Racconto sul tabacco dei Piedi Neri del Montana

Tale on tobacco of the Black Foot Indians of Montana

C’erano una volta quattro fratelli, tutti uomini spirituali che avevano potere. In una visione il più anziano di loro udì una voce che diceva: “Fuori c’è una sacra erba selvatica; raccoglila e bruciala”. L’uomo si guardò intorno, vide la strana erbaccia e la mise sul fuoco. Emanava un odore assai piacevole.

In seguito, il secondo fratello fece un sogno nel quale una voce diceva: “Prendi quell’erba. Tritala bene. Mettila in una sacca di pelle”. L’uomo fece ciò che gli era stato detto, e l’erba secca era meravigliosamente fragrante nella sua sacca di pelle. Il terzo fratello ebbe una visione nella quale vide un uomo che scavava un osso e vi metteva dentro quella strana erba selvatica. Una voce disse: “Fai quattro pipe come questa” e il terzo fratello ricavò quattro pipe dall’osso di una zampa d’animale.

Quindi il più giovane dei quattro fratelli ebbe una visione. Una voce gli disse: “Voi quattro accendete le vostre pipe e fumate. Inalate il fumo; espiratelo. Lasciate che il fumo salga verso le nuvole”. La voce gli insegnò pure i canti e le preghiere che dovevano accompagnare il fumare.

E così i quattro sciamani, nati dalla stessa madre, fumarono insieme. Era la prima volta che quegli uomini fumavano, e mentre lo facevano cantavano e pregavano insieme.

I fratelli, che chiamarono la sacra erba selvatica nawak’osis, avrebbero dovuto insegnarne l’uso alla gente. Ma nawak’osis li rese potenti e saggi e limpidi di mente, e non vollero condividerla con altri. Piantarono la sacra erba selvatica in un posto segreto che solo loro conoscevano. Custodirono i canti, le preghiere e i rituali che dovevano accompagnare il fumatore. E formarono, solo loro quattro, una Società del Tabacco.

Così ci fu rabbia, ci fu guerra, ci fu irrequietezza di spirito, ci fu malvagità. Nawak’osis avrebbe dovuto placare la rabbia, rendere gli uomini virtuosi, portare la pace, calmare le menti. Ma senza la sacra erba non c’era né pace né unione.

Un giovane chiamato Discorre Da Solo disse a sua moglie: “A questi quattro potenti è stato dato qualcosa di buono da spartire con la gente, ma lo tengono per sé medesimi. E così le cose vanno male. Devo trovare il modo di raccogliere e piantare la sacra erba ch’essi chiamano nawak’osis”.

Discorre Da Solo e la moglie si recarono vicino a un lago sacro e piantarono la tenda nei pressi della riva. Ogni giorno l’uomo andava a caccia e a cercare la pianta nawak’osis. La donna restava nella tenda a ricamare, conciare e cucinare. Un giorno, mentre era sola, udì qualcuno che stava cantando molto bene. Cercò tutt’intorno, per trovare l’origine di quella musica, e scoprì che proveniva da una tana di castori, che si trovava vicino alla riva. “Devono essere i castori che cantano, – pensò – le loro canzoni sono amorevoli. Spero che non si fermino”.

Quando il marito tornò a casa, con molta carne ma senza essere riuscito a trovare il nawak’osis, la donna richiamò la sua attenzione sulla musica; ma egli disse: “Non odo nulla. E’ la tua immaginazione”.

“No – disse la donna – la sento chiaramente. Metti l’orecchio sulla tana dei castori”. Egli fece ciò, ma ancora non udì nulla.

Allora la moglie prese il suo coltello e fece un buco nel rifugio dei castori. Attraverso quel buco i due non soltanto udirono i castori cantare, ma li osservarono anche eseguire una strana e bella danza.

Miei giovani fratelli – gridò loro la moglie – siate spiriti generosi. Insegnatemi il vostro meraviglioso canto e la vostra magia!”

I castori risposero: “Chiudi il buco che hai fatto, perché lascia entrare il freddo. Poi verremo fuori a farti visita.” Ella riparò la parete e quella notte quattro castori vennero nella tenda di Discorre Da Solo. Non appena furono entrati, si mutarono in esseri umani, in quattro giovani attraenti. Uno di loro chiese: “Che cosa siete venuti a fare qui?”

Sono venuto – disse Discorre Da Solo – per trovare la sacra erba selvatica chiamata nawak’osis”.

Allora questo è il posto giusto, – dissero gli uomini-castoro – noi siamo gente che vive nell’acqua e nawak’osis è una magia dell’acqua. Noi vi daremo questa sacra erba, ma prima dovete apprendere i canti, le preghiere, le danze e le cerimonie che l’accompagnano”.

