Origin myth of tobacco among the Warrau of the Guiana
Claude Lévi-Strauss, che discute il seguente mito dei Warrau della Guiana, fa notare come questo sia da ricollegare a un più generale gruppo di miti guianesi, riguardanti l’origine delle bevande narcotiche, fra le quali figura il tabacco macerato in acqua.1 In questo e in altri racconti Warrau, il tabacco è considerato presente, nei tempi mitici, in un’isola al di là del mare o in mezzo al mare, luogo privilegiato poiché sede dell’al di là e del regno dei morti e degli spiriti. (Per altri miti sul tabacco si veda qui)
Un uomo aveva vissuto con una donna per molto, molto tempo: questa era bravissima a fare le amache, ma non poteva avere bambini. Allora egli prese con se una seconda compagna; da essa ebbe un bambino, e così fu felice.
Il bambino, Kurusiwari, crebbe rapidamente, e mentre la matrigna tesseva l’amaca, soleva andare ad attaccarsi alla corda sospesa, allentandola. La vecchia sopportò per un po’ tutte queste noie, ma un giorno che il bambino era più fastidioso del solito, gli disse: “Va via e mettiti a giocare laggiù”. Il piccolo obbedì, si allontanò, ma presto trotterellò indietro e di nuovo si mise a giocare con la corda.
Allora la donna lo respinse, di modo che il bambino cadde per terra e pianse. Nessuno notò l’incidente, e nessuno lo vide uscire dalla casa. Suo padre e sua madre intanto giacevano insieme nella loro amaca, ed era giorno inoltrato quando s’accorsero della sua mancanza. Il bambino non fu trovato da nessuna parte, cosicché essi andarono da un loro vicino e lì videro il loro bambino che giocava con alcuni altri bambini. Spiegarono ai loro vicini la ragione della loro visita, come fossero venuti a cercare il loro piccolo e così, passando da una cosa a un’altra, entrarono in animata conversazione, e dimenticarono il loro vero scopo, col risultato che quando ebbero finito di chiacchierare, non si trovò più non solo il loro bambino, Kurusiwari, ma neppure uno dei bambini dei loro vicini, Matura-wari.
Così, i quattro genitori si misero alla ricerca dei due bambini, e andarono alla casa di un vicino, dove li videro giocare con un terzo bambino, Káwaiwari. Ma anche in questa casa accadde ciò che era accaduto nell’altra: tutti i genitori cominciarono a chiacchierare e dimenticarono il loro vero scopo, finché si accorsero che tutti e tre i bambini mancavano. Si ebbero così sei genitori alla ricerca di tre bambini; ma, alla fine del primo giorno, la terza coppia abbandonò la ricerca, e alla fine del secondo giorno la seconda coppia fece altrettanto.
Nel frattempo, i tre bambini avevano continuato a vagabondare, facendo amicizia con le marabuntas [vespe variopinte], che a quei tempi parlavano ma non pungevano. Furono questi bambini che dissero alle vespe nere di pungere la gente e alle vespe rosse di dar loro anche la febbre.
E fu quando i bambini arrivarono sulla spiaggia del mare, ch’essi furono raggiunti dalla prima coppia di genitori. Ma essi ormai non erano più bambini, bensì ragazzi grandi. I genitori espressero la loro gioia per averli finalmente ritrovati e, naturalmente, si aspettavano di vederli tornare a casa; ma il capo dei tre – Kurusiwari, il ragazzo che era mancato dalla prima casa – disse: “Io non posso tornare. Quando la mia matrigna mi ha respinto, sono caduto e ho pianto, mentre voi non mi avete neppure rivolto uno sguardo. Non tornerò.”
Ma quando il padre e la madre lo implorarono con le lacrime agli occhi di ritornare, egli cedette e promise loro che, se avessero costruito una adatta hebu-anoku [“Casa dello Spirito”] e lo avessero “chiamato” con il tabacco, lo avrebbero visto. Egli e gli altri due ragazzi attraversarono il mare, e i genitori tornarono a casa.
Non appena vi furono giunti, il padre cominciò a costruire la “casa dello Spirito”, e quando questa fu finita, vi bruciò foglie di papaia, foglie di cotone e foglie di caffè, ma tutte furono inutili: non c’era “forza” in nessuna di queste, e una simile forza poteva essere fornita solo dal tabacco.
Ma a quei tempi non avevamo qui questa pianta: cresceva lontano, in un’isola al di là del mare. Non so se quest’isola fosse Trinidad o no, ma noi Warrau la chiamiamo Nibo-yuni [“senza uomini”], perché era popolata soltanto da donne, secondo quel che ne raccontano i nostri vecchi.
