Animali che si curano

Animals which heal themselves

In questi ultimi decenni la ricerca scientifica – in particolare quella etologica e farmacologica – sta prendendo coscienza del fatto che gli animali hanno sviluppato comportamenti che hanno lo scopo di migliorare il loro stato di salute fisica, sia nella forma preventiva che in quella curativa vera e propria. A tale comportamento, denominato zoofarmacognosia (Rodriguez & Wrangham, 1993), è stato associato un nuovo campo di studi multidisciplinare, volto alla comprensione di questo fenomeno e all’individuazione di nuovi principi medicinali utili alla medicina umana.

Diversi studiosi motivano il fatto che solamente oggigiorno ci si sta accorgendo di questo comportamento, adducendo come argomento che nell’osservazione della vita degli animali è difficile distinguere l’assunzione di un vegetale per scopi nutritivi da quelli per scopi medicinali. Ma tale giustificazione non considera con il giusto livello di autocritica il più incisivo motivo dell’antropocentrismo behaviorista di cui è stata – e in buona parte continua a essere – soggetta la comunità scientifica, e che ha sinora escluso a priori la possibilità che gli animali siano dotati di comportamenti ritenuti esclusivi della specie umana, come quelli di curarsi, di drogarsi, di avere comportamenti omosessuali, di essere dotati di una qualche forma di pensiero, di coscienza, ecc. E solo oggi la comunità scientifica sta rivalutando certe conoscenze delle popolazioni tribali, da sempre ritenute di natura mitologica o comunque insignificanti ai fini di un valido contributo alla ricerca scientifica, testimoni in realtà di un’attentissima osservazione dell’ambiente naturale circostante, e che hanno permesso la scoperta da millenni non solo delle reali motivazioni di certi comportamenti animali, quali il curarsi o l’inebriarsi – ben differenziandoli da quelli nutritivi -, ma anche la scoperta e l’impiego sull’uomo di numerose fonti medicinali e di droghe psicoattive.

Gli animali hanno sviluppato comportamenti con finalità medicinali in diverse maniere: con applicazioni topiche, mediante l’ingestione, attraverso operazioni di sterilizzazione dei loro nidi, e anche con operazioni di disintossicazione nutrendosi di terra e minerali.

Per quanto riguarda le applicazioni topiche, la maggior parte degli animali dotati di pelo o di piume è affetta da parassiti esterni quali acari e pulci, e diverse specie hanno trovato un rimedio sorprendente per alleviare questo fastidioso problema. Le scimmie cappuccino Cebus capucinus L. che vivono in Costa Rica, rompono i frutti di alcune specie di Citrus e ne sfregano la polpa sul loro pelo. Ma la loro farmacopea non si ferma al genere Citrus. Sanno raccogliere rami di Clematis, foglie di Piper e baccelli di Sloanea,1 miscelare il tutto con la loro saliva e strofinare vigorosamente il miscuglio così ottenuto sul loro pelo. E’ curioso, ma non certo un caso, che le popolazioni native impieghino piante dei medesimi generi per il trattamento delle irritazioni della pelle e come repellente degli insetti (Baker, 1996).

Anche gli orangutan del Borneo (Pongo pygmaeus sub. Wurmbii) strofinano il pelo con una pianta, ma non prima di averne fatta una specifica preparazione galenica: dopo aver raccolto le foglie della pianta – una specie di Commelina (Commelinaceae) – l’orangutan ne morde le sommità e le mastica per 3-5 minuti, formandone un bolo con la saliva che produce una schiuma bianco-verdastra. La masticazione prolungata provoca il rilascio delle saponine presenti nelle foglie sino a produrre una specie di sapone, che il primate raccoglie con la mano e che si spalma accuratamente lungo gli arti, nel medesimo modo in cui noi ci mettiamo una crema solare. Nel frattempo, continua a masticare il bolo fatto con le foglie, fatto che provoca la produzione di ulteriore schiuma, ch’egli continua a raccogliere dalla bocca con le mani e a spargersela sul corpo. Terminata l’operazione, che può durare anche più di mezz’ora, getta via il resto del bolo. Anche in questo caso v’è una concordanza di utilizzo di questa pianta fra le popolazioni locali, che sono solite utilizzare specie di Commelina per la preparazione di medicamenti topici, e gli orangutan usano questa pianta probabilmente con i medesimi scopi degli umani, cioè come anti-infiammatorio e anti-batterico, verificato che si spalmano il preparato schiumoso soprattutto nelle aree muscolari e di giuntura degli arti (Morrogh-Bernard, 2008).

