Gustavo Gamna e gli psichedelici

di Giorgio Samorini

Durante gli anni ’50-’70 del XX secolo le sostanze psichedeliche quali LSD e mescalina furono ampiamente sperimentate nella ricerca clinica delle più svariate affezioni fisiche e soprattutto psichiche. In più casi queste ricerca si trasformò in una vera e propria “ricerca selvaggia” compiuta sia sugli animali che sugli uomini, in particolare sui malati mentali non consenzienti, e questo fa parte di un oscuro e triste capitolo della psichiatria, oggigiorno troppo velocemente occultato dietro alla facciata “eticamente pulita” delle nuove metodologie della ricerca clinica.

Pur rischiando di indurre qualche fastidio nella classe medica psichiatrica, non posso fare a meno di ripercorrere in maniera critica alcuni eventi, e ciò mi è stato indotto dall’ostinazione di uno di questi psichiatri italiani, Gustavo Gamna, nel reclamare, ancora nel 1998, una validità del suo operato e delle teorie psichiatriche “psicotomimetiche” degli anni ’50. Mantengo la speranza che quest’analisi storica possa risultare utile anche agli psichiatri di oggigiorno e alla rivitalizzazione delle loro capacità autocritiche, abilità così importanti per il mantenimento di una sana etica professionale e individuale.

Durante gli anni ’50, gli psichiatri elaborarono il cosiddetto “paradigma psicotomimetico”, che interpretava le sostanze psichedeliche come induttrici di uno stato simile alle psicosi, e per questo motivo potevano essere utili per lo studio e la comprensione della schizofrenia; potevano cioè essere impiegate per indurre una “psicosi modello”.

Gli psichiatri erano così convinti che la vera natura dell’esperienza psichedelica fosse prettamente psicotica, che giunsero a considerare le esperienze non psicotiche vissute con l’LSD e la mescalina, descritte dagli sperimentatori e da scrittori quali Aldous Huxley, come delle anomalie insignificanti e non meritevoli di considerazione. Ad esempio, la famosa esperienza vissuta da Aldous Huxley con la mescalina, descritta nel suo celeberrimo testo Le porte della percezione, fu così descritta da McKellar: “non è scientificamente interessante, data la mancanza nel soggetto di intuire gli effetti prettamente psicotici. Lo scritto di Huxley soffre di un eccesso di influenza della sua personalità, e di una insufficiente capacità di sottrarsi alla loro influenza”. In occasione di un simposio sull’LSD, un altro psichiatra, Fischer, disse: “Credo che nell’esperienza del signor Huxley con la mescalina ci sia il 99 per cento di Aldous Huxley e un solo grano di mescalina” (McKellar, 1957, p. 179). Si potrebbe ribattere dicendo che in queste idee c’era il 99 per cento delle convinzioni degli psichiatri, e un solo grano di mescalina.

In seguito a una miriade di indagini cliniche e a non pochi fallimenti nel cercare di dimostrare la veridicità del paradigma psicotomimetico, questo fu abbandonato durante gli anni ’60, sebbene continui a “serpeggiare” fra le menti di alcuni o non pochi psichiatri, come è il caso di Gustavo Gamna, che in Italia fu uno dei promotori della ricerca selvaggia con gli psichedelici.

E infatti è proprio in Italia che si possono osservare dei casi “esemplari” di quanto accadde negli anni ’50 e ’60 nelle corsie dei nosocomi, dove poveri schizofrenici e altri malati mentali gravi venivano letteralmente torturati con sostanze psichedeliche, spesso abbinate con la micidiale pratica dell’elettroschok, ad opera di medici privi di scrupoli, alla rincorsa di un sempre maggior numero di pubblicazioni nelle riviste specialistiche e per qualche plauso in più da parte dei colleghi nelle sedi congressuali nazionali e internazionali.

