Mosche, Amanita muscaria e rospi

Flies, fly-agaric and toads

La scoperta del comportamento di alcune specie di insetti nei confronti di vegetali psicoattivi comporta la rivalutazione dello strano comportamento della comune mosca (Musca domestica) nei confronti dell’agarico muscario (Amanita muscaria) (Samorini, 1999).

Lo stesso nome di questo fungo, “muscario”, deriva da “mosca”, in quanto è noto che questi insetti sono attratti dai cappelli del fungo e ne rimangono “stecchiti”. Un altro nome popolare per questo fungo è “amanita ammazzamosche” e nel secolo scorso i suoi cappelli venivano collocati sui davanzali delle finestre e utilizzati a mo’ di insetticida. Un metodo diffuso era quello di schiacciare il cappello e aggiungervi un po’ di zucchero o di latte; ciò attraeva un numero ancor maggior di mosche e, soprattutto, faceva loro assumere una quantità maggiore di sostanze intossicanti. Sembra che in tal modo diverse mosche perissero per un probabile effetto di “overdose”.

amanita mosca

Foto Francesco Sgaravatti

Le mosche “vittime” del contatto con l’agarico muscario appaiono morte, nella tipica posizione a zampe ripiegate e all’insù. In realtà esse non sono morte e se le si lascia dove sono, tornando ad osservarle dopo un’ora o una giornata intera, si avrà la sorpresa di non vederle più: sono volate via. Tuttavia, dato che le mosche “morte” vengono solitamente rimosse o che al posto di quelle che si sono risvegliate e volate via se ne vedono altre – irriconoscibili dalle prime – intossicatesi col fungo in un secondo momento, il fatto che si risvegliano e prendono il volo sfugge generalmente all’osservazione. E’ per questo motivo che nella credenza popolare si ritiene che l’agarico muscario avveleni le mosche sino a ucciderle. Ma già nel secolo scorso v’era chi, fra micologi ed entomologi, si era accorto che le mosche a contatto con questo fungo entrano piuttosto in uno stato “letargico” e consigliavano quindi a chi utilizzava il fungo come insetticida di raccogliere gli insetti e di gettarli nel fuoco (si vedano ad esempio Paulet 1793 e Cordier 1870, p. 94).

A un’osservazione attenta, si possono notare le mosche che si appoggiano sulla cuticola del cappello di agarico muscario e che ne leccano la superficie. Dopo un po’ di tempo – variabile da 5 a 20 minuti – una parte delle mosche inizia a manifestare i sintomi dell’intossicazione: il volo si fa scoordinato, cessano di svolazzare, i movimenti si fanno più lenti, appare un tremore alle zampe e un fremito alle ali e per ultimo si rivoltano sul dorso o su un lato a zampe per aria e si immobilizzano completamente. Toccandole con una matita, alcune reagiscono muovendo le zampe mentre altre rimangono imperturbate nella loro posizione. Sotto una lente di ingrandimento è possibile notare un movimento peristaltico sul loro corpo, che dimostra che non sono morte. Dopo un periodo variabile da 30 minuti a 50 ore le mosche si risvegliano e in breve tempo riprendono le normali attività e volano via come nulla fosse stato.

Non tutte le mosche che si appoggiano sulla superficie del fungo rimangono intossicate, o forse, ciò dipende dal tempo di esposizione dell’insetto all’agente intossicante, o forse inebriante, così come, probabilmente, si presentano diversi gradi di intensità dell’intossicazione, che vanno da una frenesia aumentata nel volo alla catalessi più completa.

