Le “erbe pazze” di Victor Reko

The “crazy herbs” of Victor Reko

Da: Victor A. Reko, 1938, Magische Gifte. Rausch- und Betäubungsmitel der neuen Welt, Ferdinand Enke Verlag, Stuttgart, pp. 182-190 (capitolo “Hierbas locas”).

 

Parrebbe essere poco noto il fatto che anche gli animali provano piacere nell’ebbrezza e che cercano avidamente determinate piante allo scopo di inebriarsene.

Il famoso chimico, esperto di fermentazione, dr. Paul Lindner nel suo libro Entdeckte Verborgenheiten (“Segreti svelati”, Berlino 1923), fa presente che le larve del rodilegno rosso (Cossus cossus), il cervo volante e gli scoiattoli assorbono con avidità la secrezione di muco in fermentazione delle querce (che contiene alcol) e che con questa sorta di birra naturale raggiungono l’ebbrezza. Lennig scrive a tal proposito: “I cervi volanti …. dapprima cominciano a schiamazzare, poi cascano barcollando dall’albero, cercano di reggersi goffamente un po’ su una gamba un po’ sull’altra, ruzzolando ogni volta, e infine smaltiscono l’ubriacatura dormendo.”

Lewin racconta di un cavallo a cui venne data come ricostituente, in seguito a sovraffaticamento, dell’avena bagnata col vino. Disdegnò qualsiasi altro foraggio e si ubriacò a tal punto da barcollare e cadere a terra. Quando lo rimisero sulle quattro zampe, dopo poco cadde di nuovo.

Gli animali conoscono addirittura veleni vegetali in grado di dare “assuefazione”, che cercano avidamente non appena si rendono conto del loro effetto. Di questi fanno parte le hierbas locas (“erbe matte”), diffuse soprattutto in Messico e negli Stati Uniti del sud. Tutte quante contengono un dolcificante che gli animali assumono volentieri. Solo successivamente si manifesta il loro piacevole effetto inebriante e da quel momento gli animali le cercano per questo motivo.

Il prof. Othenio Abel riporta nel suo libro Amerikafahrt (“Viaggio americano”), apparso nel 1923 presso la casa editrice Gustav Fischer di Jena, quanto da lui osservato nelle praterie del Nebraska:

“Durante le tre settimane che passammo nel Nebraska la prateria era nel periodo di massima fioritura. Tra gli innumerevoli splendidi fiori, in tutte le tonalità di giallo, bianco, viola, blu, nonché rosso cinabro, mi colpì in particolare una specie di fiore di un bel rosso-viola della famiglia delle Papilionacee, che, secondo quanto avevo sentito dire ad Agate, erano fra le piante più odiate dagli agricoltori americani. Si trattava del “Loco-weed” (Astragalus Lambertii), che, se somministrato a cavalli, bovini e pecore, può provocare gravi forme di avvelenamento, …oltre a questa pianta nella prateria ce ne sono diverse altre dagli effetti simili appartenenti al gruppo degli astragali, e se anche l’Astragalus (Aragallus) lambertii è il principale agente patogeno del “loco-desease” (malattia della pazzia), così infatti viene chiamata tale malattia, anche l’Astragalus molissimus, diffuso nelle vaste praterie tra Messico e Montana, fino ad arrivare all’Arizona centrale, non è certo meno pericoloso. Una terza specie di piante velenose della prateria, che è causa di danni non indifferenti all’interno delle greggi, è il Cystium diphysum. Fino ad oggi sembra non essere stata individuata la natura di questo veleno. L’analisi chimica, secondo quanto riportato da Arthur Hollick nel 1921 (Natural History New York, pag. 91) non ha rilevato alcuna presenza di alcaloidi.”