Attrae in particolare l’attenzione un articolo pubblicato nella rivista Giornale di Psichiatria e Neuropatologia, annata 1958, firmato dagli psichiatri Giuseppe Gomirato, Gustavo Gamna ed Enrico Pascal, in cui erano descritti con dovizia di particolari i metodi della ricerca svolta su malati mentali dell’Ospedale Psichiatrico di Collegno, un sobborgo di Torino, e dove a più riprese veniva riportata la pratica di minacciare con l’elettroshock i pazienti che, sotto effetto di LSD, si fossero rifiutati di collaborare con i medici. Gli psichiatri somministravano l’LSD a insaputa del paziente (23 schizofrenici maschi), ed esigevano che questi disegnasse un albero su un foglio di carta:

“Invitato a disegnare rifiuta con scuse ed un fiume di parole del tutto incomprensibili (negativista). … Invano viene invitato ancora al disegno. Rifiuta, ridacchiando stolidamente. Infine, minacciato di elettroshock, si decide ed esegue il disegno … Dopo circa cinque ore dall’iniezione [di LSD], richiesto di disegnare, di nuovo rifiuta e si schermisce piuttosto stolidamente. Minacciato nuovamente di elettroschok diventa ansioso, chiede una riga e si mette ansiosamente a tracciare righe” (Gomirato et al., 1958, osservazione n. 10, pp. 460-1).

“Dopo un’ora e mezza [dall’iniezione di LSD], invitato a disegnare, rifiuta fatuamente, con scuse insulse e puerili, manierato. Infine, minacciato di elettroshock, si accinge a disegnare ma, pur tenendo il foglio davanti, non esegue nulla e ritorna al suo negativismo ostinato e stolido” (ibid., osservazione n. 12, p. 463).

Copertina del libro di Guido Blumir del 1974, scaricabile alla relativa citazione bibliografica qui in fondo

Copertina del libro di Guido Blumir del 1974, scaricabile qui

Nel 1973, Ennio Cisco, Pierluigi Cornacchia e Guido Blumir fecero scoppiare uno scandalo, che ebbe notevoli ripercussioni mass-mediatiche, nell’ambito del congresso “Libertà e Droga” indetto dall’Istituto Superiore della Sanità. Cisco e Cornacchia, entrambi sociologi dell’Istituto di Sociologia dell’Università di Trento, nel corso di ricerche bibliografiche volte allo studio della relazione fra psichedelici e creatività, si erano imbattuti in alcuni articoli specialistici, fra cui quello sopra citato, pubblicate in riviste psichiatriche italiane una quindicina d’anni prima, dove erano presentate delle ricerche cliniche in cui veniva somministrato l’LSD a degli schizofrenici e ad altri pazienti soggetti a gravi infermità mentali.

Stretti nella morsa dello scandalo mass-mediatico, gli autori di queste ricerche si difesero con giochi di rimpallo di responsabilità e con affermazioni che di fatto confermavano la realtà delle pratiche brutali con cui venivano eseguiti gli esperimenti. Uno dei direttori dell’Istituto Psichiatrico di Collegno, Giacomo Mossa, si difese inizialmente affermando che era totalmente ignaro di siffatti esperimenti, e che se fossero realmente accaduti nel suo istituto, si sarebbe trattato di ricerche clandestine; Giuseppe Gomirato negava di aver partecipato a quegli esperimenti, pur essendo un firmatario dell’articolo incriminato; Gustavo Gamna negava che fossero state fatte coercizioni di alcuna sorta nel corso degli esperimenti.

Incalzati dai giornalisti, mano a mano che lo scandalo occupava importanti spazi nelle testate nazionali e locali, gli psichiatri di Collegno modificarono le loro posizioni. Mossa commentò che “a quei tempi negli ospedali psichiatrici accadeva di tutto, né noi direttori eravamo in grado di controllare qualunque tipo di comportamento anche aberrante che potesse svolgersi in uno dei nostri reparti” (Blumir, 1974, p. 27). Gamna, che divenne in seguito direttore del settore esterno degli ospedali psichiatrici della Provincia di Torino, si difese affermando che “questo [l’LSD] e altri preparati psicodiagnostici venivano allora usati a scopo psicodiagnostico come indicato dalle case produttrici” (Blumir, 1974, p. 29) – dove per case produttrici si devono intendere le case farmaceutiche, in questo caso la svizzera Sandoz, che produceva l’LSD. E’ evidente l’insensatezza di questa giustificazione, dato che era impossibile che la Sandoz avesse dato indicazioni di usare la coercizione e le minacce nel corso di studi clinici con l’LSD; una giustificazione che risultava offensiva nei confronti degli interlocutori e del senso comune, e con la quale Gamna di fatto si auto-ridicolizzava. Gomirato espresse la sua meraviglia con l’affermazione “non capisco il clamore” suscitato per questo tipo di ricerche cliniche, citando come esempi di altre ricerche “di questo tipo” quelle condotte da Albert Hoffman e da Harold Abramson; in realtà Albert Hoffman, il chimico che scoprì la molecola dell’LSD, non partecipò mai diretamente a studi clinici, mentre le ricerche di Abramson furono sviluppate con principi etici ben differenti da quelli adottati dagli psichiatri torinesi (si veda ad es. Abramson, 1967).

