Mitologia e tradizioni orali sulle droghe

Mythology of psychoactive plants

 

Per piante inebrianti si intendono quei vegetali che sono dotati di proprietà psicoattive per l’uomo: dalle piante con effetti stimolanti quali il caffè, il tè, la coca, a quelle dotate di proprietà narcotiche e sedative come il papavero da oppio, a quelle caratterizzate da effetti visionari (allucinogeni) come il peyote, la mandragora e diverse specie di funghi. Appartengono a questo medesimo gruppo di vegetali quelle piante che non sono psicoattive di per sé, bensì dalle quali vengono ricavate, mediante specifiche elaborazioni, bevande dagli effetti inebrianti, quali la vite – da cui si ricava il vino – e l’agave – da cui si ricava il pulque (Samorini, 2012).

Le piante psicoattive sono state generalmente considerate come un dono lasciato agli uomini dalle divinità, e in certi casi sono state identificate totalmente con un dio. Il principale motivo di questo dono divino è per permettere la comunicazione degli uomini con gli dei. È il caso del Soma dei RgVeda – un antico testo religioso indiano – considerato al contempo un dio e una bevanda dell’immortalità. Il Soma veniva preparato ritualmente e consumato dagli officianti nel corso delle cerimonie religiose. Un inno dei RgVeda recita: “Abbiamo bevuto il Soma / siamo diventati immortali / siamo giunti alla luce / abbiamo incontrato gli dei” (RgVeda, VII, 48, 3). Gli shivaiti indiani utilizzano gli effetti del bhang (sostanza visionaria ricavata dalla Cannabis) per comunicare con il dio Shiva. Nel corso dei riti iniziatici, i Fang del Gabon consumano un’enorme quantità di radice di iboga, che provoca un prolungato stato di apparente coma, durante il quale l’anima dell’iniziando compie un viaggio sino alle “radici della vita e al contatto diretto con Nazmé”, il loro dio (Samorini, 1997/98).

Il dono divino delle piante inebrianti è supportato dal concetto che questi vegetali sono consumati dagli dei, è il loro cibo, e l’uomo che se ne nutre partecipa in un qualche modo della realtà divina. Negli antichi scritti sanscriti, la canapa era denominata indracarana, “cibo degli dei”; gli Aztechi chiamavano i funghi inebrianti con il termine nahuatl teonanácatl, “nutrimento degli dei”; i Guarani del Brasile meridionale considerano il mate, o yerba mate, il cibo di cui comunemente si ciba Tupá, il dio del bene; nell’Africa occidentale diverse tribù ritengono che la noce di cola sia il nutrimento del loro dio.

Lo stretto rapporto che si viene a creare fra l’uomo e le piante inebrianti giunge a influenzare anche i miti e le credenze dei popoli che ne fanno uso, sino al punto in cui esse ricoprono un significativo ruolo nelle cosmogonie e nella antropogonie di queste popolazioni.

Fra i miti e i racconti che trattano le piante psicoattive si evidenziano, per numero e per ricchezza d’elaborazione, quelli che trattano della loro origine, o dell’origine del rapporto di queste con l’uomo. Nella stragrande maggioranza dei casi, queste origini sono collocate ai tempi delle origini, nel corso della formazione del mondo e/o dell’uomo, cioè in illo tempore, come amava denominare Mircea Eliade (1968) i tempi della fondazione mitologica delle culture umane. Nell’Antico Testamento, il mondo vegetale fu creato da Dio nel terzo giorno della sua Creazione, prima degli animali e dell’uomo (Genesi, I, 11-12).

Frequentemente, in questi racconti le piante inebrianti sono indicate agli uomini da specifiche figure divine o dell’aldilà. Nella mitologia dei Fang del Gabon, gli spiriti dei morti indicano a Bandzioku, una donna, la pianta dell’iboga, e le insegnano come utilizzarla, affinché essa possa vederli e comunicare con loro (si veda il mito d’origine del Buiti). Fra i nativi del Nord America, lo Spirito del Peyote si presenta in sogno a un uomo o a una donna e indica loro il peyote, il sacro cactus, come strumento di salvezza della tribù (si veda I miti del peyote). Se si domanda ai nativi dell’Amazzonia come fecero a scoprire la bevanda dello yajé (ayahuasca) – un enigma insoluto per gli studiosi occidentali, trattandosi di una combinazione molto specifica di due fonti vegetali – questi rispondono che non l’appresero da per loro, bensì fu lo spirito della foresta o lo Spirito dello yajé, meglio noto come Donna-Yajé, che, un giorno, tanto tempo fa, lo indicò ai loro antenati.
Di qui il “mito d’origine” della pianta inebriante, più o meno elaborato, che spiega, motiva, e continuamente fonda, la sua esistenza e il suo rapporto causale con l’uomo.

