di un’orchidea dimostra che la natura l’aveva già elaborata molto prima dell’uomo, come è accaduto similmente per altre droghe ritenute sintetiche ma riconsiderate come alcaloidi in seguito al loro ritrovamento in natura – ad esempio l’amfetamina ritrovata in Datura stromonium L. (Solanaceae)(Ademiluyi et al., 2016) e il DMT ritrovato in specie di Anadenanthera (Piptadenia, Leguminosae) (Fish et al., 1955).

A sinistra fiori di Epipactis helleborine (L.) Crantz, Orchidaceae, a destra struttura chimica dell’ossicodone

Tornando a E. helleborine, la presenza di alcol potrebbe essere dovuta o al metabolismo di microorganismi quali Candida, Aspergillus e Cladosporium, oppure potrebbe essere frutto di decomposizione chimica di qualcuno dei composti presenti nel nettare. È stato osservato un effetto “narcotico” maggiore negli insetti di piccola taglia, che può culminare in una fase di immobilità totale, mentre gli insetti di maggior taglia, quali Bombus e Vespula, mostrano solamente anomalie nel tragitto del volo (Jakubska et al., 2005c).

L’ebbrezza parrebbe essere la ricompensa principale data ai loro insetti impollinatori da diverse specie di orchidee americane dei generi Catasetum, Cycnoches, Stanhopea e Gongora. I loro fiori non producono cibo ma un profumo liquido. Le api incidono le parti fiorali in modo tale da fare fuoriuscire il liquido dalla superficie graffiata, che viene assorbito attraverso le zampe anteriori. Le api, che tornano ripetutamente alla fonte, mostrano movimenti impacciati, che sono stati interpretati come il risultato di un’ebbrezza. Questo comportamento è stato ripetutamente osservato dall’entomologo statunitense C.H. Dodson nel corso dei suoi studi sul campo nelle foreste dell’Ecuador. Nel caso dell’orchidea Catasetum macroglossum Rchb.f. egli fece la seguente osservazione:

“I fiori femminili hanno un labbro a forma di cappuccio e le api, attratte dall’odore, permangono di fronte ai fiori per qualche secondo e quindi atterrano e si intrufolano dentro. Abbiamo osservato le api graffiare la superficie interna dei fiori con gli artigli dei tarsi frontali [il tarso è qui inteso come il quinto segmento della zampa di un insetto], similmente a quando un cane scava un buco. Dopo circa 45 secondi di questo comportamento escono dal fiore, si librano in aria distanti alcuni pollici dal fiore e quindi ripetono il processo. Gradualmente le api diventano meno diffidenti e sembrano essere ebbre” (Dodson & Frymire, 1961, p. 134).

Le api sono risultate appartenere alle specie Eulaema cingulata e E. tropica. In diversi casi sono solamente le api maschio che graffiano le superfici interne del fiore e che rimangono di conseguenza inebriate, come per le api del genere Euglossini e alcune specie di orchidee del genere Cycnoches:

“Una delle ovvie differenze fra le api maschio e femmina è la presenza di tamponi chimio-recettivi sui tarsi delle zampe frontali dell’ape maschio. Tali tamponi permettono all’ape maschio di percepire gli odori di questi fiori. La reazione delle api maschio a questi fiori indica che i sensi dell’ape vengono offuscati e che questa diventa “inebriata”. In tale condizione, l’ape diventa suscettibile alla manipolazione in modi unici affinché si realizzi l’impollinazione” (Dodson & Frymire, 1961, p. 151).

Oltre alle moderne osservazioni entomologiche, è possibile che questi comportamenti degli insetti ebbri siano stati osservati nel tempi passati. In un’iscrizione di un’antica tomba romana si legge: “Ai miei eredi raccomando anche che sulle mie ceneri voli un’ebbra farfalla” (heredibus meis mando etiam cinere ut meo volitet ebrius papilio) (Bachofen 2003, p. 260). Per Bachofen la parola “ebbra” vorrebbe intendere sia il significato dionisiaco del vino sia l’inquieto svolazzare della farfalla, paragonato a un comportamento da ubriaco. Alla luce della realtà delle farfalle ubriache di alcol, non va escluso un altro significato per quell’ebrius papilio. Nella citazione si può dedurre il desiderio del defunto della mescita di vino in suo ricordo nel corso del rito funebre (un costume diffuso nel mondo antico, per il mondo romano cfr. De Siena, 2012); un desiderio che viene simboleggiato da una farfalla che è stata attratta dal vino e che di conseguenza è divenuta ebbra.