Alcuni titoli del Corriere della Sera dell'estate 1973

Alcuni titoli del Corriere della Sera dell’estate 1973

In maniera un poco più onesta si pronunciò Enrico Pascal, che fu il ricercatore più direttamente coinvolto in quella ricerca clinica, datata al 1957, e che era stata il soggetto della sua tesi di specializzazione, promossa con il massimo dei voti e con tanto di lode. Pascal redasse una “lettera aperta” indirizzata ai giornali, affermando che la sua ricerca da tesando aveva incontrato “la piena approvazione dell’autorità accademica”, e che “parlare di eventuale collaborazione degli ammalati a una ricerca, nel contesto manicomiale, è certamente un controsenso. Il malato è portato a forza, contro la sua volontà, dentro l’istituzione; destinato a subire una continua manipolazione … Per quanto amareggiato della riesumazione scandalistica di questa pagina del mio passato, sono contento che mi si ‘usi’, così come io allora ho ‘usato’ gli ammalati. Ma, dal momento che non intendo recitare la parte di un inutile capro espiatorio, intendo chiamare in causa sia la psichiatria istituzionale che quella accademica, nei loro aspetti di manipolazione occulta e, talora, di aperta repressione”; nella lettera aperta Pascal smentiva tuttavia “recisamente” che sui pazienti fossero state fatte minacce di elettroshock (Blumir, 1974, pp. 46-53).

Verrebbe da domandarsi chi avrebbe dunque riportato a più riprese in quell’articolo la minaccia dell’elettroshock, ma non v’è necessità di andare molto lontano; è sufficiente osservare il contesto di queste minacce (“il paziente non collabora … minacciato di elettroshock, il paziente si mette da disegnare….”) per comprendere come queste fossero state realmente realizzate, e che semplicemente gli autori chiamati in causa si stavano difendendo negando l’evidenza.

Che gli schizofrenici, in conseguenza dell’iniezione di l’LSD, vivessero terribili e dolorosi effetti psichici, lo si evince da quanto riuscivano a balbettare nel contesto di quelle sedute:

“Dopo un’ora dall’iniezione, inizia uno stato di depressione, con ansia e angoscia: ‘Che cosa mi avete fatto? Sto male!’” (Gomirato et al., 1958, osservazione n. 21, p. 474).
“Cosa mi succede? Oh, che roba strana. Voglio diventare un altro per non soffrire così” (ibid., osservazione n. 1, p. 437).
“Dottore mi aiuti, mi sento male, sono fuori di me. Son fuori di senno. Mi faccia rientrare in me. Ah, come sto male. Son diventato pazzo. Aiutatemi, voglio morire, almeno così starò bene. Perché mi tormentate? (ibid., osservazione n. 2, p. 442).

La minaccia dell’elettroshock non è l’unico punto critico di quella e di altre ricerche effettuate in quegli anni con gli psichedelici sui malati mentali. Come ha fatto notare Blumir nel suo libro di denuncia (che qui metto a disposizione), nella ricerca di Collegno appare un totale disinteresse degli psichiatri nell’analizzare il materiale di natura psicoanalitica esternato dai malati schizofrenici, pur in un contesto di sofferenza e di delirio, fortemente accentuati dall’LSD, così come si evidenzia una totale mancanza d’aiuto al paziente. Agli psichiatri interessava solamente che i malati portassero a conclusione il disegno dell’albero, necessario per la loro pubblicazione:

“[Il paziente] riesce ad evocare, cosa mai accaduta in precedenza, nonostante a volte ne fosse stato sollecitato, il nome dell’amante della moglie, con il quale essa convive dopo il ricovero del marito in ospedale psichiatrico” (Gomirato et al., 1958, osservazione n. 2, p. 462).
“[Il paziente] Non riesco a capire come mai sono tanti anni che sono all’ospedale… Ero stato militare, poi mi ero impressionato un po’ dei tedeschi… Ho avuto degli spaventi… Mi avevano portato alle carceri” (p. 454 dell’articolo di Gomirato et al., 1958).