Durante la seconda metà degli anni ’60 di questo secolo alcuni collaboratori del micologo francese Roger Heim – uno dei padri fondatori dell’etnomicologia moderna e pioniere negli studi dei funghi allucinogeni – intrapresero presso il Museo di Storia Naturale di Parigi studi sperimentali specifici sul rapporto fra la mosca domestica e l’agarico muscario (Bazanté 1965, 1966; Locquin-Linard 1965-67). Le loro ricerche erano volte a determinare il grado di tossicità di questo fungo nei confronti delle mosche e i loro esperimenti non ci dicono un gran che sul rapporto fra questi due esseri viventi in natura. Essi infatti forzarono questo rapporto obbligando un certo numero di mosche a vivere nel ristretto spazio di una scatola di Petri a diretto e prolungato contatto con il fungo o con un suo estratto liquido. Come risultato essi ottennero un elevato indice di mortalità degli insetti intossicati. Ciò può essere dovuto a un fenomeno di “overdose” indotto dalle condizioni dell’esperimento o anche – come suggerito dai medesimi ricercatori – alla produzione di anidride carbonica da parte del fungo, che causa la morte delle mosche per asfissia.

amanita mosca 2

Foto Francesco Sgaravatti

Nel corso dei medesimi esperimenti fu determinato anche che i principi attivi del fungo agiscono sul sistema nervoso, piuttosto che sul sistema muscolare degli insetti, e che questi rimangono intossicati, oltre che dalle sole spore del fungo, anche dall’Amanita pantherina, una specie di fungo affine all’agarico muscario e caratterizzato dalle medesime proprietà allucinogene (per l’uomo) e contenente i medesimi principi attivi.

Altri ricercatori (Bowden et al. 1965) hanno dimostrato che il risveglio delle mosche avviene con una ripresa del movimento, prima delle zampe e poi delle ali; la parte del fungo più attiva è quella che sta appena sotto la cuticola rossa del cappello, di colore giallastro, proprio dove sono maggiormente localizzati gli alcaloidi isossazolici (in particolare l’acido ibotenico), che sono gli agenti allucinogeni per l’uomo.

Un tempo si riteneva che l’agente intossicante per le mosche fosse la muscarina (si riteneva lo fosse anche per l’uomo) ma, provando a dare da mangiare della muscarina pura agli insetti, questi non ne risentivano. E’ stato invece dimostrato che le mosche vengono intossicate dai medesimi alcaloidi che inebriano l’uomo.

Ci deve pure essere un motivo in questo strano comportamento delle mosche, differente dal caso accidentale. E’ difficile ritenere che le mosche da sempre siano attratte dall’agarico muscario e ne restano intossicate senza generalmente morirne, per motivi puramente accidentali. Varrà la pena ricordare qui una massima filosofica, cioè che il caso, o meglio ciò che noi riteniamo sia un caso, il più delle volte non è altro che una misura della nostra ignoranza; quando negli eventi che osserviamo non individuiamo associazioni causali, tendiamo a giustificare questi eventi attraverso il concetto di casualità.

E’ quindi possibile formulare una nuova ipotesi riguardo il rapporto in natura fra l’agarico muscario e le mosche, alla luce anche dei dati qui esposti sugli animali, insetti compresi, che si drogano: non si tratterebbe di un avvelenamento subito da incaute mosche che sono attratte dall’agarico muscario – un’intossicazione del resto piuttosto inspiegabile dovendola attribuire a una “svista” evoluzionistica del comportamento di questi insetti. Siamo invece in presenza di un atto intenzionale delle mosche nel passare attraverso l’esperienza di rimanere inebriate dall’agarico muscario, in maniera simile al comportamento delle sfingi di fronte a un fiore di datura: le mosche si inebriano intenzionalmente di agarico muscario (Samorini, 1999).

In natura, in un rapporto non obbligato fra le mosche e la loro droga, non tutti gli insetti che si appoggiano sul fungo e lo leccano ne rimangono “stecchiti”, cioè ne conseguono effetti parossistici. Nell’uomo, il fumatore di Cannabis è soggetto ad effetti fisici e psichici in una maniera graduale: da stati di eccitazione mentale e in parte fisica (il cosiddetto “high”) a stati mentali estatici e visionari accompagnati da sedazione fisica sempre più profonda, sino a raggiungere l’immobilismo totale che può durare alcune ore. Questa variabilità degli effetti dipende dal dosaggio assunto, ma non solo: dipende anche dalla variabilità individuale nella reazione con la Cannabis e dal grado di evoluzione personale del rapporto con questa sostanza.

