Racconto persiano sull’origine del vino

Persian tale on the wine’s origin

Un antico racconto persiano situa la scoperta del vino durante il regno di Jamshid, quarto monarca della leggendaria dinastia Pishdadiana fondata da un “primo uomo” zoroastriano, Keiomarz. Siamo quindi ai tempi delle origini della fondazione della cultura umana:

Al re Jamshid piaceva molto l’uva, che cresceva solamente d’estate. Una volta egli ordinò che una grande quantità d’uva fosse depositata in una giara per essere consumata in inverno. Controllando la giara dopo un po’ di tempo, egli si accorse che il succo dell’uva era fermentato. Pensando che si fosse trasformato in un liquido velenoso, fece apporre sulla giara un’etichetta con la scritta “veleno”, e ordinò che fosse collocata in un angolo nascosto del magazzino reale, in modo da essere fuori dalla portata di mano di chiunque.

Un’ancella della corte reale venne a sapere della giara velenosa. Dato che soffriva di una pesante emicrania, pensò di suicidarsi al fine di liberarsi definitivamente di questo dolore. Si recò furtivamente nel magazzino reale, e bevve una certa quantità del contenuto di quella giara, ma, con sua sorpresa, trovò che la bevanda, invece di ucciderla, la addormentò dolcemente e, al risveglio, l’aveva guarita.

L’ancella comunicò il fatto al re Jamshid, che fu molto compiaciuto per questa scoperta. Il re e i suoi cortigiani si misero a usare la bevanda nei momenti di gioia e allegria. Il vino fu chiamato shâh daroo, cioè “vino reale”, per il fatto che fu scoperto dallo shàh, il re.

Si dice che in Persia ancora oggi il vino viene a volte chiamato zeher-i-khoosh, cioè “veleno piacevole”, per il fatto d’essere stato inizialmente considerato un veleno dal re Jamshid.

 

Da: Modi J. Jiavanji, 1927, Wine among the ancient Persians, Asiatic Papers, vol. 3, pp. 231-246, p. 233.

 

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