Amanita muscaria in Siberia

The fly-agaric in Siberia

 

L’Amanita muscaria, popolarmente nota in italiano come agarico muscario e in inglese come fly-agaric, è il più famoso fungo allucinogeno, diffuso da tempo immemore in Eurasia, nell’America del Nord e Centrale, e oggigiorno presente anche nell’America del Sud, nell’Africa meridionale, in Australia e Nuova Zelanda (la sua presenza in queste ultime regioni parrebbe essere recente e dovuta a cause antropiche; si veda Le amanite psicoattive). E’ uno dei funghi più appariscenti, con il suo caratteristico cappello rosso cosparso di macchie bianche, ed è il classico fungo dell’iconografia eurasiatica, raffigurato innumerevoli volte nelle fiabe per bambini, nei temi natalizi e nei più disparati oggetti folclorici.

Cartolina tedesca di auguri per il nuovo anno 1904

La relazione umana con questo fungo ha origini molto antiche, con una storia complessa e alquanto articolata; una storia di cui si è sinora riusciti a ricostruire solamente alcuni tasselli. Il suo impiego tradizionale come fonte visionaria si è conservato oggigiorno nella Siberia settentrionale e in alcune aree dell’America del Nord, e testimonianze iconografiche e letterarie di un suo impiego nel passato, a volte recente, sono sparse per tutta l’Eurasia e nell’America Centrale (Samorini, 2001).

In queste pagine descrivo l’impiego di questo fungo fra le popolazioni tradizionali della Siberia, basandomi non solamente sui documenti già noti e messi in luce dal lavoro pionieristico di Robert Gordon Wasson durante il XX secolo, ma anche su un insieme di documenti di mia recente acquisizione scritti in russo, estone, finlandese e altre lingue europee.

La storia della relazione umana con l’Amanita muscaria presso le popolazioni siberiane può essere suddivisa in quattro fasi cronologiche: la fase preistorica, la fase pre-sovietica, la fase sovietica e la fase post-sovietica.

Per la fase preistorica, si vedano Le incisioni rupestri del fiume Pegtymel e Gli “uomini-fungo” dell’arte rupestre asiatica.

 

La fase pre-sovietica

I più antichi riferimenti letterari all’impiego dell’agarico muscario fra le popolazioni siberiane sono datati al periodo zarista, cioè quando la Russia aveva già conquistato la Siberia. Il primissimo documento sinora individuato riguarda osservazioni avvenute nel 1658 da parte di un prigioniero polacco, Dłużyk Adam Kamiénski, che riportò nel suo diario pubblicato solamente nel 1874. Kamiénski accennò all’uso da parte della popolazione finno-ugra a quei tempi denominata Ostiachi, oggi Khanty, che vive nell’area centrale della Siberia settentrionale lungo il fiume Ob e i suoi tributari: “Essi mangiano certi funghi che hanno la forma dell’agarico muscario, e in tal modo diventano ubriachi peggio che con la vodka, e per loro questo è il miglior banchetto” (Kamiénski, 1874, p. 382; rip.in Wasson, 1968, p. 233). Kaménski notò la rassomiglianza del fungo utilizzato dagli Ostiachi con l’agarico muscario europeo, senza identificarlo con questo.

Un’altra osservazione precoce fu riportata dal primo giapponese che raggiunse la Russia moderna agli inizi del ‘1700 e di cui lasciò un resoconto scritto. Egli riportò la pratica degli abitanti della Kamchatka di far marcire del pesce per ottenere una bevanda fermentata alcolica, e affermò che nel concotto venivano aggiunti degli agarici per rinforzare l’effetto inebriante della bevanda (Ogloblin, 1891, p. 20). Un altro prigioniero di guerra, l’ufficiale svedese Filip Johann von Strahlenberg, rimase per 12 anni in Siberia e raccolse una serie di notizie riguardo i nativi e che riunì in un libro in lingua svedese originalmente pubblicato nel 1730. Egli fu il primo autore a riportare l’assunzione dell’urina di colui che aveva ingerito l’agarico muscario con lo scopo di conseguire un’ulteriore stato di ebbrezza (comportamento ch’egli osservò presso i Koriaki; Strahlenberg, 1730, p. 389).

