Mito sulla coca fra i Murui-Muinane della Colombia

Myth on the coca plant among the Murui-Muiname of Colombia

 

Questo racconto è stato narrato da Carlos Martínez, un uomo dell’etnia Murui-Muinane che vive nella Chorrea, Amazonas, Colombia. E’ un racconto che tratta le origini dell’uso della coca (e del tabacco) e della scoperta della maniera più idonea di utilizzarla, inclusa la sua combinazione con ceneri vegetali e la dieta specifica da associare al suo uso. I Murui-Muinane chiamano questo racconto “Kae jayagae jibie”, cioè “La nostra storia della coca”.

Gli uomini lottavano per dominare, si chiedevano con cosa fosse possibile dominare. Provavano tutte le foglie, le tostavano e le mambeaban,1 ma non ottenevano alcun risultato. Tutte le piante venivano mambeadas, quelle seminate, quelle dei monti, quelle eduli, quelle della yucca, quelle dell’igname, il palmeto e le piante che vi si trovano, ma nulla da fare.

Trovarono la pianta yube bie (coca selvatica) e di questa foglia dissero: è questa. Con questo cespuglio cercarono di dominare il mondo, ma non ottennero il risultato desiderato. Lo spirito della gente diceva: “più jibina”2 della propria. C’era sempre qualcuno che diceva: certo che esiste la coca positiva, ma il massimo che trovarono fu questa foglia. Erano già state provate tutte le foglie e nessuna produceva qualcosa di gradevole. All’improvviso qualcuno la vide in sogno, ma la osservò da molto lontano, là dove nasce il sole (monayai), lontano dietro al mare. Quello che la osservò la vide verde. Così, sotto forma di colibrì, se ne andarono a prendere questa coca, ma dopo molto tempo aver pensato e studiato come andare a prenderla.

Fisido, il colibrì, fece il suo primo viaggio di notte, e portò indietro solamente una foglia, che tostarono mescolandola con nulla. La provarono e dissero che era molto dolce ma che era proprio quella giusta. Inviarono nuovamente fisido in un altro viaggio, e questa volta portò indietro un seme, che tardò molto tempo nel nascere e nel crescere. Questo seme germogliò, ma non vollero consumare la pianta che nacque; decisero che questa pianta era meglio non toccarla. Nel frattempo continuavano a consumare la coca selvatica.

Per il terzo viaggio ordinarono a fisido di portare indietro un ramo. Fisido soffrì molto nel tagliare il rametto, perché il suo piccolo becco non può tagliare, quindi dovette rivoltare da un lato all’altro per molte volte sino a che riuscì a staccare il rametto. Fisido cadde in mare col rametto. La gente conduceva con il pensiero questo fisido e lo “videro” cadere in mare. Lo aiutarono mentalmente, e fisido uscì dal mare. Quando giunse, consegnò il rametto, e lì lo piantarono nella terra che avevano preparata. Lo piantarono e lo accudirono; nel frattempo, continuarono a consumare la coca selvatica.

La gente diceva: “questa coca non può essere sola bensì deve avere un compagno…”; la gente stava cercando il compagno della coca, fisido riposava. Nello stesso modo, attraverso il sogno trovarono il compagno , il tabacco (Diona). La coca si vedeva verde e il tabacco si sentiva caldo nel sogno. Inviarono quindi fisido per un altro viaggio, questa volta in cerca del tabacco, era già il suo quarto viaggio; anche questo viaggio, come quelli precedenti, lo eseguì di notte. Gli diedero i dettagli del tabacco che doveva incontrare a lato della coca. A fisido diedero da succhiare fiori di guamo e di tutti i fiori che conoscevano e così lo inviarono di notte. Giunse, girò intorno a tutta la coca, e si fermò più in la di dove esce il sole, e lì stava il tabacco. Si afferrò al cespuglio del tabacco e acciuffato un seme girò, girò intorno e prese il seme del cespuglio. Fisido tornò col seme e appena giunse, seccarono il seme e lo coltivarono. Nel tempo che la coca era già pronta per il raccolto, anche il tabacco fu pronto. Ci fu abbondanza di coca e di tabacco, ma la gente non raccoglieva la coca né il tabacco, bensì inviavano le formiche mulattiere, quelle che alla fine le danneggiavano, e di questo mambeaba la gente. Le formiche non sapevano preparare la coca, la lasciavano come crusca e gli uomini le maledissero.

