Storia del Buiti in Guinea Equatoriale

The Bwiti story in Equatorial Guinea

Questa versione del mito d’origine del Buiti è stata raccolta negli anni ’50 presso i buitisti fang della Guinea Equatoriale:

Nell’abitato di Tambanapuya vivevano tre fratelli della tribù Bakui. I loro nomi erano Mobaybay, Kambi e Ndundu. Quando il primo morì, sua moglie Banjoku passò nelle mani di suo fratello Kambi, e nel giro di un po’ di tempo ella si convertì per le sue qualità nella donna principale della dimora.

Un giorno, su richiesta di Banjoku, le donne dell’abitato andarono a pescare. Ciò consisteva nel ridurre l’acqua rinchiusa fra due piccole dighe e più tardi, con le reti e i cesti di melongo, catturare i pesci resi così facilmente accessibili. Erano solite realizzare quest’operazione nel medesimo luogo. Lì tutte le donne si dedicavano ritmicamente al lavoro intonando le canzoni della pesca.

Banjoku ritenne opportuno esplorare il fiume più a monte, con lo scopo di installare un altro posto per la pesca. Lasciò le sue compagne e si mise sul tragitto. Dopo un poco vide un enorme ngonu1 che si nascondeva fra le radici di un albero che cresceva sulla sponda. Cercò di pescarlo, e nell’introdurre la mano nel nascondiglio estrasse un’aragosta. Fu grande la sua sorpresa. Ripeté l’operazione ed estrasse un ngonu differente da quello che aveva visto. Al terzo tentativo riuscì ad estrarre da un così meraviglioso buco la colonna vertebrale di un essere umano; poi estrasse una grande quantità di ossa, tutte umane.

Banjoku stava pensando a ciò che le era capitato quando udì una lunga risata, senza poterne localizzare la provenienza. Spaventata, depose il suo macabro ritrovamento in una pietra che, a mo’ di tavola, si alzava nella sponda del fiume.

Timorosa, prese la strada del ritorno; udì un’altra volta la melodiosa risata che l’aveva così tanto spaventata. Le apparve quindi un animale di colore bianco. Ella gli gettò sopra la rete e le maglie lasciarono sulla pelle bianca delle impronte nere. Fu così che originò il mosinji.2

Banjoku associò nella sua mente la presenza di un animale così singolare e il ritrovamento che aveva appena effettuato, e “comprese” che questo animale era stato inviato affinché con la sua pelle si potessero avvolgere le ossa che aveva abbandonato. Sacrificò il mosinji e con la sua pelle avvolse le ossa.

Riprese la strada del ritorno, ma le ossa le gridarono di non lasciarle sole, di portarle con lei. Ubbidì al comando e si diresse in direzione delle sue compagne dove stavano pescando; queste se ne erano andate e Banjoku, sola e preoccupata, si diresse verso l’abitato. Poco prima di raggiungerlo, una voce misteriosa proveniente dal fagotto le disse: “Portami in un luogo riservato affinché possa custodirmi per sempre”. Obbedendo a un così strano comando, si inoltrò nel bosco, nascose le ossa e sopra di esse eresse una piccola tettoia. Questa fu la prima mbanja.3

Il giorno successivo prese un gallo, alcune banane, una bottiglia di olio di palma e alcune canne da zucchero da offrire alle ossa. Si inoltrò nel bosco e, nell’entrare sotto la tettoia, udì la misteriosa risata del giorno precedente, e le ossa le chiesero perché aveva dimenticato le candele.

Il giorno successivo, insieme a una nuova offerta, prese alcune candele di linfa di okume.4Per molti giorni ripeté questa operazione, e una notte ebbe un sogno nel quale udì una voce che le diceva: “Se vuoi conoscerci, se vuoi vederci di persona, domani, quando ti alzi, vai dietro alla tua casa. Lì incontrerai una pianta che non conosci; sradicala e mangia la corteccia della sua radice. Se così farai, saprai”.