Ciò che più sorprende in questi comportamenti animali è il fatto che la fonte vegetale viene dapprima manipolata per farne un preparato medicinale; un dato che evidenza il livello complesso del rapporto causale fra l’animale e la fonte curativa. Anche l’orso dell’Alaska (kodiak) e l’orso bruno sono stati visti sradicare la pianta Ligisticum porteri (Umbelliferae), masticarne le radici e spargersi quindi il pelo con il bolo così ottenuto. I nativi del nord-America non a caso chiamano questa pianta “medicina dell’orso” o “radice dell’orso” (Cowen, 1990).

Un’altra scimmia strettamente imparentata con le cappuccino, il cebo olivaceo (Cebus olivaceus Schomb.), che vive in Sud America, utilizza una fonte animale per combattere le noiose punture delle zanzare durante il periodo delle piogge, e cioè un millepiedi, l’Orthoporus dorsovittatus Verh. Quando molestato, questo millepiedi per difesa secerne copiose quantità di un liquido tossico contenente benzoquinoni, i quali possiedono, fra l’altro, qualità repellenti per gli insetti. Le scimmie in questione sono solite utilizzare un solo millepiedi alla volta, strofinandoselo vigorosamente contro la schiena. Di quando in quando se lo mettono in bocca, facendo ben attenzione a non deglutirlo ed estraendolo poi lentamente, per tornare a strofinarselo sul pelo. Nel breve periodo in cui lo tengono in bocca le scimmie appaiono sbavare copiosamente e gli occhi sembrano appannarsi. Questi lavori di unzione durano generalmente più di due minuti ciascuno e sono effettuati più di una decina di volte al giorno. Non si tratta di un’operazione individuale, bensì coinvolge diversi membri di un gruppo di scimmie, i quali si condividono il medesimo millepiedi, in maniera tra l’altro non competitiva né gerarchica. Quando una scimmia non riesce ad avere il millepiedi, si strofina direttamente contro il corpo di chi, nel gruppo, si è sfregato il pelo con l’artropode. Alcune scimmie usano la coda come “pennello”, sfregandola sul pelo della scimmia che si sta strofinando il millepiedi, e in seguito se la sfregano sul loro corpo. Resta da chiarire il motivo che porta queste scimmie a mettersi in bocca il millepiedi, verificato che per indurre la sua secrezione è sufficiente molestarli manualmente (Valderrama et al., 2000). Baker (1996) ha osservato che le scimmie cappuccino, nel cimentarsi in quest’operazione, sono soggette a stati di frenesia eccitatoria, un fatto che fa sorgere il sospetto che fra le motivazioni di questo comportamento possa esservi quella di conseguire uno stato d’ebbrezza.

Diverse specie di mammiferi – fra cui lemuri e scimmie – e di uccelli, hanno evidenziato un comportamento affine, strofinandosi millepiedi “quinonici” sul pelo o sulle piume, con lo specifico scopo di combattere chimicamente gli ectoparassiti. Non solo: scimmie, scoiattoli e più di 200 specie di uccelli sono soliti sfregarsi il pelo e le piume con delle formiche, un comportamento che viene chiamato anting. Le specie di formiche maggiormente usate sono quelle che contengono acido formico, che ha proprietà inibitorie per le pulci e gli acari (Hauser, 1964; Longino, 1984).

Ma la lotta ai parassiti e ai batteri non si limita alla medicazione sull’animale. Si conoscono casi dove gli uccelli mettono nei loro nidi foglie o rametti freschi di determinate piante che hanno proprietà antibatteriche, antimicotiche e insetticide, con l’evidente scopo di mantenere asettico il luogo della covata (Lozano, 1998).