In seguito inviarono i rospi Juanvoy, e questi sì che la prepararono come si deve; questi erano i migliori, questi la separarono e la selezionarono. Poi mandarono le scimmie “Jisico” (bebe leche), esse si misero a giocare, non fecero altro che giocare. A queste dissero: “Voi non nasceste per preparare coca…”; le disprezzarono, come tutte le altre scimmie, poiché non poterono preparare coca.

Poi mandarono le libellule “A’muyeke” e queste poterono portarla e tostarla; al punto che fin le loro ali si tostarono quando rivoltarono la coca; così le rifiutarono. La libellula fu maledetta e rimase con un ceffone per la sua maledizione.

Cercarono altri e mandarono i vermi che mangiano palma di chontaduro e coca, il verme “Nonódoma”; questi poterono solo tagliarla, non poterono né prepararla né mambear, e anche questi furono rifiutati. Poi fu la volta del Tintin, questo seppe tostarlo in fretta, al punto che gli si bruciarono i peli; così non poté mambear e fu rifiutato.

Già la gente mambeaba solo la coca selvatica che preparava. Il tabacco era già da raccogliere, e lasciarono pendente lo studio della coca per vedere il modo di preparare il tabacco e di utilizzarlo. Lo avvolsero e lo fumarono; non piacque loro, ma trovarono un’altra cosa, l’argilla (nogora) per fare le pentole di creta. Scavarono la terra, e mentre fumavano tabacco incontrarono l’albero “Jiñorama” per mescolarlo3 con questa terra e fare le pentole. Bruciarono le cortecce di questo albero, le pestarono, le avvolsero ed elaborarono la pentola; poi le bruciarono. E ci furono pentole.

Mentre facevano le pentole, pensavano come raccogliere il tabacco, trovarono allora il cesto. Raccolsero il tabacco, lo lavarono e lo cucinarono. Nel mentre che si cucinava il tabacco, lottarono per incontrare qualcosa per mescolarlo. Trovarono il colatoio e incontrarono la maraka, “museye”.4 Così le gettarono questo estratto spesso della maraka, mescolando il tabacco con questo liquido spesso; studiarono come dargli sapore, sale. Trovarono l’albero del sale “Chopina”. Tolsero l’ambil5 e lo mescolarono ora con questo sale, ma accadde che il tabacco fu danneggiato; i cespugli appassirono. Cercarono altri alberi e incontrarono l’albero “Jamena”; e il sale di questo albero diede buoni risultati, e fu quello che seguirono ad usare. Da allora gli uomini di conoscenza, i padroni di questo potere, la usarono e ottennero già il proprio “Yerake”.6

Si misero nuovamente dietro alla coca, e ora mambeaban quella ch’essi preparavano, non mandavano nessuno a farla. Erano felici, erano tutti contenti, ma fra di loro ci fu uno che si ammalò, e ora la lotta fu per vedere perché questo uomo si era ammalato e si misero a studiare questo. Così dissero: “La coca è buona ma noi mangiamo per mangiare, questo così non ha senso. Ora ci tocca vomitare, bagnarci, fare dieta, dare esempio di lavoro, di condotta…”

Quegli uomini che non osservavano le norme, che si incontrarono per mambear la coca e che mangiarono il pesce dormilón, lo scoiattolo, il pesce picalón, si punsero con i pungoli che calpestavano nelle strade. Gli uomini si resero conto di ciò, e scoprirono che questi animali non si devono mangiare. Così nacque lo “Yectarafue”7 della coca.

E c’era modo di dare esempio e distribuire a tutti i semi della coca e del tabacco. Seminarono la coca e nei campi di stoppe nacque la palma yarumo. La cenere di questa pianta si mescolò con la coca e tutto fu meglio, già poterono fare e intendere il mondo in cui viviamo.

Mogorve Jitoma fu colui che scoprì tutto questo.

 

Note

1 – Mambear, mantenere nella bocca la miscela di coca e ingerirla lentamente.

2 – Jibina; conoscenza acquisita per mezzo della coca; o coca che da conoscenza.

3 – Sgrassante; l’albero “Jiñorama” agisce come sgrassante, cioè, evita che la ceramica si screpoli quando sottomessa al calore.

4 – Maraka; Museye, specie di dattero.

5 – Ambil; estratto liquido di tabacco.

6 – Yerake; recipiente in cui si mette l’ambil; è personale.

7 – Yectarafue; norme etiche che giustificano gli atti.

 

Riportato in: BENJAMIN YEPEZ, 1990/91, Nuestra historia de la coca (Murui-muinane), Revista Colombiana de Antropología, vol. 28, pp. 231-233.

 

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