Tornando alle mosche, è dunque probabile che ciò che è stato sinora osservato del loro rapporto con l’agarico muscario sia solo uno stato estremo, profondo, il più evidente, se non l’unico a noi evidente. Forse anche tutte quelle mosche che contattano il fungo e non ne rimangono “stecchite” ne subiscono comunque diversi gradi di inebriamento.

amanita mosca 3

Foto Francesco Sgaravatti

A. Morgan ha osservato anche un moscerino della frutta (Drosophila) sotto l’effetto di una “leccata” di agarico muscario: “ha fatto un tentativo di volare via ed è caduto a spirale sul tavolo dove stavano i funghi. E’ rimasto immobile per almeno un minuto, apparendo come morto; quindi si è ripreso ed è volato via” (Morgan, 1995, p. 102). E’ probabile che non solo per la mosca comune, bensì per tutto un insieme di insetti, in particolare di insetti del sottobosco, l’agarico muscario rappresenti un “paradiso” tutt’altro che artificiale.

Ma v’è di più. Con la nuova ipotesi, che vede le mosche drogarsi di agarico muscario, si potrebbe spiegare in termini ecologici quel millenario e universale rapporto simbolico che sussiste fra l’agarico muscario e il rospo. In diverse regioni eurasiatiche l’agarico muscario è popolarmente chiamato “sgabello di rospo” (il toadstool degli inglesi).

L’interpretazione comune alla maggior parte dei moderni etnomicologi riguarda un’associazione semantica causata dalla velenosità di entrambi rospo e fungo. J. Ramsbottom ricorda la credenza popolare che i funghi “sono formati dalle sostanze tossiche della terra e dal veleno dei rospi e che i funghi crescono sempre in luoghi dive i rospi abbondano e danno a questi animali riparo” (Ramsbottom 1953, p. 3). Conosciamo ancora poco dell’intimo rapporto fra le diverse specie di esseri viventi in natura. Lo dimostra ad esempio la scoperta recente dello strano rapporto esistente fra le sfingi e i fiori di datura. I rospi si cibano di larve e di insetti dai movimenti lenti; difficilmente riescono a cibarsi delle veloci mosche, a meno che queste per un qualche motivo – ad esempio perché ferite o …. inebriate – si muovano più lentamente del solito.

E’ quindi possibile proporre la seguente ipotesi: dato che le mosche sono attratte dall’agarico muscario e nell’inebriarsi di questo rallentano i loro movimenti sino ad andare in catalessi, i rospi potrebbero avere appreso ciò e, nell’incontrare uno di questi funghi, vi si aggirerebbero attorno alla ricerca della facile preda, allo stesso modo in cui i predatori delle sfingi hanno appreso ad attenderle sotto gli arbusti di datura (Samorini, 1999).

 

Si vedano anche:

Animali che si drogano

Renne, caribù e Amanita muscaria

Api e orchidee

Farfalle e alcol

ri_bib

BAZANTÉ G., 1965-1966, Un problème à éclaircir: celui de la Tue-mouche. L’Amanite tue-mouche, bien ou bien mal nommée?, Revue de Mycologie, vol. 30, pp. 116-121; vol. 31, pp. 261-268.

BOWDEN K. et al., 1965, Constituents of Amanita muscaria, Nature, vol. 206, pp. 1359-60.

CORDIER F.S., 1870, Les champignons de France, Parigi, Rothschuld.

LOCQUIN-LINARD M., 1965-67, Étude de l’action de l’Amanita muscaria sur le mouches, Revue de Mycologie, vol. 30, pp. 122-3; vol. 31, pp. 269-276; vol. 32, pp. 428-437.

MORGAN ADRIAN, 1995, Toads and Toadstools, Celestial Arts, Berkeley.

PAULET J.J., 1793, Traité des Champignons, 2 vol, Paris.

RAMSBOTTOM J., 1953, Mushrooms & Toadstools, Collins, London.

SAMORINI G., 1999, Fly-agaric, flies and toads: a new hypothesis, The Entheogen Review, vol. 8(3), pp. 85-89.

 

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search