Un caso che ha fatto discutere gli studiosi riguarda gli scimpanzé della specie Pan troglodytes, che vivono in Tanzania e che usano le foglie della Aspilia mossambicensis (Oliv.) Wild., della famiglia delle Compositae. Questa pianta produce tiarubrina-A, un potente agente antibatterico, antimicotico e antielmintico, impiegato tradizionalmente per queste proprietà medicinali dalle popolazioni umane della Tanzania (Rodriguez et al., 1985). Gli scimpanzé raccolgono queste foglie “di solito come prima cosa di mattina. Le foglie non vengono masticate ma sono tenute nella bocca e massaggiate contro le guance con la lingua. E’ stato ipotizzato che questa tecnica si sia evoluta fra gli scimpanzé per aumentare l’assorbimento del principio attivo somministrato per via orale, dal momento che nell’ambiente acido dello stomaco esso viene inattivato. Gli uomini usano metodi simili per assumere farmaci sensibili ai succhi gastrici” (McGowan, 1999: 331; cfr. anche Newton & Nishida, 1991). Tuttavia, ad una più attenta analisi, si è visto che le foglie di Aspilia sono presenti indigerite nelle feci degli scimpanzé, e che le foglie, al contrario delle radici, non contengono tiarubrina-A. L’ipotesi dell’uso di queste foglie per le loro proprietà antielmintiche è quindi venuta meno (Page et al., 1997). Più recentemente è stata suggerita l’ipotesi che l’uso come antielmintico di queste foglie non sia dovuto tanto alle loro proprietà farmacologiche, ma a una più semplice azione meccanica, per via della loro superficie rugosa. Studi sugli escrementi lasciati dagli scimpanzé in natura, hanno evidenziato nella maggior parte dei casi una co-presenza di vermi intestinali e di foglie intere di Aspilia. Gli scimpanzé ingeriscono le foglie intere e in tal modo, nel loro passaggio attraverso l’intestino, i vermi rimangono “catturati” dalla superficie ruvida e quindi espulsi insieme alle foglie. Inoltre, le foglie ingerite a stomaco vuoto inducono diarrea e stimolano i movimenti peristaltici intestinali, contribuendo ulteriormente all’espulsione dei vermi (Huffman, 1997). Altri studiosi hanno anche ipotizzato che le foglie di Aspilia vengano consumate dagli scimpanzé non per scopi medicinali, bensì come stimolante (Wrangham & Nishida, 1983, p. 281).

Scimpanzé che ingerisce una foglia di Aspilia mossambicensis (da Huffman, 1997, fig. 2, p. 177)

Scimpanzé che ingerisce una foglia di Aspilia mossambicensis (da Huffman, 1997, fig. 2, p. 177)

A tal riguardo, è il caso di osservare ciò che scriveva il filosofo latino Eliano, nella sua opera Storia degli animali, scritta nel III secolo d.C.: “La Natura ha messo a disposizione dei cani, come rimedio per le loro ferite, l’erba. Se i cani sono disturbati dai vermi, se ne possono liberare mangiando il cosiddetto ‘grano non mietuto’”.2 L’uso di erbe come vermifugo da parte dei cani è stato osservato in tempi più moderni dal dott. Matinet in Perù:

“E’ ad un cane, che dobbiamo (molto o poco ch’essa debba valere) la scoperta di questo nuovo antielmintico. E’ noto come la conoscenza di quasi tutti gli antidoti dei veleni degli ofidi, ci venga appunto dalla medesima fonte. Quanto alla Sida, l’Autore racconta come un cane, appartenente a un signore di sua conoscenza, e da parecchio tempo malaticcio, venendo un giorno condotto a diporto fuori di città (Lima), si gettasse avidamente sopra un vegetale trovato presso le mura, ne mangiasse in grandissima copia, ed emettesse, qualche ora più tardi, un numero strabocchevole di vermi intestinali, guarendo così, in modo perfetto, della sua lunga malattia. L’Autore esaminò quella pianta, riconobbe in essa una Malvacea del genere Sida, molto comune nei pressi di Lima, e conosciuta sotto il nome di Sida floribunda. L’analisi chimica non rivelò in essa alcun principio amaro o drastico, al quale attribuire la virtù vermifuga della pianta peruviana; l’esame microscopico, invece, rese manifesta, sulla superficie di tutte le parti di essa, l’esistenza di una quantità notevole di peli stellati, a punta molto acuta e resistente. E’ alla presenza di questi peli che sarebbe anche dovuta la proprietà vermifuga” (Matinet, 1887).

