Miti del peyote fra i Delaware

Peyotl myth among the Delaware Indians

 

I Delaware hanno ricoperto un ruolo importante nella storia della Chiesa Nativa Americana (Native American Church), la religione basata sul peyote diffusasi presso i nativi nordamericani. La conoscenza del peyote raggiunse i Delaware nel 1886, attraverso contatti con gruppi limitrofi. Il capo tribale Elk Hair sviluppò un rito del peyote differente da quello della “Grande Luna”, sincretico con il Cristianesimo, che si stava diffondendo fra i gruppi nativi; denominò il nuovo rito “Piccola Luna” e gli diede connotazioni fortemente anti-Cristiane. Elk Hair era convinto che la religione del peyote dovesse essere esclusiva per gli Indiani e non possedere alcun riferimento religioso dell’uomo Bianco.

Negli anni 30 del ‘900, Vincenzo Petrullo raccolse alcune versioni del racconto mitologico sull’origine del culto del peyote fra i Delaware. Hanno tutti in comune l’evento di drammaticità della situazione, dove una persona – giovane o anziana che sia – si trova sul punto di morire e in una condizione mentale di accettazione della sua morte. E’ in questa dimensione psichica che lo spirito del peyote si rivela alla persona per salvarle la vita e farle dono del peyote.

 

Versione 1

(narrata da un uomo delaware di nome James C. Webber)

Circa 75 anni fa, gli Indiani Comanche erano in guerra con alcune tribù indiane messicane. Una volta, dopo aver con successo fatto scorribande fra i loro nemici, furono inseguiti così da vicino che si trovarono obbligati a lasciarsi dietro una delle loro donne, che era malata da tempo ed era diventata così esausta che chiese di essere lei medesima di essere lasciata indietro. Rifornendola di un riparo, di cibo, medicine, e lasciandola in custodia di un piccolo ragazzo, essi continuarono la loro fuga verso occidente. Era nelle loro intenzioni tornare da lei appena fossero stati in grado di far perdere le loro tracce agli inseguitori. Essi sapevano che gli altri Indiani, i loro nemici, non avrebbero fatto del male alla donna e al ragazzo, poiché è costume indiano di non uccidere donne o bambini lasciati indietro in queste condizioni. Tuttavia, il piccolo ragazzo lasciato indietro con la vecchia donna era ansioso di seguire la sua gente. Così, quando cadde il buio della notte, corse via dalla donna ammalata e, seguendo le tracce dei cavalli, cercò di raggiungere la banda. Il ragazzo seguì la pista sino a che non fu troppo stanco per proseguire, e cadde addormentato da qualche parte sotto gli alberi.

La donna, appena accortasi della perdita del ragazzo, si agitò, temendo che il piccolo ragazzo potesse aver perso la strada o esser caduto ai margini della strada prima di raggiungere la sua gente. Si preoccupò così tanto che, malata com’era, riuscì a sollevarsi e a seguire il ragazzo. Indebolita dalla malattia e dall’età, ella lo vide, pregando e supplicando con il Grande Spirito di risparmiarlo. Ella disse al Grande Spirito, che è il Creatore, ch’ella avrebbe voluto morire pur di risparmiare la vita del ragazzo. Ma, dopo aver fatto un breve tragitto, le sue forze l’abbandonarono e cadde priva di sensi al suolo.

Mentre si trovava in questo miserevole stato, le venne incontro un essere ignoto. Apparve come un Indiano, vestito nella maniera dei grandi capi della propria gente. Parlando nella sua lingua, le disse:

“Tu sei malata, vecchia donna, e sei per di più preoccupata per il ragazzo che ti è vicino. Non ti preoccupare di lui. Il bambino è salvo”.

Puntando ad ovest, continuò:

“Domani, quando il sole sarà alto”, sollevando il suo braccio, “il ragazzo raggiungerà sano e salvo l’accampamento della sua gente; ma a meno che tu non riceva aiuto e non faccia come ti dico, non vivrai a lungo”.

“Voglio che mi guardi”; e quando ella così fece, aggiunse: “Quando me ne sarò andato, troverai un’erba nel luogo dove sto in piedi ora. Sarà a tua portata di mano e se mangerai quest’erba, scoprirai la più grande medicina di questo mondo per gli Indiani. Dopo che l’avrai mangiata, il Grande Spirito, anche il Creatore, ti insegnerà le canzoni, i ruoli e le regole di una nuova religione indiana. Ripeto, quando me ne sarò andato, estirpa la pianta che apparirà dove sono ora io, e mangiane il più possibile. Questo ti farà recuperare forza e salute”.

