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La storia di Elamba (Ombwiri)
The story of Elamba (Ombwiri)
L’Ombwiri è una “società di guarigione”, che utilizza anch’essa l’iboga per le sue proprietà magico-curative e diagnostiche e che ha elaborato un ciclo rituale e una mitologia simili a quelle del Buiti. Nell’Ombwiri, diffuso nello stesso ambito etno-geografico del Buiti, cioè l’Africa equatoriale occidentale, il malato – attraverso l’ingestione dell’allucinogena iboga – contatta gli imbwiri, geni dalla forma umana abitanti il mondo invisibile, distinti in acquatici, terrestri e dell’aria. Attraverso la comunicazione con questi avviene la guarigione, o per lo meno il malato ottiene importanti indicazioni sulla sua malattia e su come guarirne. Il mito d’origine dell’Ombwiri rispecchia quello del Buiti (si veda Il mito d’origine del Buiti). La seguente versione è stata raccolta presso una comunità Ombwiri del Gabon.
C’era una volta una donna chiamata Elamba-Gnidjogho. Essa era sposata con un uomo di nome Melonga. Entrambi non erano felici nel loro villaggio, poiché avevano sempre da ridire con le altre persone. E’ per questo che Elamba pensò che era meglio andarsene dal villaggio e ritornare in quello della sua famiglia.
Là, suo marito ricevette, in qualità di genero, un terreno per la sua casa e la sua piantagione, e in tal modo la vita fu buona per essi. Ebbero due figlie dal loro matrimonio: Ossigui-Gnidjogho e Nkene-Gnidjogho.
Dopo qualche anno Milonga morì. Come esigeva il costume, egli fu interrato in un luogo ignoto alla sua donna. Elamba restò dunque vedova per molti anni, poiché l’usanza non le permetteva di risposarsi. Essa viveva con le due figlie in gran povertà. Il marito Melonga si lagnava spesso nell’al di là a Nzame [Dio], e lo pregava di avere pietà della sua donna e di permettergli di recarsi da essa per aiutarla o per lo meno vederla.
Avendo ottenuto questo permesso, Melonga ispirò un giorno alla sua donna l’idea di andare a pescare. Essa prese dunque la sua rete e si recò con le sue figlie al fiume. Per tutta la mattina tutte e tre si diedero da fare ma invano. Non presero alcunché.
Siccome erano già molto stanche, si riposarono un po’ all’ombra. Ma malgrado la fame e la sfinitezza, Elamba incoraggiò le figlie a non tornare ancora al villaggio bensì a insistere nella pesca. Avendo lasciate le figlie all’ombra, essa partì alla ricerca di un altro luogo propizio. Là essa continuò a fare tutto il possibile ma senza risultati. Di nuovo non pescò nulla.
Pertanto, guardandosi intorno, già disperata, vide un piccolo buco al bordo dell’acqua. Pensò che forse avrebbe potuto trovarvi dei pesci o almeno dei granchi. Così tentò di allargare il buco con il macete. Quando in seguito mise dentro le mani, in luogo dei pesci attesi, prese delle ossa. Essa ne fu totalmente meravigliata e spaventata. Ma malgrado la sua paura, le riunì tutte; v’erano le clavicole, le vertebre, le tibie, le ossa lunghe e anche i polmoni1 e il ventre. Si domandò che significato avesse trovare delle ossa al posto dei pesci.
Proprio mentre stava pensando a questo, udì una voce proveniente dalla boscaglia: “Chi mi parla, e da dove viene questa voce?” Si rese allora conto che la voce usciva da un termitaio. Poco dopo, udì ancora quel che diceva la voce: “Tu non puoi vedermi nel tuo stato attuale. Se vuoi vedermi, guarda proprio accanto al luogo ove ti trovi. Vedrai due piante. Prendile!” Elamba vide in effetti le due piante, le sradicò dal suolo con le loro radici. La prima era l’iboga, l’altra si chiama ekasso.2
Come le aveva detto di fare la voce, preparò con le foglie di ekasso e le radici dell’iboga un miscuglio, una polvere che consumò. In seguito tornò sulla sponda del fiume, sempre secondo gli ordini della voce misteriosa. Doveva anche tenere la schiena verso la boscaglia e guardare l’acqua.
Non appena scrutò l’acqua, vide apparire in essa, non il suo viso, ma lo scheletro di suo marito. Grande fu la sorpresa, soprattutto perché non aveva la testa. Si ricordò allora che in effetti non l’aveva raccolta. Fu lui che allora andò a cercarla. Mettendosela a posto, disse: “Ora va bene – e proseguì – donna mia, sono io, tuo marito Melonga, che ti ha fatto venire qui. Sono io che ho trovato questa possibilità di vederci, perché volevo potervi consolare, tu e le bambine. Ti ho chiamata per darti il potere di guarire i malati; così avrai le loro offerte per vivere. Tu dovrai guarire tutti i malati, ma mai gratuitamente. Dovrai esigere sempre qualche cosa in cambio, anche un’offerta molto piccola. Sulla tua strada, tornando al villaggio, incontrerai un piccolo animale, un gatto selvatico.3 Passerà correndo davanti a te. Uccidilo e prendi la sua pelle!”
