Racconto indocinese sul betel

Tale on betel from Indochina

 

La fonte inebriante chiamata betel è costituita da tre ingredienti essenziali: la foglia di betel (Piper betel), la “noce” di areca (Areca catechu), che in realtà è l’endosperma del seme di questa palma, e una fonte di calcare. L’insieme congiunto dei tre elementi produce l’effetto di questa droga, che ha un’area di diffusione che si estende dal Madagascar all’India, all’Indocina, sino alla Nuova Guinea e diverse isole del Pacifico. In Indocina è diffusa una leggenda, la “Storia del betel e dell’areca”, che tratta le origini mitologiche di queste due piante, dove tre persone, due fratelli e una donna, per via di tristi vicissitudini, vengono trasformati nel betel, nell’areca e nella roccia dal quale si ottiene per riscaldamento la calce che viene mescolata con i due elementi vegetali. Esistono diverse versioni di questo racconto, dove i due fratelli e la donna si trasformano alternativamente nelle due piante e nella roccia (per una rivisitazione sistematizzata di queste versioni si veda Hiên, 2006). In questa sede vengono proposte quattro versioni di questo racconto, tre vietnamite e un’altra proveniente dal vicino Laos.

 

Versione vietnamita del 1695

Di seguito viene riportata la versione più antica di questo racconto, intitolato “La storia dell’albero della palma di areca” (Tân lang truyên), esposta nel manoscritto del 1695 Līnh Nam chích quái liêt truyên:

Molto, molto tempo fa, un quan lang [un principe] di statura molto elevata ricevette dallo stesso re il nome Cao [alto], che divenne quindi il nome della sua famiglia. Cao aveva due figli, il primogenito si chiamava Tân e il più giovane Lang. I due bimbi rassomigliavano fra di loro come due gocce d’acqua; era impossibile distinguerli dalla loro apparenza.

Quando raggiunsero l’età di 17 e 18 anni, i loro genitori morirono. I due fratelli giunsero presso un eremita taoista di nome Luu [Dao] Huyên per essere istruiti. La famiglia di Luu aveva una figlia di nome Liên, anch’essa dell’età di 17 o 18 anni e, al primo sguardo, lei si innamorò e desiderò sposarsi con uno dei due ragazzi. Ma non era in grado di distinguere il più vecchio dal più giovane. Essa offrì loro una tazza di farinata di riso con un solo paio di bacchette [usate come posate]. Il più giovane invitò il più vecchio a partecipare per primo a questa specialità, e lei chiese il permesso ai genitori di sposare il più vecchio.

Una volta stabilitosi con sua moglie, il più vecchio mostrò un minor sentimento caloroso verso il fratello più giovane, il quale si sentì umiliato e rifletté: “Mio fratello si sta concentrando sulla sua vita matrimoniale e mi sta realmente dimenticando”. Non dicendo alcunché, il fratello più giovane tornò al suo villaggio natale. Raggiungendo il cuore della foresta, si imbatté in un ruscello; non trovò alcuna barca per attraversare l’acqua. Pianse con profondo dolore e morì, e si trasformò quindi in un albero che ergeva sulla riva del fiume. Il fratello più vecchio, nello scoprire l’assenza del fratello, lasciò la sua amata casa e si mise alla sua ricerca. Raggiunse il medesimo luogo, cadde contro l’albero e si trasformò quindi in una roccia che abbracciava l’albero. La moglie si mise alla ricerca del marito, e dopo aver raggiunto il medesimo luogo, abbracciò la pietra e morì, e fu quindi cambiata in un rampicante che strisciava attorno all’albero e alla roccia. Le foglie di questo rampicante sono molto aromatiche e leggermente amare.

I genitori della signora Luu andarono alla ricerca dei ragazzi e raggiunsero il medesimo luogo; provarono una forte angoscia, e decisero di costruire un tempio a loro dedicato. La gente vicina offrì fiori e incenso a questo tempio. Pregarono loro come “i fratelli uniti e la sposa fedele”.