Oltre ai cani, anche i gatti sono noti masticare le foglie giovani di certe graminacee come vomitivo, per spurgare il loro apparato digerente. Tali erbe hanno proprietà emetiche e agiscono come strofinante purgativo nelle intestina dell’animale.

I babbuini del genere Papio mangiano il frutto di Balanites aegyptica Del. (famiglia delle Zygophyllaceae), probabilmente non come cibo, ma per le sue proprietà curative antielmintiche, dato che questo frutto contiene elevate quantità di diosgenina, uno steroide efficace contro gli stadi larvali dei trematodi (McGowan, 1999: 332). Le tigri indiane, pur carnivore, mangiano occasionalmente frutti di Ziziphus jujuba Mill. (famiglia delle Rhamnaceae), che contiene principi quinonici dalle proprietà purgative (Burton, 1952).

Sono qui riportati solamente alcuni esempi fra gli ormai numerosissimi casi osservati di “self-medication” da parte dei più disparati animali, e si sta riguardando ora sotto una nuova luce tutto un insieme di comportamenti che erano fin’ora rimasti inspiegati, quale l’ingestione da parte di scimpanzé e gorilla di cortecce e legni d’alberi insignificanti da un punto di vista nutritivo, mentre, per almeno alcuni di questi, sono riconosciute proprietà plasmodicide, antischistosomiache, antibatteriche, ecc., cioè proprietà medicinali. Un altro enigmatico comportamento, che si presenta in particolare fra gli scimpanzé, potrebbe essere spiegato con una sua funzione curativa, e cioè la masticazione del midollo amaro di certi arbusti o alberi. Gli scimpanzé si avvicinano al ramo della pianta che gli interessa, ne rimuovono meticolosamente le foglie e la scorza esterna, e masticano l’amaro midollo, senza ingerirlo. Si tratta di un comportamento raro e individuale, non legato all’alimentazione o alle relazioni sociali, ma maggiormente associato a scimpanzé malati (Huffman, 1997).

Si è compreso che anche il comportamento di mangiare terra, argilla e carbone, denominato geofagia e diffuso fra diverse specie animali, ha il probabile scopo di disintossicare il corpo dalle tossine presenti nei cibi, oltre che di fornire fonti minerali. Tale comportamento è riconosciuto pure presso diversi gruppi umani, oltre che fra macachi, scimmie, gorilla, scimpanzé, tapiri, pappagalli ed elefanti. Vi sono poi organismi che affrontano il problema della tossicità coinvolgendo nei processi metabolici un altro essere vivente. E’ il caso delle formiche tagliatrici di foglie delle Americhe, le quali coltivano un fungo che distrugge le tossine presenti nelle foglie, in modo tale da permettere alle formiche di cibarsene impunemente (Engel, 2003, pp. 64-79).

Altri animali, al contrario, cercano tossine da immagazzinare nel loro corpo in maniera da diventare velenosi per i predatori. E’ il caso, ad esempio, di alcune specie di farfalla, che cercano la linfa di determinate piante contenenti dei velenosi alcaloidi pirrolizidinici. Si è solo oggi compreso che questo comportamento non rientra nelle funzioni alimentari della farfalla, ma fa parte di un’attività speciale, quella di “avvelenarsi” il corpo per scopi protettivi (Boppré, 1984).

La ricerca in questo nuovo campo della zoofarmacognosia è ancora agli inizi, e vi sono tuttavia indicazioni che gli animali utilizzino farmaci naturali per i più disparati scopi: dalla lotta agli endoparassiti ed ectoparassiti, alla cura della diarrea, delle ferite cutanee, sino al controllo delle nascite, alla fertilità, o per facilitare il parto (cfr. es. Glander, 1994).

Diversi studiosi ancora stentano a riconoscere una qualche “intenzionalità” nei comportamenti curativi negli animali, e cercano di giustificarli chiamando in causa il meccanismo omeostatico. Questo meccanismo fa si che, quando nel corpo v’è carenza di una determinata sostanza, dei sensori innescano l’impulso a ricercare questa sostanza, e quando il corpo ne ottiene a sufficienza, l’impulso alla sua ricerca viene inibita. L’omeostasi, valido per sostanze quali il sodio o il calcio, di per se non riesce a spiegare la complessa ricerca e preparazione di un medicinale, come del resto non riesce a spiegare comportamenti volti alla previsione di una futura mancanza di una determinata sostanza. Ad esempio, il maschio di una specie di cincia (un uccello) è solito procurare alla femmina che sta preparando il nido dei gusci di chiocciola, per rifornirla del fabbisogno extra di minerali necessari per la produzione di uova. Qui il meccanismo omeostatico non c’entra, e si dovrà pensare invece a un comportamento “intenzionale” dell’uccello, che del resto fornisce la femmina del fabbisogno extra di minerali solamente durante il periodo antecedente la produzione di uova (Engel, 2003, p. 38).

