Animali che si curano

Animals which heal themselves

Conosciamo diversi casi di animali che usano piante come medicine e le recenti ricerche mostrano che questo comportamento, a cui è stato dato il nome di farmacofagia, è molto più diffuso di quanto precedentemente riconosciuto. Un insieme di dati aneddotici e sperimentali indicherebbe che la maggior parte di questi comportamenti di auto-medicazione siano dettati da atti intenzionali da parte degli animali e non siano dovuti a meri comportamenti condizionati di tipo omeostatico (cf. Engel, 2002; Glander, 1994; Rodriguez & Wrangham, 1993).

Si è compreso che anche il comportamento di mangiare terra, argilla e carbone (geofagia) ha il probabile scopo di disintossicare il corpo dalle tossine presenti nei cibi. Tale attività dietetica è riconosciuta pure presso diverse tribù umane (Cooney & Struhsaker, 1997; Mahaney et al., 1996; Oates, 1978; Sullivan & Hagen, 2002).

Un caso che ha fatto discutere gli studiosi riguarda gli scimpanzé della specie Pan troglodytes, che vivono in Tanzania e che usano le foglie della Aspilia mossambicensis, della famiglia delle Asteraceae. Queste foglie contengono tiarubrina-A, un potente agente antibatterico, antimicotico e antielmintico e sono usate tradizionalmente per queste proprietà medicinali dalle popolazioni umane della Tanzania (Rodriguez et al., 1985). Gli scimpanzé raccolgono queste foglie “di solito come prima cosa di mattina. Le foglie non vengono masticate ma sono tenute nella bocca e massaggiate contro le guance con la lingua. E’ stato ipotizzato che questa tecnica si sia evoluta fra gli scimpanzé per aumentare l’assorbimento del principio attivo somministrato per via orale, dal momento che nell’ambiente acido dello stomaco esso viene inattivato. Gli uomini usano metodi simili per assumere farmaci sensibili ai succhi gastrici” (McGowan, 1999, p. 331; cfr. anche Newton & Nishida, 1991). Tuttavia, ad una più attenta analisi, si è visto che le foglie di Aspilia erano presenti indigerite nelle feci degli simpanzé, e che le foglie, al contrario delle radici, non contengono tiarubrina-A. L’ipotesi dell’uso di queste foglie per le loro proprietà antielmintiche veniva quindi meno (Page et al., 1997). Più recentemente si è infine compreso che l’uso come antielmintico di queste foglie è dovuto non alle loro proprietà farmacologiche, bensì ad una più semplice azione meccanica, per via della loro superficie rugosa. Gli scimpanzé ingeriscono le foglie intere e in tal modo nel loro passaggio attraverso l’intestino, i vermi rimangono “catturati” dalla superficie ruvida e quindi espulsi insieme alle foglie. Inoltre, le foglie ingerite a stomaco vuoto inducono diarrea e stimolano i movimenti peristaltici intestinali, contribuendo ulteriormente all’espulsione dei vermi (Huffmann, 1997; Huffman & Caton, 2001; cfr. anche Engel, 2003, pp. 147-152).

Gli autori antichi hanno riportato numerosi casi di animali che si curano e siamo abituati a considerare questo insieme di nozioni antiche come credenze, mitologie e favole non realistiche. Tuttavia, verificato che stiamo scoprendo ora la realtà scientifica degli animali che si curano, dovremmo sospettare che in almeno alcuni dei dati proposti dagli antichi vi sia qualcosa di vero. Non dobbiamo dimenticare che gli uomini antichi erano profondi osservatori della natura, molto più di noi uomini occidentali moderni.

Eliano, nella sua opera Storia degli animali, scritta nel III secolo d.C., scriveva: “La Natura ha messo a disposizione dei cani, come rimedio per le loro ferite, l’erba. Se i cani sono disturbati dai vermi, se ne possono liberare mangiando il cosiddetto ‘grano non mietuto’” (V,46; dalla traduzione di F. Maspero, Rizzoli, Milano, 1998).

L’uso di erbe come vermifugo da parte dei cani è stato osservato in tempi più moderni nel 1887 dal dott. Matinet in Perù:

E’ ad un cane, che dobbiamo (molto o poco ch’essa debba valere) la scoperta di questo nuovo antielmintico. E’ noto come la conoscenza di quasi tutti gli antidoti dei veleni degli ofidi, ci venga appunto dalla medesima fonte. Quanto alla Sida, l’Autore racconta come un cane, appartenente a un signore di sua conoscenza, e da parecchio tempo malaticcio, venendo un giorno condotto a diporto fuori di città (Lima), si gettasse avidamente sopra un vegetale trovato presso le mura, ne mangiasse in grandissima copia, ed emettesse, qualche ora più tardi, un numero strabocchevole di vermi intestinali, guarendo così, in modo perfetto, della sua lunga malattia. L’Autore esaminò quella pianta, riconobbe in essa una Malvacea del genere Sida, molto comune nei pressi di Lima, e conosciuta sotto il nome di Sida floribunda. L’analisi chimica non rivelò in essa alcun principio amaro o drastico, al quale attribuire la virtù vermifuga della pianta peruviana; l’esame microscopico, invece, rese manifesta, sulla superficie di tutte le parti di essa, l’esistenza di una quantità notevole di peli stellati, a punta molto acuta e resistente. E’ alla presenza di questi peli che sarebbe anche dovuta la proprietà vermifuga” (Matinet, 1887).

