Il mito d’origine del Buiti

The origin myth of Bwiti

 

La “storia di Muma”, o “storia di Bandjoku” è un racconto molto diffuso nelle comunità buitiste (si veda Il culto del Buiti); riguarda l’origine dell’uso dell’iboga per opera di una donna, Bandjoku, che fu in seguito sacrificata e che, attraverso questo sacrificio, istituì il culto del Buiti.

La maggior parte delle versioni inizia con la morte di un uomo, causata per lo più dalla caduta di un albero mentre raccoglieva dei frutti. In diversi casi è specificato che l’uomo era un pigmeo, e tutta la scena è ambientata nella foresta abitata dai Pigmei. Come di regola fra queste popolazioni, la moglie dell’uomo morto va in sposa a uno dei fratelli del deceduto. La moglie del pigmeo morto ha svariati nomi, Bandjoku, Bandzioku, Mondjoko, Muma, Akengue, Elamba, ecc.

Segue la scena di Bandjoku che va a pescare al fiume, da sola o accompagnata dai figli, oppure insieme a un gruppo di persone del suo villaggio. Dopo una pesca infruttuosa, la donna rimane da sola a pescare. Lo stato di una donna sola nella foresta rappresenta, per la matrice socio-culturale che ha dato origine al racconto, una situazione-limite, pertinente alla sfera del timore, del magico, del sacro: si tratta dell’ambiente iniziatico per eccellenza. In diverse versioni viene specificata la stagione in cui si verifica l’episodio: è la stagione secca, un periodo caratterizzato dalla scarsità di pesce e di risorse alimentari in genere.

Bandjoku si accorge di un foro posto sul fondo dell’acqua, nei pressi della riva, in più casi seguendo un pesce, un siluro bianco (ma in un caso si parla di un siluro nero, ngol), che vi cerca rifugio. La donna, nel tentativo di catturare il pesce, inserisce una mano nel foro e, con sua grande sorpresa, al posto del pesce inizia ad estrarre delle ossa umane, le ossa del suo primo marito, e le deposita sul bordo del fiume.

E’ probabile che l’introduzione del braccio di Bandjoku nel foro sotto l’acqua abbia una valenza sessuale. Del resto, in un paio di versioni l’uccisione del siluro catturato dalla donna provoca le sue regole. Il sangue del siluro è messo in stretta relazione con il sangue mestruale e il sacrificio del siluro, rinnovandosi attraverso una donna, dà origine a una specie vegetale, l’albero mbel, caratterizzato da una corteccia bianca (simbolo dello sperma) e dal legno interno di color rosso (simbolo del sangue). Di frequente, nella cosmogonia buitista sono le regole di Biome (Eva), la prima donna, a dare origine a questo albero. E’ con il suo legno che vengono costruite le arpe sacre, ngombi.

A questo punto entra in scena un altro animale di primaria importanza nella mitologia delle popolazioni della foresta equatoriale, il mossingui, un piccolo felino selvatico con la pelle maculata, simile a un grosso gatto selvatico, chiamato in francese chat-tigre. La sua pelle fa parte dei parafernali dello stregone, ed è usata dai capi buitisti come simbolo del loro rango.

Il felino cerca di rubare le ossa, probabilmente con lo scopo di divorarle, ma Bandjoku reagisce uccidendolo, di frequente catturandolo mediante una rete, un fatto che giustifica mitologicamente il tipo di pelle maculata del felino. Sulla sua pelle la donna deposita le ossa del defunto marito.

Il tema successivo riguarda la voce dello spirito del marito morto, o più genericamente la voce dei defunti, che si rivolgono a Bandjoku, indicandole la pianta di cui mangiare le radici, per poter comunicare con loro. Il luogo in cui avviene questo primo uso dell’iboga e questo primo contatto con gli spiriti dei morti, è di frequente una grotta, chiamata Kokonangonda, abitata dalle genti invisibili. Alcune versioni specificano che l’iboga cresce al suo ingresso, dalla parte sinistra.