Un insieme di dati aneddotici e sperimentali indicherebbe che la maggior parte dei comportamenti di auto-medicazione animale sono dettati da atti in un qualche modo “intenzionali”. Ma anche Cindy Engel, pur riconoscendo questo comportamento “intenzionale”, si affretta a negare un qualunque processo “consapevole o deliberato” nell’azione dell’auto-medicamento, prendendo come esempio i soggetti umani schizofrenici, che fumano sigarette in eccesso, dovuto al fatto che la nicotina allieva i loro sintomi. Gli schizofrenici non sembrano essere consapevoli dei benefici della sigaretta, bensì sanno solamente che “gli piace fumare molto”. Similmente, gli animali non “sanno” che quella determinata foglia li fa guarire dai loro vermi intestinali, bensì “sanno” che la foglia li fa sentire meglio. In questo gioco di concessioni e negazioni di ciò che gli animali possono sapere e non sapere, sorge il sospetto di una grande arrampicata sugli specchi pur di difendere le ultime barricate behavioriste, dove il problema soggiacente è il riconoscimento o meno di una qualche forma di coscienza animale. Resta il fatto che l’atto di assumere una fonte medicinale da parte di un animale, il più delle volte non provoca un immediato risultato curativo, il quale può presentarsi anche diverse ore dopo l’assunzione della medicina; un dato che rende difficile la spiegazione dell’auto-medicazione animale in termini di omeostasi o di “non saperi”.

Gli autori antichi hanno riportato numerosi casi di animali che si curano, e siamo abituati a considerare questo insieme di nozioni antiche come credenze, mitologie e favole non realiste. Verificato che stiamo scoprendo ora la realtà scientifica degli animali che si curano, dovremmo sospettare che almeno in alcuni dei dati proposti dagli antichi vi sia qualcosa di veritiero. Non dobbiamo dimenticare che gli uomini antichi erano profondi osservatori della natura, molto più di noi uomini occidentali moderni. Eliano, nella sua opera Storie varie, riportava:

“I cinghiali non sono davvero sprovveduti in fatto di medicina e sanno come curarsi. Infatti, se mangiano inavvertitamente del giusquiamo [Hyoscyamus sp., famiglia delle Solanaceae], restano paralizzati alle zampe posteriori e riescono soltanto a strascicarle; pur così menomati, sono in grado di raggiungere un corso d’acqua, dove catturano dei granchi e li mangiano voracemente: quei granchi sono infatti un antidoto al male e consentono ai cinghiali di recuperare la loro integrità fisica”.3

E aggiungeva anche: “Se però i cervi mangiano dell’edera, il morso della malmignatta non li danneggia minimamente: ma deve trattarsi di edera selvatica” (I, 8). Plutarco, nella sua opera L’intelligenza degli animali di terra e di mare, scritta nel I secolo d.C., riportava:

“Non è infatti soltanto all’arte farmaceutica che essi [gli animali] ricorrono: le tartarughe e le donnole mangiando rispettivamente origano e ruta, qualora abbiano divorato un serpente; i cani purgandosi con un’erba particolare, quando soffrono di colera; il serpente rendendo acuta e penetrante la propria vista col finocchio, quando essa è debole; l’orsa mangiando per prima cosa l’aro selvatico, quando esce dalla tana, poiché l’asprezza di quest’erba distende l’intestino dell’animale, che è diventato stitico”.4

Forse un giorno ne sapremo molto di più sugli animali che si curano, così come ne sapremo di più sugli animali che si drogano. Il confine fra medicina e droga non è mai stato netto nel mondo degli uomini – lo dimostra il fatto che tutte le droghe sono anche potenti medicinali – e non lo è quasi certamente anche nel mondo degli animali (Samorini, 2013).

