Il nepente omerico

The Omeric nepenthes

 

Come riportato dall’epopea omerica, dopo la presa di Troia l’esercito greco tornò in patria, riportando con se Elena, la moglie di Menelao che fu rapita da Paride, figlio del re di Troia; rapimento che era stato la causa della lunga guerra e dell’assedio di Troia. Solo Ulisse (Odisseo) non tornò immediatamente in patria, perdendosi per dieci anni in una peregrinazione in giro per il Mediterraneo, descritta dalla ben nota Odissea. Nel corso di un banchetto tenuto nella reggia di Menelao, dove è presente anche Telemaco, il figlio di Ulisse, i partecipanti vengono presi dallo sconforto e da una profonda tristezza, per via dell’assenza di Ulisse, di cui nessuno ha notizie certe se sia vivo o morto. In quel frangente, Elena di nascosto mette nel vino un farmaco che ha la proprietà di lenire il dolore, il nepente:

“Allora pensò un’altra cosa Elena, nata da Zeus:

nel vino di cui essi bevevano gettò rapida un farmaco,

che fuga il dolore (nepenthes) e l’ira, il ricordo di tutti i malanni.

Chi l’ingoiava, una volta mischiato dentro il cratere,

non avrebbe versato lacrime dalla guance, quel giorno,

neanche se gli fosse morta la madre o il padre,

neanche se gli avessero ucciso davanti, col bronzo,

il fratello o suo figlio, e lui avesse visto con gli occhi.

Tali rimedi efficaci possedeva la figlia di Zeus,

benigni, che a lei Polidamna diede, la sposa di Tone,

l’Egizia. La terra che dona le biade produce moltissimi

farmaci; lì, molti, mischiati, benigni; molti, funesti.

Ciascuno è medico esperto più d’ogni

uomo: sono infatti della stirpe di Peone.” (Omero, Odissea, IV, 227-232)1

Nepenthes è una parola greca costituita dalla particella privativa e da penthos (dolore, tristezza), quindi con il significato “che toglie il dolore”, e in questo passo omerico appare essere una forma aggettivale associata al sostantivo che lo precede, pharmakon, piuttosto che un sostantivo a se stante. Sin dai tempi classici si sono presentate due differenti linee interpretative associate a questo termine, presente solamente in questo passo della letteratura greca arcaica: da un lato v’è chi ha voluto vedervi una specifica droga vegetale, e dall’altro v’è chi ha inteso il gesto di Elena come un atto meramente simbolico o allegorico.

Lo studio più dotto e approfondito sul nepente e sulle relative interpretazioni proposte dagli autori classici resta a tutt’oggi quello di Pietro La Seine, scritto nel 1624 in latino.

Fra i principali autori classici che proposero l’interpretazione simbolico-allegorica vi furono Plutarco, Ateneo, Filostrato (Arata, 2004). Anche l’autore tardo latino Macrobio nei suoi Saturnali, scritti verso la fine del IV secolo d.C., propese per il valore allegorico del nepente:

“Di fatto, se analizzi accuratamente l’occulta saggezza di Omero, quel calmante che Elena mescolò con il vino non era un’erba, nemmeno una droga dell’India,2 bensì l’occasione di introdurre un racconto, che facendo dimenticare all’ospite la tristezza lo incamminò verso l’allegria” (Macrobio, Saturnales, VII, 1, 18).

Pure Eustazio di Tessalonica, vissuto nel XII secolo d.C., riportava:

“Elena, in fatti, muovendo quelle elogi che riguardano Odisseo e altre storie e mescolandole al simposio, come se fossero una medicina che fa dimenticare alla gente le sue sofferenze, non permise ai suoi ospiti di piangere, sbarazzandosi del dispiacere indebolendolo” (ad.Od., I, 160, 30-45; cfr. Arata, 2004, p. 38).

Circa l’identificazione vegetale del nepente, sono state proposte le più disparate droghe: elenio, buglossa, borragine, zafferano, giusquiamo, oppio, cannabis, datura, e addirittura il caffè, e le interpretazioni più fantasiose e prive di una ponderata analisi etnobotanica sono state proposte dagli autori rinascimentali e da quelli moderni. Resta il fatto che coloro che hanno propeso per una reale fonte vegetale, l’hanno cercata fra le droghe psicoattive.

Diodoro Siculo, che visse nel I secolo a.C. e convinto sostenitore della realtà del nepente, riferendo della credenza da parte dei sacerdoti egizi che Omero visitò le loro terre, riportava:

“Risulta infatti chiaramente che il poeta possedeva un’esatta conoscenza del farmaco nepente. (…) A conferma dicono [i sacerdoti] che ancora ai nostri giorni le donne di Tebe ricorrono al potere di questo farmaco, aggiungendo che nei tempi antichi soltanto le donne di Diospolis avevano scoperto un rimedio all’ira e al dolore; e a questo punto precisano che Tebe e Diospolis sono la stessa città” (Diodoro Siculo, Bibl.Hist., I, 97).

