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Le capre, il caffè e il khat
The goats, the coffee and the khat
Le capre sono fra i quadrupedi maggiormente attratti dalle droghe psicoattive. Numerose sono gli aneddoti basati sulle osservazioni di pastori di tutto il mondo, che riportano l’assunzione intenzionale da parte delle capre di certe piante, sia per scopi curativi che per inebriarsi.
Eliano, che scriveva nel III secolo d.C., riportava che, quando i cacciatori dell’isola di Creta ferivano con le frecce le capre, queste “trafitte vanno subito a brucare la pianta del dittamo [Origanum dictamnus L., famiglia delle Labiatae]: come la mangiano, le frecce fuoriescono interamente dal loro corpo” (Eliano, Storie varie, I, 10). Questa pratica curativa è riportata anche da Aristotele (Ricerche sugli animali, IX, 6, 612-3) e da Plutarco (Le virtù degli animali, IX). Plutarco aggiunge che le donne cretesi, osservando questo particolare comportamento delle capre, appresero le proprietà abortive del dittamo (Plutarco, L’intelligenza degli animali, 20d).
In Etiopia è diffuso un racconto sul caffè che fa riferimento alla scoperta delle sue proprietà eccitanti in seguito all’osservazione del comportamento bizzarro delle capre dopo averne brucate le bacche. Il racconto, riportato in Europa per la prima volta dal frate maronita Antonio F. Naironi nel 1671, riferisce che un pastore etiope di nome Kaldi “notando effetti eccitanti sul suo gregge di capre che brucava tra le bacche rosse e brillanti di un lucente arbusto verde, provò egli stesso a masticarne il frutto. La sua eccitazione lo persuase a portare le bacche a un santone islamico in un monastero. Ma il religioso ne condannò l’uso e le scaraventò nel fuoco, donde si sprigionò un aroma allettante. I chicchi abbrustoliti furono subito strappati alle braci, sbriciolati e dissolti in acqua calda per ricavarne la prima tazza da caffè del mondo” (Weinberg & Bealer 2002: 21-2) (si veda La leggenda del pastore Kaldi).
In una versione cristianizzata del racconto, il pastore Kaldi, avendo osservato che le sue capre saltavano strepitando per tutta la notte dopo aver mangiato le bacche della pianta del caffè, comunicò ciò ai monaci Sciadli e Aydro, i quali provarono il decotto dei chicchi, che permise loro di stare svegli tutta la notte e di pregare (Roversi, 1691: 15).
Questo racconto popolare, trasmesso a mo’ di leggenda, riflette qualcosa di vero, e cioè la tendenza delle capre a brucare intenzionalmente le bacche della pianta del caffè per conseguirne uno stato di eccitazione. Oggigiorno questo comportamento animale è ostacolato dall’uomo, che bada bene a non farsi rovinare le coltivazioni di caffè dalle capre domestiche. E poiché sono quasi del tutto scomparse capre e piante di caffè selvatiche, l’osservazione di questo comportamento animale è divenuta rara.
Sempre in Etiopia e nello Yemen le capre si cibano avidamente delle foglie di khat (Catha edulis Forsk., famiglia delle Celastraceae), una pianta dalle proprietà euforico-eccitanti la cui masticazione impegna quotidianamente milioni di esseri umani che vivono in quelle regioni.
Le proprietà di questo arbusto – chiamato “il fiore del Paradiso” – sarebbero state scoperte dall’uomo in seguito all’intimo contatto con i greggi di capre. Un racconto yemenita riporta che Awzulkernayien – un pastore leggendario – notò un giorno che una delle sue capre si era distaccata dal gregge. Quindi la vide più tardi raggiungere nuovamente il gregge correndo in maniera insolitamente veloce. Ciò si verificò per diversi giorni, sino a quando il pastore, incuriositosi, scoprì che quella capra si allontanava dalle altre per brucare le foglie e i germogli dell’arbusto del khat. Le assaggiò egli medesimo e “quella notte non dormì e fu in grado di stare alzato e di pregare e meditare per molte ore”; in tal modo furono scoperti gli effetti euforizzanti di questa pianta (Kennedy, 1987, p. 62).
I coltivatori di khat sanno bene che se una capra fa tanto di avvicinarsi e brucare il “fiore del Paradiso”, non ne vuole più sapere di cibarsi di altre piante e aggredisce a colpi di corna e scalcia chiunque tenti di allontanarla dalla pianta.
Il “fagiolo rosso” o “fagiolo del mescal” – il seme della leguminosa Sophora secundiflora (Ort.) Lag. ex DC – è un noto allucinogeno utilizzato sin dalla più remota antichità dagli Indiani delle Pianure del Nord America nel corso delle loro cerimonie religiose. E’ una droga molto pericolosa, il cui uso improprio può facilmente uccidere. Essa fu a un certo punto sostituita con il più sicuro e visionario cactus del peyote. I dati archeologici hanno evidenziato una continuità d’uso del fagiolo del mescal che raggiunge il 9000 a.C. Le tribù indigene ne scoprirono gli effetti inebrianti osservando i comportamenti bizzarri degli animali che se ne cibavano, fra cui renne e capre (Safford, 1916, pp. 397-398).
KENNEDY G. JOHN, 1987, The Flower of Paradise, D. Reidel Publ. Co., Dordrecht.
ROVERSI GIANCARLO, 1691, Ambrosia arabica, overo della salutare bevanda café, Longhi, Bologna (ristampa anastatica del 2001, Forni Editore, Bologna).
SAFFORD W. EDWIN, 1916, Narcotic plants and stimulants of the ancient Americans, Annual Reports of the Smithsonian Institute, pp. 387-424.
WEINBERG A. BENNETT & BONNIE A. BEALER, 2002, Caffeina, Donzelli, Roma.