Un ulteriore documento datato attorno al 1789 è inserito in un diario di Karl Heinrich Merck, un naturalista tedesco che aveva partecipato alla spedizione Billings-Sarycev degli anni 1785-1795. Questa spedizione, voluta dalla zarina Caterina II, fu mantenuta segreta e aveva lo scopo di aprire la strada per l’impero russo verso le isole Aleutine e la costa dell’Alaska. I manoscritti dei partecipanti a questa spedizione, che si trovavano custoditi in archivi russi e tedeschi, furono raccolti e pubblicati solamente nel 1978 (Merck, 1978; questi documenti non furono osservati da Wasson; si veda L’Amanita fra i Koriaki).

Gli autori dei secoli XVIII e XIX che hanno descritto l’impiego dell’agarico, lo hanno perlopiù paragonato con l’uso occidentale dell’alcol, enfatizzando quindi uno scopo ludico e di conseguimento di una forma di ubriachezza, senza accorgersi delle importanti differenze sia d’effetti che di scopi d’uso. Diverse descrizioni sono superficiali, inattendibili, o distorte da valori morali occidentali. E’ il caso di Martin De Lesseps, Console Generale di Francia a San Pietroburgo, che viaggiò nella Kamchatka negli anni 1787-1788; osservando l’impiego dell’agarico fra i Koriaki, lo ritenne una scoperta recente indotta dalla ricerca di surrogati inebrianti da usare nei frequenti casi in cui i nativi non erano in grado di ottenere le fonti alcoliche che gli rifornivano in Russi e i Cosacchi (Lesseps, 1790, 2, pp. 90-1; si veda anche Vereshchaka, 2014).

Una prima serie di osservazioni etnografiche dell’impiego dell’amanita fu effettuata in seno alla Grande Spedizione Nordica russa del 1733-43, nota anche come Seconda Spedizione in Kamchatka e guidata da Vitus Bering. Questi fu l’ufficiale della marina imperiale che pochi anni prima, nel corso della Prima Spedizione in Kamchatka degli anni 1725-1731, aveva “scoperto” lo stretto (ma sarebbe più opportuno dire “consapevolizzato l’esistenza dello stretto”) che separava l’Asia dall’America e che fu destinato a portare il suo nome. Gli esploratori della Grande Esplorazione Nordica furono accompagnati da un gruppo di studiosi accademici di diverse discipline, fra cui Stepan Krasheninnikov, in seguito riconosciuto come il primo etnografo della Kamchatka. Egli riferì dell’impiego del fungo fra i Kamchadal (oggi noti come Itelmen), i Koriaki e i Russi (principalmente Cosacchi) residenti nella penisola (Krasheninnikov, 1755, 2, pp. 108-110). Anche un altro membro della medesima spedizione, il naturalista tedesco Georg Wilhelm Steller, descrisse l’impiego dell’agarico fra i Kamchadal, riportando il nome con cui denominano il fungo, ghugakop (Steller, 1774, p. 92).

Il viaggio di ritorno della Grande Spedizione Nordica fu una debacle, con naufragio in un isolotto nel 1741 di uno dei due vascelli e successiva morte per stenti e scorbuto di Bering e altri partecipanti. I sopravvissuti, fra cui Steller, costruirono una barca con i resti del vascello naufragato e tornarono in Kamchatka nel 1742. Steller condusse altri due anni di ricerche in Kamchatka e morì durante il viaggio di ritorno per Pietroburgo nel 1746. Egli criticò le arbitrarietà e violenze dei conquistatori Russi e Cosacchi nei confronti delle popolazioni indigene, e per questo si fece dei nemici. La versione ufficiale delle circostanze della sua morte sono state messe in discussione da diversi autori (Strecker, 2014; per ulteriori dati sulla Grande Spedizione Nordica si veda Samorini, 2022).