In alcuni casi la scoperta umana della pianta inebriante viene attribuita, nel mito, all’osservazione del comportamento bizzarro di un animale che si è cibato di quella pianta. Le proprietà inebrianti del caffè, del khat, del fagiolo del mescal, furono scoperte osservando le capre che evidenziavano comportamenti nervosi e anomali dopo essersi nutrite di queste piante. Il kava (la “droga del Pacifico”) fu scoperto osservando un topo che ne aveva masticato le radici, cadendo di conseguenza in uno stato comatoso e riprendendosi dopo un certo periodo di tempo. Il fungo agarico muscario fu scoperto dalle popolazioni siberiane osservando le renne che se ne cibavano avidamente ed evidenziavano in seguito delle allucinazioni visive. Questo tema – la mediazione di un animale nella scoperta di un vegetale inebriante – parrebbe originare da un dato reale, e cioè dall’uso animale delle droghe, un comportamento che la moderna etologia sta effettivamente riscontrando presso i più disparati animali – dagli insetti agli uccelli, ai mammiferi (Samorini, 2013).

Diversi miti trattano dell’origine della pianta che germina dal cadavere o dalla tomba di un uomo o di una donna, il più delle volte un eroe culturale che, dopo aver fondato le regole tribali, i riti di passaggio, i principi dell’agricoltura, o altre importanti istituzioni sociali, elargisce un ultimo dono alla sua tribù trasformandosi, al momento della morte, nel vegetale psicoattivo. Questi racconti rientrano nel più vasto insieme dei miti relativi all’origine delle piante coltivate, peculiari dei popoli coltivatori e caratterizzati dal motivo della trasformazione nella pianta omonima di uno spirito – di un dema, per dirla con Adolf Jensen (1965).

Si presentano casi in cui un mito tratta contemporaneamente il tema dell’origine della pianta e quello dell’origine del suo uso, soprattutto in quei racconti in cui l’origine dell’uomo e l’origine della pianta sono in stretta relazione temporale fra di loro – nel tempo del mito, si intende. In altri casi, invece, i racconti trattano esclusivamente dell’origine del rapporto dell’uomo con la pianta, considerando questa come pre-esistente.

Fra i miti si rileva una certa variabilità nel grado di “purezza etnografica”. Vi sono racconti che hanno subito le influenze e le interpretazioni di culture esterne, fino a perdere in alcuni casi le caratteristiche di mito d’origine, sepolti sotto una spessa coltre di modificazioni interpretative. In diversi casi, ciò che ci è pervenuto è un racconto, una novella o un semplice aneddoto, frutto della secolare volgarizzazione e folklorizzazione degli antichi miti.
Quelle popolazioni la cui cultura e la cui religione sono state soggette a un fenomeno di sincretismo con religioni esterne, quali il Cristianesimo, l’Islamismo, il Buddhismo, hanno elaborato e adattato la loro mitologia attraverso un processo di sovrapposizioni e di compa- razioni simboliche, che si riflettono anche sui miti d’origine delle piante inebrianti. Ad esempio, in alcune versioni del mito d’origine dell’uso del peyote tra i nativi del Nord America, non è più lo Spirito del Peyote, bensì Gesù Cristo, che si rivela all’uomo per indicargli il sacro cactus.
Il sopraggiungere dei poteri religiosi ricopre generalmente di una nuova veste i racconti mitologici, sopprimendo, ad esempio, l’indipendenza della scoperta della fonte vegetale; tale è il caso del caffè, dove nelle versioni più antiche è un pastore a provare su se medesimo i frutti della pianta, scoprendone gli effetti stimolanti, mentre nelle versioni più tarde islamizzate, il pastore porta i frutti ai sufi o ad altre figure religiose, e saranno questi a scoprirne gli effetti.

