Etnobotanica delle ninfee psicoattive

Ethnobotany of the psychoactive waterlilies

 

Il ruolo delle ninfee ricoperto presso l’antica cultura egiziana (si veda La ninfea azzurra fra gli antichi Egizi), così come presso l’antica cultura maya (si veda La ninfea fra gli antichi Maya), non può essere pienamente compreso se non si prendono in considerazione le proprietà psicoattive di queste piante; proprietà poco note agli archeologi e ai classicisti, e che sono state in alcuni casi messe in dubbio da questi studiosi senza una specifica cognizione di causa. Di seguito riporto un profilo sulle specie più importanti di ninfee, appartenenti alla famiglia delle Nymphaeaceae, con i relativi dati etnobotanici, biochimici, farmacologici ed epidemiologici, i quali confermano – a mio avviso in maniera decisiva – il potenziale psicoattivo di queste piante (si vedano Samorini, 2012-13 e 2016).

 

Aspetti botanici e tassonomici

A partire dalla seconda metà dell’800 sino ad arrivare ai giorni nostri le ninfee, e in particolare la ninfea azzurra, hanno avuto una storia “sofferta” anche sotto il profilo tassonomico, e molti taxa hanno acquisito nel corso del tempo una lunga serie di sinonimie. La ninfea azzurra ha subito recentemente una modifica tassonomica, tale per cui è stata ridefinita come una varietà della Nymphaea nouchali Burm. f. Alcuni botanici hanno voluto vedere N. caerulea un sinonimo di N. stellata Willd., e v’è chi considera N. nouchali sinonimo di N. stellata (Maruga Raja et al., 2010), mentre altri considerano N. stellata sinonimo di N. nouchali (Slocum, 2005 e The Kew Plant List). Una tale confusione tassonomica si è evidentemente riflessa sui relativi studi biochimici e farmacologici, in maniera tale che il quadro psicofarmacologico del genere Nymphaea resta tutt’ora poco chiaro.

 

Nymphaea lotus L. – ninfea bianca

Sinonimi: N. thermalis DC, N. dentata Schumach. & Thonn., N. liberiensis A. Chev., Castalia mystica Salysb., Castalia lotus Tratt.

Fiore di Nymphaea lotus L. (da Slocum, 2005, tav. 19)

Fiore di Nymphaea lotus L. (da Slocum, 2005, tav. 19)

Descrizione botanica: La radice è un tubercolo ovale spesso circa 15 mm, ricoperto di una corteccia marrone secca e coriacea. Le radici, i piccioli e i peduncoli lasciano sul tubercolo cicatrici evidenti. I piccioli sono cilindrici e possono raggiungere lunghezze sino ai 150 cm, a seconda della profondità dell’acqua. Le foglie sono larghe 16-32 cm e sono provviste nella superficie inferiore di nervature sporgenti che formano una retina. Sul margine si trovano circondate da denti corti e acuti che sono separati da cavità semilunari. Fiori grandi da 15 a 25 cm, si aprono per quattro notti successive, dalla sera fin vero le 11 di mattina. I boccioli sono ovati, ottusi. Il calice ha quattro sepali ovati, arrotondati all’apice, verdi di sotto e un po’ rosati sul bordo, marcati da 10-16 nervature longitudinali. La corolla è costituita da 16-20 petali bianchi. Il centro del fiore è occupato da un ovario semisferico, al quale aderiscono i sepali e i petali imbricati in diverse file. L’ovario è coronato da uno stigma in forma di piatto, che ricorda il disco stigmatico del papavero da oppio, ed è diviso da 20-30 raggi. Il frutto è una capsula polposa, di 6-9 cm di diametro, molle, globulosa, coperta di squame, che sono resti delle differenti parti del fiore. La capsula è divisa in tante parti come il numero di raggi dello stigma, con una grande quantità di semi di dimensioni 1,3 x 1 x 1,4 mm, con linee di peli longitudinali interrotte. Il fiore non è molto odoroso (Conard, 1905, pp. 194-196; Slocum, 2005, p. 99).

Distribuzione geografica: Egitto e Africa occidentale e centrale, Madagascar.

 

Nymphaea nouchali Burm. f. var. caerulea (Sav.) Verdc. – ninfea azzurra

Sinonimi: N. caerulea Sav., N. calliantha Conard, N. mildbraedi Gilg., N. nelsonii Burtt Davy, N. spectabilis Gilg, N. vernay Bremekamp & Oberm..

