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Mito del caapi fra i Desana del Brasile
Myth of the caapi among the Desana of Brasil
Fra i Desana che vivono lungo la parte brasiliana del Rio Vaupés, è conosciuta una versione del mito di origine del caapi, inserita in una lunga cosmogonia, che aiuta a comprendere meglio il rapporto e la simultaneità tra gli eventi relativi al parto del caapi da parte di una donna originaria, e gli uomini testimoni interattivi di questa nascita sovrannaturale.
Pronipote del Mondo, generato da Bisnonna del Mondo (il primo essere autocreatosi dal nulla), è il Creatore del Mondo; Boléka è il primo uomo, il primo sciamano e il capo della stirpe dei Desana. La Grande Casa del Maestro di Canto è considerata la casa più importante (la trentesima) fra le sessantanove Case successivamente visitate dalla lunga trama cosmogonica. Gahapì è una variante locale di Caapi.
Quando Pronipote del Mondo giunse alla Grande Casa del Maestro di Canto, insieme al fratello Boléka, Uomo dell’Universo, nacque l’Essere Misterioso chiamato Gahapì Mahsan, Persona di Gahapì. Ecco come avvenne.
Creatore del Mondo e Boléka fecero un rito con un sigaro (di tabacco) e ipadù1 per le due prime donne che Terzo Tuono, Serpente Trasformatore, aveva creato dal loro vomito. Una di esse masticò ipadù, l’altra fumò sigaro. Quella che masticò ipadù partorì, e nacquero da questo parto gli uccelli ara e japù e altri uccelli ancora, dai colori variopinti. Fu così possibile a tutti avere gli ornamenti di piume.
La donna che fumò sigaro partorì, e da questo parto nacque Persona di Gahapì, nel giorno in cui il Creatore distribuì i linguaggi alle varie tribù. Quando avvertì le doglie, le sue gambe incominciarono a tremare e il suo tremito si trasmise alle gambe degli uomini che si trovavano nella Grande Casa del Maestro di Canto. Quando poi ebbe il sussulto del parto, questo si comunicò anche all’umanità, che era nella Grande Casa. Per riscaldarsi attizzò il fuoco, il cui calore si trasmise ugualmente a tutta l’umanità.
Essa collocò sul suolo su cui doveva cadere il nascituro degli intrecci di aruma di differenti colori; stuoia di aruma-ranocchio di foresta; stuoia di aruma-manioca grattugiata; stuoia di aruma-pioggia; stuoia di aruma-serpente. La visione della molteplicità dei colori di quegli intrecci penetrò negli occhi dell’umanità, che si trovava nella Grande Casa del Maestro di Canto. Mentre bevevano caapi, il baià, il kumù e i danzatori videro i disegni sulle stuoie intrecciate che erano apparse magicamente quando nacque Persona di Gahapì. Il kumù proclamava ad alta voce, uno per uno, il nome dei disegni, affinché fossero ricordati. Tali nomi erano: quarti di bejù, ginocchio di fantasma, picciolo di peperoncino, losanga, ramo d’albero.
Prima che persona di Gahapì nascesse, la madre perdette sangue. Il rosso di quel sangue impregnò gli occhi dell’umanità. Dopo la nascita del bambino, la madre recise il cordone ombelicale. Nella visione che gli uomini ebbero, il cordone apparve come piccoli serpenti. Poi la madre andò a lavare il figlio, che a contatto con l’acqua rabbrividì di freddo. Anche questo tremito raggiunse gli uomini.
Subito dopo dipinse il volto del bambino con il colore estratto dalle foglie della liana carajurù e con argilla bianca, rossa e gialla. Gli uomini, stimolati dal caapi, videro in visione i colori della pittura del volto del bambino.
Successivamente, la madre introdusse il figlio nella maloca, dove si trovava l’umanità, cioè nella Grande Casa del Maestro di Canto. Quando Persona di Gahapì entrò nella maloca, le visioni erano così numerose che nessuno riusciva più a vedere, anzi non riuscivano neppure a riconoscersi tra loro.
Segue la scena sacrificale dello smembramento del bambino-caapi da parte degli uomini presenti nella maloca, in affinità al mito dello yajé dei Tukano.
Note
1 Polvere di foglie di coca (Erythroxylon coca Lam. var. ipadù Plowman)
2 In diversi punti di questa cosmogonia sono presenti contraddizioni per anticipazione degli eventi. Risulta ad esempio contradditorio, in questo passo, il fatto che il caapi venga bevuto ancor prima di essere generato.
Da: Lana F.A. & L.G. Lana, 1986, Il ventre dell’universo, Sellerio, Palermo, pp. 51-53.