Miti peruviani sulla coca

Peruvian myths on coca

 

I cronisti spagnoli del periodo della Conquista e dei primi periodi del Viceregno del Peru, raccolsero nei loro scritti alcuni racconti mitologici inerenti la pianta della coca.

V’è chi (Worthon, 1980, p. 24) ha riportato un mito d’origine quechua della coca, attribuendolo a Garcilaso de La Vega, che lo avrebbe inserito nei suoi Comentarios Reales del 1609; ma l’autore di questo sito non è stato sino al momento in grado di individuarlo negli scritti di La Vega.1 Comunque, in questo mito Manco Cápac – il primo leggendario re Inca, divinizzato – inviò questa pianta agli uomini per confortarli in un particolare momento di carestia e di sofferenza:

“Durante un periodo di grande carestia e di grande miseria tra le tribù Incas, Manco Cápac, erede del trono del Sole, gettò uno sguardo attento sui suoi figli delle Ande occidentali. Vide grande sofferenza, e più ancora lacrime, che per la loro abbondanza umettavano il suolo sotto i loro piedi. Manco Cápac inviò allora al suo popolo un presagio, fatto da una cometa rossa e scintillante, che illuminava la terra con i suoi lampi. Lo stesso Dio si trasportò fino al palazzo del re Montana, che si precipitò a riverire l’oracolo. Vide Dio sotto forma di una foglia di coca in fiamme. Quando il fuoco si spense, l’Imperatore si chinò per prendere l’oggetto che il Dio aveva abbandonato dietro di sé. Comprese subito il messaggio. Manco Cápac aveva indicato il cammino agli uomini. Grazie alla foglia di coca nessuno avrebbe più sentito né la fatica né la fame.” (Worthon, 1980, p. 24).

Nel 1551, Juan de Betanzos scrisse una Suma y narración de los Incas, in cui sono riportate le origini mitiche del lignaggio incaico. Manco Capac – il primo re Inca – apparve sulla terra uscendo da una grotta, insieme ad alcuni altri uomini e donne. Nel descrivere la loro peregrinazione verso Cuzco (cap. IV), Betanzos riporta in maniera confusa e incompleta un evento inerente la coca, che probabilmente riguardava le origini mitiche di un certo tipo di coca – la “coca di Gualla” -, ma che forse avrebbe potuto riguardare le origini stesse della pianta della coca. Ayar Oche e la sua consorte Mama Guaco fanno parte del gruppo di uomini e donne che fuoriuscirono dalla grotta:

“E prima di giungere al paese [di Cuzco], a due tiri di archibugio, c’era un piccolo paese abitato dove c’erano coca e peperoncino; e la donna di Ayar Oche, quello che si era perduto nella grotta, chiamata Mama Guaco, diede a un indio di questo paese di coca un colpo con alcuni ayllos, e lo uccise e subito lo aprì e gli tirò fuori i polmoni e il cuore, e sotto lo sguardo degli altri del paese, gonfiò i polmoni soffiandovi dentro; e avendo visto ciò gli indio del paese, ebbero un grande timore, e con la paura che si erano presi, se ne fuggirono verso la valle che oggigiorno chiamano Gualla, da dove sono provenuti gli indio che oggigiorno beneficiano della coca di Gualla.”

E’ evidente l’incompletezza del racconto, che non spiega la relazione fra lo smembramento dell’indio e l’origine della “coca di Gualla”, sebbene vi si possa intravedere lo schema classico dell’origine di una pianta dalla morte violenta di un uomo.2

Nel 1571, il Viceré Francisco de Toledo raccolse nella valle di Yacay, nella regione di Cuzco, la seguente leggenda quechua, dove una donna infedele o eccessivamente mondana viene smembrata, e dai vari pezzi del suo corpo nasce la pianta della coca:

“Prima che stesse come ora sta negli alberi, [la coca] era donna molto bella, e che per aver fatto cattivo uso del suo corpo la uccisero e la tagliarono in due e la seminarono, e da questa nacque un albero, che chiamarono /ma/macoca y cocamama, e da allora si misero a mangiarla, e che si diceva che la portavano in una borsa, e che questa non poteva aprirsi per mangiarla se non dopo aver copulato con una donna, in memoria di quella [donna], e che ci sono state e ci sono molte donne indigene che per questa causa si chiamarono coca, e che questo lo udirono dire ai loro sposi [posados], i quali raccontavano questa favola e dicevano che era l’origine della suddetta coca” (in Rostworoski, 1973, p. 199).