Alcuni miti d’origine hanno per tema la credenza che il vegetale o la bevanda inebriante siano velenosi, e vengono assunti da individui che intendono suicidarsi, con l’inatteso risultato di scoprirne invece le proprietà psicoattive. È il caso di un racconto persiano sull’origine del vino, in cui una cortigiana che soffriva da lungo tempo di terribili emicranie, decide di suicidarsi bevendo il succo “andato a male” di grappoli d’uva, quindi ritenuto velenoso, rimanendone addormentata e svegliandosi guarita dai mali che l’affliggevano. In un racconto dell’Isola di Pentecoste (Vanuatu) un ragazzo, addolorato per la morte della sua sorella gemella, decise di suicidarsi cibandosi delle radici del kava, che riteneva velenose. Ma invece di morire, “dimenticò tutta la sua infelicità” (Samorini, 2016, p. 145-146). In una novella inglese un uomo, stanco di essere continuamente oggetto di derisione della moglie, si reca nel bosco e mangia un agarico muscario, che riteneva velenoso, con lo scopo di suicidarsi. Con sua sorpresa, invece, acquisisce una grande forza fisica e il coraggio di affrontare sua moglie (si veda Novella erotica inglese sull’amanita).

Lo stato precario, di pericolo, di crisi della vita umana, precedente e predisponente l’incontro dell’uomo con la pianta inebriante, è un motivo che si presenta con una certa frequenza nei miti qui riportati, e non unicamente nei casi di intenzione di suicidio. Presso i nativi del Nord America, lo Spirito del Peyote si presenta a un individuo della tribù quando questi è in procinto di morire di fame o di freddo (si veda Mito del peyote fra i Winnebago).

La scoperta di diverse piante inebrianti viene attribuita, nel mito, a una donna, che a volte è la prima donna del genere umano; un tema che rende conto della donna come genitrice e partoriente di esseri viventi, ma anche della frequente identificazione del vegetale inebriante come un essere umano. Ne è un bell’esempio il mito della Donna-Yajé, dove la prima donna che popola la foresta amazzonica, ancor prima di procreare degli umani, partorisce la liana visionaria dello yajé (si veda Mito della Donna-Yajé).

Diversi miti d’origine sono suscettibili di interpretazioni di natura sessuale: alcune piante inebrianti vengono fatte nascere in contesti di amplessi sessuali, umani o divini, e in certi casi originano da amplessi ritenuti illeciti, incestuosi o extra-coniugali. La pianta dell’agave, dalla quale si ricava la bevanda alcolica del pulque, originò in seguito a un amplesso fra il dio azteco dei venti, Ehécatl, e la dea Mayáhuel (si veda Mito d’origine del maguey). Nelle Isole Marchesi del Pacifico, la pianta del kava nacque dall’unione del dio dell’agricoltura Atea con una donna, mentre in altre versioni nacque da un rapporto incestuoso tra Atea e la figlia di suo fratello (Samorini, 2016, p. 149). Fra i Creek e gli Hitchiti dell’Alabama (Stati Uniti), si ritiene che la pianta del tabacco sia nata nel luogo dove una giovane coppia consumò un rapporto sessuale (si veda Mito d’origine del tabacco fra i Creek dell’Alabama).
Questa relazione diretta fra pianta psicoattiva e sessualità è spiegabile, almeno in certi casi, con il fatto che diverse culture umane riconoscono una similitudine fra lo stato di ebbrezza indotto da una pianta e lo stato mentale vissuto durante l’orgasmo. Lo stato emotivo-visionario indotto dalla bevanda visionaria dello yajé e quello del momento del coito, sono considerati dai Desana dell’Amazzonia equivalenti; un fatto che si ripercuote nell’affinità fra le rispettive parole che li designano. Lo yajé e il coito sono anche associati a un medesimo colore, il giallo. Nel mito cosmogonico desana è riportato che il Padre Sole creò l’umanità quando ebbe “l’intenzione gialla”. “Avere l’intenzione gialla” è un riferimento desana all’atto sessuale. Nel caso dei Creek, l’associazione fra il vegetale psicoattivo e l’amplesso è ancora più significativa se si considera ch’essi chiamano la pianta del tabacco hitci, ma quando la fumano la denominano allo stesso modo con cui indicano l’amplesso, haisa. Solo di recente gli studiosi occidentali degli stati di coscienza riconoscono un’affinità psicobiologica fra lo stato di coscienza raggiunto nel momento culminante della funzione sessuale, il coito, e gli stati modificati di coscienza indotti in altri modi (Davidson, 1980). In altre parole, l’atto culminante del rapporto sessuale non avviene in uno stato ordinario di coscienza: un fatto per lo più ignorato dalla disattenta popolazione occidentale, ma noto da molto tempo alle popolazioni native americane (Samorini, 1995b).