 

Note

1 – Nello specifico si tratta di Clematis dioica L. (Ranunculaceae), foglie di Piper marginatum Jacq. (Piperaceae) e baccelli di Sloanea terniflora (Moç. & Sessé ex Dc.) Standl. (Elaeocarpaceae).

2 – V, 46; dalla traduzione di F. Maspero, Rizzoli, Milano, 1998.

3 – I, 7; dalla traduzione di C. Bevegni, Adelphi, Milano, 1996.

4 – 974b; dalla traduzione di D. Magini, Adelphi, Milano, 2001, p. 51.

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

BAKER M., 1996, Fur rubbing: Use of medicinal plants by capuchin monkeys (Cebus capucinus), American Journal of Primatology, vol. 38, pp. 263-270.

BOPPRÉ MICHALE, 1984, Redifining Pharmacophagy, Journal of Chemical Ecology, vol. 10, pp. 1151-4.

BURTON R., 1952, The Tiger as Fruit Eater, Journal of the Bombay Natural History Society, vol. 50, p. 649.

COWEN R., 1990, Medicine on the wild side, Science News, vol. 138, pp. 280-2.

ENGEL CINDY, 2002, Wild Health. How Animals Keep Themselves Well and What We Can Learn from Them, Houghton Mifflin, New York.

GLANDER E. KENNETH, 1994, Nonhuman primate self-medication with wild plant foods, in: N.L. Etkin (Ed.), Eating on the Wild Side, University of Arizona Press, Tucson, pp. 227-239.

HAUSER D.C., 1964, Anting by Gray Squirrels, Journal of Mammology, vol. 45, pp. 136-138.

HUFFMAN A. MICHAEL, 1997, Current Evidence for Self-medication in Primates: A Multidisciplinary Perspective, Yearbook of Physical Anthropology, vol. 40, pp. 171-200.

LONGINO T. JOHN, 1984, True Anting by the Capuchin Cebus capucinus, Primates, vol. 25, pp. 243-245.

LOZANO A. GEORGE, 1998, Parasitic Stress and Self-Medication in Wild Animals, Advances in the Study of Behavior, vol. 27, pp. 291-317.

MATINET, 1887, Proprietà vermifughe della Sida Floribunda, Nouv.Rem., recensito da Passerini in Gazzetta degli Ospitali di Milano, vol. 8, p. 575, 1887.

MCGOWAN CHRISTOPHER, 1999, Predatori e prede, Longanesi, Milano.

MORROGH-BERNARD C. ELEN, 2008, Fur-Rubbing as a Form of Self-Medication in Pongo pygmaeus, International Journal of Primatology, vol. 29, pp. 1059-1064.

NEWTON P.N. & T. NISHIDA, 1991, Possible buccal administration of herbal drugs by wild chimpanzees, Pan troglodytes, Animal Behaviour, vol. 39, pp. 798-801.

PAGE J.E. et al., 1997, Chemical Basis for Medicinal Consumption of Aspilia (Asteraceae) Leaves by Chimpanzees: A Re-analysis, Journal of Chemical Ecology, vol. 23, pp. 2211-2225.

RODRIGUEZ E. et al., 1985, Thiarubrine A, a Bioactive Constituent of Aspilia (Asteraceae) Consumed by Wild Chimpanzees, Experientia, vol. 41, pp. 419-20.

RODRIGUEZ E. & R.W. WRANGHAM, 1993, Zoopharmacognosy: the use of medicinal plants by animals, in: K.R. Downum, J.T. Romeo & H.A. Staffor (Eds.), Phytochemical Potentials of Tropical Plants, Plenum Press, New York, pp. 89-105.

SAMORINI GIORGIO, 2013, Animali che si drogano, Shake Edizioni, Milano.

VALDERRAMA XIMENA et al., 2000, Seasonal Anointment with Millipedes in a Wild Primate: A Chemical Defense Against Insects?, Journal of Chemical Ecology, vol. 26, pp. 2781-2790.

WRANGHAM R.W. & T. NISHIDA, 1983, Aspilia spp. leaves: A puzzle in the feeding behavior of wild chimpanzees, Primates, vol.24, pp. 276-282.

Un Commento

  1. rusticante
    Pubblicato aprile 13, 2012 alle 11:24 pm | Link Permanente

    molto interessante

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