Racconto sul toloache dei Tepehuan

Tale on the toloache of the Tepehuans

 

Presso l’attuale gruppo etnico Tepehuan del Messico Occidentale, è stato raccolto il seguente racconto sul toloache. Questo termine deriva dal náhuatl toloatzin, “testa inclinata”, così chiamata poiché si ritiene che i semi di tale pianta, una Datura,  abbiano la proprietà di fare addormentare, quindi di “fare inclinare la testa”. A un’attenta osservazione, il racconto – alquanto confuso – parrebbe contenere la trama di un mito delle origini della pianta, trasfigurato in seguito all’interpretazione cristiana. La parte finale del racconto originale riguardava probabilmente la trasformazione di Toloache nella pianta omonima; l’influenza cristiana, eliminando questo motivo e sostituendolo con quello del rifiuto del battesimo e dell’uccisione del Toloache, senza la conseguente rinascita vegetale, ha svuotato di significato l’intero racconto.

C’erano due fratelli che erano molto pigri ed erano entrambi musicisti. Non volevano cercare né mais né altro, e la madre li rimproverò perché non cercavano mais.

Essi si misero a camminare fino a giungere a una pianura. Si avvicinarono a un burrone che stava su un’alta rupe, e videro che lì v’era una vasca d’acqua. Stavano morendo per la sete, e abbassarono le loro fasce per bere acqua.

Ma non era acqua ciò che brillava: era denaro. Allora presero tutto il denaro. Il Fratello maggiore se ne andò con tutto il denaro lasciando lì il minore, nel mezzo del burrone.

Passarono cinque giorni, e dopo cinque giorni cadde una scala di denti di vipera (cuamecate). Allora, poiché Dio lo aiutò, egli1 salì fino in cima, e là sul bordo trovò il suo violino, e si mise a suonare guardando a oriente. Là scorse un fumo molto alto fino al cielo, e allora disse: “Che Dio mi dia il permesso di giungere fino a quel fumo”. Così andò per il piano suonando fino a che vi giunse, e tutto era nebbia.

Si stava riposando, quando giunse una ragazza molto bella alla laguna. Le propose il matrimonio e la ragazza acconsentì. Vissero insieme per un anno, e il Toloache ritornò con le sue cose e con la consorte. Arrivando, disse a sua madre di sistemare la casa, di erigere un piccolo altare, poiché ritornava con moglie. Quando la vecchia se ne andò, non vide altro che una vipera. La vecchia si arrabbiò col figlio e andò a prendere la moglie. E la portò e la mise in un altare.

Dalla fattoria della vecchietta, l’acqua si trovava molto lontano, e la moglie chiese in prestito una brocca per andare ad attingere l’acqua. La vecchia le disse che avrebbe impiegato un giorno intero per andare e tornare. Afferrò la brocca e immediatamente, lì vicino, comparve un pozzo. E tornò a casa.

Arrivando, disse a sua suocera che aveva fame. La vecchia le disse che non aveva né tortillas, né mais. La donna le disse di avvicinarsi alla madia per vedere se era vero. Si sporsero, e la madia era piena di mais; si avvicinarono a un’altra, e questa era piena fino in cima di mais colorato, e l’altra di mais giallo. E vissero così alcuni giorni di piacere.

Allora Toloache si cercò una donna, un’amante. Le amanti erano la Tlacoache e Corvo-femmina. Usciva tutte le notti per ballare. Poi iniziò a sospettare il Mais, che era la moglie di Toloache. Allora Toloache fuggì e la donna se ne tornò da sua madre. Ed egli andò presso di lei, e le chiese perdono e tornò a prenderla. E vissero alcuni giorni in accordo.

In seguito, egli riprese a mortificarla, e Mais se ne andò dal padre, Dio Nostro Signore; gli disse che se avesse accordato le sette parole, l’avrebbe perdonato, altrimenti no. Non poté accordare le sette parole; giunse appena a cinque.

Poi Dio Nostro Signore disse a San Giovanni Battista e a San Giuseppe di battezzarlo, ma egli non si prestò. Allora lo afferrarono e gli inchiodarono la testa in un tepetate.

 

Nota

1 – Il fratello minore, quello che verrà poco dopo indicato con il nome di Toloache (datura).

Da: M.E.P. OLOVARRIA, 1987, La mitología cosmogónica del Occidente de México, in J. Monjarás-Ruiz (cur.), Mitos cosmogónicos del México indigéna, INAH, México D.F., pp. 210-243, pp. 232-234.

 

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