Oltre ai cani, anche i gatti sono noti masticare le foglie giovani di certe graminacee come vomitivo, per spurgare il loro apparato digerente. Tali erbe hanno la proprietà di essere emetiche e di agire come strofinante purgativo nelle intestina dell’animale.

I babbuini del genere Papio mangiano il frutto di Balanites aegyptica Del. (famiglia delle Zygophyllaceae), probabilmente non come cibo, bensì per le sue proprietà curative antielmintiche, dato che esso contiene elevate quantità di diosgenina, uno steroide efficace contro gli stadi larvali dei trematodi (McGowan, 1999, p. 332).

In India le tigri , pur carnivore, mangiano occasionalmente frutti di Ziziphus jujuba, che contiene principi purgativi quinonici (Burton, 1952).

Gli animali usano non solo fonti vegetali bensì anche animali per curarsi. Le scimmie cappuccino del Venezuela, per opporsi agli attacchi eccessivi delle zanzare, specie durante i periodi umidi, cercano un grosso millepiedi, che secerne alcaloidi benzoquinonici dalle proprietà insetto-repellenti; non lo mangiano (è tossico), ma lo sfregano e lo fanno rotolare contro il proprio corpo, passandolo quindi di mano ad altre consimili, che se ne servono per il medesimo scopo. Le cappuccino che non hanno avuto la possibilità di sfregarsi direttamente il millepiedi, sfregano il proprio corpo contro quello di altre consimili che lo hanno potuto fare (Valderrama et al., 2000). E’ noto anche il comportamento da parte di scimmie, scoiattoli e numerose specie di uccelli di sfregarsi il pelo e le piume con formiche (comportamento che viene definito anting), in particolare le specie che contengono acido formico, il quale ha proprietà inibitorie per le pulci e gli acari (Hauser, 1964; Longino, 1984).

Eliano, nella sua altra opera Storie varie, riportava: “I cinghiali non sono davvero sprovveduti in fatto di medicina e sanno come curarsi. Infatti, se mangiano inavvertitamente del giusquiamo [Hyoscyamus sp., famiglia delle Solanaceae], restano paralizzati alle zampe posteriori e riescono soltanto a strascicarle; pur così menomati, sono in grado di raggiungere un corso d’acqua, dove catturano dei granchi e li mangiano voracemente: quei granchi sono infatti un antidoto al male e consentono ai cinghiali di recuperare la loro integrità fisica” (I, 7; dalla traduzione di C. Bevegni, Adelphi, Milano, 1996).

Plutarco, nella sua opera L’intelligenza degli animali di terra e di mare, scritta nel I secolo d.C., riportava (974b): “Non è infatti soltanto all’arte farmaceutica che essi ricorrono: le tartarughe e le donnole mangiando rispettivamente origano e ruta, qualora abbiano divorato un serpente; i cani purgandosi con un’erba particolare, quando soffrono di colera; il serpente rendendo acuta e penetrante la propria vista col finocchio, quando essa è debole; l’orsa mangiando per prima cosa l’aro selvatico, quando esce dalla tana, poiché l’asprezza di quest’erba distende l’intestino dell’animale, che è diventato stitico” (dalla traduzione di D. Magini, Adelphi, Milano, 2001, p. 51).

Forse un giorno ne sapremo molto di più sugli animali che si curano, così come ne sapremo di più sugli animali che si drogano. Il confine fra medicina e droga non è mai stato netto nel mondo degli uomini – lo dimostra il fatto che tutte le droghe sono anche potenti medicinali – e non lo è quasi certamente anche nel mondo degli animali.

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BURTON R., 1952, The Tiger as Fruit Eater, Journal of the Bombay Natural History Society, vol. 50, p. 649.

COONEY D.O. & T.T. STRUHSAKER, 1997, Adsorptive capacity of charcoals eaten by Zanzibar red colobus monkeys: implications for reducing dietary toxins, International Journal of Primatology, vol. 18, pp. 235-246.

ENGEL CINDY, 2002, Wild Health. How Animals Keep Themselves Well and What We Can Learn from Them, Houghton Mifflin, New York.

GLANDER K.E., 1994, Nonhuman primate self-medication with wild plant foods, in: N.L. Etkin (Ed.), Eating on the Wild Side, University of Arizona Press, Tucson, pp. 227-239.

HAUSER D.C., 1964, Anting by Gray Squirrels, Journal of Mammology, vol. 45, pp. 136-138.

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LONGINO J.T., 1984, True Anting by the Capuchin Cebus capuchinus, Primates, vol. 25, pp. 243-245.

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RODRIGUEZ E. & R.W. WRANGHAM, 1993, Zoopharmacognosy: the use of medicinal plants by animals, in: K.R. Downum, J.T. Romeo & H.A. Staffor (Eds.), Phytochemical Potentials of Tropical Plants, Plenum Press, New York, pp. 89-105.

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VALDERRAMA X. et al., 2000, Seasonal Anointment with Millipedes in a Wild Primate: A Chemical Defense Against Insects?, Journal of Chemical Ecology, vol. 26, pp. 2781-2790.

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Un Commento

  1. rusticante
    Pubblicato aprile 13, 2012 alle 11:24 pm | Link Permanente

    molto interessante

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