Si tratta del tipico referto che viene dato ogni qualvolta ci si trova davanti ad un veleno “nuovo”, a quanto pare “sconosciuto fino a quel momento”. Per un proprietario di bestiame delle praterie del Messico settentrionale la comparsa di un veleno simile, dall’effetto pressoché mortale, è comunque qualcosa di molto importante e lo è ancora di più la spiegazione della sua essenza e dei suoi effetti, dal momento che è in gioco il benessere del suo patrimonio zootecnico e in fin dei conti la sua stessa sopravvivenza, essendo quest’ultima dipendente dall’allevamento del bestiame. Egli di solito non conosce i territori in cui si è stanziato, e quindi neanche la flora lì presente, in particolare quella velenosa, così dannosa per i suoi animali. Per il tossicologo però le “hierbas locas”, così chiamate dai messicani, non sono una novità.

Nei dieci anni successivi alla pubblicazione del dr. Abel è stato scoperto un grosso numero di tali erbe velenose originarie delle steppe del Messico settentrionale. È risultato che esse sono presenti sia nel Messico meridionale che più a nord nei territori degli Stati Uniti, ma che l’effetto venefico è da attribuirsi soltanto a quelle piante che si sviluppano in clima caldo (cfr. la cannabis indica e la nostra canapa innocua).

Le erbe e le piante velenose denominate “hierbas locas” vengono mangiate con spettacolare avidità dagli animali al pascolo e suscitano in loro uno stato di ebbrezza che sembrano gradire molto. Gli animali che hanno assaggiato anche solo una volta un cibo del genere disdegneranno qualsiasi altro foraggio. A quanto pare anch’essi ne diventano dipendenti, alla stregua di un qualsiasi morfinomane o cocainomane.

Gli allevatori di bestiame denominano queste piante “hierbas locas” (da tradurre con erbe “che provocano la pazzia” e non erbe “pazze”, allo stesso modo che zapote borracho significa zapote “che rende ebbri” e non zapote “ubriaco”) perché dopo il loro consumo subentrano negli animali condizioni psichiche abnormi e un comportamento vistosamente alterato. La ripetizione dello stato di ebbrezza col tempo ha conseguenze gravi: gli animali dimagriscono, perdono il pelo e muoiono in seguito alle paralisi che il veleno (ancora sconosciuto) provoca, se non rimangono vittime prima della polmonite, verso la quale sono particolarmente predisposti nelle fredde notti che caratterizzano il clima della steppa a causa della loro denutrizione e della caduta del pelo.

In Messico vengono chiamate “hierbas locas” le seguenti piante:
1. Dioon edule Lindl (Cycadac.) volgare Chamal.
2. Astragalus amphyoxys Gray. (Leg. Fab.) volgare Garbancillo.
3. Oxytropis Lamberti Pursh. (Leg.Fab.) volgare Chachaquila.

Queste tre piante a quanto pare posseggono proprietà in grado di causare negli animali effetti come quelli provocati negli uomini dalle sostanze stupefacenti “che danno assuefazione”. Oltre ad esse vengono denominate “hierbas locas” anche le seguenti piante:
Croton fruticulosus, Torr. (Euphorbiae.)
Lobelia cliffordtiana L. (Lobeliac.)
Lupinus elegans H.B.K. (Leg. Fab.) ecc.
Probabilmente non a torto. Tra le Euforbiacee sono presenti alcuni veleni malefici, la lupinosi che colpisce i cavalli è conosciuta anche in Europa e le Lobeliacee sono sospette. A questo punto però sarà meglio fornire alcune informazioni sulle prime tre delle suddette piante.

1. Chamal (Dioon edule Lindl)

All’inizio di giugno del 1931 nella hacienda Espiritu Santo presso Monterrey regnava grande agitazione. Nelle mandrie di bovini, che costituivano motivo d’orgoglio e di ricchezza per il proprietario, a quanto pare era scoppiata una malattia infettiva. Singoli animali, come in preda ad un terribile ed inspiegabile impulso, improvvisamente scappavano via al galoppo dalla mandria. Quando, dopo un certo tempo, ritornavano erano stranamente intontiti, deboli, barcollavano e disdegnavano il foraggio. Successivamente venivano colpiti da attacchi di tremito, in seguito ai quali subentrava una paralisi della parte posteriore.