Il tema di una donna che si da a relazioni sessuali illecite, cioè esterne alla coppia coniugale legittima, e che per questo motivo viene uccisa e trasformata nella pianta della coca, è comune a diverse etnie peruviane. Ma, come ha sottolineato Amodio (1993-4), non si tratta di racconti con meri valori morali, bensì sono racconti fondanti il valore propiziatorio della relazione sessuale attribuito alla pianta della coca; un valore che sta alla base delle diffuse attività diagnostiche e divinatorie eseguite con le foglie della coca, e che hanno frequentemente scopi di natura sessuale (per riallacciare i rapporti amorosi, per la fertilità sessuale, ecc.). Un altro mito di questo tipo è stato riscontrato presso gli Amuesha (Yanesha) dell’Amazzonia peruviana:

Quando Yompor Ror viveva ancora sulla terra fra gli Yaneshá, aveva per sposa Yachor Coc. Yompor Ror e Yachor Coc vivevano fra gli Amuesha nella zona di Oxapampa. Un giorno, Yompor Ror sorprese suo fratello Yompor Huar mentre aveva relazioni sessuali con Yachor Coc. Nel vedere l’infedeltà della sua sposa, Yompor Ror si infuriò. Tornò a casa, prese Yachor Coc e si mise a colpirla e a smembrare il suo corpo. Poi prese i suoi pezzi e li gettò fin dove il sole si occulta. Dove caddero i pezzi dispersi di Yachor Coc, questi si convertirono in arbusti di coca. La maggior parte di questi cadde dove scende il sole, nella zona di Huánuco. Per questo attualmente esiste così tanta coca a Huánuco. Il resto si disperse per tutta la terra (Santos, 1983, p. 26).

Un mito con affini valenze sessuali incestuose è quello registrato presso i Campa Asháninka, sempre dell’Amazzonia peruviana. Questo racconto viene chiamato “La coca Marikishi”; Pavá è la principale divinità degli Asháninka:

Pavá o Oriatziri era sposato con una donna chiamata Mamatsiki. Il Sole era il padrone della coca. Un giorno il Sole se ne andò nel suo orto e suo figlio, l’uccello tsiyá, chiese a sua madre Mamatziki, contro la proibizione di Pavá, di dargli le foglie di coca che uscivano dal suo sesso, cioè, di avere contatto sessuale con lei. Alla fine ella accondiscese al suo desiderio. Quando Pavá tornò, scoprì ciò che era accaduto, poiché Mamatziki vomitava foglie di coca, e il pene di suo figlio tsiyá era coperto di foglie di coca. Molto arrabbiato, Pavá cacciò sua moglie e bruciò suo figlio, il quale si trasformò nell’uccello nero che oggi vediamo. Salì immediatamente al cielo e non volle abitare più sulla terra. La donna si trasformò allora nella pianta della coca che conosciamo nell’attualità (Rojas Zolezzi, 1997, p. 268).

Nel 1619, è la volta di un gesuita anonimo autore di una delle Letras annuas de la Provincia del Perú (fol. 7 Ms, “Papeles de jesuitas”) della Missione di Ocros e Lampas, nelle quali espone il seguente mito raccolto nella regione di Catajambo; mito di difficile traduzione – che viene qui proposta in maniera preliminare3 – dove è significativa l’asserzione che originalmente la coca era usata esclusivamente dalla divinità solare:

Raccontano anche che anticamente solamente il sole mangiava coca, che sono quelle foglie di cui abbiamo detto poc’anzi, e che le huacas ebbero di ciò grande invidia e cercarono di rubare al sole il seme di quei cespugli, e per questo cercarono l’occasione, quando egli fosse stato ubriaco; ed essendolo, inviarono un recaudo con una fiamma Urau dalla luna, moglie del sole, in modo che a loro nome le chiedesse la borsa dove custodiva quelle foglie.
Rifiutò la luna nel darla la prima e seconda volta, sino a che alla terza volta con un falso segnale se la presero.
Quando si svegliò, il sole venne a sapere ciò che era accaduto e decise di uccidere Urau, e lo avrebbe fatto se non fosse stato per intercessione di una india di bella apparenza e, non volendolo fare mentre lei pregava, Urau fuggì e si fermò a Canta, luogo distante tre giornate da Lima, dove gli indios lo ricevettero con grande plauso, e si misero ad adorarlo come un dio.
Dispiacque molto a quelli di Lampas, dove prima stava, l’assenza di Urau, perché era lui che dava salute nelle loro malattie. E stando così ammalata una sorella di un cacique di un villaggio di quella regione, questi si recò fino a Canta per chiedere di curare l’ammalata.
Gli fu risposto di tornare nella sua terra e che’gli [Urau] sarebbe andato con lui e là lo avrebbe detto [se sarebbe guarita]… E così, lasciando un suo figlio a Canta, se ne andarono i due verso Lampas, e nel fermarsi qua e la nei monti, non volle mai rispondergli sino a che non fossero giunti al villaggio del cacique.
E lì gli ordinò che offrisse cuies, coca e chicha e le altre cose dette, e terminato il sacrificio gli disse che l’ammalata sarebbe guarita, ma che nonostante egli desiderasse onorarlo e ringraziarlo per il sacrificio ch’egli aveva fatto, non poteva rimanere in quel villaggio come il cacique gli aveva pregato, ma che gli avrebbe lasciato un suo figlio, la qual cosa fece, e passò a un altro villaggio distante sei leghe più avanti.
E per questo motivo i genitori trovarono in molti villaggi di quella regione huacas chiamate Hurau, che dicevano essere figlie di una che stava in un altro chiamato San Pedro de Hacas, che è quella di tutte queste avventure, la quale bruciò un padre di Santo Domingo che anticamente andava togliendo huacas e mallqui [antenati] per questa terra.
E ora solo adoravano un pezzo che quelli di quel tempo nascosero e le ceneri delle ossa che bruciò.” (Duviols, 1973, p. 34).

 

Note

1 – Un capitolo dei Comentarios Reales è dedicato alla coca (Libro VIII, Capitolo XV, “De la apreciada hoja llamada cuca y del tabaco”, riportato qui), ma non vi è presente questo racconto mitologico. Del resto, il fatto di non averlo trovato in diverse edizioni dei Comentarios Reales da me consultati, e il fatto che nel racconto si parli di un “imperatore Montana”, anch’esso non individuato nell’opera di Garcilaso de La Vega, fa sorgere il sospetto che il suddetto racconto non sia stato riportato da questo autore antico, e che Worthon abbia erroneamente riportato il riferimento bibliografico. Sono grato a chiunque sia in grado di apportare chiarimenti in merito, in particolare a chi sia in grado di indicare l’esatta fonte originale di questo racconto.

2 – Un altro cronista del XVI secolo, Valboa (2011, p. 332), nella sua Miscelánea Antárctica (Parte III, Cap. X), riporta il tema di Mama Guaco che uccide un uomo (un guaylla) e gli estrae i polmoni, soffiandovi poi dentro e ungendo in tal modo gli altri; ma non v’è riferimento alla coca.

3 – In attesa di una maggior comprensione del testo. Per la versione originale in castigliano si veda il lavoro on-line di Duviols, 1973.

 

Si vedano anche:

 

Riferimenti bibliografici

AMODIO EMANUELE, 1993-4, Cocacha mamacha. Prácticas adivinatorias y mitología de la coca entre los quechuas del Perú, Bulletin de la Société Suisse des Américanistes, voll. 57-58, pp. 123-137.

BETANZOS JUAN de, 1551, Suma y narración de los Incas, in: Francisco Esteve Barba (cur.), 1968, Crónicas Peruanas de interés indígena, Biblioteca de Autores Españoles, Madrid, pp. 1-56.

DUVIOLS PIERRE 1973, Un mythe de l’origine de la coca (Cajatambo), Bullettin de l’Institut Français d’Études Andines, vol. 2(1), p. 34.

ROJAS ZOLEZZI E. CARLOS, 1997, Origen y clasificación de las plantas cultivadas en el pensamiento mítico asháninka, Antropológica, vol. 15, pp. 255-288.

ROSTWOROWSKI CANSECO DE DIEZ MARÍA, 1973, Plantaciones prehispanica de coca en la vertiente del PacificoRevista del Museo Nacional de Lima, vol. 39, pp. 193-224, p. 199.

SANTOS G.F., 1983, Origen divino y rol cultural de la coca entre los Amuesha, Amazonía Peruana, vol. 4(7), pp. 23-26.

VALBOA MIGUEL CABELLO, 2011 (1576-1586), Miscelánea Antártica, Fundación José Manuel Lara, Sevilla.

WORTHON S. DANIEL, 1980, Coca e cocaina. Dalla divina pianta degli Incas alla polvere bianca di Manhattan, Savelli, Roma.

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