La storia di Mondjogho

The Mondjogho’s story

 

Questa versione del mito d’origine del Buiti è stata data nel corso di un sermone buitista della setta Dissumba di Libreville:

Mondjogho, ragazza pigmea, viveva con suo marito Balebalé, anch’egli pigmeo. Il piccolo fratello di Balebalé, Etoumou, commise un giorno adulterio con Mondjogho, un fatto che si ripetette al punto che Etoumou ne morì. Etoumou si incollerì e decise di fare morire anche loro.

Etoumou apparve quindi in sogno a Mondjogho e le disse: “Mondjogho, appena ti sarai risvegliata, prendi un coltello e un paniere e un machete e va al fiume che si chiama Tamé, discendi il corso del fiume pescando”. Mondjogho si mise a pensare: “Come! Da quando mio marito è morto non mi è mai apparso in sogno, e ora mi appare e mi domanda di andare a pescare nel fiume che si chiama Tamé. Perché?”

La mattina Mondjogho si alza e non fa caso al sogno e si dedica ad altre occupazioni; il sogno si ripete’ successivamente; la terza volta, Mondjogho cedette e si mise a pescare dei siluri, pescò e pescò sino a riempire il suo paniere. Essa giunse davanti a una grande pietra tutta bianca chiamata Kokonagonda. E’ su questa pietra che abitano i suoi mariti che sono morti.

Proveniente dalla pietra ella udì il suono dell’obaka. Non c’era ancora l’arpa attuale, ngombi. C’era solo l’arco sonoro, mongongo. Mondjogho si sorprende di non vedere alcuno e di sentire solo dei rumori. Improvvisamente si sente chiamata: “Oh, Mondjogho, vedi quella pianta?” “Si – rispose Mondjogho”. “Bene, prendi il tuo coltello e il tuo paniere, mettili accanto, sradica questa pianta e mangiala!” Mondjogho ubbidì e mangiò. Una mosca andò nel suo occhio, una mosca olorenzen; Mondjogho si sfregò gli occhi e quando li riaprì vide i “suoi mariti”. Fece un urlo. I suoi mariti le chiesero di dargli l’okandzo (offerta). “Cosa vi dò come okandzo?” Prese i pesci che aveva pescato e glieli diede come okandzo. Fu preparato questo pesce all’ekasso e le fu dato. Ella mangiò. E’ per questo che, contrariamente alle altre, le donne dell’iboga mangiano i siluri.

L’arpa non era che nel cielo; c’era solo il . In forma di okandzo Mondjogho diede loro i siluri che aveva pescato ed essi mangiarono. Allora Mondjogho propose di portarli al villaggio. “Tu non puoi” risposero.

Suo marito Balebalé, rimasto al villaggio, iniziò ad avere dei sospetti. Prese il fucile e seguì i passi della sua donna; improvvisamente tese l’orecchio e udì dei rumori: “Eh eh è è è…”; si disse “li ho in pugno!”.

Quando Balebalé giunse sul luogo, non vide altro che la sua donna. Questa gli diede l’iboga, egli ne mangiò e vide subito i suoi fratelli. Anch’egli decise di portarli al villaggio; uscirono e arrivati a andzem, i suoi fratelli decisero di restare, attendendo che nel villaggio fosse costruito un abeñ [capanna-templio buitista]. Quando l’abeñ fu terminato, i suoi fratelli vi si recarono e iniziarono a fare la ngozé.

Balebalé offrì loro come okandzo delle galline e altri regali. Essi rifiutarono. Allora Balebalé si arrabbiò e disse: “Cosa volete come okandzo se non accettate ciò che vi offro? Allora andate a chiedere l’okandzo a quella che vi ha portato”. Mondjogho fu sgozzata. Fu dunque una donna che portò l’iboga dalla foresta, è per questo che il feticcio delle donne è più forte di quello degli uomini, è anche la donna che ha portato la goffaggine e l’élomba. In fang Mondjogho si chiama Beku.

Da: Stanislaw Swiderski, 1990, La religion Bouiti. Vol. II. Philosophie – Theologie, Legas, Ottawa, pp. 136-137.

 

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