Seconda versione Tukano

Second Tukano’s version

 

La seguente versione del mito della Donna-Yajé è stata raccolta da Reichel-Dolmatoff presso i Tukano della regione del Vaupés, nell’estrema zona Sud-Est della Colombia, ai confini con il Brasile. Gli eventi narrati sono riferiti all’epoca della comparsa dei primi uomini sulla terra. Nel mito, Ipanoré è il luogo dove i primi indiani del fiume Vaupés discesero dal cielo, portati da una canoa a forma di anaconda. La Casa delle Acque è il luogo in cui fu eretta dagli uomini la prima capanna (maloca).

I primi uomini si erano riuniti nella Casa delle Acque, situata in una macchia proprio sotto Ipanoré, sul fiume Vaupés inferiore, e stavano preparando cashiri.1 Stavano cercando una bevanda, una pozione inebriante che li avrebbe portati oltre gli stretti confini dell’esperienza di ogni giorno, per cui stavano preparando differenti tipi di birra fermentata. Il Padre-Sole aveva promesso loro una bevanda miracolosa; aveva detto loro che stavano per riceverla come supremo dono che avrebbe per sempre legato la gente di questa terra con i poteri splendenti delle forze celesti. Gli uomini erano in aspettativa; si erano riuniti per ricevere il favore esaltato, e, attendendolo, bevevano e cantavano nella Casa delle Acque.

Una donna era fra loro, la prima donna della Creazione, e mentre l’eccitazione degli uomini aumentava e la casa iniziava a riempirsi delle voci e dei movimenti della folla, essa si mosse inosservata e uscì. La donna portava un bambino (nel grembo). Quando il Padre-Sole la creò nella Casa delle Acque, egli aveva ingravidato il corpo di lei attraverso gli occhi; guardando il suo splendore si ingravidò,2 e ora stava per partorire, per cui lasciò la casa e camminò nel buio della foresta. Mentre gli uomini continuavano a cantare, lei diede vita a un bambino, un bambino che stava per diventare lo yajé, la liana narcotica, un bambino super-umano che era nato in un accecante bagliore di luce.

La donna – Donna-Yajé era il suo nome – tagliò il cordone ombelicale, quindi prese alcune foglie rosso-scure della pianta carayuru,3 e iniziò a strofinare con queste il corpo del bambino. Di seguito, prese una manciata di foglie di tooka,4 che sono verdi sulla superficie superiore ma rosse brillanti su quella inferiore, e nuovamente sfregò con queste il corpo del bambino. E mentre stava sfregando e pulendo il bambino, diede forma al suo piccolo corpo, la sua testa, le sue braccia e le sue gambe, una per una.
Quando il bambino fu luminoso e risplendente, lo prese fra le braccia e tornò verso la Casa delle Acque.

Camminò per tutta la notte, la via le era mostrata dalla luce emanata dal corpo del bambino. Quando giunse alla fine del sentiero, di fronte alla casa, si reggeva ancora in piedi. All’interno gli uomini erano seduti e ora, improvvisamente, si sentirono paralizzati e agitati. Non era dovuto alla bevanda che avevano bevuto; era per qualcos’altro, ma nessuno sapeva cosa fosse. Si sentivano storditi e intorpiditi, e stavano tutti guardando attraverso la porta la donna che si ergeva in piedi al termine del sentiero, di fronte alla casa.

Lentamente, Donna Yajé camminò verso la casa ed entrò. Tenendo il bambino fra le braccia, si dispose nel mezzo della grande stanza, ove era collocato un paniere con ornamenti di piume, vicino al focolare, e qui si fermò. Gli uomini la guardavano e si sentivano impallidire; la luce brillante e la vista del bambino rosso sangue stava causando loro la perdita dei sensi. Si sentivano come se stessero affogando in acque vorticose.

La donna si guardò attorno e chiese: “Chi è il padre di questo bambino?”. Un uomo che le era seduto vicino disse: “Sono io il padre!”. Togliendosi uno dei suoi orecchini di rame, lo ruppe a metà per il lato della sua lunghezza e, afferrando il bambino, tagliò via un pezzo del cordone ombelicale con la lama affilata dell’orecchino. Un altro uomo si alzò ed esclamò: “Sono io il padre del bambino!” e strappò via la gamba destra del bambino. Quindi tutti gli uomini si alzarono e urlarono: “Siamo tutti padri del bambino”, e si precipitarono sul corpo dell’infante e lo ridussero in pezzi. Ciascun uomo ne strappò una parte e se la tenne per se, fino a che nulla fu lasciato.
E da allora, ogni tribù, ogni gruppo di uomini, ebbe la sua propria liana narcotica.

 

Note

1 – Bevanda leggermente fermentata ricavata dal pane di cassava (Manihot utilissima Pohl, famiglia delle Euphorbiaceae), o dal mais, o dai frutti di palma.
2 – L’ingravidamento mediante lo sguardo è un tema ricorrente nella mitologia Tukano.
3 – Dall’arbusto del carayurù (Bignonia chica Humb. & Ponpl., famiglia delle Bignoniaceae) i Tukano ricavano il colore rosso che utilizzano per le pitture corporee.
4 – Pianta utilizzata a scopi magici.

Da: Reichel-Dolmatoff G., 1978, Beyond the Milky Way. Hallucinatory Imagery of the Tukano Indians, Los Angeles, UCLA, pp. 3-4.

 

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