Blumir ha così commentato: “Il soggetto sta utilizzando la sua situazione per capirsi, e chi abbia un po’ di esperienza di psicoanalisi, si rende conto di che importanza abbia il momento traumatico per il soggetto, e di come sia prezioso permetterne l’approfondimento. Il paziente si sta avvicinando alle radici dei suoi problemi, ma gli autori dell’esperimento si limitano a reagire come segue: ‘Il paziente deve essere sollecitato perché si applichi al disegno’, e nelle loro osservazioni cliniche segnano: ‘in conclusione, si notano vertigini, torpore mentale, inceppamento’” (Blumir, 1974, pp. 62-3).

Lo “scandalo di Collegno” non ebbe ripercussioni giuridiche per gli psichiatri coinvolti, ma è il caso di puntualizzare che ciò che avvenne a Collegno si inseriva storicamente in una serie di scandali e di critica dei sistemi ospedalieri psichiatrici e di altre discipline mediche, in cui vennero alla luce brutalità e veri e propri crimini perpetuati dai medici negli ospedali italiani durante gli anni ’60 e ’70. La Gazzetta del Popolo del 6 luglio 1974 ne riassumeva alcuni:

“A Torino, nel 1969, presso la Clinica Pediatrica Universitaria, si iniettano sostanze radioattive nel cranio di un gruppo di bambini tra i dieci giorni e i due anni d’età, con lo scopo di studiare la scintigrafia del cervello; a Geno nel 1970 il professor Sirtori somministra a tre bambini un farmaco che riduce le difese immunitarie naturali per permettere al virus dell’epatite virale di svilupparsi meglio; lo scopo è riuscire a fotografare il virus prelevando con una siringa frammenti del fegato dei tre bambini; a Milano nel 1970 il professor Vigliani prova gli effetti di un nuovo insetticida su ottantanove neonati in perfette condizioni e pubblica una dotta relazione sul suo esperimento nel Journal of Toxicology; a Roma nel 1971 un gruppo di ricercatori è accusato di aver studiato sperimentalmente la diffusione dell’epatite sia in un istituto per bambini spastici sia in una comunità per persone anziane” (rip. in Papuzzi, 1977, n. 1, pp. 111-2).

L’anno successivo alla denuncia di Cisco e Cornacchia sugli abusi nella somministrazione di LSD agli schizofrenici, l’ospedale di Collegno fu nuovamente coinvolto in un altro scandalo, questa volta con risvolti giuridici, quello dello psichiatra aguzzino Giorgio Coda, non a caso denominato nell’ambiente ospedaliero “l’elettricista”, che fu condannato con l’accusa di sevizie, fra cui l’abuso e l’ampio uso punitivo dell’elettroshock sui malati mentali di Collegno (Papuzzi, 1977).

Chi avesse la pazienza e il tempo di recuperare le decine di pubblicazioni con i resoconti delle ricerche cliniche psichiatriche italiane di quei periodi, si troverebbe di certo di fronte ad altri soprusi simili a quelli avvenuti nell’ospedale di Collegno.
Ad esempio, anche negli studi di Callieri e Ravetta, pubblicati negli anni ’50 e analizzati da Blumir, appaiono delle descrizioni aberranti, dove l’aspetto più sconvolgente è il cinismo e la totale mancanza di etica professionale dei medici. A un “volontario”, un bracciante di 22 anni che era stato internato per un attacco di delirio allucinatorio, viene somministrato via intramuscolo del LAE (amide dell’acido lisergico, altrimenti noto come ergina), e nel rapporto dei due medici si legge: “Lo stato di eccitamento sembra aumentato: grida ad alta voce [com’è possibile non gridare se non ad alta voce?], cerca di sciogliere i lacci, morde le coperte, parla con le allucinazioni”. Da ciò si evince che il paziente, tutt’altro che “volontario”, era tenuto legato sotto effetto dell’allucinogeno. A un altro “volontario”, un contadino di 21 anni che soffriva di stati catatonici, viene iniettato nel corso della catatonia il LAE, con lo scopo di osservare la reazione di questo psichedelico, ritenuto dotato di effetti catatonico-simili, quindi di osservare l’effetto di una sostanza catatonica sulla catatonia! Ma v’è di più: per cercare di toglierlo dallo stato catatonico rafforzato dal LAE, gli psichiatri gli praticarono ben sette elettroshock. Fanno anche rabbrividire alcuni commenti fra parentesi dei medesimi psichiatri, in calce alle descrizioni dei loro esperimenti, quali “E’ proprio matto!”, in risposta al commento di un paziente che riteneva che lo avessero drogato; o il commento “ingrato!” in risposta a quanto accusava un paziente, studente di 28 anni, che gli avevano fatto un’esperienza su di lui, che aveva sofferto molto, e che si sentiva ancora sconvolto (Callieri & Ravetta, 1956, rip. in Blumir, 1974, pp. 151-67).

