Kava e topi

Kava and rats

 

Il tema mitologico del topo che barcolla o che rimane paralizzato dopo aver morso o masticato la pianta del kava (si veda Il kava, la droga del Pacifico), e che in seguito si ristabilisce mordendo o masticando la canna da zucchero, rientra nella tipologia di miti d’origine dei vegetali psicoattivi in cui viene mitizzato l’evento della scoperta umana delle proprietà di questi vegetali, attraverso l’osservazione di particolari comportamenti manifestati dagli animali che le consumano (si veda Animali che si drogano). Riguardo la radice del kava, parrebbe che i topi le rosicchiano, sebbene non sia stato ancora chiarito il motivo di questo comportamento. Non va del resto escluso il possibile ruolo totemico ricoperto dal topo nell’area del Pacifico, un ruolo che tuttavia non sarebbe incompatibile col comportamento etologico che avvicina il topo alla pianta del kava, e che anzi potrebbe proprio da questo comportamento essere spiegato.

In un mito raccolto nell’Isola di Pentecoste si racconta di un uomo che vide più volte un topo che rosicchiava la radice del kava, morire e, dopo un poco di tempo, tornare in vita. Così l’uomo decise di provare su di sé gli effetti di questa radice, e in tal modo nacque l’uso del kava (De Félice, 1990, pp. 104-5).
Anche il seguente mito, diffuso nella medesima area insulare, tratta il tema del topo e della pianta del kava:

Molto tempo fa, due gemelli orfani, un fratello e una sorella, vivevano felicemente a Maewo. Una notte il ragazzo, che amava molto sua sorella, cercò di proteggerla da uno straniero che le aveva chiesto di sposarlo, ma di cui lei si era rifiutata. Nella lotta, il frustrato pretendente lasciò andare una freccia che colpì la ragazza e la uccise. Disperato, il ragazzo portò il corpo della ragazza a casa, scavò una fossa e la seppellì.

Dopo una settimana, prima che fosse cresciuta qualunque altra erba sulla tomba, apparve una pianta dall’apparenza insolita, ch’egli non aveva mai visto. Era sorta da sola sulla tomba. Il ragazzo decise di non toglierla. Passò un anno, e il triste ragazzo non era ancora in grado di calmare la sofferenza che sentiva per la morte di sua sorella. Si recava spesso a gemere sulla sua tomba.

Un giorno, egli vide un topo rosicchiare la radice della pianta e morire. Il suo impulso immediato fu quello di porre termine alla sua vita mangiando grosse quantità di queste radici, ma quando lo fece, invece di morire, dimenticò tutta la sua infelicità. Così egli tornò spesso a mangiare la magica radice, e insegnò il suo uso agli altri. Così originò l’uso del kava (Lebot et al., 1992, pp. 122-3).

E’ probabile che la morte del topo sia intesa come apparente, come uno stato di coma o di forte stupore, così come è possibile che in questo racconto manchi qualche elemento del mito originale, perdutosi o modificatosi durante la secolare trasmissione orale.

In un mito raccolto a Rotuma (isole Fiji), un guerriero di nome Kaikaponi, che conosce il kava, si accorge della sua presenza sull’isola grazie all’odore dello sterco di topo che, evidentemente, ne aveva mangiato (Pettazzoni, 1963, vol. II, pp. 367-9). Ritroviamo l’associazione topo/kava in un mito d’origine del fuoco dei Masingara della Nuova Guinea: diverse specie di animali vengono inviate dagli uomini a cercare il fuoco, e a ciascuna di esse prima della spedizione viene dato da bere del gamoda (kava). Ma ad ogni invio l’animale se ne va nella boscaglia e smette di cercare il fuoco. Per ultima, una specie di iguana, pur avendo bevuto il gamoda, si tuffa in acqua e trova il fuoco in un’altra isola. Il primo degli animali inviati a cercare il fuoco è il topo (Frazer, 1993, p. 58).

Il seguente mito d’origine del kava è stato raccolto nell’isola Upolu, che appartiene all’arcipelago delle Isole Samoa del Pacifico meridionale:

Il primo kava giunse a Samoa mediante Tagaloa, che era il primo capo (matai). Tagaloa aveva due figli, Ava’ali’i e Sa’a’sa’ali’i. Quando Ava fu sul punto di morte, mormorò a Sa’a che dalla sua tomba sarebbe sorta una pianta di grande valore per la gente di Samoa. Ava quindi morì e fu seppellito.

Sa’a e i suoi bambini tennero d’occhio la tomba, e al terzo giorno dopo la sepoltura furono viste due piante che crescevano dalla parte della testa della tomba. Mentre Sa’a e i bambini guardavano, videro un topo avvicinarsi e mangiare la prima pianta. Il topo quindi si mosse verso la seconda pianta e si mise a mangiare, ma presto rimase inebriato. Il topo tornò a casa barcollante sotto gli occhi stupiti della gente.

