Miti egizi sulla vite e il vino

Egyptian myths on grape and wine

 

Presso gli antichi Egiziani, il vino fu usato per scopi religiosi sin dall’Antico Regno, e avendo assunto una forte valenza religiosa e sociale, furono elaborati miti che indicavano una sua origine autoctona (sebbene le sue reali origini siano esterne alla cultura egizia, probabilmente localizzate nella regione della Transcaucasia e datate attorno al VII millennio a.C.; cfr. McGovern, 2004 e Le origini del vino).

Secondo Hellanico “fu nella città di Plintine, in Egitto, dove si scoprì per la prima volta la vite” (Ateneo, Deipnosofisti, I, 34a). Secondo un’altra tradizione, fu Osiride a scoprire nei pressi di Nisa la vite e fu “il primo a bere il vino, dopo aver inventato il trattamento specifico richiesto dal frutto della vite; insegnò poi a tutti gli altri uomini la coltivazione della vite, l’uso del vino, l’arte della vendemmia e della conservazione” (Diodoro Siculo, Biblioteca, I, 15).

In un passo dove tratta dei culti di Heliopolis, Plutarco ci ha tramandato un arcaico mito egiziano sull’origine della vite, che faceva derivare la bevanda dal sangue di uomini sacrilegi che avevano osato combattere gli dei:

“L’uso del bere sorse a datare dal regno di Psammetico; prima non bevevano vino, né lo usavano nelle libazioni come qualcosa di gradito agli dei; anzi, al contrario, credevano ch’esso fosse il sangue di coloro che avevano combattuto un tempo contro gli dei, appunto perché da costoro, caduti e mescolati alla terra, erano spuntate, secondo la credenza, le viti, Ed ecco perché l’ubriacarsi toglie loro il senno e li rende vittime di allucinazioni: poiché s’impregnano del sangue dei loro antenati. Tali, i racconti che Eudosso narra nel secondo libro del suo Giro della terra, colti proprio dalla bocca dei sacerdoti” (Plutarco, De Iside et Osiride, VI; dalla versione a cura di V. Cilento, 1962, Sansoni, Firenze).

Un mito d’origine della vite e del vino di pura origine egiziana appare in un papiro conservato al Louvre (E. 17110, XIII.15-XIV.21), noto come Papiro Jumilhac, datato al I secolo a.C., dove è riportata un’originale variante del mito dei due Occhi di Horo e la leggenda delle due colline chiamate “Le casse di Horo”; colline realmente presenti nel nòmo (provincia) XVIII dell’Alto Egitto. Pur trattandosi di uno scritto tardo del periodo tolemaico, il Papiro Jumilhac parrebbe contenere temi mitologici più arcaici. Il racconto si inserisce nel noto tema della lotta fra Seth e Horo per la conquista del trono di Osiride, rimasto vacante per via dell’uccisione di questi da parte di Seth. I due occhi-ugiat di Horo rappresentano il sole e la luna, ed è da questi occhi, seppelliti nel terreno per opera di Iside, che nasce il primo tralcio di vite:

Seth si mise in collo le due casse, dentro le quali si trovavano i due occhi-ugiat, dopo che i nemici dell’Occhio di Horo le ebbero rubate per lui; le depose su questa montagna, e dopo essersi trasformato in un grande coccodrillo, si pose accanto alle casse. (…) Di notte Anubi si recò fino alle Casse, dopo essersi trasformato in serpente, e con i due coltelli che teneva in mano tagliò le loro estremità; prese i due occhi-ugiat che si trovavano dentro le Casse e, avendoli riposti in due casse di papiro, se ne fuggì con esse e le seppellì a nord di questo luogo. (…)
In seguito Iside andò a vedere gli occhi-ugiat che erano stati sepolti in questo luogo da suo figlio Horo-Anubi; tutt’e due insieme trovarono che (gli occhi) erano spuntati là come una pianta d’uva; Iside e suo figlio Horo ne fecero un vigneto, e Iside disse a Horo suo figlio: “Fa’ che ci sia un’abitazione, qui, accanto (agli occhi-ugiat), per vivificarli, restituirli all’esistenza e rimetterli al loro posto, perché è grazie ad essi che tu hai la vista, e quindi bisogna sorvegliarli”. Così suo figlio Horo vi fece costruire un castello; Iside vi si installò accanto a loro, e li annacquò per farli vivere, ed essa restò con loro.
Ella pregò dio per loro, e rivolse una supplica a suo padre Ra, stando sulla terrazza di questo castello: “Restituisci gli occhi a mio figlio Horo e fa che si levi sul trono di suo padre”. Suo padre Ra udì le sue preghiere e le sue suppliche e disse a Thot: “Siano esaudite tutte le sue domande, perché le sue parole sono dolci (bnr)”. E fu così che venne in esistenza la palma (bnr) dell’Alto Egitto, che è una ipostasi di Iside, poiché somiglia a una donna inchinata”.
Furono restituiti a Horo i suoi occhi e Ra gli disse: “Appari sul trono di tuo padre Osiride”. Così (il luogo) viene chiamato a tutt’oggi il “Castello di Colei che prega dio” (= Iside), dove spuntò un vigneto che esiste a tutt’oggi.
Quanto al vigneto, è il disegno (di belletto) che circonda gli occhi per proteggerli; quanto all’uva, è la pupilla dell’occhio di Horo; quanto al vino che se ne fa, sono le lacrime di Horo. Ci sono stati perciò viti e vino nella provincia di Duanaui fino a tutt’oggi, e Anubi fino ad oggi li raccoglie come offerta per suo padre Osiride, signore di Duanaui; infatti in questo luogo furono restituiti a Horo i suoi occhi e la funzione di suo padre (Bresciani, 1999, pp. 509-511).

 

Si vedano anche:

 

Riferimenti bibliografici

Bresciani Edda, 1999, Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Einaudi, Torino.

McGovern E. Patrick, 2004, L’archeologo e l’uva. Vite e vino dal Neolitico alla Grecia arcaica, Carocci, Roma.

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