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La leggenda del pesce kuddogo (Bororo)
The legend of the kuddogo fish (Bororo)
Questo racconto è stato raccolto dal missionario Antonio Colbacchini presso i Bororo orientali del Mato Grosso, Brasile. Il libro da cui è tratto è privo di data di edizione, ma probabilmente è datato entro gli anni 1920-1940. (Per altri miti sul tabacco si veda qui)
Baitogogo fu causa che un me1 sorgesse per i suoi sudditi, ma i suoi sudditi non lo seppero fumare e perciò fece loro male e furono trasformati in lontre.
I suoi sudditi andarono con lui a pescare e, avendo preso molti pesci, accesero il fuoco per cuocerli e mangiarli. Un uomo,2 che sedeva accanto al fuoco, col coltello aprì il ventre d’un pesce kuddogo e vide che vi stavano dentro delle foglie del tabacco dell’Anima.3 Allora piantò nuovamente il coltello nel ventre del pesce (cioè ne aprì più ampiamente il ventre), osservò e disse fra sé:
- Oh! Un pacco di foglie di tabacco si trova nel ventre del pesce!
Ma egli non lo estrasse. Anzi, coprì il pesce perché i compagni non s’accorgessero della sua scoperta.
Fattasi notte, i suoi compagni si coricarono e s’addormentarono. Allora egli si sedette, tolse il pesce dal nascondiglio, estrasse dal suo ventre le foglie di me, ne arrotolò una e ne fece un sigaro, che accese nel fuoco; poi si mise a fumare, mentre i suoi compagni giacevano immersi nel sonno. Faceva così: “pppp, pF” aspirando ed emettendo il fumo, e l’odore del tabacco si spargeva sui suoi compagni. Essi si svegliarono e dissero:
- Qui c’è odore di tabacco! Qui c’è odore di tabacco!
E cercarono attentamente di dove provenisse: ma quell’uomo, che aveva fumato, s’era subito coricato fingendo di dormire. Perciò i suoi compagni si posero nuovamente a dormire. Allora egli si sedette di nuovo, riaccese il sigaro e tornò a fumare facendo “pppp, pF” e spargendo il fumo sui suoi compagni, il cui nasò sentì di nuovo l’odore del tabacco, perciò si svegliarono e ciascuno diceva:
- Qui c’è odore di tabacco, qui c’è odore di tabacco! Voglio fumare anch’io, voglio fumare anch’io.
Allora quell’uomo parlò e disse:
- Sono io che ho trovato il tabacco nel ventre del kuddogo.
Allora egli arrotolò delle foglie di me e ne fece dei sigari, che diede ai compagni, i quali si posero a fumare tranquillamente. Ma essi fecero: “pppp”, cioè aspirarono il fumo, ma non fecero “pF”, cioè non lo emisero. Perciò il tabacco fece loro male, ed il loro capo Baitogogo si arrabbiò, perché non sapevano quale via dovesse seguire il fumo: quindi egli fece riporre il me nel ventre del kuddogo e tolse (rimpicciolì) loro l’occhio perché non vedessero il me. Si trasformarono in ippie, “lontre”.4
E’ per questo che le lontre hanno gli occhi che sono piccoli piccoli.
Il fumare è usanza comune a tutti gli uomini ed è anche atto religioso. Fuma l’aroettawarari quando evoca gli spiriti; fuma il bari quando esorcizza la frutta e le carni degli animali riservati ai maeréboe; anzi in circostanze speciali, p. es. quando fa gli scongiuri per la caduta d’un bolide o per l’eclisse di sole o di luna, porta alla bocca un mazzo di sigari.
Alcuni tabacchi degli Orarimugu
Gli Orarimugu fumano parecchie foglie: ecco l’elenco di tre di esse: ja boe e ke, me-re-u, “alcuni tabacchi fumati dagli Indi”; letteralmente: “qualche degl’Indi loro cibo, tabacco”.
1° meri tori tadda-u me, “tabacco che è nella collina del Sole”; questo lo trovarono gli iwaguddudoge. Forse è la foglia della pianta che i Brasiliani chiamano taiuva.
2° kuddogo piği-u me, “tabacco che (venne) fuori dal kuddogo”; è dei bokodori okoge čibae ečerae e degli aorore;5 è quello della leggenda soprariportata. E’ la foglia d’un arbusto detta uj-aru. E’ anche una pianta considerata medicinale; serve per evitare e curare qualsiasi malattia.
3° ğure areddo piği-u me, “tabacco (che era) ğure, il quale (venne) fuori dalla donna”; è dei paiwe, perché la donna, da cui trasse origine, era paiweddo. Della sua origine tratta la leggenda di Aturuaroddo, che fu già riferita. Probabilmente è il vero tabacco (Nicotiana tabacum).
Fumano le tre qualità di foglie sopraddette e forse anche altre, ma preferiscono le qualità forti del tabacco dei brae. Fanno dei sigari sottili e lunghi fino a 30-40 cm, avvolgendo il tabacco in foglie diverse: le più usate sono le brattee della pannocchia del mais. E’ cortesia, dopo aver fumato un po’, offrire il sigaro ai compagni.
Quando vanno alla caccia o alla pesca portano il tabacco entro borsette appese al collo a guisa di collane. Un indio a questo scopo usava la pelle del gozzo del irui, “iguana” (Iguana tubercolosa), grossa lucertola dell’America del Sud.
un altro me: è la taiuva
irui u poru, “borsetta-collana per il tabacco”
1 Baitogogo è un eroe culturale dei Bororo. Me è il nome del tabacco.
2 Probabilmente quest’uomo era del clan dei bokodori okoge čibae ečerae.
3 Quello non era un kuddogo qualunque: in esso abitava un Aroe (spirito), che ci aveva messo le foglie del suo me.
4 E’ la Lutra brasiliensis, la più grande lontra conosciuta: ha l’aspetto della foca e ha occhi esageratamente piccoli. I Brasiliani la chiamano ariranha.
5 Gl’Indi dicono che è dei bokodori okoge čibae ečerae, forse perché quell’uomo che lo scoprì nel ventre del kuddogo era di quel clan. E’ poi anche degli aorore, perché Baitogogo (che era aororeddo), lo ritirò e lo prese per sé, quando vide che i suoi sudditi non sapevano fumarlo.
Da: Antonio Colbacchini, n.d., I Bororos orientali, “Orarimugudoge” del Mato Grosso (Brasile), Società Editrice Internazionale, Torino, pp. 210-212.