La singolare malattia non rimase limitata alla hacienda Espirito Santo, ma colpì in breve tempo quasi tutte le mandrie del distretto di Soto la Marina, assumendo un carattere sempre più maligno. Presto vi furono anche casi di morte, che decimarono le mandrie e i proprietari agitati chiesero aiuti statali contro la malattia “sconosciuta”.

Arrivarono dei veterinari che fecero autopsie, esaminarono la materia degli animali deceduti in cerca di batteri, cercarono di trasmettere artificialmente la malattia mediante vaccinazione ecc. ecc. – tutto invano. La causa della malattia non si riuscì a scoprire.

Ciò che i veterinari e i batteriologi non erano riusciti a trovare, lo scoprirono col tempo gli allevatori stessi osservando il fenomeno: si constatò che la singolare malattia colpiva sempre quegli animali che mangiavano le infiorescenze di una pianta che i contadini chiamavano Chamal oppure Loco-chamel. A livello botanico la pianta venne identificata con la Dioon edule Lindl.

Quegli animali che, pascolando, avevano avuto modo di assaggiare una prima volta questa pianta, la cercavano avidamente. Subito dopo l’ingestione subentravano gli stati di ebbrezza sopra descritti. In caso di ripetuto inebriamento e di ulteriore consumo della sostanza velenosa si osservavano anche casi di decesso.

2. Garbancillo (Astragalus amphyoxis Gray)

I primi segni di malattia in seguito all’ingestione di questa pianta, secondo le indicazioni unanimi dei mandriani, sono i seguenti: gli animali che l’hanno mangiata si isolano dagli altri ed evitano la loro compagnia. Non mangiano quasi niente, dimagriscono rapidamente e diventano cattivi. Se si cerca di ricondurli alla mandria, si irrigidiscono e si muovono di malavoglia, quindi si bloccano e si allontanano di nuovo.

In altri casi si sono riscontrati stati di agitazione e di furia. Senza motivo particolare gli animali si buttano muggendo e sbuffando sugli altri buoi o sugli uomini, anche su quelli con i quali hanno un contatto quotidiano. In breve tempo si moltiplicano i sintomi anormali: gli animali si muovono con andatura incerta, pesante, vacillano con la parte posteriore, si fermano a gambe divaricate, come per sostenersi meglio e guardano con occhi spalancati fissamente davanti a sé. Di tanto in tanto sono assaliti da un tremito convulso. Tali condizioni presentano una grossa affinità con i cosiddetti “sintomi da astinenza”, riscontrabili negli alcolisti o durante le cure disintossicanti.

Colpisce il fatto che gli animali nel loro stordimento non si rendano conto degli ostacoli, inciampino su marciapiedi e gradini, sbattano la testa contro alberi o pali del telegrafo e non scansino gli altri animali. Non appena gli animali riescono a scappare dal branco e a procurarsi l’amato foraggio diventano in breve tempo di nuovo vivaci, energici ed esuberanti, cosicché nulla farebbe pensare ad una malattia.

Ma talvolta le reazioni sono diverse: si trova l’animale assuefatto nascosto da qualche parte, in mezzo alle rocce o tra gli alberi in uno stato di profonda prostrazione: sta lì seduto con la testa diritta e immobile oppure appoggiato a terra col naso all’insù e gli occhi fissi e sporgenti, in uno stato che potremmo definire di forte ubriachezza. Di tanto in tanto è colpito da crampi muscolari. Si può poi osservare una singolare vibrazione delle palpebre e uno sguardo strabico rivolto verso l’alto. Inoltre come in tutti i casi di avvelenamento si ha respirazione affannosa o una strana alterazione del respiro.

Mentre nei bovini sani la respirazione è caratterizzata da profonde inspirazioni intervallate da lunghe pause, negli animali intossicati dal garbancillo si ha una respirazione intermittente. Veloci e faticose inspirazioni e brevi espirazioni, seguite da pause.