Ora, mentre essa guardava e ascoltava questo essere che era apparso come un Indiano, vestito con pieni regali in base al costume e al vestito della sua tribù, l’uomo iniziò a svanire, sprofondando lentamente nel terreno. Mentre attendeva una sua nuova apparizione, la donna vide nel punto dove si trovava l’uomo un certo numero di piante strane. Attorno ad esse c’era luce. Pensando sulle istruzioni che l’essere sconosciuto le aveva dato, sapeva che queste erano le piante che doveva mangiare per recuperare la salute. Ne mangiò quanti poté e immediatamente sentì recuperare le forze. Dopo un poco l’erba assunse la forma di un capo e di un uomo della medicina e si mise a parlare. L’erba era il peyote e anche il capo era il peyote. Mostrandole la pianta del tipi che tutti gli adoratori avrebbero dovuto avere quando mangiavano l’erba, disse:

“”Voglio che tu guardi dentro a questo luogo di adorazione. Troverai una mezza luna foggiata sopra al terreno, che rappresenta l’altare. Dietro ad esso, il più vicino possibile al centro, ci sarà un focolare. Per fare il fuoco usa il miglior legno, selezionato e preparato per questo scopo, sebbene possa essere di qualunque tipo”.

Allora Peyote le insegnò i quattro canti originari che devono essere cantati durante il raduno: il canto d’apertura dell’incontro, il canto di mezzanotte di chiamata dell’acqua, il canto mattutino di chiamata dell’acqua e il canto di chiusura. Peyote la istruì anche su tutti gli altri compiti e regole dell’incontro.

Questo è il modo in cui il Peyote fu rivelato agli Indiani (Petrullo, 1934, pp. 35-7).

 

Versione 2

(narrata da un uomo delaware di nome Joe Washington)

Tanto tempo fa ci fu una grande guerra. Una volta una tribù perdette la battaglia e molti di loro furono uccisi. Un uomo, trovandosi da solo e disperando di salvarsi, decise di attendere la morte nel luogo in cui si trovava.

“Tutta la mia gente è stata uccisa” – si disse – “i nostri nemici stanno per uccidere anche me. Mi arrenderò”.

Si stese al suolo sul suo stomaco e nascose la faccia fra le mani. Attese. Poco dopo udì una persona che si avvicinava da est.

“Certamente” – si disse – “questo è uno dei miei nemici”.

Lo udì avvicinarsi e attese, in attesa di essere ucciso. Sentì la persona giungere sopra alla sua testa. Era sicuro che ora sarebbe stato ucciso. Attese, ma invece udì l’uomo, che era Peyote, dire:

“Sono venuto qui non per ucciderti, ma per portarti un nuovo messaggio. Sai che molta della tua gente è stata uccisa e che il resto è sparso in tutte le direzioni. Sono venuto qui per dirti cosa fare. Sono venuto qui per toglierti tutte le preoccupazioni. Quanti della tua gente sono sopravvissuti alla battaglia sono salvi. Anche il tuo bambino è salvo. Ora, ti voglio insegnare qualcosa che trasmetterai alla tua gente. Fai come ti dico e non avrai alcun problema di alcun tipo. La tua gente non sarà più uccisa. Questo è ciò che desidero. Mi troverai qui attorno”.

L’uomo aprì gli occhi, si guardò attorno ma non vide nessuno. Sentì la pianta del Peyote fra le sue mani. Quindi Peyote parlò di nuovo e gli indicò cosa fare. Peyote diede il suo potere all’uomo. L’uomo tornò dalla sua gente e disse loro che Peyote gli si era avvicinato. Disse alla sua gente di non preoccuparsi, che tutto sarebbe andato bene. Non ci sarebbero più stati dei problemi. Ogni cosa sarebbe stata buona. Ma Peyote aveva detto:

“Ci sono molti modi di usarmi, ma se non mi userete in un solo modo, quello giusto, posso farvi del male. Usatemi nel giusto modo e vi aiuterò”.

Peyote indicò a questo Indiano come usarlo nel giusto modo (Petrullo, 1934, pp. 37-8).

 

Versione 3

(trasmessa dal leader-profeta delaware Elk Hair)

Molto tempo fa un gruppo di Indiani stava cacciando, portando con sé un giovane ragazzo. Volendo provare che anche lui era un uomo, il ragazzo lasciò i compagni per cacciare da solo. Dopo una fruttuosa giornata il gruppo di cacciatori tornò all’accampamento, ma il ragazzo non tornò. A quei tempi c’erano molte belve nel nostro territorio, e la gente si preoccupò per il ragazzo. Lo cercarono per molti giorni, ma non lo trovarono. Alla fine sua sorella, suo unico parente, decise di cercare il ragazzo da per lei. Decise di cercarlo verso ovest.

Vagò per molti giorni senza scoprire alcuna traccia del fratello, e alla fine tutte le speranze la lasciarono. Addolorata, si disse: “Se ne è andato. Ora non mi interessa dove vado. Non mi interessa quel che mi succederà.”

Una mattina si mise a cercare presto. Era indebolita per la mancanza di cibo e di acqua. Giungendo nei pressi di un lago, si sdraiò e pregò Dio, dicendo: “Non mi interessa quel che mi accadrà, ma spero che Dio mi lasci vedere mio fratello ancora una volta prima ch’io muoia.”

