Leggenda cinese del tè

Chinese legend of the tea

Durma, il terzo figlio del re indiano Kosjuwo, il pio capo della religione fondata dal saggio indiano Sjaka e diffusa nell’Asia orientale, sbarcò in Cin nel 1519, per predicare quella religione.

Egli viveva sempre all’aperto, mortificando il proprio corpo e contenendo le proprie passioni. Si nutriva solo di foglie, e cercava di raggiungere la perfezione della santità passando tutte le notti in contemplazione dell’Ente Supremo.

Dopo molti anni, accadde una volta che, esaurito dalle lunghe mortificazioni, fu finalmente soprafatto dal sonno. Al momento del risveglio, fu preso da un tal pentimento per avere mancato al suo voto e da un tal desiderio di non ricadere più in un simile peccato di debolezza, che si recise le palpebre, ch’erano state strumento del suo peccato, e irato le scagliò via.

L’indomani, quando ritornò nel posto del suo pio tormento, egli vide che là, doveva aveva gettate le sue palpebre recise, era cresciuta, per miracolo, una pianta, che era l’arbusto del tè.

Egli ne gustò le foglioline e provò subito una strana vivacità e una allegria mai provate prima, e sentì nuove forze, per sprofondarsi sempre più nell’essenza divina, senza interruzione.

Egli non si stancava di lodare con i suoi discepoli l’azione delle foglie del tè e il modo di gustarle, sicchè la fama di questo arbusto rapidamente si diffuse assai.

Da: LOUIS LEWIN, 1981 (1928), Phantastika, 3 voll., Savelli, Milano, vol. III, p. 316.

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