La morte sopravviene dopo uno stadio letargico piuttosto lungo, durante il quale non si osservano sintomi particolari. L’agonia può durare dai tre ai sei giorni, a seconda delle condizioni fisiche dell’animale, cioè finché quest’ultimo, sopraffatto dalla debolezza, non cade a terra morto. In questa fase l’animale smette di mangiare, fatta eccezione per l’amato garbancillo, che a volte i mandriani stessi, mossi a compassione, gli danno e che gli procura un sollievo passeggero. Anche in questo caso non si conosce ancora la sostanza velenosa.

3. Chachaquila (Oxytropus Lamberti Pursh.)

Questa pianta, che i bovini mangiano particolarmente volentieri, produce un singolare tipo di ebbrezza, accompagnato da allucinazioni e stati di eccitazione. Gli animali che la conoscono già, improvvisamente si precipitano fuori dal branco, prima che si riesca ad impedirlo, e scappano in preda a una specie di furia verso i posti dove cresce la chachaquila e che i mandriani esperti ovviamente evitano.

Inseguire gli animali diventati furiosi non serve a niente, anzi, è da evitare, poiché in questo loro stato di “astinenza” e di bramosia verso l’alimento desiderato potrebbero spingersi verso qualche precipizio o scappare a tutta velocità dall’inseguitore fino all’arresto cardiaco.

Se si impedisce agli animali di avvicinarsi all’erba pericolosa e si fa scrupolosamente attenzione a non farli allontanare dal branco, i sintomi di eccitazione e di astinenza a quanto pare si riducono senza ulteriori conseguenze e si ristabilisce l’equilibrio psichico. Questo però non basta a guarirli dalla “dipendenza”. Se i bovini ritrovano casualmente il veleno, ricominciano subito a mangiarlo avidamente, cadono in uno stato di ebbrezza e, nella fase di smaltimento che segue, diventano insofferenti ed aggressivi.

Fino ad ora per fortuna non si è ancora sentito dire che queste piante siano mai state usate dall’uomo a scopo inebriante. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che la popolazione rurale, osservandone in primo luogo le proprietà velenose, piuttosto che quelle inebrianti, negli animali che le mangiano, evidentemente le considerano “piante velenose”.

Visto lo stretto contatto esistente tra mandriani e bestiame, nonché la povertà e la scarsità di alcol e tabacco all’interno di quei territori, non ci si dovrà stupire se un giorno si sentirà dire che l’umanità ha scoperto una “nuova” sostanza inebriante. Per questo motivo tali piante meritano già oggi un’attenzione particolare. Le analisi finora eseguite sono risultate piuttosto inconcludenti.

 

Si vedano anche:

Il locoismo

Animali che si drogano

Animali che si curano

ri_bib

BLANKINSHIP J.W., The loco and some other poisonous plants in Montana, Exp. Station Bull. Nr. 45, June 1903.

CHESNUT V.K., Principal Plants of the United States, Bull. Nr. 20, D.S. Dep. of Agr. Div. of Botany, Washington 1898.

CHESNUT V.K. AND WOLCOX E.V., Poisoning Plants of Montana. 56, Congres 2d. Session Senate Document, Nr. 160, Bull. Nr. 26, Dept. of Agric. Div. of Botany.

IRIGOYEN ALEJANDRO, 1884, Estudio sobre la yerba loca, Tesis. Escuela Nac. De Agric. Y Vet., Mexico.

NELSON SOPHUS, Feeding Wild Plants of Sheep. Pullmann, Washington Bull. No. 73. Dep. Of Veterinary Science 1906.

ORDAZ EVARISTO, 1884, Estudio sobre la Yerba loca, Anales del Mus. Nac. Mexico, tomo III.

SAMPSON ARTHUR & MALMSTEN HARRY, Poisoning Plants of California. Bulletin 593 (August 1935), University of California, Agricult. Experiment Station Berkeley.

WALDROU L.R. & VAN ES, Poisoning Plants of North Dakota. North Dakota Agr. College Experiment Station, North Dakota Bull. Nr. 58.

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search