Dunque, il padre addolorato spedì una specie di airone a prendere qualche seme di tabacco; ma questo uccello non tornò, ed egli inviò varie altre specie di uccelli marini, uno dopo l’altro, e tutti ebbero la stessa sorte. Venivano uccisi dalla donna che stava di guardia, non appena si posavano sul campo di tabacco.
Perduta ogni speranza di veder mai tornare nessuno dei suoi messaggeri, egli si recò a consultare un fratello, che gli portò una gru. Quest’uccello andò a cercarsi un posto, per passarvi la notte sulla riva del mare, in modo da essere pronto a partire di buon’ora il mattino seguente.
Mentre si stava riposando, venne il suo piccolo amico, il colibrì, e gli domandò cosa stesse facendo: “Mi preparo per domattina – gli rispose – devo volare fino a Nibo-yuni per prendere il seme di tabacco.”
Il colibrì si offrì di andare lui in sua vece, ma l’altro considerò assurda la proposta, e gli ricordò che la sua barca era troppo piccola e che sarebbe andata a fondo. Per nulla scoraggiato, però, l’uccellino si svegliò prima del giorno, com’è sua abitudine e, dicendo “Io vado”, si alzò in volo.
All’alba, la gru aprì le ali e, navigando maestosamente, già aveva percorso metà del viaggio, quando vide il colibrì che lottava nell’acqua.
Questi aveva fatto un coraggioso tentativo, ma naturalmente non poteva avanzare contro vento. La gru lo raccolse e se lo posò sulla parte posteriore delle cosce, che sporgevano all’indietro. Questa posizione andò benissimo per il piccolo colibrì fintanto che non capitò alcun incidente; ma quando la gru si mise a fare i propri bisogni, la faccia del colibrì si insudiciò, ed egli si trovò costretto a fidarsi ancora delle proprie ali, sicché raggiunse Nibo-yuni per primo, e vi attese la sua grande amica che giunse poco dopo.
Egli disse alla gru di rimanere lì mentre sarebbe andato al campo del tabacco; era piccolo, poteva volare velocemente, e nessuno lo avrebbe visto mentre rubava il seme. Stava quindi mettendo in opera il suo piano, quando la donna di guardia cercò di colpirlo, ma egli era troppo astuto e, saltando rapidamente di fiore in fiore, subito raccolse quanto seme gli occorreva e tornò dalla gru. “Amica – disse – torniamo a casa adesso”, e facendo seguire l’atto alle parole, l’uccello prese il volo, e questa volta, sospinto dal vento, giunse a casa per primo e senza incidenti.
Qui consegnò il seme al padrone della gru, e questi lo passò a suo fratello, dicendogli di piantarlo. Una volta piantato, il seme crebbe rapidamente, e quando le foglie furono diventate ben grandi, il fratello gli mostrò come preparare il tabacco.
Il fratello lo mandò anche a cercare della corteccia per avvolgere la foglia,2 ed egli portò il winnamóru che era proprio quello che serviva. Lo mandò poi a cercare l’hebu-mataro [sonaglio], ed egli portò zucche di tutte le dimensioni, ma alla fine tornò con una zucca che aveva staccato dal lato ad est dell’albero; questo era quel che ci voleva.
Il padre senza figliolo cominciò dunque a “cantare” con il sonaglio, e il figlio e gli altri due giovani vennero alla sua chiamata; adesso essi erano tre spiriti, e tutti e tre, rivolgendosi a lui come a un padre, chiesero del tabacco, ch’egli dette loro.
Sono questi medesimi tre spiriti del Tabacco, Kurusi-wari, Matura-wari e Káwai-wari, che sempre rispondono quando il sonaglio del piai3 li chiama e, naturalmente, fu il povero padre abbandonato che divenne il primo piai, tutto per il grande dolore che ebbe per aver perduto il suo bambino e per il desiderio di rivederlo ancora una volta.
Note
1Lévi-Strauss C., 1970, Dal miele alle ceneri, Il Saggiatore, Milano, pp. 254-5.
2 Cioè, per fare le sigarette.
3 Sciamano.
Riportato in: ROTH W.E., 1915, An Inquiry into the Animism and Folk-lore of the Guiana Indians, 30° Annual Report of the Bureau of American Ethnology, pp. 103-386, pp. 334-335. Versione italiana in: Raffaele Pettazzoni, 1963, Miti e leggende, 4 voll., UTET, Torino, pp. 85-87 e in G. Samorini, 1995, Gli allucinogeni nel mito. Racconti sulle origini delle piante psicoattive, Nautilus, Torino, pp. 62-65.







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meraviglioso