A volte entra in scena un fungo, chiamato duma o duna, che si trova alla destra dell’ingresso della grotta, e gli spiriti dei morti indicano alla donna di depositare sul fungo le radici dell’iboga raccolte, utilizzandolo come piatto, oppure, in un unico ma significativo caso (nella storia di Akengue) di mangiare l’iboga assieme al fungo (per una discussione sul fungo duma si veda Samorini, 2001, pp. 80-83).

Segue il tema della mosca olarazen, che vola nell’occhio di Bandjoku, dopo che questa ha mangiato l’iboga, permettendole quindi di vedere gli spiriti dei morti. Questo tema è in relazione a un atto rituale comune a molte sette: a un certo momento del rito di iniziazione buitista, dopo l’assunzione dell’iboga, gocce di un liquido ottenuto da alcune specie vegetali e/o animali, chiamato ébama, vengono applicate negli occhi dell’iniziando. L’effetto di questo collirio è un’immediata sensazione di bruciore agli occhi piuttosto dolorosa; quando le sensazioni di bruciore si attenuano, la visione (sotto l’effetto dell’iboga) dovrebbe risultare più limpida e più chiara (Samorini, 1996). La medesima procedura rituale si ritrova nel rito di iniziazione del Bieri, ed è probabile che la sua forma originaria fosse bieri, piuttosto che buitista (Samorini, 2002-3).

Durante l’incontro fra Bandjoku e gli spiriti dei morti, questi danno alla donna un nuovo nome, Disumba, e ciò ha un corrispettivo nella credenza buitista per la quale, durante il “grande viaggio” iniziatico, all’iniziando verrebbe dato un nuovo nome (nkombo) dagli spiriti, o dalle entità divine ch’egli ha incontrato nell’aldilà. Prima di porre fine all’incontro, gli spiriti esigono da Bandjoku – e lo esigeranno dal suo nuovo marito e da tutti coloro che, da quel momento in poi, percorreranno la “via dell’iboga” – un’offerta, l’okandzo, ancora oggi imposta agli iniziandi al Buiti.

Da quel giorno – segue il racconto – la donna si reca quotidianamente nella foresta, per incontrare gli spiriti e per portare loro cibo e offerte. Segue il tema in cui il nuovo marito, insospettito, scopre le azioni della donna, consuma anch’egli l’iboga e vede gli spiriti dei morti, i quali esigono l’okandzo. Dopo diversi oggetti proposti come offerta, quali il coltello o il fucile, tutti rifiutati dagli spiriti dei morti, all’uomo non rimane che offrire la propria donna, Bandjoku, ben accettato dai defunti. Il sacrificio della donna avviene per strangolamento, sgozzamento o decapitazione, o avvelenamento; dopo la sua morte, Bandjoku si trasforma nello strumento musicale buitista per eccellenza, l’arpa, ngombi, il cui suono viene identificato con la sua voce.

In tutte le versioni del mito d’origine del Buiti Bandjoku è l’eroina principale, la donna che ha fatto scoprire una nuova realtà, e resterà sempre la figura principale del mito. Ma, come si riscontra in diversi miti d’origine relativi ad altri vegetali psicoattivi, questa prerogativa viene in seguito tolta alla donna dall’uomo, a volte in maniera violenta, “sacrificale”, come nel caso di Bandjoku (Samorini, 2016).

Di seguito sono riportate in forma integrale alcune versioni del mito, le prime sei raccolte fra sette buitiste del Gabon:

 

Riferimenti bibliografici

Samorini Giorgio, 1996, Colliri visionari / Visionary Eye-DropsEleusis, vol. 5, pp. 27-32.

Samorini Giorgio, 2001, Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici, Telesterion, Dozza (BO).

Samorini Giorgio, 2002-2003, Il culto degli antenati Byeri e la pianta psicoattiva alan (Alchornea floribunda) fra i Fang dell’Africa Equatoriale Occidentale, Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 29-55.

Samorini Giorgio, 2016, Mitologia delle piante inebrianti, Studio Tesi, Roma.

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