Le origini dell’iboga

The iboga origins

 

Non avendo sinora individuato miti d’origine della pianta dell’iboga presso le etnie pigmee e altre popolazioni non-buitiste dell’Africa equatoriale occidentale – presso le quali si potrebbero conservare mitologie molto antiche, pre-buitiste –, non rimane che osservare quanto riportato dal differenziato mondo del Buiti, il culto religioso che usa come sacramento visionario la pianta dell’iboga.

In diversi racconti e sermoni buitisti, l’iboga è considerata un dono di Dio fatto agli uomini – più specificatamente alla razza nera – ai tempi primordiali dell’origine dell’umanità. L’uomo Nero continuava a fare una vita peccaminosa, e per questo motivo nessun nero raggiungeva il Paradiso; allora Dio, impietositosi, fece dono dell’iboga ai neri affinché questi ritrovassero la retta via. In una versione del mito d’origine del Buiti (la storia di Akengue) viene descritto come Dio creò l’iboga: fece cadere un pigmeo da un albero, che per questo morì; portò il suo spirito in Paradiso, e dal corpo del pigmeo morto tagliò un dito del piede destro e un dito della mano destra e li gettò nella foresta. Da queste dita nacque la pianta dell’iboga. Questo tema rientra nella tipologia mitologica dell’origine dei vegetali mediante un sacrificio umano.

Un altro tema diffuso fra i buitisti riguarda degli uccelli che sono coinvolti nella diffusione dei semi dell’iboga. In un sermone recitato in una comunità della setta Yembawé, nel villaggio gabonese di Sibang, leggiamo:

“E’ a quei tempi, ai tempi dell’origine dell’universo, che Dio ci ha dato l’iboga. La terra era ancora molto secca. Fra le prime piante si trovava così l’iboga. Il primo uccello che mangiò l’iboga fu la rondine (fulyebé). Dopo questa, furono il pappagallo (kôs) e il colombo (nzum)” (Swiderski, 1979, p. 194).

Il motivo della diffusione dell’iboga sulla terra per opera delle tre specie di uccelli è ricorrente, e molto probabilmente appartiene allo sfondo tradizionale di cui si compone la struttura essenziale della teogonia buitista. In un altro sermone della medesima comunità buitista Yembawé di Sibang, vengono specificate utili caratteristiche di questi uccelli:

“Dio decise di punire la generazione che non aveva obbedito. Inviò una grande pioggia. Arrivò il diluvio. Ma per conservare la vita, Dio scelse due specie di animali, di uccelli e di pesci. Fra questi, scelse tre uccelli, ai quali affidò un messaggio: nzum – il piccione-colombaccio, fulyebé – la rondine, e kôs – il pappagallo. Nzum, per il suo gesto abituale di grattare la terra, ha mostrato come si deve seppellire l’uomo morto. Kôs fu scelto per la sua curiosità. Un giorno andò a vedere una donna che aveva le regole. Dato che gli uomini, le piante e gli arbusti sono degli alberi, anche questa donna era come un albero. Un albero chiamato mbel, che in realtà era Gningone, e che aveva le regole. Il pappagallo si è dunque seduto su questo albero, ed è così che la sua coda si è bagnata nel sangue delle regole di Gningone. Fulyebé è stata riconosciuta per le sue capacità di ricerca. E’ stata questa, la rondine, fulyebé, che ha fatto crescere l’iboga. Ella volò sui semi, che quindi si sparpagliarono ovunque. Così, tutti gli animali poterono mangiare questi semi e la pianta iboga. Dopo di loro, furono i Bekü (i Pigmei) a vedere il Buiti, mangiando l’iboga. I Pigmei sono fratelli dei Neri, ma metà figli di scimpanzé e metà di Caino” (Swiderski, 1979, p. 226).

Oltre ai tre uccelli, altri animali vengono considerati responsabili per aver provocato lo spargimento dei semi dell’iboga o per averla consumata per primi, scoprendone in tal modo gli effetti; ciò può essere considerato come un ulteriore indizio della conoscenza e uso dei vegetali psicoattivi da parte degli animali (Samorini, 2013) e dalla cui osservazione originò la scoperta umana di diversi di questi vegetali.
In un altro sermone della medesima comunità Yembawé di Sibang, il tema della diffusione dell’iboga da parte di uno scoiattolo è inserito in un mito d’origine del fuoco.

“Dio cacciò Caino dal villaggio. Questi allora è andato nella foresta, dove si è sposato con uno scimpanzé (ñgi). Questa è diventata la sua donna, e in seguito è rimasta incinta. Ngi era divisa: il suo corpo era nella foresta ma il suo cuore era nel villaggio. Questa scimpanzé era anche una pigmea (ñgi). Fu la ñgi a mangiare per prima l’iboga, poiché all’inizio, in Paradiso, l’uomo mangiava come gli animali, le cose crude, l’erba e la carne.
Fu lo scoiattolo del giorno, zebrato (ôsen), a portare ovunque la conoscenza dell’iboga. In seguito, quando un giorno questo scoiattolo fece il suo nido, l’Arcangelo Gabriele fece cadere il fuoco dal cielo su questo nido. Quando il fuoco si estinse, Adamo ed Eva constatarono sotto l’albero due pietre rotonde. Essi quindi compresero che sfregando queste due pietre le scintille bruciano l’erba. Essi accesero la prima torcia e iniziò la cottura. La capanna che Adamo ed Eva avevano in scorza (mokora) nel Paradiso era in realtà il primo abeñ” (Swiderski, 1979, p. 223).

Poco oltre, nel medesimo sermone, in riferimento ai tempi del Diluvio biblico, si afferma che fu a quei tempi, l’Ozambôgha, che Dio ebbe pietà e diede all’uomo nero l’iboga. L’influenza del Cristianesimo, congiuntamente alla grande elasticità interpretativa dei buitisti, ha portato questi a elaborare i temi relativi all’origine dell’iboga e al suo uso, collocandoli in ambienti mitologici cristiani.
In un sermone della guida spirituale buitista André Mvoma della setta Bouiti Angomé Gningone Mébeghé di Oyen, il dono dell’iboga agli uomini viene fatto originare ai tempi della cacciata di Obola e Biome (Adamo ed Eva) dal Paradiso Terrestre. Dopo il peccato – costituito dal rapporto incestuoso fra Adamo ed Eva – Dio disse: “Moltiplicatevi, sapendo che morirete”. Prese quindi l’iboga e la diede loro dicendo: “Prendete l’iboga che deve aprirvi gli occhi, le orecchie e la buona coscienza che avete perduto quando avete peccato” (Swiderski, 1979, p. 211).

 

Si vedano anche:

 

Riferimenti bibliografici

Samorini Giorgio, 2002-2003, Il culto degli antenati Byeri e la pianta psicoattiva alan (Alchornea floribunda) fra i Fang dell’Africa Equatoriale Occidentale, Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 29-55.

Samorini Giorgio, 2013, Animali che si drogano, Shake Edizioni, Milano.

Swiderski Stanislaw, 1979, Les récits bibliques dans l’adaptation africaine, Journal of Religion in Africa, vol. 10, pp. 174-233.

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