La leggenda di Sheik Omar

The Sheik Omar legend

 

Per quanto riguarda i racconti sull’origine del caffè, accanto alla rinomata leggenda di Kaldi, il pastore che scoprì gli effetti del caffè osservando il comportamento bizzarro delle sue capre dopo aver mangiato la pianta del caffè, nei paesi arabi viene tramandata un’altra leggenda, in cui fu un eremita, frequentemente chiamato Sheik Omar, a scoprire gli effetti stimolanti della pianta. In molte versioni viene aggiunto che l’eremita era stato esiliato da un governante di un paese, il quale, dopo la scoperta del caffè, graziò l’eremita dal suo esilio:

Uno yemenita, mandato in esilio, si mise a fare l’eremita su una montagna, divenne un santone (un derviscio) e visse nutrendosi di piante selvatiche, tra le quali la pianta del caffè.

Il derviscio yemenita, dapprima si cibò delle drupe rosse di caffè crude, ma poi, per prendere qualcosa di caldo, scoprì passo passo tutta la trafila che noi ben sappiamo, ovvero tostò e macinò il caffè, ne fece un infuso, e immensa fu la sua contentezza quando poté gustare il paradisiaco aroma della bevanda.

La scoperta giunse a conoscenza del principe dello Yemen, il quale bevve un paio di tazze di caffè, e subito graziò il santone delle condanne e del conseguente esilio che aveva subito da giovane, lo fece tornare a Moka e costruì un convento tutto per lui.1

In un’altra versione vengono sottolineate anche le proprietà curative, e non solo quelle stimolanti, del caffè:

Fu un uomo, lo Sheik Omar, il primo arabo a scoprire il chicco e a preparare il caffè. Nel 1258, per condotta immorale, Omar, un sacerdote e medico, insieme ai suoi seguaci, fu condannato all’esilio da Mocha nella regione desertica che cingeva Assab. Dovendo sopperire alla fame e non trovando altro da mangiare se non le bacche di caffè selvatico, gli esuli le facevano bollire poi bevevano l’infuso. Omar ne offrì anche ai suoi pazienti, alcuni dei quali lo avevano seguito a Ousab perché praticasse loro le cure. Di ritorno a Mocha, essi riferirono delle magiche proprietà curative del caffè, e per questo Omar fu condotto dallo spirito del suo maestro fino al porto di Mocha, dove divenne un santo eremita che viveva presso una fonte circondata da lucenti arbusti verdi. Le bacche degli arbusti lo sostenevano, ed egli le usò per guarire gli abitanti dalla peste.2

Le leggende arabe sull’origine del caffè sono sempre ambientate in Etiopia o nello Yemen. La seguente leggenda, che è una versione estesa del ciclo di Omar, è intitolata: “La leggenda del novizio dell’amore. Uno spirito gigante, l’acqua vorticosa, una bella principessa e la pianta del caffè”:

Nell’anno 656, il mullah Schadheli, mentre compiva il suo pio pellegrinaggio alla Mecca in compagnia del discepolo Omar, si ritrovò sulla montagna Emerald, nella regione desertica di Ousab. Comprese allora che non sarebbe andato oltre, e disse a Omar: “E’ la volontà di Allah, benedetto sia il suo Nome, che io muoia stanotte su questa montagna. Quando me ne sarò andato, ti comparirà dinanzi un personaggio velato. Abbi cura di obbedire ai suoi comandi!” Detto questo, Schadheli entrò in una grotta, si distese su una coperta di panno e aspettò.

Sempre fedele alla sua parola, essendo un integerrimo religioso, Schadheli quella notte morì. Subito dopo, Omar, distoltosi dalla veglia del corpo per ristorarsi con l’aria della notte, fu abbagliato da un lampo di luce, che, come poté vedere quando i suoi occhi si furono ripresi, lasciò dietro di sé uno spettro gigantesco avvolto in un velo bianco. Fattosi coraggio, Omar domandò a quella figura di rivelare il suo nome. Il fantasma non disse nulla, ma quando scostò il velo, Omar poté riconoscere in lui il suo maestro, divenuto alto trenta piedi. Il gigante stampò il suo piede in terra, spaccando la pietra, e dalle profondità della terra fratturata proruppe una sorgente di acqua pura. “Riempi la tua ciotola con l’acqua di questa fonte”, disse lo spirito a Omar, la cui forma spettrale già sembrava svanire contro il cielo del deserto e le stelle simili a gioielli. E poco prima di scomparire del tutto, aggiunse: “Porta la ciotola fino a Mocha mentre l’acqua ancora gorgoglia!” Omar si diresse dunque a sud alla volta del famoso porto. Dopo aver viaggiato per tre giorni e tre notti senza dormire né mangiare, portando la ciotola davanti a sé, sempre attento che l’acqua non smettesse di ribollire, improvvisamente notò che aveva cessato di agitarsi. Si accorse allora di essere arrivato a Mocha, dove scoprì che la gente soffriva per una terribile peste. Le preghiere di Omar curarono tutti quanti si rivolgevano a lui. Così la sua fama di guaritore si diffuse rapidamente, raggiungendo l’orecchio del visir, un consigliere oculato del Sultano. Il Sultano, un buon uomo, aveva una figlia molto bella, ch’egli amava sopra ogni cosa e che giaceva come morta nella sua camera. Il Sultano ascoltò il consigliere e convocò il santo guaritore. Omar guarì la ragazza e, incantato dalla sua bellezza, al suo risveglio l’amò.

Indulgente, perché grato per la salvezza della sua città, e incoraggiato dal suo visir, al quale Omar aveva dato un talismano dell’amore (che lo rendeva irresistibile), il Sultano risparmiò la vita di Omar ma lo esiliò nel deserto di Ousab, dove, come prima, per il religioso aveva le sole erbe come cibo e una grotta per rifugio. Stanco della solitudine e di quel deserto sterile, Omar urlò al suo maestro scomparso: “Perché mi hai spinto a questo viaggio inutile e infausto?” Come in risposta, un piccolo uccello verde si posò su una pianta vicina. Quando Omar gli si avvicinò, vide che la pianta era coperta di foglie verdi, piccoli fiori bianchi e luccicanti frutti rossi. Riempì un cestino con le bacche e più tardi, quella notte, mentre metteva a bollire la sua cena di erbe, pensò di aprire il frutto e di versarne nella pentola i semi al posto delle erbe. Il risultato, per il suo stupore e piacere, fu la bevanda aromatica e fortificante che oggi chiamiamo caffè.

Altri dicono che il maestro di Omar gli aveva dato una piccola pallina di legno che rotolava da sola come viva, raccomandandogli di seguirla fin dove si fosse fermata. La pallina lo condusse in un villaggio, dove egli praticò le guarigioni dispensando le bacche rosse bollite di una pianta selvatica di caffè che cresceva vicina.3

 

Note

1 – Giorgio Batini, 2003, Le radici delle piante. Erbe, fiori, frutti, alberi nel mito e nella leggenda, Edizioni Polistampa, Firenze, p. 74.

2 – Bennett A. Weinberg & Bonnie K. Bealer, 2002, Caffeina, Donzelli Editore, Roma, p. 30.

3 – Weinberg & Bealer, 2002, op.cit, p. 374.

 

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