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Fiore di ninfea azzurra, Nymphaea nouchali Burm. f. var. caerulea (Sav.) Verdc. (da Slocum, 2005, tav. 11)

Descrizione botanica: La radice è eretta, spessa, ovoide, nerastra. Le foglie sono lievemente ondulate alla base, larghe 30-40 cm, di forma orbicolare od ovato-orbicolare, quasi peltate, di color verde, ma nella parte inferiore sono presenti piccole macchie color porpora scuro e una tinta purpurea si presenta tutto attorno al margine. I fiori sono grandi 7-15 cm, si aprono dall’alba sin verso metà giornata, hanno un odore gradevole caratteristico. I sepali sono in numero di quattro, lanceolati senza nervature, macchiati di linee e maculature scure nella superficie esterna. Prima di aprirsi formano un bottone conico a quattro facce. I petali sono lanceolati e in numero di 14-20, di colore blu lucente sopra, la metà inferiore bianco opaco. Il frutto misura 4-6 cm di diametro e 2-4 cm di altezza, arrotondato ma troncato superiormente, coronato, con profonde fessure radiali, color verde pallido, diventa traslucido e brunastro. Il frutto è circondato dai sepali e da petali sepaloidi, per cui il suo ovario, che ha una forma simile a quella della capsula del papavero, rimane nascosto. Ha semi ellissoidali, 1,2 x 1,7 mm, di colore bruno oliva opaco. La superficie è segnata da circa 14 linee longitudinali interrotte da peli minuti (Conard, 1905, pp. 141-6; Slocum, 2005, p. 85).

Distribuzione geografica: specie nativa dell’Africa settentrionale e centrale.

Il botanico italiano Federico Delpino (1871, cit. in Emboden, 1992, p. 77) fu il primo studioso a osservare uno curioso fenomeno ecologico, e cioè l’accumularsi all’interno del fiore di ninfea azzurra di insetti morti, sospettando che il motivo fosse l’odore del fiore fortemente narcotico per questi insetti. Sino ad oggi non sembra siano stati svolti studi specifici che confermino o meno quest’ipotesi.

 

Nymphaea ampla DC.

Sinonimi: N. ampla var. plumieri Planch.

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Fiore di Nimphaea ampla DC. (da Slocum, 2005, tav. 10)

Descrizione botanica: Foglie di 30-50 cm di diametro, sub-orbicolari, quasi peltate, sinuate o quasi intere, con piccole macchie bianche sia sopra che sotto. Nella parte inferiore sono di colore rosso-porpora. Fiori stellati, bianchi, grandi 7-14 cm. Sepali quattro, ovato-lanceolati, ottusi o a volte acuti, segnati da linee nerastre. Petali in numero da 7 a 21, lanceolati. Semi sub-globosi ellittici, lunghi circa 1 mm, con linee di peli longitudinali (Conard, 1905, pp. 134-5; Slocum, 2005, p. 84).

Distribuzione geografica: dal Texas, verso sud fino al Brasile centrale.

 

Le ninfee egiziane nella letteratura antica

Dopo un periodo di alcuni millenni in cui la ninfea azzurra era ben presente sul Nilo, per via soprattutto delle sue coltivazioni in lagune artificiali, ed era conseguentemente presente nella letteratura e nell’arte faraonica, a partire dal periodo greco-romano questa pianta “sparisce”; non viene citata nella pur copiosa letteratura classica – ad eccezione di un isolato riferimento di Ateneo – e nemmeno nella letteratura e negli erbari medievali – a parte un riferimento di Prospero Alpino. Probabilmente, anche la sua presenza sul territorio si ridusse notevolmente, per via dell’interruzione della sua coltivazione su grande scala, e si dovette attendere l’invasione militare e scientifica dell’Egitto da parte di Napoleone sul finire del ‘700, per la sua “scoperta” moderna da parte del naturalista Jule-César Savigny (1800). Di seguito riporto un’elencazione critica della presenza delle ninfee egizie nella letteratura classica e medievale, senza pretesa di completezza e soffermandomi solamente sui passi più importanti; dati da cui si evince la conoscenza dell’utilizzo delle ninfee come fonte di cibo e come medicinale narcotico-sedativo. Un primo esteso lavoro di questo tipo era già stato sviluppato da Conard nella sua monografia sul genere Nymphaea del 1905 (pp. 10-25).

Un primo scrittore greco che tratta delle ninfee nilotiche è Erodoto, vissuto nel V secolo a.C., che nella sua descrizione dell’Egitto si sofferma sui “loti” che crescono sul Nilo e sul loro impiego alimentare:

“Quando il fiume è in piena e la pianura si è trasformata in mare, nascono nell’acqua molti gigli che gli Egiziani chiamano loti. Coltili, li seccano al sole e poi, pestata la parte di mezzo del loto che è simile al papavero, ne fanno pani cotti al fuoco. Anche la radice di questo loto è commestibile, ed è abbastanza dolce, rotonda e di grandezza simile a una mela” (Erodoto, Historiae, II, 92, 1-3).1

Il “loto” di cui parla Erodoto è una specie di ninfea, probabilmente N. lotus dai fiori bianchi. La pianta descritta nel paragrafo successivo del medesimo passo erodoteo è invece il loto asiatico, Nelumbo nucifera, che ai tempi di Erodoto era già presente sul Nilo:

“Ci sono poi anche altri gigli simili a rose, che nascono anch’essi nel fiume, il cui frutto nasce su un altro stelo che, uscendo dalla radice, cresce, accanto a quello principale, ed è assai simile per aspetto ad un favo di vespe. In essi ci sono numerosi noccioli, grandi quanto un nocciolo d’oliva, e anche questi si mangiano, freschi e secchi” (Erodoto, Hist., II, 92, 4).1

Teofrasto, vissuto a cavallo del IV e III secolo a.C., nel suo trattato sulle piante distingue la ninfea bianca da quella gialla. Per la prima riferisce che “dalla ninfea bianca, sia il fiore che le foglie sono buone per le pecore, i gambi teneri per i maiali e il frutto per gli uomini” (Hist.Plant., IV, 10, 7). Riguardo la ninfea gialla, riporta:

“Le radici differiscono per il loro sapore e per il loro odore: alcune sono acri, altre amare e altre ancora dolci; alcune hanno un odore gradevole, altre sgradevole. La pianta chiamata “ninfea gialla” è delicata. Si coltiva nelle lagune e nei luoghi pantanosi, come nella regione di Orcomeno, a Maratona e a Creta. I Beozi la chiamano madōnáïs e mangiano il frutto. Ha la foglia grande che riposa nell’acqua. Si dice che opera come astringente, se la si versa polverizzata sopra le ferite. E’ raccomandabile anche bevuta contro la dissenteria” (Hist.Plant., IX, 13, 1).2

E’ evidente che Teofrasto si sta riferendo a differenti specie di ninfee, e quando cita espressamente la “ninfea gialla”, si tratta probabilmente della pianta acquatica che i botanici hanno denominato Nuphar luteum Sibth. & Sm., anch’essa appartenente alla famiglia delle Nymphaeaceae.

Diodoro Siculo, vissuto nel I secolo a.C., riporta l’utilizzo egiziano di diverse piante acquatiche come fonte di cibo:

“Il fiume [Nilo], infatti, essendo fecondante e ricco di cibi spontanei, offre un facile nutrimento agli esseri viventi; per esempio, al genere umano offre come cibo di pronto uso la radice della canna e il loto, inoltre la fava egiziana e il tubero chiamato corsaeum e molte altre piante simili” (Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, I, 10).Il “loto” citato in questo passo è la ninfea, il corsaeum è la radice bulbosa della ninfea bianca (N. lotus), mentre la “fava egiziana” è il loto asiatico (Nelumbo nucifera). In un successivo passo (I, 34) Diodoro specifica che con il loto “gli abitanti dell’Egitto fanno un pane capace di soddisfare i bisogni fisici del corpo”.

Plinio il Vecchio, vissuto nel I secolo d.C., fa un primo riferimento alle proprietà anafrodisiache della radice delle ninfee:

“Si racconta che la ninfea sia nata da una ninfa morta di gelosia per Ercole (per questo motivo alcuni la chiamano eraclio, altri invece ropalo,4 dato che la radice ricorda una clava), e per ciò coloro che la prendono in pozione per 12 giorni, non riescono più ad accoppiarsi e a produrre sperma. La più rinomata è quella della zona di Orcomeno e di Maratona. I Beoti la chiamano mallo e ne mangiano il seme. Nasce nei terreni acquosi, ha grandi foglie che galleggiano sull’acqua ed altre che si diramano dalla radice; il fiore è simile al giglio e, quando è sfiorito, ha la cima come quella del papavero; il gambo è liscio. La radice, nera, viene tagliata in autunno e fatta seccare al sole. L’aglio produce un effetto che le è contrario. Esiste anche un’altra ninfea in Tessaglia, nel fiume Peneo: questa ha la radice bianca, la cima è gialla, ed è grande come una rosa” (Plinio, Hist.Nat., XXV, 75-76).5

In un altro passo, il medesimo Plinio riporta ulteriori dati interessanti sulle proprietà anafrodisiache della ninfea:

“La ninfea Eraclia, come abbiamo detto, spegne completamente il desiderio sessuale: presa in pozione una sola volta ha questo effetto per 40 giorni; bevuta a digiuno e presa nel cibo, elimina anche i sogni erotici. Anche la sua radice, applicata sui genitali, inibisce non solo il desiderio, ma anche l’afflusso di liquido seminale; perciò si dice che faccia ingrassare e che rafforzi la voce” (Plinio, Hist.Nat., XXVI, 94).5

Dioscoride, che scrisse nel I secolo d.C., dedica un capitolo del suo De Materia Medica alla ninfea, riprendendo in parte quanto riferito da Teofrasto e da Plinio, aggiungendo ulteriori notizie sulle sue proprietà medicamentose. La “fava egizia” è il loto asiatico:

“La ninfea nasce in pantani e in acque stagne. Ha le foglie simili alla fava egizia, sebbene più piccole e più allungate; alcune galleggiano sull’acqua, altre stanno dentro l’acqua, molte dipendenti dalla medesima radice. Il suo fiore è bianco, simile a quello del giglio, zafferanato al centro; ma quando perde il fiore, arriva a essere rotonda, assomigliante a una mela nella periferia, o a una testa di papavero da oppio, nera, in cui si trova un frutto largo, massiccio, appiccicoso al gusto. Il suo gambo è liscio, non grosso, nero, simile a quello della fava egizia. La sua radice è nera, aspra, in forma di mazza, la quale si taglia in autunno. Bevuta la pianta secca con del vino, è utile contro i flussi celiaci e contro la dissenteria e riduce la milza. La sua radice si applica come cataplasma contro i dolori dello stomaco e della vescica, con acqua elimina l’herpes e, applicata con pesce, cura le alopecie. La sua radice si beve anche contro l’effusione del seme, in quanto la calma e lascia senza forza il membro virile in pochi giorni, se si beve con continuità. La semente bevuta produce i medesimi effetti. Sembra che le si sia dato la sua denominazione a partire dalle ninfe, poiché alla pianta le aggradano i luoghi acquatici. Si trova abbondante nell’Elide, nel fiume Anigro e in Haliarto di Beozia. Si trova anche un’altra ninfea, che ha le foglie simili a quelle della precedente, sebbene la sua radice sia bianca e aspra, fiore giallo, risplendente, simile alla rosa. La sua radice e il suo seme, bevuti con vino nero, sono efficaci contro il flusso delle donne. Nasce in Tessaglia, lungo il fiume Peneo” (Dioscoride, De Mat.Med., III, 132).6

In un successivo passo, riprendendo da Teofrasto, Dioscoride offre una descrizione del “loto che nasce in Egitto” che ha fatto discutere gli studiosi, senza per altro riuscire a risolvere il problema dell’identificazione della pianta trattata dal medico greco:

“Il gambo del loto nato in Egitto, nell’acqua delle pianure inondate, assomiglia a quello del nelumbio, con un fiore bianco simile a quello del giglio; all’alba, come si dice, questo fiore si apre e, al tramonto, si chiude e si nasconde tutta la testa nell’acqua; e nuovamente, al sorgere del sole, emerge. La testina assomiglia a quella del papavero da oppio, in cui v’è un seme come miglio, che gli Egiziani, una volta secca, macinano per mescolarla nella preparazione del pane. La radice assomiglia a quella del melocotogno, e si mangia cucinata e cruda. Cucinata è di qualità simile al tuorlo dell’uovo.” (Dioscoride, De Mat.Med., IV, 113).7

Il fatto che il gambo della pianta di cui parla Dioscoride assomigli a quello del “nelumbio”, cioè al loto asiatico, escluderebbe l’identificazione con quest’ultimo, così come il riferimento che di notte il fiore va sott’acqua per risorgere all’alba riporta alla ninfea azzurra; è probabile che Dioscoride in questo suo passo riporti una confusione descrittiva, dovuta probabilmente al fatto che sta trattando piante che non ha mai visto.

Ateneo, che scrisse nel III secolo d.C., sembra essere l’unico autore classico a citare espressamente la ninfea azzurra: nel sottolineare l’introduzione recente in Egitto del loto asiatico (“loto di Antinoo”), riporta: “Il loto che là porta il nome di Antinoo cresce negli acquitrini durante l’estate. E’ di due colori. Una assomiglia alla rosa ed è con questo che è fatto la ghirlanda … L’altro si chiama lotus e il suo colore è blu” (Ateneo, Deipnosofisti, XV, 677).8

Per quanto riguarda gli erbari medievali, a parte il passo di Alpino più sotto riportato, non sembra vi sia menzione alcuna alla ninfea azzurra, sebbene venga più volte riportata la ninfea bianca. L’Herbarium Apulei (LXX), edito a Roma nel 1481, riporta l’uso dei semi e della radice della ninfea macerati nel vino per il trattamento della dissenteria. Si da anche la radice da masticare al dissenterico. A questa ninfea l’erbario attribuisce i seguenti nomi: “prothea, caccabus, lotometra, androcanos, hidrogogos, heracleos, arneon”.

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Raffigurazioni di ninfee: (sx) dall’Erbario Volgare del 1522; (dx) dall’Erbario Apulei del 1481

L”Herbolario Volgare (cap. XCVIII) pubblicato a Venezia nel 1522, si occupa principalmente delle proprietà terapeutiche dei fiori della ninfea, e considera le due “varietà” bianca e gialla, con quella gialla valutata inferiore a quella bianca. Uno sciroppo di fiori di ninfea è suggerito per il trattamento della febbre acuta e dei dolori di fegato. V’è inoltre un interessante riferimento all’annusare i fiori di ninfea come sonnifero:

“Allo dolore de capo e allo calore prendi fiori de nenufari [ninfee] e lasciali in ammollo per una notte in acqua semplice e bevi quest’acqua la mattina. Poni anche dei fiori al naso e aspira; questa vale a quelli che non possono dormire perché fanno sonno … Ancora bevendo la semenza vale al flusso dello sperma se ne verrà più del ragionevole”.9

Fuchs nel suo New Kreüterbuch del 1543 (cap. CCIII, tav. CCCI), Mattioli nei suoi Discorsi di materia medica pubblicati nel 1557 a Venezia (cap. CXLII, pp. 433-4), Gerard nel suo The Herbal del 1633 (cap. 296, pp. 819-821), Castoro Durante nel suo Herbario Nuovo del 1717 pubblicato a Venezia (p. 294), non fanno altro che riportare quanto detto da Dioscoride, e non appare alcun riferimento alla ninfea azzurra. Non appare nemmeno nella raccolta floreale dell’Hortus Eystettensis del 1613 di Basilius Besler.

Prospero Alpino, nel suo De Plantis Aegypti liber del 1592, notò l’assenza ai suoi tempi sul Nilo del loto asiatico. In un suo lavoro postumo, De Laserpitio et Loto Aegyptia, riportò di aver ricevuto da un dottore veneziano che viveva a Il Cairo dei campioni di ninfea che avevano i petali di colore blu, e aggiungeva la considerazione che “se vero, questo è il loto nilotico di Ateneo” (Conard, 1905, p. 17). Troviamo quindi un secondo riferimento alla ninfea azzurra nello spanno di 1300 anni di tempo; il primo è quello di Ateneo, ricordato dal medesimo Alpino.

 

Aspetti etnobotanici

Le ninfee sono state ampiamente usate come fonte di cibo, e lo sono tutt’ora in diverse regioni dell’Africa e dell’Asia. In Egitto e in altre regioni dell’Africa i semi e i rizomi delle ninfee sono a tutt’oggi usati come alimento. I rizomi sono bolliti o arrostiti, e vengono raccolti durante la stagione secca, quando sono ricchi di amido. Per quanto riguarda i semi, in Egitto sono usati solo quelli del loto asiatico e della ninfea azzurra, che vengono macinati per ricavarne una farina con cui fare dei pani (Spanton, 1917, pp. 4-5). Irvine & Trickett (1953) riportano che in Egitto venivano usati sia i semi che i frutti per ricavarne un pane. In certi casi i semi vengono estratti dai frutti fermentati, e a volte sono seccati e immagazzinati prima dell’uso. Pommerening et al.(2010, p. 30) hanno tuttavia evidenziato come i riferimenti all’impiego delle ninfee come fonte di cibo in Egitto non siano presenti prima del periodo greco-romano. I tuberi della ninfea bianca sono usati previa cottura come cibo d’emergenza in India, e i suoi frutti giovani sono a volte consumati come insalata nella penisola della Malesia.

Whet-Laddu, dolci preparati con i semi di nifee nella regione di Assam, India (da Roy et al., 2013, p. 85, fig. 3)

Whet-Laddu, dolci preparati con i semi di nifee nella regione di Assam, India (da Roy et al., 2013, p. 85, fig. 3)

Nella regione di Assam, nell’India nord-orientale, i semi di N. nouchali e di N. pubescens sono impiegati, previa torrefazione, per la preparazione di dolci, chiamati whet-laddu, consumati durante le festività Durga Puja, Laxmi Puja e altre festività. Queste ninfee vengono raccolte e consumate dopo la festività del Manasha Puja (divinità del serpente), poiché v’è la credenza che i serpenti dimorino attorno a queste piante acquatiche nei giorni precedenti tale festività, per cui la loro consumazione prima del Manasha Puja è considerata pericolosa (Roy et al., 2013).

Le ninfee sono usate tradizionalmente nella medicina popolare, frequentemente per le loro acclamate proprietà narcotiche e sedative, e in alcuni casi con espedienti curiosi. Nella Zambesia inferiore i fiori di N. alba L., N. caerulea Sav. (=N. nouchali var. caerulea) e N. lotus L. sono usati come narcotico e anafrodisiaco, impiegando come metodo di somministrazione una “lozione oculare”.10 I rizomi delle medesime ninfee sono usati nella cura di cistiti, enteriti, insonnia, nefriti, emorroidi e nei disordini urinari. Il decotto di foglie è impiegato invece nel trattamento dell’isteria (Amico, 1977). Fra i Venda del Sud Africa le foglie di N. capensis Thunb., bruciate e mescolate con gelatina di petrolio, sono usate esternamente prima del rapporto sessuale, per evitare di avere dei gemelli. Il decotto della radice viene bevuto tre volte al giorno per un mese nel caso di infertilità (Arnold & Gulumian, 1984). In Pakistan la radice di N. alba è considerata lievemente narcotica (Baquar, 1989, p. 301).