Un insieme di studi etnografici più mirati e strutturati fu sviluppato dalla Jesup North Pacific Expedition degli anni 1897-1902, organizzata dall’American Museum of Natural History e diretta da Franz Boas. A questa spedizione, volta allo studio delle popolazioni settentrionali di entrambi i continenti Asia e America e finalizzata alla comprensione della genesi del popolamento dell’America, parteciparono antropologi sia statunitensi che russi. Fra i Russi, Waldemar Bogoras e Waldemar Jochelson svilupparono importanti studi sui Chukchi e sui Koriaki dell’area più orientale della Siberia settentrionale (Bogoras, 1904-09; Jochelson, 1905-08. Per la problematica relazione di questi studiosi con i poteri zarista prima e sovietico dopo si veda La repressione sovietica dello sciamanesimo). Essi osservarono in prima persona l’impiego dell’agarico muscario (si vedano L’Amanita fra i Koriaki e L’Amanita fra i Chukchi).

Fu dai risultati etnografici della spedizione Jesup che generò il concetto, ma forse meglio la metafora, del “complesso sciamanico”, che gli antropologi iniziarono a utilizzare per descrivere le pratiche religiose delle popolazioni dell’America settentrionale e della Siberia (Znamenski, 2003, p. 17; si veda anche Il paradigma della “purezza sciamanica”).

Sempre a cavallo fra il XIX e il XX secolo diversi viaggiatori, esploratori, prigionieri di guerra, esiliati nello sterminato territorio siberiano, osservarono l’impiego del fungo e lo riportarono nei loro diari di viaggio, rapporti geografici, resoconti a fini commerciali, ecc.

Un ruolo importante fu ricoperto da Robert Gordon Wasson (1898-1986). Il suo primo libro – un’opera in due volumi pubblicato nel 1957– scritto insieme alla moglie d’origini russe Valentina Pavlovna Wasson, si intitola Mushroom, Russia and History. Wasson non sviluppò ricerche sul campo, in quanto le sue richieste di visitare le popolazioni native della Siberia non furono soddisfatte dal regime sovietico. Egli tuttavia svolse un paziente lavoro di ricerca della documentazione scritta che riferiva dell’uso dell’amanita in Siberia, raccogliendo documenti russi, tedeschi, polacchi, ungheresi, scandinavi e di altre lingue e datati a partire dal XVIII secolo; li tradusse o li fece tradurre in inglese e li riunì in una corposa appendice di un altro suo libro pubblicato nel 1968. Fu questo suo lavoro bibliografico a rendere accessibile agli studiosi di tutto il mondo la conoscenza dell’uso siberiano pre-sovietico dell’agarico muscario (Wasson, 1968, pp. 233-356).

Riassumendo i dati etnomicologici in tal modo acquisiti, Wasson delineò due aree geografiche siberiane di consumo tradizionale dell’agarico muscario. La prima corrisponde alla Siberia nord-occidentale, con area principale quella fra i due fiumi Ob e Yenisei e includente i gruppi etnici di lingue uraliche dei Khanty, Mansi, Nentsy (o Nenet) della Foresta, Selkup (o Ostiachi-Samoidei), Nganasani, Ket. La seconda corrisponde alla Siberia nord-orientale, inclusa la penisola della Kamchatka e includente i gruppi etnici dei Chukchi, Koriaki, Itelmen, Eskimo, Ciuvani (etnia jukaghiri parzialmente assimilata con i Chukchi e i Koriaki), Jukaghiri, Even e i Russi stanziatisi in quest’area (dati riassunti in Saar, 1991, Schurr, 1995 e Rosenbohm, 1991). L’uso del fungo è stato riportato anche fra i Komi che abitano negli Urali settentrionali (Dunn, 1973).