Il marito quindi scomparve. Elamba tornò verso le sue figlie che si erano inquietate molto per il ritardo della madre. “Non ho preso alcunché – disse loro – ma sono molto affaticata; torniamo dunque al villaggio.”
Mentre tornavano al villaggio, a metà del viaggio le figlie furono sorprese da un animale che passò davanti a loro. Dietro ordine della madre, le bambine lanciarono la rete sul gatto selvatico e, a partire da quel momento, esso fu macchiato a causa delle tracce della rete, bianche e nere.
La donna si ricordò allora delle parole di suo marito: “Quando guarirai un malato, prendi la pelle del gatto selvatico, mettila a terra affinché il malato vi si sieda sopra. Attraverso questa pelle tutta la forza degli antenati discenderà su di te e sul malato.”
Essa allora disse: “Visto che fino ad ora accade tutto ciò che ha detto mio marito, voglio fare l’esperienza anche sulle bambine. Verificherò così la potenza di queste piante prima di parlarne al villaggio.” Si mise quindi sotto a un albero, una ceiba, dopo aver ben pulito il luogo. Vi depose le ossa di suo marito che aveva trasportato con se nel paniere. Preparò il miscuglio di piante e lo diede da consumare alle bambine. Poco dopo udì le sue figliole piangere: “Oh mamma! Vediamo nostro papà! E’ là! Oh! Ooh!” Visto che anche con loro era riuscito, Elamba decise di raccontare tutto al villaggio.4
Al villaggio viveva il fratello di Elamba. Si accorse presto che sua sorella si recava regolarmente nella boscaglia con le bambine, e decise di spiarle. Un giorno dunque, avendole seguite, si avvicinò al luogo nascosto ove la sorella si recava e la vide circondata dalle sue figlie. Essa suonava l’arpa e le sue figlie l’obaka.5
Quando Elamba Gnindjogo si accorse della presenza di suo fratello, entrò in grande collera: “Quale curiosità ti spinge a volere rubare il mio segreto! Vieni qui e ascolta bene. Nessuno deve sapere che cosa faccio qui. Tu dunque, poiché sei stato così curioso, devi ora essere iniziato. Siediti qui e guarda ciò che facciamo.”
Il fratello di Elamba Gnindjogo si mise in seguito a mangiare l’ekasso e l’iboga. Dopo averne mangiata una quantità sufficiente, guardò nell’acqua e con sua grande sorpresa vi vide uno spettro: il suo buon fratello. “Vattene! – gli disse lo spettro – Tutto il potere riposa fra le mani di tua sorella.”
Elamba prese allora la parola e disse: “Fratello mio, poiché tu hai visto il mio segreto, devi farmi un okandzo [offerta], perché mio marito mi ha detto di non far nulla senza esigere un regalo in cambio. Bisogna quindi che tu mi dia: due piatti bianchi, due galline, una ciotola bianca, due piume di pappagallo, due pelli di civetta, due aghi, una stuoia e una torcia.”6
Suo fratello fu allora molto triste perché non vedeva come poter soddisfare una simile esigenza. Quindi rispose: “Sorella mia, noi siamo nella foresta, come vuoi ch’io trovi queste cose per dartele? Ma se bisogna assolutamente ch’io ti dia qualcosa, allora offrirò te come pagamento per il segreto.”
Fu così che Elamba Gnindjogo fu avvelenata. Prima di morire disse a sua fratello: “Fratello mio, tu mi hai fatto del male. Poiché mi hai ucciso, dovrai restare a prendere il mio posto. Ma siccome mi hai fatto del male, ti maledico e resterai maledetto per sempre. Sarai sempre accusato di mangiare gli uomini.”
Così cominciò il Buiti, società segreta degli uomini. L’Ombwiri fu continuato dalle figlie di Elamba.
Note
1 Vale a dire le costole.
2 Nel culto dell’Ombwiri, oltre all’iboga, ricopre un ruolo importante un preparato vegetale ricavato da un folto gruppo di piante – chiamato ekasso – che il malato-iniziando consuma in un momento preciso del rito. Nei miti di origine dell’Ombwiri l’ekasso è presentato insieme all’iboga, come mezzo di comunicazione con l’al di là.
3 Nsin in lingua fang, altrimenti noto come mosingui o ossingui, piccolo felino selvatico dalla pelle maculata.
4 Un proponimento – quello di “parlarne al villaggio” – in contraddizione con l’alone di segretezza di cui si avvolge in seguito la donna.
5 Strumento musicale a percussione, costituito di due corti pezzi di legno che vengono percossi contro un pezzo di legno più lungo tenuto sospeso alle estremità.
6 Questi oggetti fanno parte della lista di materiale che l’iniziando deve presentare come offerta alla comunità, all’inizio della cerimonia di iniziazione.
Riportato in: STANISLAW SWIDERSKI, 1970, Le Symbolisme du Poteau Centrale au Gabon, Mitt.Anthrop.Gesell. in Wien., vol. 101, pp. 299-315, pp. 302-304; pubblicato dal medesimo autore anche in: L’Ombwiri, société d’initiation et de guérison au Gabon, Studi e Materiali di Storia delle Religioni, 1972, vol. 41, pp. 125-205. Versione italiana in G. Samorini, 1995, Gli allucinogeni nel mito. Racconti sulle origini delle piante psicoattive, Nautilus, Torino, pp. 86-89.