Anche presso le popolazioni tribali questi comportamenti non saranno sfuggiti all’attenzione. Sappiamo ad esempio che presso gli Asheninka del Perù è nota una specie di mosca che è così attratta dal masato – la birra di manioca – che spesso vi si annega dentro. L’insetto è chiamato šinkiárenti, dove –šinki– significa “essere ubriaco”. Ciò che sorprende gli Asheninka è l’osservazione che la mosca annegata, se viene messa al sole per seccarla, riprende vita (“resuscita”). Come riconoscimento del suo potere di “resurrezione”, gli Asheninka gli hanno dato i nomignoli di tasórenci e pává (nomi della divinità solare). Nella mitologia asheninka, Šinkiárenti era considerato un umano ubriacone che fu convertito nella condizione di mosca dalla divinità suprema Avíreri (Weiss, 1975, p. 281).

 

Formiche e coleotteri

Diverse specie di formiche “ospitano”, o forse meglio “tollerano”, nei loro formicai degli insetti, incluse le loro larve, in base a un rapporto apparentemente mutualistico, cioè di reciproca convenienza, ma che in diversi casi si rivela essere di tipo parassitario. Questi “ospiti parassiti” sono molto frequenti nei formicai di tutto il mondo e ne sono stati individuate oltre tremila specie, fra insetti, aracnidi e crostacei.

In alcuni casi, come per le larve dei coleotteri del genere Atemeles, le formiche provvedono al loro nutrimento, dopo che queste hanno aspirato o leccato un essudato prodotto da specifiche ghiandole distribuite sul corpo della larva, che per un qualche motivo le medesime formiche trovano così attraente, anzi “irresistibile”, al punto tale che questo comportamento è stato definito dai mirmecologi – gli studiosi delle formiche – come una “dipendenza innaturale”. Tralasciando il giudizio umano di “innaturale”, l’ipotesi che la larva del coleottero obblighi la formica a nutrirla “schiavizzandola” mediante una sostanza che crea dipendenza, resta plausibile, soprattutto considerando un altro caso dove ciò appare maggiormente evidente.

Si tratta del coleottero della specie Lomechusa strumosa che parassita i formicai della specie europea Formica sanguinea. Quando uno di questi coleotteri, della dimensione simile a quella delle formiche, si presenta nel formicaio, subito viene attaccato come un intruso. Ma a questo attacco il coleottero risponde volgendo il suo addome contro la testa delle formiche, una risposta inattesa che modifica improvvisamente il loro comportamento aggressivo. Cos’è accaduto? Il coleottero produce delle secrezioni nel suo addome e permette alle formiche di succhiarle. La secrezione viene rilasciata attraverso due ciuffi di tricomi. Le formiche rimangono sopraffatte dalla natura inebriante di queste secrezioni e diventano temporaneamente disorientate e meno sicure sulle loro gambe, traballando e perdendo il senso dell’equilibrio. Le formiche lavoratrici si dedicano quindi per lunghi periodi di tempo esclusivamente alla suzione della secrezione rilasciato dall’addome del coleottero, e appaiono totalmente disinteressate alle loro faccende domestiche.

Le formiche allevano anche le larve del coleottero, le quali producono anch’esse un essudato che risulta “irresistibile” per le formiche. Queste le trattano con tutto il riguardo che rivolgono alle proprie larve; un comportamento che ha un costo elevatissimo per il formicaio, dato che le larve del coleottero divorano grandi quantità di larve di formica. Inoltre, la presenza del coleottero e delle sue larve provoca lo sviluppo di formiche imperfette (pseudogini), incapaci di svolgere le normali funzioni di formiche lavoratrici o di formiche femmine. Tutto ciò porta in breve tempo a una bassa produttività e a un rovinoso declino dell’intera colonia di formiche, specie nel caso in cui il numero di Lomechusa presenti nel formicaio aumenti esageratamente, a mo’ di “overdose”.

La passione evidenziata da queste formiche nei confronti dell’essudato delle Lomechusa è stata paragonata alle forme di alcolismo. Wheeler, che studiò questo comportamento agli inizi del ‘900, preferiva paragonarlo al comportamento dei gatti nei confronti delle erbe gattaie (nepeta) (Wheeler, 1918).1

 

Note

1 – Si veda anche Hölldobler, 1967; per il concetto di “dipendenza innaturale” nei confronti delle Atemeles, si veda Chauvin, 1970, p. 134.

 

Si vedano anche:

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