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I pettirossi americani e le bacche di caprifoglio
American robins and the honeysuckle berries
Fra gli uccelli conosciamo un caso di “sbornia” collettiva dei pettirossi americani, nel corso della loro migrazione annuale nel mese di febbraio, quando si spostano nelle regioni calde della California. Le prime notizie a riguardo datano agli anni ‘30.
Quando raggiungono la California, stormi di migliaia di pettirossi americani (della specie Turdus migratorius) si appoggiano su piccoli alberi chiamati popolarmente “California holly” (“caprifoglio della California”). In quel periodo dell’anno questi alberelli sono carichi di frutti acerbi chiamati “Christmas berries” (“bacche di Natale”). Le tribù di Indiani della regione chiamano questi frutti di colore rosso scarlatto toyon.
I pettirossi e altre specie di uccelli si ingozzano fino all’inverosimile di questi frutti, che hanno un evidente effetto inebriante per questi volatili. Per circa tre settimane è possibile osservare nella regione una vera e propria baldoria, in cui gli uccelli diventano disorientati e confusi, si cimentano in giochi sciocchi fra di loro e svolazzano entrando nelle macchine e nelle case.
Siegel (1989, pp. 58-59) ha osservato che per un buon pasto per questi uccelli sarebbero sufficienti quattro o cinque di questi frutti; in realtà essi ne mangiano sino a trenta. Appare quindi chiaro che lo scopo di questa abbuffata va al di la della semplice nutrizione. Gli uccelli sembrano conoscere e ricercare gli effetti inebrianti di una massiccia dose di questi frutti.
Non sembra si presentino casi di overdose nei pettirossi e negli altri uccelli che si inebriano con in frutti di toyon. Gli unici casi letali – per il resto statisticamente poco significativi – sono dovuti alla presenza dell’uomo e delle sue macchine, finestre e cattiverie. Nella stampa locale, che quasi ogni anno dedica qualche trafiletto al bizzarro comportamento dei pettirossi migratori, si parla spesso di “suicidi” degli uccelli che si buttano addosso a una macchina o a un uomo, un’interpretazione decisamente errata.
Nella medesima regione gli uccelli si inebriano anche dei frutti di un altro arbusto, del genere Pyracantha, una specie di rosa chiamata popolarmente firethorn. In questo caso, gli uccelli si comportano come clown alati: volano, cadono, svolazzano in maniera erratica e comica, come fuori di se. Se ne vedono alcuni fremere a terra nel sudiciume con le ali di traverso, infastidendo i gatti nei cortili delle abitazioni. Altri traballano sulle cornici delle finestre e beccano la loro immagine riflessa sui vetri. Poiché le piante di firethorn sono spesso piantate attorno a case e strade, le collisioni con le finestre e con le macchine sono più frequenti nei casi di inebriamento da frutti di questo arbusto che con quelli di toyon.
La corteccia dell’albero di toyon era utilizzata dalle tribù indiane della California per la conciatura, mentre i suoi frutti sono arrostiti e mangiati; essi ne ricavano anche un sidro inebriante. Numerosi di questi alberi (“holly”) sono cresciuti sulle colline attorno a Los Angeles e hanno dato il nome a Hollywood (“foresta di holly”).
Non sono ancora note le sostanze presenti nel frutto acerbo del toyon responsabili dell’effetto inebriante negli uccelli. Sono noti alcuni casi di esperienze deliranti e visionarie nell’uomo in seguito ad abbondanti assunzioni di sidro di toyon. Si è pensato alla presenza di una saponina psicoattiva, poiché si conosce un altro caso di sbornie collettive fra gli uccelli che si cibano di “caprifoglio del Tartaro” e in cui è responsabile dell’effetto inebriante una saponina. Si tratta di un arbusto di origine asiatica largamente coltivato come pianta ornamentale lungo la costa orientale degli Stati Uniti e identificata dai botanici come Lonicera tatarica.
Gli uccelli maggiormente attratti dalle bacche inebrianti di questa pianta sono i pettirossi. J. Grinnell (1926) osservò il comportamento di questi uccelli nel suo giardino: “dozzine di pettirossi si trovavano sugli arbusti e sul terreno tutt’intorno. Apparivano mansueti e istupiditi. Alcuni giacevano a terra nel sudiciume e con le ali di traverso. Mi dispiaceva il fatto che questa condizione rendesse gli uccelli insolitamente facili alla cattura da parte del nostro gatto, che sembrava conoscere che poteva catturarne uno ogni qual volta lo desiderava”. Questo comportamento avicolo si manifesta principalmente in giugno, quando il caprifoglio del Tartaro produce le bacche.
W.H. Bergtold (1930) aggiungeva nelle sue osservazioni: “L’ebbrezza di questi uccelli è stata vista in tutti i suoi stadi, da una lieve instabilità a un certo grado di incoordinazione, sufficiente per farli cadere a terra. Sembra che alcuni uccelli diventino privi di qualunque timore e forse un poco belligeranti, poiché non temono i passanti e gli spettatori incuriositi”. Bergtold trovava curioso il fatto che questi uccelli non avessero appreso a evitare queste bacche e che ciò demoliva la credenza che nessun animale si ciba di qualcosa che gli risulti nocivo.
Altri uccelli che mostrano una tossicofilia nei confronti dell’alcol sono i beccofrusoni del cedro (Bombycilla sp.) (Fitzgerald et al., 1990). Agli inizi del 2006 nella capitale asutriaca, Vienna, si verificò una invasione di beccofrusoni che erano migrati per l’inverno dalla taiga siberiana. Decine di questi uccelli caddero morti dal cielo. Inizialmente si pensò a un caso di contaminazione di febbre aviaria, che allertò la popolazione. In seguito a un esame approfondito si accertò che non si trattava di questa malattia infettiva, bensì gli uccelli si erano trovati in uno stato di totale ubriachezza ed erano morti in conseguenza allo scontro con ostacoli di varia natura. Gli uccelli, appena giunti a destinazione, dopo il lungo viaggio migratorio, si erano cibati di uva e altri frutti; questi erano fermentati nello stomaco dei beccofrusoni producendo alcol, con conseguente ubriacatura degli uccelli. Si avrebbe potuto pensare a una intossicazione alcolica accidentale, se non fosse per il fatto che le autopsie rivelarono un fegato ingrossato e pieno di grassi, tipico degli animali alcolizzati, cioè di animali che erano soliti dedicarsi con frequenza a questo tipo di ubriacatura, lasciando ipotizzare un atto consapevolmente ripetuto (Zittlau, 2010: 166-170).
BERGTOLD W.H., 1930, Intoxicated Robins, Auk, vol. 47, p. 571.
FITZGERALD S.D., J.M. SULLIVAN & R.J. EVERSON, 1990, Suspected ethanol toxicosis in two wild cedar waxwings, Avian Diseases, vol. 34, pp. 488-490.
GRINNELL J., 1926, Doped Robins, Condor, vol. 28, p. 97.
SIEGEL R., 1989, Intoxication. Life in Pursuit of Artificial Paradise, Dutton, New York.
ZITTLAU JÖRG, 2010, De focas daltónicas y alces borrachos, Planeta, Barcelona.