Si stese per morire, la sua testa rivolta verso est, i suoi piedi verso ovest, distese le braccia puntandole verso sud e nord, dicendosi: “Non mi interessa continuare a vivere. Poiché non posso trovare mio fratello, morirò”.

Improvvisamente le sue dita si misero a scendere per vari pollici nel fango e nell’acqua ed ella sentì qualcosa di freddo. Nello stesso momento vide un uomo in posizione eretta di fronte a lei, che le disse: “Qui, cos’è quest’abitudine di preoccuparsi? Guardami! La tua gente è al sicuro, mi sto occupando (io) di loro. Tuo fratello è salvo. E’ ancora in vita. Se vuoi vedere tuo fratello, guarda a ovest.”

Lei così fece, e vide suo fratello a grande distanza. Allo stesso tempo la cosa fredda la toccò nuovamente. L’uomo scomparve. Lei osservò ciò che aveva nella sua mano, il quale le parlò dicendole: “Sono io, Peyote. Ora puoi bere quest’acqua. Non hai avuto a lungo da bere o da mangiare. Bevi quest’acqua e ti sentirai meglio. Ora, mangia ciò che tieni nella tua mano sinistra. Siediti e pensa a te stessa. Pensa sulla felicità in questo mondo. Non ti preoccupare per tuo fratello. E’ salvo.”

Mangiò ciò che c’era nella sua mano sinistra e vide nuovamente suo fratello. Lui le disse: “Sono salvo. Non ti preoccupare per me.” Quindi scomparve. Allora Peyote le parlò di nuovo, istruendola su come doveva essere usata la pianta che teneva nella sua mano sinistra.

“Quando tornerai dalla tua gente, mostra loro cosa hai nella tua mano sinistra. E’ il mio potere messo qui da Dio. Usala nella maniera che ti ho insegnato. Usala per sentirti bene e lontana dalle preoccupazioni di questo mondo. Bevila e mangiala.”

La ragazza tornò al villaggio e parlò alla sua gente. Così è come gli Indiani scoprirono Peyote (Petrullo, 1934, pp. 38-40).

 

Versione 4

(narrata nel territorio delaware di Anadarko. Questa versione è criticata essendo un tentativo da parte dei Comanche di attribuirsi la scoperta del culto)

Vivevano un uomo Comanche, sua moglie e due bambini, un ragazzo e una ragazza. Vivevano in una regione desertica. Una giorno il ragazzo prese la sua arma e se ne andò a cacciare. Dopo due giorni non era ancora tornato, e suo padre si preoccupò e si mise alla sua ricerca. Tornò al campo e diede suo figlio per perso. Vivevano in una regione dove c’era poco cibo ed erano quasi alla fame. Allora la ragazza si addolorò per la perdita di suo fratello, e senza nemmeno prepararsi partì alla sua ricerca. Non c’erano tracce da seguire, ma si mise in marcia dicendosi che avrebbe trovato il fratello perduto o che ne sarebbe morta nel tentativo. Decise che una volta iniziato non sarebbe tornata indietro.

Per due giorni e due notti girovagò senza cibo né acqua, diventando sempre più debole e dovendosi fermare per riposarsi sempre più frequentemente all’ombra dei cespugli. Dopo il secondo giorno, divenne così malata che poteva muoversi solo per una corta distanza. Non aveva trovato traccia di suo fratello. Alla fine, mentre riposava sotto un cespuglio realizzò che non poteva procedere ulteriormente, e pensò che stava per morire di fame e di sete. Quindi udì una voce dall’aria che le diceva di guardare attorno dietro a sé, che c’era qualcosa che l’avrebbe sfamata e rinforzata e avrebbe mitigato la sua sete. Essa non capì cosa volesse dire. Ma la voce le parlò di nuovo e le disse di guardarsi attorno. Era Peyote che le parlava ma ella non poteva vedere nessuno. Allora obbedì e scorse vicino una pianta di Peyote. Era la prima che vedeva nella sua vita e sapeva che si trattava di ciò che diceva la voce. Appariva così fresco e pieno di umidità. Quindi lo toccò, lo masticò e lo ingoiò. Immediatamente le tornarono le forze, e la sua mente divenne chiara e non sentì più il bisogno di cibo e acqua. Allora la voce di Peyote le parlò di nuovo e le disse chi era. Le disse anche di tornare al campo perché non c’era bisogno di proseguire, visto che suo fratello era a casa sano e salvo. Lì trovò suo fratello salvo che era tornato, e disse loro cosa le era accaduto, e della pianta del Peyote e di Peyote che le aveva parlato e le aveva salvato la vita. Così è come i Comanche hanno conosciuto il potere di Peyote (Petrullo, 1934, pp. 40-1).

Da: Vincenzo Petrullo, 1934, The Diabolic Root. A Study of Peyotism, the New Indian Religion, Among the Delawares, University of Pennsylvania Press, Philadelphia.

 

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