Nel settimo e ottavo mese lunare, quando faceva ancora caldo, il Re Húng giunse per un giro di ispezione, fermandosi per un po’ davanti al tempio. Contemplò l’albero lussureggiante attorniato dal rampicante strisciante. Raccolse una noce e una foglia, le masticò insieme, e quindi spalmò la sua saliva sulla roccia; improvvisamente la sua saliva divenne rossa e assunse un aroma delizioso. Il re ordinò di mettere al forno la roccia per ottenere la calce e la masticò con il frutto dell’albero e le foglie del rampicante. Questo bolo, una volta masticato, sprigionava sapori fragranti e deliziosi e rendeva le guance rosee. Il re realizzò l’alto valore di queste cose e ordinò di portarle nella sua casa (Hiên, 2006, pp. 511-12).

La pagina del Līnh Nam chích quái liêt truyên del 1695, dove è riportata la “Storia dell'albero della palma dell'areca” (da Hiên, 2006, fig. 13, p. 511)

La pagina del Līnh Nam chích quái liêt truyên del 1695, dove è riportata la “Storia dell’albero della palma dell’areca” (da Hiên, 2006, fig. 13, p. 511)

 

Versione vietnamita del 1908

C’erano una volta – e questo risale alla più alta antichità – due fratelli che si assomigliavano come due gocce d’acqua. Erano belli come delle fate e provavano l’un per l’altro un affetto così tenero, che erano soprannominati “la coppia di tartarughe-granchio”, poiché di queste non si trovava mai l’una senza l’altra.

Uno di loro si sposò. Durante la luna di miele, riportando tutto il suo amore sulla sua nuova compagna, trascurò colui a cui era unito da legame di sangue. Costui, indispettito, decise di andare a consolarsi in un luogo che non fosse mai stato calpestato da piede d’uomo. A questo scopo, uscì una mattina prima dell’alba e camminò sempre dritto. Dopo alcuni giorni di cammino, spossato dalla fatica e dalla fame, cadde sulla strada, dove non tardò a soccombere. Il suo cadavere fu trasformato in un grosso blocco di calcare.

Il giovane sposo, sino ad allora interamente occupato con la sua donna, decise un giorno di vedere suo fratello. Non lo trovò più. Si mise allora a cercarlo dappertutto, fra i parenti e anche nel villaggio, ma senza trovarlo. Da nessuna parte riuscì a ottenere la benché minima notizia di suo fratello. Colto da pentimento e non potendosi perdonare l’indifferenza che gli aveva rivolto e che era senza dubbio stata la causa della sua scomparsa, si giurò di ritrovarlo a qualunque costo. Uscì quindi una mattina ai primi canti del gallo e andò all’avventura. Il caso volle che intraprese il medesimo cammino del suo sfortunato fratello. Dopo molte ore di marcia senza tregua né riposo, privo di forze, morendo di fame e di sete, egli si trascinò penosamente sino a un masso di calcare che aveva visto all’orizzonte. Ma là la sua debolezza aumentò sempre più, e finì per morire, steso sul masso. Il suo cadavere fu trasformato in un bell’albero con le foglie ad ombrello, che riparava con la sua ombra la roccia calcarea. Quest’albero era quello dell’areca.

La sua donna, alla quale lo sposo non aveva comunicato la sua partenza (poiché la vedeva coma la causa della fuga di suo fratello), fu molto offesa della sua scomparsa, nel bel mezzo di una luna di miele senza nubi. Non potendosi consolare, si mise a sua volta alla ricerca del marito. Per molti giorni corse per monti e valli. Alla fine, sfinita dalla fatica, si diresse verso un albero folto che aveva visto da lontano, con lo scopo di cercare riparo contro l’ardore dei raggi del sole. Durante il tragitto, le sue forze diminuirono poco a poco, in maniera tale che giunta all’albero che abbracciò per non cadere, spirò. Il suo cadavere fu cambiato in una pianta rampicante che avvolse interamente l’albero. Era la pianta del betel.