In un moderno Codex vegetabilis (Proserpio, 1997, pp. 257-8) a indirizzo fitoterapico, sono riportate le seguenti proprietà per diverse specie della famiglia delle Nymphaeaceae: fiori e rizomi di Nuphar luteum Sibth. & Sm. sono afrodisiaci e stimolanti; i fiori e le radici di Nymphaea alba sono afrodisiache, narcotiche e antispasmodiche; le radici di N. odorata Aiton sono anafrodisiache.

In Francia, nel Dauphiné, uno dei nomi vernacolari della ninfea è erba dou diable (“erba del diavolo”), mentre nella Costa d’Oro viene chiamata herbe du curés (“erba dei parrochi”); un probabile  riferimento, quest’ultimo, alle proprietà anafrodisiache di questa pianta, impiegata come tale dal prelato per calmare gli impulsi venerei (come nel caso della lattuga e dell’agnocasto). Sempre in Francia, nella Costa d’Oro, quando un giovane uomo arde di desiderio per una ragazza, si dice: “per calmarti ti facciamo un’infusione di ninfiaa“, e nell’area centrale della Francia si dice di qualcuno che è molto freddo: “che ha bevuto dell’acqua di volet [nome vernacolare locale della ninfea]” (Rolland, 1967, vol. I, pp. 150-155).

Non tutti i medici dei secoli scorsi erano tuttavia convinti delle proprietà anafrodisiache delle ninfee, e alcuni sollevarono dubbi nei loro scritti di materia medica. Ad esempio, il medico settecentesco francese Desbois de Rochefort, osservando l’impiego della ninfea nei conventi, non ne riscontrò degli effetti refrigeranti, bensì degli “effetti cattivi”, e ne dedusse che la ninfea possiede proprietà stimolanti (Rolland, 1967, vol. I, p. 156).

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Raffigurazione di ninfea “bianca” (da Descourtilz, 1829, vol. 8, tav. 574)

Le proprietà “narcotiche e sedative” delle ninfee presso le popolazioni tradizionali non vengono usate unicamente per scopi medicinali, bensì anche per scopi inebrianti, sia per motivi profani che con finalità magico-divinatorie o religiose. In Sud Africa, gli indovini Zulu chiamano izibu la N. nouchali Burm.f., e ne assumono i fiori secchi o una sua tintura per indurre stati stimolanti, di trance e come afrodisiaco. Nei mercati muti di Johannesburg l’izibu viene venduto per l’induzione di visioni in relazione agli antenati (Sobiecki, 2008, p. 345). E’ il caso di osservare che la ninfea azzurra è considerata oggigiorno una varietà botanica dell’izibu. Sempre fra gli Zulu il decotto del rizoma è bevuto come afrodisiaco. In Nigeria e in Sierra Leone il decotto dei fiori di N. lotus viene assunto come narcotico e sedativo (Neuwinger, 2000, p. 356; Oliver-Bever, 1983, p. 19). In India, i fiori di N. stellata (=N. nouchali) sono considerati narcotici, stimolanti, afrodisiaci, e sia i fiori che le radici vengono usati con lo scopo di conseguirne un’ebbrezza (Rani et al., 2012, p. 43).

Si hanno dati affini fra le ninfee delle regioni americane. Nel 1829 Michel E. Descourtilz riportò l’utilizzo medico delle ninfee delle Antille: “Diversi medici degni di fede, fra cui Alibert, assicurano di avere impiegato la Nymphaea come debole narcotico, e come sostituto degli oppiacei; ma si devono utilizzare i fiori nauseanti e i frutti, e non le radici” (vol. 8, p. 266). E’ assai probabile che questo autore si stia riferendo alla specie N. ampla (Sal.) DC. Pobéguin (1912, p. 49) riportò l’utilizzo nella Guinea Francese dei fiori di Nymphaea stellata e N. caerulea come narcotico, ma evidentemente confonde queste due specie non americane con altre specie native.

 

Aspetti biochimici e farmacologici

Per quanto riguarda la biochimica del genere Nymphaea, disponiamo di una serie di studi datati e uno studio esteso e approfondito mediante le tecnologie analitiche moderne non è ancora stato sviluppato. E’ nota la presenza di alcaloidi aporfinici fra diverse specie, e con la confusione tassonomica che le avvolge, è a volte difficile intendere a quali specie ascrivere la produzione di questi alcaloidi dai noti effetti narcotico-sedativi.

