Versioni Desana

Desana’s versions

 

I Desana che vivono lungo la parte brasiliana del Rio Vaupés, chiamano lo yajé (ayahuasca) con il termine caapi, e si tramandano una versione del mito della Donna-Yajé, inserita in una lunga cosmogonia, che aiuta a comprendere meglio il rapporto e la simultaneità tra gli eventi relativi al parto del caapi da parte di una donna originaria, e gli uomini testimoni interattivi di questa nascita sovrannaturale.
Pronipote del Mondo, generato da Bisnonna del Mondo (il primo essere auto-creatosi dal nulla), è il Creatore del Mondo; Boléka è il primo uomo, il primo sciamano e il capo della stirpe dei Desana. La Grande Casa del Maestro di Canto è considerata la casa più importante (la trentesima) fra le sessantanove Case successivamente visitate dalla lunga trama cosmogonica. Gahapí è una variante locale di Caapi.
Vengono qui esposte due versioni del medesimo mito, raccolte entrambe da Lana & Lana (1986). In queste versioni manca il tema “dionisiaco” dello smembramento del bambino-caapi da parte degli uomini presenti nella Grande Casa del Maestro di Canto, presente invece nelle versioni Tukano del medesimo mito si veda Prima versione Tukano e Seconda versione Tukano); un tema importante, che si è probabilmente perso durante la secolare opera di tramando orale del mito.

 

Prima versione

Quando Pronipote del Mondo giunse alla Grande Casa del Maestro di Canto, insieme al fratello Boléka, Uomo dell’Universo, nacque l’Essere Misterioso chiamato Gahapì Mahsan, Persona di Gahapí. Ecco come avvenne.

Creatore del Mondo e Boléka fecero un rito con un sigaro (di tabacco) e ipadù1 per le due prime donne che Terzo Tuono, Serpente Trasformatore, aveva creato dal loro vomito. Una di esse masticò ipadù, l’altra fumò sigaro. Quella che masticò ipadù partorì, e nacquero da questo parto gli uccelli ara e japù e altri uccelli ancora, dai colori variopinti. Fu così possibile a tutti avere gli ornamenti di piume.

La donna che fumò sigaro partorì, e da questo parto nacque Persona di Gahapì, nel giorno in cui il Creatore distribuì i linguaggi alle varie tribù. Quando avvertì le doglie, le sue gambe incominciarono a tremare e il suo tremito si trasmise alle gambe degli uomini che si trovavano nella Grande Casa del Maestro di Canto. Quando poi ebbe il sussulto del parto, questo si comunicò anche all’umanità, che era nella Grande Casa. Per riscaldarsi attizzò il fuoco, il cui calore si trasmise ugualmente a tutta l’umanità.
Essa collocò sul suolo su cui doveva cadere il nascituro degli intrecci di arumã di differenti colori; stuoia di arumã-ranocchio di foresta; stuoia di arumã-manioca grattugiata; stuoia di arumã-pioggia; stuoia di arumã-serpente. La visione della molteplicità dei colori di quegli intrecci penetrò negli occhi dell’umanità, che si trovava nella Grande Casa del Maestro di Canto. Mentre bevevano caapi,2 il baiá, il kumú e i danzatori videro i disegni sulle stuoie intrecciate che erano apparse magicamente quando nacque Persona di Gahapí. Il kumú proclamava ad alta voce, uno per uno, il nome dei disegni, affinché fossero ricordati. Tali nomi erano: quarti di bejú, ginocchio di fantasma, picciolo di peperoncino, losanga, ramo d’albero.

Prima che persona di Gahapì nascesse, la madre perdette sangue. Il rosso di quel sangue impregnò gli occhi dell’umanità. Dopo la nascita del bambino, la madre recise il cordone ombelicale. Nella visione che gli uomini ebbero, il cordone apparve come piccoli serpenti. Poi la madre andò a lavare il figlio, che a contatto con l’acqua rabbrividì di freddo. Anche questo tremito raggiunse gli uomini.

Subito dopo dipinse il volto del bambino con il colore estratto dalle foglie della liana carajurú e con argilla bianca, rossa e gialla. Gli uomini, stimolati dal caapí, videro in visione i colori della pittura del volto del bambino.

Successivamente, la madre introdusse il figlio nella maloca, dove si trovava l’umanità, cioè nella Grande Casa del Maestro di Canto. Quando Persona di Gahapí entrò nella maloca, le visioni erano così numerose che nessuno riusciva più a vedere, anzi non riuscivano neppure a riconoscersi tra loro (Lana & Lana, 1986, pp. 51-53).

 

Seconda versione

Questa storia descrive un essere misterioso che gli Antichi invocavano, facendo cerimonia sulla bevanda caapí. La materia della cerimonia era il sigaro. Le parole erano potentissime.
In precedenza si era detto che i popoli trasformatori giunsero alla trentesima casa, cioè alla Grande Casa del Maestro di Canto, ove decisero di rendere presente la misteriosa Persona di Caapí.
Dio della Terra, Pronipote del Mondo, insieme a tutti i popoli trasformatori, fecero una cerimonia con il sigaro. Essi fecero fumare il sigaro cerimoniale alla donna. Sappiamo che le donne erano due, ma adesso intendiamo parlare solo di una, altrove parleremo dell’altra.

Una delle due donne fumò il sigaro cerimoniale che la ingravidò. Ella partorì un bambino, Persona di Caapí, quando raggiunse la trentesima casa, la Grande Casa del Maestro di Canto.
Mentre si disponeva a partorire, la donna ebbe freddo: tale freddo si trasmise a tutti gli uomini. Quando la donna attizzò il fuoco per riscaldarsi (ella stava fuori della maloca, a circa cento passi), il calore si trasmise, in pari misura, a tutta l’umanità. Quando il bambino stette per nascere, ella ebbe un sussulto, che si comunicò a tutti coloro che erano nella grande casa.

Per accogliere il bambino, ella stese sul suolo stuoie colorate a intreccio: anche la casa assunse gli stessi colori, tutto fu colore, tanto che non si vedevano più né i pali, né il suolo, né le persone.
Dopo aver accolto il bambino, la donna si recò al ruscello e lavò il corpo del bambino, bagnato di sangue: la casa rimase impregnata del rosso di quel sangue. La madre asciugò il bambino e lo dipinse col colore rosso, estratto dalle foglie della liana carajurú: la casa apparve come avvolta nella polvere rossa. Poi essa dipinse il bambino con argilla gialla: la casa a sua volta assunse un colore giallo.
Il corpo del bambino era multicolore, quando ella entrò nella maloca: nella maloca i colori erano tanti che gli uomini non si intendevano più.

In quel preciso istante Pronipote del Mondo distribuì le lingue e ognuno parlò la sua. Quando gli Antichi compivano la cerimonia sulla bevanda caapí, l’avvenimento si rinnovava. Questa cerimonia e queste invocazioni erano ripetute nei giorni solenni della danza. Non tutti avevano questo potere: solo alcuni (Lana & Lana, 1986, pp. 122-123).

 

Note

1 – Polvere di foglie di coca (Erythroxylon coca Lam. var. ipadù Plowman).
2 – In diversi punti di questa cosmogonia sono presenti contraddizioni per anticipazione degli eventi. Risulta ad esempio contraddittorio, in questo passo, il fatto che il caapi venga bevuto ancor prima di essere generato.

 

Riferimento bibliografico

Lana F.A. & L.G. Lana, 1986, Il ventre dell’universo, Sellerio, Palermo.

 

Si vedano anche:

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