Ma ciò che v’era di sorprendente in questa riunione così intima di forme differenti, era il fatto che, in un’annata di secchezza eccezionale, tutti gli alberi e le piante morirono, salvo gli alberi dell’areca e del betel. Essi conservarono la lussureggiante vegetazione, che contrastava stranamente con la desolazione che regnava tutt’attorno sino a più leghe di distanza.

Questa particolarità attrasse l’attenzione della gente del paese, che vi si recò in pellegrinaggio. Il re, alla notizia di questo fenomeno, si volle assicurare personalmente, si fece trasportare in grande pompa con una scorta di numerosi soldati e di elefanti. Al suo arrivo, gli alberi di areca e di betel, per riceverlo più degnamente, divennero più superbi e lussureggianti. Il re, molto incuriosito, volle sapere come fosse possibile che su una roccia arida gli alberi avessero una siffatta rigogliosità, mentre attorno, su un suolo fertile, tutto era bruciato ed era diventato verzura. Degli anziani gli spiegarono questa triplice metamorfosi. il re, per verificare, fece raccogliere molte foglie di betel e una noce di areca, che ordinò di frantumare con un poco di questa roccia calcarea. Ottenne un bel colore rosso. Convinto dei sentimenti così teneri, ordinò di piantare davanti a ogni casa degli alberi di areca e di betel, prima come alberi ornamentali, per via del loro fogliame ad ombrello e sempre verdi, e in seguito, per onorare la memoria dei fratelli così uniti di cui erano l’incarnazione, di masticarne le foglie e i frutti con un poco di calce da parte dei giovani che si sposavano o dei fratelli e sorelle, con lo scopo d’intrattenere fra di loro il medesimo affetto. Da qui l’abitudine di masticare il betel (Lê-vàn-Phàt, 1908, rip. in Holbé, 1908, pp. 675-6).

 

Altra versione vietnamita

Due fratelli gemelli, Tan e Lang, si innamorarono della medesima bella ragazza. Poiché erano devoti l’uno con l’altro, uno di loro concesse che l’altro la sposasse. Poi, un giorno, la donna accidentalmente toccò la mano di suo cognato e ciò fece arrabbiare il marito. Il cognato fu così angosciato per l’accaduto che se ne corse via. Quando raggiunse la riva di un ruscello morì di dolore, e gli dei trasformarono il suo corpo in una pietra calcare bianca, simboleggiante la sua devozione. Il marito, turbato dall’assenza del fratello gemello, si mise alla sua ricerca. Quando raggiunse il ruscello, vide la sorte di suo fratello. Si addolorò così tanto che morì nel medesimo luogo e si trasformò nella palma dell’areca. Infine, la moglie si mise alla ricerca dei due fratelli. Quando raggiunse la riva del ruscello, incontrò il medesimo destino, e si trasformò in una liana di betel che crebbe accanto alla roccia avvolgendosi attorno alla palma. Invece di seccarsi, la palma e la liana rimanevano verdi. Udito ciò, il re del luogo ordinò di essere accompagnato in quel luogo. Egli mise entrambe [le piante] in bocca e fu sopraffatto da una sensazione di benessere. Da allora il betel è stato masticato in Vietnam (Rooney, 1993, p. 15).