Nella nostra tribù ci sono quattro uomini potenti – disse Discorre Da Solo – che hanno la magia e la conoscenza, ma le tengono per loro”.

Ah – dissero gli uomini-castoro – questo è male. Tutti devono possedere quella sacra erba selvatica. Ecco che cosa dovete fare. Uscite di giorno e andate a prendere la pelle di ogni creatura che abbia quattro zampe o due zampe e che vive dentro o vicino all’acqua, ad eccezione dei castori, naturalmente. Dovete procurarvi la pelle del topo muschiato e della lontra, dell’anatra e del martin pescatore, di tutte le creature di quel genere, perché sono il simbolo dell’acqua. Sole e acqua significano vita. Il sole fa nascere la vita e l’acqua la fa prosperare”.

Così ogni giorno, mentre Discorre Da Solo andava in cerca di pelli, sua moglie le raschiava, le conciava e le affumicava. E ogni notte i quattro uomini-castoro venivano ad insegnare loro le preghiere, i canti e le danze che accompagnano nawak’osis. Trascorso un certo tempo, i castori dissero: “Ora tutto è pronto. Ora avete tutte le pelli ed ora avete la conoscenza. Fate con le pelli, che rappresentano il potere dell’acqua, una sacca, un fagotto magico. Domani notte verremo ancora per l’ultima volta per dirvi quello che dovete fare.”

Come avevano promesso, la notte successiva i castori giunsero. Portavano con loro la sacra erba selvatica nawak’osis. La punta degli steli era ricoperta di piccoli semi rotondi, e gli uomini-castoro misero i semi nella sacca magica che la donna aveva preparato.

Ora è il momento di seminarli. – dissero i castori – Non toccate nawak’osis prima di essere pronti per seminarla. Scegliete un posto che non sia né troppo ombroso né troppo soleggiato. Mescolate molta terra marrone con molta terra nera e mantenete il suolo sgombro. Dite le preghiere che vi abbiamo insegnato. Quindi tu, Discorre Da Solo, prendi un corno di daino e con la sua punta fai dei buchi nel terreno, un buco per ogni seme. E tu, sua moglie, usa un cucchiaio di corno di bufalo per far cadere un seme in ciascun buco. Per tutto quel tempo continuate a cantare le canzoni che vi abbiamo insegnato. Poi danzate entrambi leggermente su quella terra, pressando giù i semi. Dopo di che non avete che da attendere che nawak’osis cresca. Ora vi abbiamo insegnato ogni cosa. Ora ce ne andiamo.” Quei giovani avvenenti partirono, e mentre se ne andavano si tramutarono nuovamente in castori.

Discorre Da Solo e sua moglie seminarono la sacra erba selvatica come era stato loro insegnato, e i quattro fratelli sciamani si dissero l’un l’altro: “Che cosa staranno seminando Discorre Da Solo e sua moglie? Le loro canzoni hanno un suono familiare.” Così inviarono qualcuno a indagare e quella persona tornò indietro dicendo: “Stanno seminando nawak’osis e lo fanno in modo sacro.”

I quattro potenti uomini si misero a ridere. “No, non può essere. E’ una qualche pianta di nessuna utilità che stanno seminando. Oltre a noi nessuno può seminare nawak’osis. Oltre a noi nessuno possiede il suo potere.” Ma quando venne il tempo di raccogliere il nawak’osis, una grande grandinata distrusse l’appezzamento segreto di tabacco dei quattro fratelli stregoni. Niente fu lasciato, nemmeno un solo seme si salvò. Essi si dissero l’un l’altro: “Forse quell’uomo e sua moglie hanno seminato per davvero nawak’osis. Forse la grandine non ha distrutto il loro appezzamento di tabacco.”

Ancora una volta i quattro fratelli inviarono qualcuno a indagare, e quella persona tornò indietro dicendo: “Quell’uomo e sua moglie non hanno avuto la grandine sul loro campo. Ecco che cosa stanno coltivando”; e mostrò ai fratelli alcune foglie. “E’ proprio nawak’osis”, dissero, scuotendo la testa per la meraviglia.

Così, con l’aiuto del popolo dei castori, Discorre Da Solo e sua moglie portarono il sacro tabacco alle tribù che da allora lo hanno sempre fumato in modo sacro.

 

Da: R. Erdoes A. Ortiz (cur.), 1989, Miti e leggende degli Indiani d’America, Paoline, Milano, pp. 112-117.

 

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