Mitologia e tradizioni orali sulle droghe

Mythology and oral traditions on drugs

Lo stretto rapporto che si viene a creare fra l’uomo e le piante psicoattive giunge sa influenzare anche i miti e le credenze dei popoli che fanno uso di tali piante, sino al punto in cui esse arrivano a ricoprire un significativo ruolo nelle cosmogonie e nelle antropogonie di queste popolazioni.

Fra i miti e i racconti che trattano di piante psicoattive si evidenziano  – per numero e per ricchezza d’elaborazione – quelli che trattano della loro origine, o dell’origine del rapporto di questi con l’uomo.

Riguardo a molte di queste piante, la scienza occidentale, in particolare l’etnobotanica, non è tutt’ora in grado di spiegare in che modo e con quali logiche deduttive l’uomo sia arrivato a scoprirne le particolari proprietà psicoattive, spesso confinate unicamente ad alcune loro parti (fiori, semi, radici, ecc.), o accompagnate da effetti tossici tali da far ritenere la pianta velenosa, ancor prima che psicoattiva.

Per alcune piante è plausibile la scoperta casuale, mentre per altre si è fatto riferimento all’osservazione compiuta dall’uomo sul comportamento di alcuni animali, dopo che questi avevano consumato la pianta, rimanendone inebriati. Tali osservazioni sono, in effetti, riportate in vari miti. Ad esempio, le popolazioni della Siberia che utilizzano il fungo agarico muscario affermano di averne scoperto gli effetti psicoattivi osservando le renne che, dopo averlo ingerito, ne rimanevano inebriate.

M vi sono anche droghe psicoattive la cui scoperta da parte dell’uomo rimane enigmatica. E’ il caso dell’ayahuasca o yajé, una bevanda allucinogena diffusa nell’Amazzonia, ricavata cuocendo insieme due distinte piante, apparentemente entrambe indispensabili ai fini degli effetti visionari della bevanda; se assunta da sola, ciascuna di queste piante non induce effetti. Viene quindi da domandarsi come abbiano potuto gli abitanti dell’Amazzonia, migliaia di anni fa, scoprire che “questa pianta” e “quella pianta”, fra le migliaia della foresta, solo se utilizzate contemporaneamente potevano indurre un effetto allucinogeno. Per gli indigeni il problema non sussiste: non l’hanno di certo appreso da per loro, ma è stato lo spirito della foresta o lo spirito dello yajé, meglio noto come Donna-Yajé che, un giorno, tanto tempo fa, glielo ha personalmente indicato.

Di qui il “mito d’origine” della pianta psicoattiva, più o meno elaborato, che spiega, motiva – e continuamente fonda – la sua esistenza e il suo rapporto causale con l’uomo.

Frequentemente, in questi racconti le droghe psicoattive originano da un’emanazione diretta delle divinità, per volontà delle quali le piante sacre vengono donate all’umanità, come mezzo di comunicazione con le realtà extra-umane. Nella mitologia dei Fang del Gabon gli spiriti dei morti indicano a Bandzioku o Muma – una donna – la pianta dell’iboga, e le insegnano come utilizzarla, affinché essa possa “vederli” e comunicare con loro. Fra i nativi del Nord America lo Spirito del Peyote si presenta in sogno a un uomo o a una donna e indica loro il peyote, la sacra radice, come strumento di salvezza della sua tribù.

Diversi miti trattano dell’origine della pianta fuoriuscente dal cadavere o dalla tomba di un uomo, il più delle volte un eroe culturale che, dopo aver fondato le regole tribali, i riti di passaggio, i principi dell’agricoltura o altre importanti istituzioni sociali, elargisce un ultimo dono alla sua tribù trasformandosi al momento della sua morte nel vegetale psicoattivo. Questi racconti rientrano nel più vasto insieme dei miti relativi all’origine delle piante coltivate dall’uomo, peculiari dei popoli coltivatori e caratterizzati dal motivo della trasformazione di uno spirito – di un dema, per dirla con Jensen (1954) – spesso mediante smembramento, nella pianta omonima.

Per una medesima pianta possono esistere differenti miti relativi alla sua origine, e per ciascuno di questi possono essere state riportate differenti versioni: ciò si verifica soprattutto in base alla diffusione geo-etnografica dell’utilizzo della pianta. Ad esempio, si conoscono decine di versioni del medesimo mito d’origine dell’uso del peyote presso i nativi nordamericani; in pratica, ne esiste una versione per ogni tribù indiana che ha adottato questo cactus allucinogeno come droga sacramentale.

Si presentano casi in cui un mito tratta contemporaneamente il tema dell’origine della pianta e quello dell’origine del suo uso da parte dell’uomo, soprattutto in quei racconti in cui l’origine dell’uomo e l’origine della pianta sacra sono in stretta relazione temporale fra di loro (nel tempo del mito, si intende). In numerosi altri casi, invece, i racconti trattano esclusivamente dell’origine del rapporto dell’uomo con la pianta, considerando questa come preesistente all’evento raccontato nel mito, senza specificarne l’origine.

Il grado di “purezza etnografica” dei miti è soggetto a una certa variabilità. Diversi racconti hanno subito le influenze e le interpretazioni di culture esterne, fino a perdere in alcuni casi le caratteristiche di mito d’origine, sepolte sotto una spessa coltre di modificazioni interpretative. In vari casi ciò che ci è pervenuto è un racconto, una storiella o un semplice aneddoto, frutto della secolare volgarizzazione e folclorizzazione degli antichi miti.

Quelle popolazioni la cui cultura e la cui religione sono state soggette a un fenomeno di sincretismo con religioni esterne, quali il cristianesimo, l’islamismo, il buddismo, hanno elaborato e adattato la loro mitologia attraverso un processo di sovrapposizioni e di comparazioni simboliche, che si riflettono anche sui miti d’origine delle piante psicoattive. Ad esempio, in alcune versioni del mito d’origine dell’uso del peyote tra i nativi del Nord America, non è più lo Spirito del Peyote, bensì Gesù Cristo, che si rivela al nativo per indicargli la sacra radice (Samorini, 1995).

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JENSEN A.E., 1954, Mythes et cultes chez les peuples primitifs, Paris.

SAMORINI G., 1995, Gli allucinogeni nel mito. Racconti sull’origine delle piante psicoattive, Nautilus, Torino.

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