 

Versione del Laos
(il testo manca della prima frase – come probabile refuso – dove si parla dell’esistenza di due fratelli gemelli)

Ma, come spesso accade nelle storie, un giorno essi incontrarono una bella donna di cui entrambi si innamorarono. La donna non sapeva quale avrebbe sposato, poiché a Tonkin figli e figlie più giovani non si possono sposare sino a che non si è sposato il più vecchio. Sarebbe quindi stato inappropriato per lei innamorarsi del fratello più giovane. Ma non era in grado di determinare chi dei due fratelli era il più vecchio, né qualcuno glielo avrebbe detto. Con lo scopo di scoprire il primogenito, elaborò uno stratagemma. Un giorno portò loro due scodelle di riso, ma solo un paio di bastoncini [per mangiare]. Quindi si nascose dietro una tenda e stette a osservare. Quando i due terminarono di mangiare, la donna fuoriuscì tutta arrossita e sorridente e si diresse verso uno dei due fratelli dicendogli che lo amava e che voleva sposarlo. Era quello che aveva mangiato per primo.

La giovane coppia viveva felice, ed era così grande la loro devozione che dimenticarono completamente il fratello gemello, che aveva perso sia l’amore che suo fratello. Ciò lo rese così triste che presto non considerò più la vita utile e diventò un vagabondo. Alla fine giunse di fronte a un grande fiume dove non c’era un traghetto per attraversarlo. Questo era un segno premonitore finale, ed egli non poté tollerare ulteriormente il suo destino, così si sedette e morì di crepacuore. Gli dei lo trasformarono in una colonna di calcare.

Dopo un po’ i due amanti uscirono dal loro stato di trance e notarono l’assenza del fratello gemello. Il rimorso scosse il giovane marito, il quale si mise immediatamente alla ricerca del fratello, giungendo al momento dovuto al medesimo fiume, dov’egli si sedette e contemplò la sua sconsideratezza nei confronti del fratello. Ciò gli infranse il cuore e morì e fu trasformato dagli dei in una palma di areca.

La giovane moglie attese e attese ma, dato che non tornava né suo marito né il fratello gemello, si mise alla loro ricerca, giungendo al fiume; vi saltò dentro pensando tristemente alla sua vita sprecata, e morì anch’essa di crepacuore. Gli dei la trasformarono in una liana di betel crescente fra il calcare e la palma di areca e abbracciante entrambi nell’arrampicarsi.

Alla fine la storia di questi giovani infelici raggiunse l’orecchio dell’imperatore, che decise di cercarli. Egli partì con un’armata di servitori, raggiungendo alla fine il medesimo fiume, dove si sedette accanto alla colonna di calcaree, mentre i suoi uomini si misero a costruire una zattera per attraversare il fiume. Accidentalmente egli strofinò una noce di areca contro una foglia della liana di betel e toccò il calcare con le sue mani. Egli notò il profondo colore rosso sulla roccia, e in un attimo l’intera triste storia gli fu rivelata. L’imperatore decretò che, in memoria dei tre giovani infelici, tutti gli abitanti del paese avrebbero dovuto sfregare tutti insieme calce, noce di areca e liana di betel, e masticare la miscela così ottenuta. Poiché a tutti piacque la sensazione che questa lasciava nella bocca, divenne legge del paese e fu entusiasticamente rispettata in tutto il regno (Rickover, 1975, riportato in Reichart & Philipsen, 2005, p. 2).

 

Si vedano anche:

 

Riferimenti bibliografici

Hiên Nguyên Huân, 2006, Betel-Chewing in Vietnam. Its Past and Current Importance, Anthropos, vol. 101, pp. 499-518.

Holbé T.V., 1908, A propos des dents noires des Annamites et de la chique de bétel, Bulletins et Mémoires de Société d’Anthropologie de Paris, vol. 9, pp. 671-678.

Lê-vàn-Phàt M., 1908, La Vie intime d’un Annamite de Cochinchine et ses croyances diverses, Saïgon.

Reichart A. Peter & Hans P. Philipsen, 2005, Betel and Miang. Vanishing Thai Habits, White Lotus Press, Bangkok.

Rickover R.M., 1975, Pepper, Rice and Elephants. A Southeast Asian Journey from Celebes to Siam, United States Naval Institute, Annapolis, Maryland.

Rooney F. Dawn, 1993, Betel Chewing Traditions in South-East Asia, Oxford University Press, Kuala Lumpur.

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