La leggenda di Xóchitl

The Xóchitl’s legend

 

Questa leggenda è di origine tolteca e viene ancora tramandata nello stato messicano di Hidalgo. E’ ambientata nelle ultime fasi del regno di Tula. Nella versione di Manuel Rivera Cambas il figlio della bella Xóchitl è chiamato Meconetzin, che in lingua nahuatl significa “figlio del maguey”, o meglio “signor ragazzo del maguey”;1 è chiamato anche Ce Acatl Topiltzin Quetzacóatl (“Uno Canna, Nostro Signor Quetzacóatl”), e fu l’ultimo sovrano del regno di Tula. Tecpancaltzin fu il penultimo re, che governò nel periodo 990-1042 d.c. All’interno di questa leggenda è possibile intravedere un mito delle origini del pulque, contestualizzato in un racconto etno-storico della fase finale del regno di Tula.

 

Versione di Mariano D. Veytia (1718-1780?)

[riportata da Ángel María K. Garibay, in Sahagún, 1985, pp. 980-981]

Tecpantcaltzin, ottavo re dei Toltechi, un giorno ricevette un regalo da parte di Papantzin, che era uno dei principali cavalieri della sua corte, consistente in una giara di pulque, la cui elaborazione con aguamiel 2 aveva appena terminato di inventare una sua figlia chiamata Xóchitl; questa era la portatrice dell’ossequio ed era una giovane di straordinaria bellezza.

Al re piacque molto la bevanda, ma piacque molto di più la ragazza che la portava e alla quale diede l’incarico di ripetere l’ossequio appena avesse potuto.

Fatto questo, in una delle occasioni in cui gli si presentò, avvalendosi della sua autorità il re sedusse la ragazza, la fece rinchiudere nel suo palazzo trattandola segretamente con gran riguardo, ed ebbe da ella un figlio che fu chiamato Topiltzin.

Dopo la morte della regina legittima, il re si sposò con Xóchitl e ne legittimò la prole; ma il popolo non volle riconoscere Topiltzin come vero successore al trono, e a ciò si oppose Huehuetzin, parente immediato del re colluso con i signori di Xalisco; questi dichiararono al re una guerra così crudele che durò tre anni e due mesi e vi perirono da una parte e dall’altra cinque milioni e duecento mila persone; con questa guerra terminò la monarchia tolteca, dopo essere esistita 397 anni e alla quale seguì quella di Aculhua, di cui fu fondatore il grande padre Xolotl.

Xóchitl morì con gloria sul campo battendosi con i suoi nemici a capo di un corpo di signore che la accompagnavano; suo marito si nascose nella grotta di Xico, nei dintorni di Amecamecan, per salvare la sua vita.

 

Versione di Manuel Rivera Cambas (1976)

[riportata in forma riassunta da Raúl Guerrero, 1985, pp. 111-3]

Un nobile chiamato Papantzin, dedito alla coltivazione del maguey, riuscì ad ottenere miele con il succo di questa pianta. Volle ossequiare con questa scoperta il re Tecpancaltzin ed essendosi recato a Tula accompagnato dalla sua sposa e da sua figlia unica chiamata Xóchitl, fu accolto benevolmente. Il re elogiò il nobile e gli offrì come ricompensa la signoria di alcuni villaggi, incaricandolo di inviargli nuovi regali per il tramite di Xóchitl.

Soddisfatto e pieno di vanità, Papantzin tornò alle sue terre, deciso a perfezionare quella nuova industria, senza sospettare che l’entusiasmo del re per la scoperta non era stato sincero; infatti era la bellezza di Xóchitl  ad aver causato al monarca una profonda impressione e, nel percepire ciò, la giovane era arrossita, aumentando in tal modo il suo fascino agli occhi del re.

Il monarca lottava dentro di se fra i suoi doveri di sovrano e le inclinazioni di una passione così repentina quanto violenta; una passione che gli fece dimenticare il decoro del trono, la purezza dei costumi, la pace e anche l’esistenza medesima del regno.

Papantzin continuava ad elaborare nuove paste dolci e giunse infine ad inventare il pulque. La bella Xóchitl portò un recipiente pieno di questo liquore bianco a Tula, accompagnata dai suoi domestici e dalla sua nutrice Tepenénetl; la giovane arringò il re, con accento turbato, nel presentargli il regalo ed ella medesima versò il liquore che gustò tutta la corte. Il re elogiò la ricchezza del pulque, l’intelligenza dell’inventore e la bellezza della giovane ambasciatrice. Allontanò la nutrice e i domestici, facendoli portatori di nuovi regali e onori, e questi furono incaricati di dire al padre della giovane ch’ella si era fermata nel palazzo per essere educata da signore illustri, come corrispondeva al suo rango e al suo merito e a compimento della promessa che aveva fatto a Papatzin nel primo incontro.

Chi avrebbe potuto opporsi alla determinazione del re! Sommersi Papatzin e la sua sposa da terribili dubbi e da grandi remore, ricevevano messaggi del re dove venivano avvisati che Xóchitl si manteneva in buona salute e contenta;  ogni messaggio era accompagnato da preziosi regali di tela, gioielli e metalli lavorati ad arte.

Chiamata la nutrice accanto alla bella giovane, entrambe furono trasferite in una notte oscura in un palazzo eretto in cima al monte vicino al paesino di Palpan; il re mise delle guardie affinché nessuno, ad eccezione di se medesimo, potesse entrare o uscire o avvicinarvisi. Dopo nove mesi nacque un bambino chiamato Meconetzin, “frutto del maguey”, fu dato alla luce da Xóchitl.