Mappa dei principali gruppi etnici siberiani. In colore sono evidenziate le aree di diffusione dell’impiego dell’agarico muscario nei periodi pre-sovietici (rielaborazione da una mappa di Znamenski, 2003)

La fase sovietica

Questa fase inizia dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, o meglio dal 1922 dopo la rivoluzione civile, sino alla caduta del regime sovietico avvenuta agli inizi degli anni ‘1990. Durante i decenni ‘1930 e ‘1940 gli sciamani siberiani furono vittime di una pesante campagna di persecuzione, che raggiunse il suo culmine con le “purghe” staliniste e l’internamento nei gulag, e di fatto l’eliminazione fisica di migliaia di sciamani. Con un certo senso di soddisfazione gli etnografici del regime avevano dato per estinte le pratiche sciamaniche con impiego dell’agarico muscario. Per una descrizione di questa triste pagina dello sciamanesimo siberiano si veda La repressione sovietica dello sciamanesimo.

 

La fase post-sovietica

La fase post-sovietica, che va dagli inizi degli anni ’90 sino ai nostri giorni, vede una ripresa delle pratiche tradizionali e sciamaniche, incluso l’impiego dell’agarico muscario; in alcuni casi si è trattato di un ritorno palese di queste pratiche che si erano tramandate nascostamente durante i decenni del regime sovietico. Gli sciamani siberiani iniziarono a riemergere, e i più attivi si misero a predicare apertamente la loro ideologia, ponendosi in competizione con i rappresentanti delle altre fedi religiose, in particolare quella cristiana ortodossa.

Lo sciamanesimo ha visto anche una ripresa di interessi sia dentro che fuori il mondo accademico russo, seguendo l’ondata intellettuale di “ricostruzione etnonazionale”. Si assiste a una “reinvenzione” dello sciamanesimo, indotta dal dilagare delle pratiche spirituali alternative di stampo newage, che hanno portato all’attuale mainstream della “sciamanologia”, dove i confini fra sciamanesimo tradizionale e neo-sciamanesimo appaiono indefiniti (Znamenski, 2003, pp. 28-30).

La ripresa della libera ricerca accademica sul campo vede nuove generazioni di etnografi e antropologi che osservano ciò che è rimasto delle pratiche tradizionali con il fungo; pratiche che nel frattempo e a causa soprattutto della persecuzione sovietica hanno subito importanti modifiche nelle modalità e nelle funzioni sociali.

Poco dopo la caduta del regime sovietico si assiste anche a un altro fenomeno negli ambienti accademici russi: diversi etnografi che durante gli anni del regime avevano svolto studi sul campo delle pratiche sciamaniche siberiane e che non avevano pubblicato le parti più compromettenti delle loro osservazioni, fra cui l’impiego nascosto dell’agarico muscario – per rischio di cadere vittime della censura di regime e per proteggere i medesimi sciamani – le hanno rese note in nuove pubblicazioni, a distanza di decenni, a volte di 50 anni, dai tempi dei loro studi sul campo. E’ il caso dell’etnografo estone Ülo Siimets, che nel 1971 studiò sul campo gruppi di Chukchi e che pubblicò i dati riguardanti l’impiego dell’agarico muscario solamente dopo il 2000 (Siimets, 2001, 2006). Per una visione generale degli studi della fase post-sovietica si veda Samorini, 2022.

 

Aspetti linguistici

Un impiego dell’Amanita muscaria così esteso fra differenti etnie comporta ovviamente un articolato insieme di nomi con cui questo fungo viene indicato. Di seguito elenco i nomi relativi alle etnie siberiane che sono stato in grado di individuare:

Wasson ha evidenziato nelle lingue uraliche l’esistenza di un esteso complesso terminologico che ruota attorno alla radice poŋ. Senza inoltrarmi qui nel problema della sua origine – se originario delle lingue uraliche o se da queste preso in prestito da altri ceppi linguistici –, da tale radice derivano diversi nomi generici per “fungo” usati dalle popolazioni di lingua uralica, mentre fra i Mansi e i Khanty originano i nomi per indicare specificatamente l’agarico muscario. E’ interessante osservare come fra i Mansi la terminologia associata all’ebbrezza e all’ubriachezza derivi etimologicamente dal termine paŋχ con cui indicano l’agarico muscario e dalle sue varianti dialettali (una derivazione etimologica originalmente evidenziata da Munkáksi, 1907). In pratica, il termine “ubriaco” è traducibile con il nostro termine “infungato”. Questo termine oggigiorno è usato anche e soprattutto per indicare l’ebbrezza indotta dall’alcol, ma i Mansi attuali nel pronunciarlo non sono consapevoli della sua etimologia, cioè non pensano all’agarico muscario. Un po’ come quando gli Arabi del Marocco dicono mgayet per indicare una persona che sta facendo azioni folli; un termine che letteralmente significa “indaturato”, nel senso “ha preso la datura” (Bellakhdar, 1977, p. 495), e che viene pronunciato senza pensare alla datura. Quest’analisi linguistica evidenzia come fra i Mansi l’agarico muscario sia stato l’inebriante originario, e che solo in un secondo momento questa popolazione adottò la medesima terminologia per denotare gli effetti delle fonti alcoliche, la cui conoscenza fu acquisita molto probabilmente in seguito al contatto con i Russi (Wasson, 1968, pp. 164-5).