Nel lontano 1908 Pizzetti riportò la presenza dell’alcaloide nupharidina e i suoi analoghi ampiamente distribuiti nel genere Nymphaea. Goris & Crete (1910) individuarono l’alcaloide nupharina in Nuphar lutea L. Raymond-Hamet (1941) studiò gli effetti farmacologici dell’estratto alcolico di fiori di N. alba, notando un’attività eccitante sulla respirazione, e l’attribuì alla presenza della nupharina. Delphaut & Balansard (1941, 1943) osservarono un’azione spasmolitica seguita da uno stato simile alla trance di una tintura di rizomi di N. alba somministrata a diversi animali di laboratorio. In studi più recenti, è stato osservato che in N. lotus la nymphaeina è presente principalmente nei rizomi, mentre la nymphalina presente nei fiori (insieme alla nupharina) agisce come un glicoside cardiaco (Chopra et al. 1956, cit. in Oliver-Bever, 1983, p. 20). Le foglie di questa ninfea sono usate nella medicina tradizionale sudanese come rimedio per la dissenteria, per il trattamento dei tumori e come antibatterico (Elegami et al., 2003). Dimitrov (1965) ha riportato proprietà sedative, spasmolitiche e ipertensive in diversi alcaloidi della ninfea bianca (N. lotus). L’estratto etanolico dei frutti di N. stellata (= N. nouchali) è risultato essere analgesico, anti-infiammatorio, anti-piretico e depressivo del sistema nervoso centrale (Vohora & Dandiya, 1992). Foglie, radici e fiori della medesima specie sono usate nella medicina tradizionale indiana anche come afrodisiaci maschili. Esperimenti di laboratorio avrebbero confermato queste proprietà afrodisiache delle foglie (Raja et al., 2012). Un estratto di questa specie è stato brevettato per il trattamento delle contrazioni muscolari facciali incontrollate (brevetto n. EP1768684 (A1)). Ancora, foglie, radici e fiori di questa specie sono impiegati nella medicina ayurvedica nel trattamento del diabete, un dato che sarebbe stato confermato da studi in vitro (Huang et al., 2010); la medesima pianta ha mostrato possedere anche proprietà epatoprotettive e anti-infiammatorie, e nei suoi fiori è stato isolato uno sterolo, il nymphayolo, che ha mostrato stimolare la secrezione dell’insulina e possiede proprietà anti-nocicettive, immunomodulatorie e antipiretiche, e potrebbe essere impiegato come gastroprotettore (Antonisamy et al., 2014).

In studi biochimici più recenti, nei fiori e nei rizomi di diverse specie del genere Nymphaea sono stati ritrovati alcaloidi aporfinici denominati nymphaeina, nymphalina, nupharina, alfa- e beta-nupharidina. La “nupharina” degli studi della prima metà del ‘900 è risultata essere un miscuglio degli alcaloidi nelombina, nupharidina, nymphaeina e alfa-nupharidina (Oliver-Bever, 1983, p. 19). Fra le ninfee americane, è stato ritrovato un alcaloide aporfinico in N. ampla (Díaz, 1975).

Gli alcaloidi delle ninfee sono stati ritrovati nei fiori e nelle radici, un dato che giustifica il loro uso come droga narcotica. In realtà sono presenti alcaloidi anche nei semi di ninfea, per lo meno di N. nouchali (Parimala & Shoba, 2013). Quest’ultimo è un dato importante, in quanto rende potenzialmente psicoattivi anche i semi della ninfea e il frutto che li contiene.

Nei fiori di N. caerulea sono stati identificati dei flavonoidi, più precisamente dei derivati rhamnosidi della myricetina, quercetina e kaempferolo, alcuni dei quali hanno evidenziato proprietà antiossidanti (Fossen et al., 1999; Agnihotri et al., 2008). Recentemente, nelle foglie della ninfea azzurra è stata accertata la presenza di alcaloidi non meglio identificati (Ammani et al., 2012). Nella medicina ayurvedica la ninfea azzurra è impiegata nel trattamento della dispepsia, enteriti, diarrea, nei problemi urinari, febbri e nelle palpitazioni di cuore (Agnihotri et al., 2008).

La considerazione che la presenza di alcaloidi aporfinici nel genere Nymphaea non dimostri la loro presenza nella ninfea azzurra, utilizzata da Pommerening et al. (2010, p. 31, n. 97) per dimostrare l’inattendibilità delle proprietà narcotiche di questa pianta, è evidentemente fragile di fronte ai risultati e alle casistiche fornite dalla ricerca chimio-tassonomica (cfr. Hegnauer, 1973). Se poi consideriamo anche i dati etnobotanici ed epidemiologici qui esposti, il problema della presenza o meno di alcaloidi nella ninfea azzurra si trasforma tutt’al più nel problema della corretta identificazione dei principi attivi in questa pianta.

Come si è visto, le ninfee possono essere considerate afrodisiache o anafrodisiache a seconda dei casi, e forse più per motivi culturali che per un’effettiva differenza farmacologica fra le diverse specie. Mentre in Europa si è radicata la convinzione delle loro proprietà anafrodisiache – come accadde nel caso della lattuga (Samorini, 2003-4, 2006c) – presso altre culture le ninfee sono per lo più viste come afrodisiache. In India sono considerate sia afrodisiache, che anafrodisiache (Kirfel, 1958).  In una fase dell’antica cultura egizia la ninfea assunse il ruolo di afrodisiaco femminile (si veda La ninfea e la mandragora nell’erotismo egiziano antico).