Papantzin cercava nel frattempo di scoprire la dimora di sua figlia, poiché il re si limitava a comunicargli che era in salute e stava proseguendo la sua educazione; seppe casualmente che sua figlia viveva nel palazzo di Palpan e avvertito che a nessuno era permesso di entrare, si mascherò da contadino, si dipinse e si sfigurò il viso e fingendosi zoppo, fu a offrire fiori al villaggio vicino; fece quindi conoscenza con uno dei giardinieri reali e questo lo fece entrare. Lì vide sua figlia, vicino alla fonte, che teneva un bambino fra le braccia; si avvicinò, si scoprì ed ella riferì dell’oltraggio di cui era stata vittima.

Il padre dissimulò; risolse che si sarebbe presentato di fronte al monarca e gli avrebbe parlato con franchezza. Così fece ed esigette che il re si sposasse con Xóchitl; insultato e svergognato, il monarca negò di sposarsi, ma promise che avrebbe dichiarato Meconetzin erede della corona.

Tecpancaltzin (così si chiamava il monarca) aveva diverse figlie e una di queste si innamorò di un plebeo o macehual, che vendeva peperoni verdi in un mercato vicino al palazzo. Tobueyo3 era il fortunato ragazzo, su cui aveva fissato la sua passione la principessa, al punto di ammalarsi. Tecpancaltzin ordinò che gli conducessero davanti a lui l’ignaro ladro di quel cuore, e gli chiese:

– Chi sei e da dove vieni?

– Sono un contadino e vengo a vendere peperoni verdi. Che mi castighino gli dei e mi faccia morire sua Altezza. Non sono altro che un infelice che si procaccia da vivere vendendo povera mercanzia.

Quel macehual si sposò con la principessa, con grande disgusto dei nobili, i quali esigettero che fosse messo a capo dell’esercito, sperando in tal modo ch’egli morisse in battaglia; ma egli se ne rese conto e nel primo combattimento si finse abilmente morto.

Meconetzin, il figlio bastardo, fu allora proclamato erede al trono di Tula con il nome di Topiltzin il Giustiziere. Egli agli inizi governò bene, ma poi si diede a una vita dissoluta, presagendo la vicina caduta del Regno di Tula.

 

Note

1 – Da metl, “maguey”, cónetl, “ragazzo” e tzin, suffisso reverenziale o diminutivo.

2 – Viene così chiamata la linfa che fuoriesce dalla pianta di maguey (Agave sp.) e che per fermentazione produce la bevanda inebriante del pulque. Si veda Il maguey e il pulque.

3 – La parte del racconto che tratta della storia del ragazzo plebeo Tobueyo di cui si innamora la figlia del re, appartiene a un racconto nahua più noto come “storia di Tohuenyo”. Si tratta di un racconto dalle connotazioni sessuali, di cui una versione è data da Sahagún (III, V-VI) e un’altra è presente nel Codice Matritense (fogli 142-144), quest’ultima presentata e discussa da Léon-Portilla (1963). In diversi casi è stato trascritto erroneamente il nome di Tobueyo, mentre quello corretto è Tohueyo o Tohuenyo, la cui etimologia è “ciò che costituisce la nostra offerta”, ma il cui significato corrente presso i Nahua era quello di “forestiero” o “straniero”. Nel racconto originale la figlia del re si innamora del ragazzo dopo averlo visto al mercato e più specificatamente dopo aver visto il suo pene. La ragazza in conseguenza di ciò soffre di mal d’amore e il re obbliga Tohuenyo a giacere con lei con lo scopo di guarire sua figlia. Tohuenyo diventa quindi lo sposo della principessa, ma ciò genera malumore fra i toltechi e il re decide quindi di inviare il suo nuovo genero in guerra, speranzoso che ne rimanga ucciso. Ma Tohuenyo ne esce vincitore e viene quindi accolto dal re e dalla popolazione come un grande guerriero, meritevole della sua posizione di genero reale. Nella versione data nel Codice Matritense viene specificato che Tohuenyo è in realtà un travestimento di Titlacahuan-Tezcatlipoca, che altro non è che uno dei tre stregoni-dei che si cimenteranno nel cacciare Quetzalcoátl, principe-sacerdote regnante sui Toltechi, dalla sua città Tula. Quetzalcoátl viene fatto ubriacare con il pulque dai tre stregoni e per questo abbandonerà la città per raggiungere la riva del mare, dove si trasformerà nella stella del mattino (si veda L’ubriachezza di Quetzalcoátl). Esiste quindi un sottile legame semantico fra la leggenda di Xóchitl e il racconto mitologico ed etnostorico di Quetzalcoátl, uniti dal tema del pulque.

 

Si vedano anche:

Mito d’origine del maguey

L’ubriachezza di Quetzalcóatl

Il pulque delle popolazioni messicane

 

Riferimenti bibliografici

GUERRERO RAÚL, 1985, El pulque, Editorial Joaquín Mortiz, México D.F.

LÉON-PORTILLA MIGUEL, 1963, La historia del Tohuenyo, Estudios de Cultura Nahuatl, vol. 4, pp. 95-.

RIVERA CAMBAS MANUEL, 1976, México pintoresco, artístico y monumental, Tomo II, Ed. Casa Hidalguense de la Cultura e Gobierno del Estado de Hidalgo, Pachuca.

SAHAGÚN fray BERNARDINO, 1985 (1577), Historia General de las Cosas de Nueva España, Editorial Porrúa, México D.F., cur. Ángel María K. Garibay.

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