Osservando che la medesima radice poŋ è impiegata da alcune etnie come nome di fungo generico e da altre come nome specifico per l’agarico muscario, Wasson ha esposto la seguente osservazione riguardo il problema dell’origine di questa radice, che potrebbe anche non essere uralica ma presa in prestito da altri ceppi linguistici:

“Rimane la questione del significato originario di poŋ, e se questo indicasse l’agarico muscario quando fu preso in prestito. Possiamo dare per scontato che i significati specifici precedono le definizioni generiche: cioè, i nomi per gli individui o le specie precedono i nomi per le classi di cose. Ma ciò non è molto d’aiuto, poiché i nomi dei funghi facilmente cambiano il loro significato dallo specifico al generico, e dal nome di una specie a quello di un’altra, e i significati spesso vengono scambiati quando le parole vagano da una popolazione all’altra” (Wasson, 1968, p. 169).

Un’ulteriore considerazione linguistica risiede nei termini usati dai Selkup – un’etnia di lingua samoidea – per indicare il tamburo dello sciamano, pöŋer, con derivazione dalla medesima radice poŋ da cui derivano i nomi ob-ugri (cioè mansi e khanty) dell’agarico muscario e più in generale i nomi uralici per “fungo” (Wasson, 1968, p. 166). Ciò pone in relazione semantica la pratica sciamanica di suonare il tamburo con i funghi. Anche fra i Khanty Orientali alcuni termini che designano “sciamano”, “sciamanesimo” e “agarico muscario” sono etimologicamente associati fra di loro (Flitchenko, 2011, p. 196). Lo studioso ungherese J. Balázs ha esteso affini associazioni semantiche a tutti i popoli di lingua Finno-Ugra, osservando una generale derivazione di termini indicanti “estasi”, “cadere in trance”, “ebbrezza” e “ubriachezza” da sostantivi significanti “fungo” e “agarico muscario”:

“Dal punto di vista semantico ciò non richiede ulteriori spiegazioni, poiché è ovvio che la parola-radice dei derivati che significano ‘entrare in una condizione’ è la stessa parola che è usata per denotare la sostanza che produce la condizione (..) Così troviamo che gli sciamani finno-ugri usavano l’agarico muscario come agente stupefacente nei tempi antichi” (Balázs, 1963, pp. 317-8).

In definitiva, seguendo quanto già dedotto da Lehtisalo (1924, p. 122), secondo Wasson v’è una concreta evidenza linguistica del fatto che l’uso dei funghi in Siberia risale ad almeno il periodo uralico, in un tempo in cui le lingue ob-ugre e samoidee non si erano ancora formate e separate dalla loro lingua madre uralica; una separazione che si ritiene sia avvenuta attorno o prima di 6000 anni fa (Wasson, 1968, pp. 164-9. La possibilità che le radici dei nomi ob-ugri che indicano i funghi e l’agarico muscario possano derivare da lingue asiatiche, eventualmente estinte, è tuttora oggetto di discussione; cfr. Napolskikh, 2020).

Per quanto riguarda il termine russo mukhomor, ha lo stesso significato etimologico dell’inglese fly-agaric e dell’italiano amanita ammazzamosca, cioè deriva dal termine russo per “mosca” (mýka).

 

Si vedano anche:

 

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