Copertina del libro di Gustavo Gamna del 1998

Copertina del libro di Gustavo Gamna del 1998

Alla luce di questi fatti e misfatti, è inaccettabile quanto ha riproposto nel 1998 Gamna, pubblicando un libricino dal titolo Fantastica. Appunti ed esperienze sugli psichedelici, un’operetta di orgogliosa auto-celebrazione delle sue ricerche passate, incluse le somministrazioni forzate di LSD e altri psichedelici agli schizofrenici e altri malati mentali.

Già dalle prime pagine ci si può accorgere dell’incompetenza che questo psichiatra sfoggia, facendola passare come erudizione professionale: basti citare l’affermazione che alcuni funghi allucinogeni producono LSD insieme a psilocibina, un dato totalmente falso, e la sua ingenua “rivelazione” che “fortunatamente pochi sanno – forse solo alcuni pastori – che in certe zone di una vallata piemontese crescono dei funghi tipo psilocybe” (p. 18), in un tempo, il 1998, in cui la presenza e l’impiego dei funghetti (Psilocybe semilanceata) erano già ben attestati nell’Italia settentrionale, sia nella letteratura scientifica (Gitti et al., 1983; Samorini, 1993) che in quella underground (Pagani, 1993).

Enigmatica anche la sua denominazione di quella che in realtà è l’ergotamina – il più noto degli alcaloidi della segale cornuta – con il termine “ergomammina”, di cui non ho trovato alcun riferimento, né nella vasta letteratura scientifica sugli alcaloidi dell’ergot di cui dispongo, né in Internet, al punto da poter affermare che è un termine inventato da Gamna (p. 21).

Lascia perplessi anche la considerazione del medesimo psichiatra in merito all’assunzione orale dell’hashish (p. 19), che “alle dosi normalmente impiegate nei paesi europei, l’hashish non produce effetti di questo genere [psichedelici], effetti che forse si verificano per quantità molto più alte, fumato o per uso orale, in altri paesi del mondo”, da cui si evince che Gamna non è a conoscenza dell’impiego orale dell’hashish anche in Italia, già ampiamente diffuso nel 1998 e celebrato in testi quali quello di Esposito e Sinibaldi del 1979.

Un’ulteriore insensata argomentazione di Gamna riguarda la tesi che avrebbe lo scopo di negare la realtà dei consumatori di LSD: “I soggetti che affermano di fare uso abituale e continuo di ‘acidi’ utilizzano probabilmente sostanze diverse, soprattutto anfetamine o miscele di anfetamine con eroina e cocaina [!!], o nel migliore dei casi derivati dell’acido lisergico, del quale solo l’isomero in posizione ‘d’ ha effetto attivo e la cui produzione risulta di difficile effettuazione e richiede sofisticate attrezzature di laboratorio” (pp. 16-7); un’arrampicata sugli specchi che non tiene conto della documentazione epidemiologica, psichiatrica, sociologica e letteraria, che evidenziava nel 1998 la realtà dei consumatori abituali di LSD nella cultura occidentale, inclusa l’Italia (Samorini, 1998).