 

Dati epidemiologici

Oltre alla documentazione biochimica-farmacologica, che sebbene non sia ancora stata modernizzata resta attendibile, e oltre alla documentazione etnografica, a dimostrazione delle proprietà psicoattive delle ninfee si presentano dati nel campo dell’epidemiologia dell’uso moderno delle droghe. A partire dagli anni 1990, presso le fasce giovanili della cultura occidentale, in particolare la tipologia di assuntori di sostanze psicoattive noti come “psiconauti”, si diffonde la ricerca e l’utilizzo di droghe vegetali esotiche, usate dalle popolazioni tribali, che vengono raggruppate sotto il termine di “eco-drugs” (droghe “ecologiche”) e che fanno la loro apparizione insieme a un altra classe di “nuove droghe”, le smart-drugs. Si diffonde anche un mercato di questi prodotti, denominati commercialmente “prodotti per etnobotanica”, che si sviluppa attraverso Internet e mediante catene di nuove tipologie di negozi, chiamati smart-shop (Samorini, 2006a).

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Alcuni prodotti contenenti petali di ninfea azzurra commercializzati come “eco-drug” durante gli anni 1990 in Europa. Il flacone sulla destra è un estratto 10x

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Interno di una “ecodrug” di “blue lotus” dove è possibile riconoscere i petali della ninfea azzurra

Fra questo “nuovo” tipo di droghe – le eco-drugs – usate dagli utilizzatori di sostanze psicoattive della modera società occidentale, troviamo la ninfea azzurra. Ne vengono commercializzati i petali dei fiori, in confezioni che vanno dai 5 ai 50 g, e ne vengono prodotti anche degli estratti 5x e 10x, che utilizzano come supporto i medesimi petali di ninfea.11 Il metodo d’assunzione più comune consiste nel fare macerare i petali nel vino per alcune ore, filtrare il vino e bere. Altrimenti, i petali sono mescolati a un succo di frutta, yogurt o altro alimento denso, e in tal modo ingeriti. Il dosaggio medio per un’esperienza psicoattiva è considerato di circa 5 g di petali secchi. L’effetto, della durata di 4-5 ore, è considerato di tipo narcotico-sedativo (Samorini, 2006b). Non ci troviamo in presenza di effetti “dirompenti”, come nel caso dell’oppio, ma si tratta di effetti comunque ben percepiti dagli sperimentatori moderni, come si può evincere osservando le discussioni sui vari forum sulle droghe diffusi in rete. Nei casi in cui si presentino risultati negativi, di frequente si tratta di assunzioni inappropriate, ad esempio quando si assumono i petali di ninfea mediante decotto acquoso, nel quale gli alcaloidi psicoattivi non trasmigrano. Díaz (1979, p. 93) non riportò alcun effetto psicologico significativo in seguito ad alcune auto-sperimentazioni con bulbi di N. ampla. Ma in una di queste assunse l’estratto acquoso di 35 g di bulbo secco, e sappiamo che in tal modo non vengono estratti gli alcaloidi aporfinici. In un’altra esperienza ingerì 7 g di bulbo secco, una quantità probabilmente non sufficiente per innescare l’attività psicoattiva.

In risposta alla diffusione delle ninfee come eco-drug, alcuni paesi hanno legiferato per una loro messa al bando commerciale (per la Polonia si veda Simonienko, 2013 e per la Romania Ancuceanu, 2010).

 

Note

1 – Dalla versione edita nel 1984 dalla Rizzoli Editore, Milano, traduzione dal greco all’italiano a cura di Augusta Izzo D’Accinni.

2 – Dalla edizione spagnola del 1988 dell’Editorial Gredos di Madrid, traduzione (dal greco al castigliano) di José M. Díaz-Regañón López.

3 – Nella traduzione di Gian Franco Gianotti, edizioni Sellerio, Palermo, 1988, vol. 1.

4 – Dal termine greco rhópalon, “clava”.

5 – Dall’edizione italiana del 1985 della Einaudi Editore, Torino, traduzione dal latino a cura di Paola Cosci.

6 – Dall’edizione spagnola del 1998, Editorial Gredos, Madrid, traduzione di Manuela García Valdés.

7 – Dall’edizione spagnola del 1998, Editorial Gredos, Madrid, traduzione di Manuela García Valdés.

8 – In un altro paragrafo dei Deipnosofisti (III, 72-73) Ateneo tratta della “fava d’Egitto”, cioè del loto asiatico.

9 – Ho tradotto in italiano moderno alcune parole del testo originale in italiano volgare del XV secolo, per facilitarne la comprensione.

10 – La somministrazione di medicine e di droghe attraverso l’istillazione di colliri è una pratica diffusa nel continente africano; cfr. Samorini, 1996.

11 – Cioè prodotti che sono 5 o 10 volte più potenti del prodotto naturale.

 

Si vedano anche:

 

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