All’alba del giorno successivo si recò dietro alla sua casa. Banjoku conosceva una per una le piante che vi crescevano, e fu non poco sorpresa quando vide un alberello, precisamente in un luogo dove prima non c’era nulla. Lo sradicò e, piena di curiosità, masticò un poco di corteccia: questa era molto amara.5 Batté gli occhi, e nel farlo sentì un grande fastidio alle palpebra come se vi avessero infilato degli aghi. Chiuse gli occhi, e al riaprirli vide nello spazio il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Spaventata, si inginocchiò.

Poi si recò, come era solita, a offrire il cibo alle ossa. Nell’avvicinarsi, udì una dolce musica, e sotto la tettoia ebbe nuovamente la visione che aveva avuto la mattina.

Si recò lì tutti i giorni, e la gente dell’abitato consigliò Kambi di tenere d’occhio sua moglie, dato ch’ella si cimentava sempre in misteriose andate e ritorno. Kambi si ingelosì, e una mattina depose nel cesto di Banjoku un fagotto di cenere nel cui fondo aveva praticato un foro. Quando ella si diresse verso il bosco compiendo il suo dovere, lasciò per terra una traccia, e grazie a questa il marito geloso la poté seguire.

Ella giunse alla tettoia, si inginocchiò di fronte alle ossa nel medesimo momento che diceva: “Sono qui”. Una voce disse: “Attenzione, arriva gente. Come hai osato venire accompagnata?” Spaventata, Banjoku si guardò alle spalle e con grande sorpresa vide suo marito.

Una voce misteriosa disse a Kambi che pagasse una multa. Questo, spaventato nell’udire voci e non vedere nessuno, propose la sua lancia; la voce rispose che non era sufficiente. Aggiunse all’offerta il suo coltello, e nemmeno questo fu accettato. Poco a poco offrì tutto quello che aveva, ma nulla era sufficiente per calmare la voce irritata.

Disperato, Kambi offrì sua moglie. Questa, che aveva la facoltà di poter udire e vedere, osservava come erano attorniati da strana gente. La voce accettò l’offerta di Kambi. Allora la gente prese la corda che serviva per sostenere il cesto della povera Banjoku e legò la disgraziata. Fu subito dopo soffocata. Così, in questo modo, Banjoku passò a far parte del regno dei morti.

L’uomo non vedeva nessuno; udiva solo voci. Quando il sacrificio di Banjoku fu terminato, tornò a casa, lasciando il cadavere nella mbanja e pensando a ciò che era accaduto. Il Padre volle premiare Banjoku e le disse: “Tu sarai l’arpa”. Per questa ragione l’arpa è il principale oggetto che interviene nella cerimonia del Bwiti. Le corde simboleggiano le budella di Banjoku; la cassa di risonanza la pelle del suo ventre; i bischeri le costole. In alcune di esse i banji6 collocano una testina femminile, che rappresenta Banjoku. La corda che serve per appenderla ricorda la corda con la quale fu soffocata Banjoku. La musica dell’arpa significa il clamore della donna, il suo pianto. Per questo la musica è dolce e soave.

Kambi giunse a casa e si coricò; allora ebbe un sogno nel quale gli fu rivelato il segreto, e così si convertì nel primo banji.


Note

1 – Pesce siluro.

2 – Felino selvatico chiamato gatto-tigre.

3 – Tempio buitista.

4 – Grosso albero della foresta equatoriale, Acoumea klaineana Pierre, famiglia delle Burseraceae.

5 – Si tratta della pianta allucinogena iboga, la principale pianta sacramentale del Buiti.

6 – Iniziato al Buiti.


Da: Antonio de Viciana Vilaldach, 1958, La secta del Bwiti en la Guinea Española, Instituto de Estudios Africanos, Consejo Superior de Investigaciones Cientificas, Madrid, pp. 13-15.

 

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