Appare evidente che Gamna vive in un suo “mondo di conoscenze” sulle droghe pieno di errori e pregiudizi, e sorprende come lo psichiatra prosegua – nel suo libricino Fantastica – riproponendo una serie di suoi casi clinici di somministrazione di LSD, mescalina e psilocibina ai malati mentali, fra cui addirittura alcuni di quelli che furono presentati nell’articolo “incriminato”, e dove l’autore ha avuto l’accortezza di eliminare la frase “sotto minaccia di elettroshock”; un’operazione disonesta, oltre che anacronistica, dato che nel 1998 la somministrazione degli psichedelici su soggetti schizofrenici era già stata ampiamente criticata e invalidata dalla stessa psichiatria. I casi clinici sono riportati a casaccio, senza alcuna discussione, e appare evidente la loro totale inutilità scientifica. Gamna riporta anche i risultati di alcune auto-sperimentazioni con LSD, essenzialmente di natura psicotica, dato che la convinzione che queste sostanze inducano degli stati psicotici influisce ovviamente sulla qualità dell’esperienza: “condizione di tensione psichica piuttosto marcata e sfondo depressivo con tonalità aggressiva … abbozzi di interpretazioni patologiche” (p. 31).

Gamna vorrebbe far parte della storia “a modo suo”, reclamando con testardaggine e sfacciataggine la validità del suo operato con gli psichedelici, senza proporre alcuna analisi critica o per lo meno di giustificazione in risposta alle critiche rivoltegli, ma semplicemente ignorandole totalmente, nella speranza che fossero presto dimenticate (forse non è un caso che la citazione bibliografica dell’articolo oggetto dello “scandalo di Collegno” sia stata riportata nel testo di Gamna in maniera errata, quindi più difficilmente recuperabile). Ma la storia non fa sconti a nessuno, e i lavori di Gamna e dei colleghi che operarono con gli psichedelici a Collegno e in altri istituti psichiatrici italiani negli anni ’50 e ’60 sono passibili di un’unica bollatura: eticamente inaccettabili e scientificamente inutilizzabili, ed è lecito citarli unicamente in contesti di analisi e critica degli aspetti storici della psichiatria.

 

Riferimenti bibliografici

ABRAMSON HAROLD (Ed.), The use of LSD in psychotherapy and alcoholism, The Boss-Merrill Co., New York.

BLUMIR GUIDO, 1974, Droga e follia, Tattilo, Roma.

CALLIERI B. & M. RAVETTA, 1956, Contributo allo studio psicopatologico della monoetilamide dell’acido lisergico, Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria, vol. 17, fasc. 1

ESPOSITO P. LUIGI & MARINO SINIBALDI, 1979, Marijuana in cucina, Savelli, Milano.

GAMNA GUSTAVO, 1998, Fantastica. Appunti ed esperienze sugli psichedelici, SEB 27 Edizioni, Torino.

GITTI SALVATORE et al., 1983, Contributo alla conoscenza della flora psicotropa del territorio bresciano, Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Brescia (Natura Bresciana), vol. 20, pp. 125-130.

GOMIRATO GIUSEPPE, GUSTAVO GAMNA & ENRICO PASCAL, 1958, Il disegno dell’albero applicato allo studio delle modificazioni psicopatologiche indotte dall’acido lisergico in schizofrenici, Giornale di Psichiatria e Neuropatologia, vol. 86, pp. 433-483.

HUXLEY ALDOUS, 2014, Le porte della percezione. Paradiso e inferno, Mondadori, Milano.

MCKELLAR PETER, 1957, Scientific theory and psychosis: the “model psychosis” experiment and its significance, International Journal of Social Psychiatry, vol. 3, pp. 170-182.

PAGANI SILVIO, 1993, Funghetti, Nautilus, Torino.

PAPUZZI ALBERTO, 1977, Portami su quello che canta. Processo a uno psichiatra, Einaudi, Torino.

SAMORINI GIORGIO, 1993, Funghi allucinogeni italiani, in: Atti del II Convegno Nazionale sugli Avvelenamenti da Funghi, Rovereto 3-4 aprile 1992, Annali del Museo Civico di Rovereto, Suppl. vol. 8, pp. 125-149.

SAMORINI GIORGIO, 1998, Allucinogeni, empatogeni, Cannabis. Bibliografia italiana commentata, Grafton, Bologna.

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