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Mito d’origine del maguey
Origin myth of the maguey plant
Il seguente mito d’origine della pianta del maguey, chiamata in lingua nahua metl (Agave sp., famiglia delle Agavaceae), di stampo tezcocoano, è riportato in forma poetica nell’Histoire du Mechique, opera di un anonimo autore del XVI secolo, trascritta in francese nel 1543 da Andrés Thevet (manoscritto n. 19031 della BibliotecaNazionale di Parigi). Secondo Garibay (1985: 16) l’opera originaria fu probabilmente scritta da fray Andrés de Olmos. Una versione approssimata del mito dell’origine del maguey è stata riportata da Castellon (1987: 154-5).
Il racconto è inscritto in un mito cosmogonico nahua, ambientato ai primordi dell’esistenza umana e si estende fra i passi 129 e 143 dell’Histoire du Mechique. Dalla pianta del maguey le popolazioni nahua ricavano la bevanda inebriante del pulque. Meyahuel è Mayáhuel, dea azteca del maguey e ancor prima personaggio femminile protagonista nell’etnostoria e nella mitologia mexica della scoperta della perforazione della pianta del maguey, processo basilare per la preparazione del pulque (si veda Il pulque nei periodi preispanici).
129. Fatto tutto questo [la creazione dell'uomo] ed avendolo gradito gli dei, questi dissero fra di loro:
130. “Ma qui l’uomo sarà triste, se non gli facciamo noi qualcosa per rallegrarlo e affinché prenda gusto nel vivere sulla terra e che ci lodi e canti e danzi”.
131. Udito ciò da Ehécatl, il dio dell’aria, questi nel suo cuore pensava dove avrebbe potuto trovare un liquore da dare all’uomo per renderlo allegro.
132. Nel pensare a ciò, gli venne in mente una dea vergine chiamata Meyahuel e si recò quindi dov’ella risiedeva insieme ad altre dee, che in quel momento stavano dormendo.
136. E svegliò la vergine e le disse:
136. Che era sorvegliata da una dea, sua nonna, che si chiamava Cicimitl:1 “Vengo a cercarti per portarti sulla terra”.
137. Essa acconsentì e così scesero entrambi ed egli nella discesa se la caricò sulle spalle.
138. E come giunsero sulla terra si trasformarono entrambi in un albero che aveva due rami, di cui uno si chiama Quetzalhuexotl,2 che era quello di Ehécatl, e l’altro Xochicuahuitl,3 che era quello della vergine.
139. Nel frattempo, sua nonna dormiva. Quando si svegliò e non trovò sua nipote, chiamò le altre dee che si chiamano Cicime.4
140. E scesero tutte sulla terra a cercare Ehécatl e per questo motivo i rami si disgiunsero l’uno dall’altro.5
141. E quello della vergine fu riconosciuto dalla vecchia dea, che lo prese e, rompendolo, ne diede un pezzo a ciascuna delle altre dee, che lo mangiarono.
142. Ma il ramo di Ehécatl non lo ruppero, bensì lo lasciarono lì dov’era. Dopo che le dee furono tornate in cielo, Ehécatl riprese la sua forma originaria, riunì le ossa della vergine, le interrò e da lì sorse un albero che chiamano metl.
143. Da questo gli indios fanno il vino che bevono e con il quale si ubriacano, sebbene non è a causa del vino, bensì per via di alcune radici che chiamano ucpatli 6 ch’essi mescolano con quello (Garibay, 1985: 106-107).
Note
1 Tzitzimitl, essere mostruoso femminile genitrice delle tzitzimine (vedi nota 4).
2 Significa “Quetzal salice”.
3 Significa “Albero fiore”.
4 Tzitzimine, spiriti tenebrosi dell’aria che scendevano sulla terra per terrorizzare gli uomini e per mangiarli.
5 L’unione dei due rami sottintende un rapporto copulativo fra Ehécatl e Mayahuel.
6 La radice dell’upactli, o ocpatli (“rimedio del pulque”), è uno degli additivi rinforzanti che venivano normalmente aggiunti alla bevanda durante la fermentazione (si veda Il problema degli additivi del pulque).
Testo spagnolo di Garibay (1985: 106-107):
129. Todo esto hecho [la creación del hombre] y siendo agradable a los dioses dijeron entre sí:
130. “He aquí que el hombre estará aína triste, si no le hachemos nosotros algo para recocijarle y a fin de que tome gusto en vivir en la tierra y nos alabe y cante y dance.”
131. Lo que oído por el dios Ehecatl, dios del aire, en su corazón pensaba dónde podría encontrar un licor para entregar al hombre para hacerle alegrarse.
132. Pensando en lo cual, le vino a la memoria una diosa virgen llamada Meyahuel, y se fue enseguida a donde estaban ellas, a las que encontró dormidas.
136. Y despertó a la virgen y le dijo:
136. A la cual guardaba una diosa su abuela llamada Cicimitl: “Te vengo a buscar para llevarte al mundo.”
137. En ,lo que ella convino en seguida, y así descendieron ambos llevándola él sobre sus espaldas.
138. Y tan luego como llegaron a la tierra se mudaron ambos en un árbol que tiene dos ramas, la una se llama Quetzalhuexotl, que era la de Ehecatl, y la otra Xochicuahuitl, que era la de la virgen.
139. Mientras, su abuela dormía. Cuando hubo despertado, y non encontró a su nieta, appelidó en seguida a otras diosas que se llaman Cicime.
140. Y descendieron todas a la tierra a buscar a Ehecatl, y a esta razón las ramas se desgajaron las dos, la una de la otra.
141. Y la de la virgen fue reconocida por la diosa vieja, la cual la tomó, y rompiéndola, entregó a cada una de las otras diosas un trozo y lo comieron.
142. Pero la rama de Ehecatl no la rompieron, sino la dejaron allí. La que tan luego como las diosas subieron al cielo, se retornó a su primera forma de Ehecatl, el caul reunió los huesos de la virgen, los enterró y de ahi salió un árbol que ellos llaman metl.
143. Del cual hacen los indios el vino que beben, y (con) que se embriagan, aunque no es a causa del vino, sino por algunas raíces que ellos llaman ucpatli que mezclan con él.
Riferimenti bibliografici
CASTELLON B.R., 1987, Mitos cosmogónicos de los nahuas antiguos, in: J. Monjarás-Ruiz (cur.), Mitos cosmogónicos del México indigéna, INAH, México D.F., pp. 125-176.
GARIBAY ANGEL MARÍA K., 1985, Teogonía e Historia de los Méxicanos. Tres opúsculos del siglo XVI, Editorial Porrúa, México D.F.