Anche i rapporti incestuosi possono dare origine a piante inebrianti. Presso i Desana, la polvere da fiuto allucinogena vihó fu ottenuta, agli inizi dei tempi, dalla Figlia del Sole in un’unione incestuosa con suo padre. Fra i Cuiva della Colombia la medesima polvere da fiuto, chiamata yopo, originò da un atto incestuoso fra un genero e la suocera. Alcuni miti delle Ande peruviane e dell’Amazzonia fanno originare la pianta della coca dal corpo di una donna che fu uccisa a causa delle sue licenziosità extra-coniugali (si veda Miti peruviani sulla coca). Questi racconti non hanno meri valori morali, bensì fondano il valore propiziatorio della relazione sessuale attribuito a questa pianta. Dall’altra parte del mondo, in Ucraina, viene tramandata un’affine leggenda che vede originare il tabacco dal corpo di una donna che era stata uccisa per i suoi comportamenti troppo lascivi (si veda Leggenda russa sul tabacco).

In numerosi casi disponiamo di più versioni per un singolo mito, che spesso contengono differenze significative e apparentemente contraddittorie; ma è proprio questa pluralità che ci aiuta a comprendere aspetti e temi del racconto che altrimenti resterebbero enigmatici. Come ha ben spiegato Wendy Doniger (1997, p. 19) nel suo studio sulla mitologia indù, “nessun mito, preso singolarmente, contiene in sé la chiave: essa è data dalla totalità delle varianti del mito”. Per questo motivo, è sempre auspicabile poter disporre del più ampio insieme di differenti versioni di un medesimo racconto mitologico, e i miti meglio compresi, e quindi meglio descritti e spiegati sono effettivamente quelli per i quali è stato possibile recuperare un folto numero di varianti.

Si veda la raccolta di miti sulle piante psicoattive.

 

ri_bib

DAVIDSON M.J., 1980, “The Psychobiology of Sexual Experience”, in: J.M. Davidson & R.J. Davidson (Eds.), The Psychobiology of Consciousness, Plenum Press, New York.

DONIGER WENDY, 1997, Siva. L’asceta erotico, Adelphi, Milano.

ELIADE MIRCEA, 1968, Il mito dell’eterno ritorno, Borla, Roma.

JENSEN A.E. 1965, Come una cultura primitiva ha concepito il mondo, Bollati Boringhieri, Torino.

SAMORINI GIORGIO, 1995, Gli allucinogeni nel mito. Racconti sulle origini delle piante psicoattive, Nautilus, Torino.

SAMORINI GIORGIO, 1995, Amplessi umani e piante sacre, Hako, N. 5, pp. 29-30.

SAMORINI GIORGIO, 1997-98, The Initiation Rite in the Bwiti Religion (Ndea Narizanga Sect, Gabon), Jahrbuch für Ethnomedizine, vol. 6-7, pp. 39-55.

SAMORINI GIORGIO, 1998, Halluzinogene in Mythos. Von Ursprung psychoaktiver Pflanze, Nachtschatten, Solothurn, CH.

SAMORINI GIORGIO, 2001, Los alucinógenos en el mito. Relatos sobre el origen de las plantas psicoactivas, La Liebre de Marzo, Barcellona.

SAMORINI GIORGIO, 2012, Il pulque delle popolazioni messicane. Dalle origini ai periodi coloniali, Triana Ediciones, Sevilla.

SAMORINI GIORGIO, 2013, Animali che si drogano, Shake Edizioni, Milano.

SAMORINI GIORGIO, 2016, Mitologia delle piante inebrianti, Studio Tesi, Roma.

 

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search