Essi chiamarono la prima pianta tolo, o canna da zucchero, e la seconda ava, in onore dell’uomo dalla cui tomba era sorta (Lebbot, 1989, p. 94).

Tradizionalmente, la canna da zucchero viene ingerita subito dopo aver bevuto l’ava (kava), con lo scopo di eliminare dalla bocca il suo sapore amaro. In un racconto proveniente da Samoa (Upolu), il topo mangia prima la canna da zucchero e successivamente il kava, rimanendone inebriato. Si ha in questo caso un’inversione temporanea degli eventi, che contraddice la funzione della canna da zucchero quale antidoto degli effetti del kava; una contraddizione dovuta probabilmente a un errore di trasmissione orale del racconto.

Infine, nel seguente racconto micronesiano, oltre al tema del topo che si ubriaca rosicchiando le radice della pianta del kava, si ritrova il tema della desquamazione della pelle umana, che nella realtà rappresenta uno degli effetti collaterali dei bevitori cronici di kava:

Molto, molto tempo fa c’erano due uomini. Uno aveva poteri sovrannaturali e l’altro no. Quello che non aveva poteri sovrannaturali era invidioso di quello che li aveva. Si stavano recando a Ponape, visitando differenti regioni e girando attorno. E mentre stavano facendo il loro viaggio attorno a Ponape, quello con poteri sovrannaturali camminava davanti e quello senza poteri sovrannaturali camminava dietro. Nel camminare dietro a quello con poteri sovrannaturali, egli guardava ogni suo movimento, poiché era ansioso di vedere cosa avrebbe fatto l’uomo con poteri sovrannaturali passo per passo.

Allora un giorno mentre camminavano, giocarono e quindi mangiarono. Dopo aver mangiato, quello sovrannaturale si allungò e raccolse un pezzo di spessa pelle dalla parte inferiore del suo piede e lo gettò via. Mentre gettava via il pezzo di pelle dal suo piede, lo vide l’altro uomo. Mentre lo stava guardando, il pezzo di pelle iniziò a crescere, e poi se ne andarono. Camminando, egli pensava al pezzo di pelle che aveva visto e che era iniziato a crescere, poiché aveva osservato tutto ciò che il suo compagno sovrannaturale faceva perché voleva conoscerlo. Anch’egli voleva praticare.

Quindi mentre stavano viaggiando, un giorno l’uomo senza poteri sovrannaturali pensava alla pelle, e decise di tornare indietro e vedere. Lasciò il suo compagno e si diresse verso quel luogo. Quando lo raggiunse, vi vide un grosso albero nel luogo dove avevano lasciato la pelle.

Mentre era seduto sotto un albero, venne un topo che si mise a masticare il tronco dell’albero. Dopo un poco il topo si mise a camminare, e l’uomo si accorse che il topo era ubriaco. Faceva capitomboli. Quindi egli pensò che se avesse provato il tronco dell’albero, anch’esso si sarebbe ubriacato.

Si mise a masticare il tronco e divenne ubriaco. Quindi andò da suo altro fratello e gli disse: “ho trovato un albero che quando ne mastichi il tronco o una sua qualunque parte ti rende ubriaco”. Così il suo compagno gli disse: “Perché non vai a prenderne un poco in modo che possiamo provarlo?”

L’uomo tornò indietro e prese un pezzo di radice e lo portò all’altro uomo. Lo triturarono e lo masticarono e divennero ubriachi.

L’uomo con poteri sovrannaturali seppe che l’albero era cresciuto da dove aveva lasciato un pezzo di pelle del suo piede. Quindi si recò in quel luogo e nominarono l’albero sakau. Ecco perché quando la gente vede topi in questo tipo di albero dicono: “Oh, questo sakau è buono”. Questo è il modo di trovare piante buone di sakau.

E questo conclude la storia (Mitchell, 1973, pp. 36-37).

 

Si vedano anche:

 

Riferimenti bibliografici

DE FÉLICE PHILIPPE, 1990 (1936), Le droghe degli dèi, ECIG, Genova.

FRAZER G. JAMES, 1993 (1930), Miti sull’origine del fuoco, Xenia, Milano.

LEBOT VINCENT, 1989, L’histoire du kava commence par sa dècouverte, Journal de la Société des Océanistes, vol. 88-89, pp. 89-114, p. 94.

LEBOT VINCENT, MARK MERLIN & LAMONT LINDSTROM, 1992, Kava, the Pacific Drug, Yale University, New Have.

MITCHELL E. ROGER, 1973, Micronesian Folktales, Asian Folklore Studies, vol. 32, pp. 1-276, pp. 36-37.

PETTAZZONI RAFFAELE, 1963, Miti e leggende, 4 voll., Utet, Torino.


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