Galeno, vissuto a cavallo fra il I e il II secolo d.C., identificava direttamente il nepente con la buglossa, per la particolarità che ha questa pianta, quando messa nel vino, di eccitare la gioia e l’allegria (XV, 7). Plinio il Vecchio, vissuto nel I secolo d.C., riguardo questa pianta – probabilmente da identificare con una specie di Anchusa (famiglia delle Boraginaceae) – riportava che la sua “caratteristica principale consiste nel fatto che, tuffata nel vino, aumenta la sensazione interiore di benessere; viene detta eufrosino” (Hist.Nat., XXV, 40).3 Pure Dioscoride, anch’egli vissuto nel I secolo d.C., riportava che questa pianta “se la si mette nel vino si crede che produca allegria” (Mat.Med., IV, 127).

Plinio paragonava (e non identificava, come erroneamente riportato da diversi autori antichi e moderni) il nepente con l’elenio, che letteralmente significa “pianta di Elena”. Questa pianta è di difficile determinazione e non corrisponde all’Inula helenium L., della famiglia delle Compositae. In un primo passo (Hist.Nat., XXI, 33) l’autore latino riportò che tale pianta nacque “dalle lacrime di Elena e perciò è pregiatissima nell’isola di Elena”;4 in un passo successivo (XXI, 91) scrisse: “dicono che il suo impiego conferisca alle donne bellezza e un fascino sensuale. A questa pianta attribuiscono, se bevuta con vino, un effetto esilarante, quello posseduto dal famoso nepente decantato da Omero, che faceva sparire ogni senso di tristezza.” Egli aggiunse inoltre la notizia che “in pozione con vino si usa anche contro i morsi dei serpenti”. Anche Dioscoride (I, 29) riportò la qualità anti-ofidica di questo elenio immerso nel vino, che distingueva dal primo elenio (quello identificato con l’Inula helenium), aggiungendo che nasceva in Egitto; ma le descrizioni dell’elenio date da Plinio e da Dioscoride non sembrano corrispondere, come già notò Petiti Petri in un suo saggio sul nepente (1689, p. 14). L’impiego di questa pianta contro i morsi dei serpenti trova un’assonanza con un’altra “pianta di Elena” descritta da Eliano, in un curioso racconto dove incontriamo nuovamente Elena, Polidamna, l’Egitto e i serpenti:

“Anticamente l’isola di Faro (ciò che vi sto per dire, lo affermano gli Egiziani) era infestata da numerosissimi serpenti di ogni genere. Quando il re dell’Egitto Toni ricevette da Zeus in custodia Elena (e fu proprio Menelao che gliela affidò, quando vagava per l’alto Egitto e per l’Etiopia),5 Toni si innamorò di lei e cercò insistentemente con la violenza di costringerla a fare l’amore con lui; allora Elena, secondo il racconto della tradizione, riferì per filo e per segno ogni cosa alla moglie del re (si chiamava Polidamna); costei, temendo che quella bella straniera la spodestasse, fece condurre Elena nell’isola di Faro e le diede un’erba capace di provocare repulsione nei serpenti del luogo; questi animali, infatti, non appena ne avvertirono la presenza, si nascosero nelle profondità della terra. Elena piantò quell’erba, che col tempo divenne rigogliosa, e la sua propagazione rese insopportabile ai serpenti la permanenza nell’isola e li fece completamente sparire. Gli esperti in materia la chiamano ‘erba di Elena’” (Eliano, Storia degli animali, IX, 21).6

Se da una parte non sussistono argomentazioni sufficienti per identificare l’elenio di Plinio con la “pianta di Elena” di Eliano, d’altra parte non ve ne sono affatto per identificare entrambe le piante o una delle due con il nepente.

Nella ricerca della droga egiziana che avrebbe potuto corrispondere al nepente omerico, si deve tenere in considerazione che l’epopea omerica fu prodotta dopo la caduta di Troia – che i dati archeologici daterebbero attorno al XII secolo a.C. – in un periodo quindi corrispondente alla XIX o XX Dinastia faraonica del Nuovo Regno. A quei tempi, in Egitto era già presente la mandragora, ma non ancora la datura, né la pianta del papavero da oppio. L’oppio, come prodotto elaborato, veniva molto probabilmente importato da Cipro già ai tempi della XVIII Dinastia, ma resta difficile ritenere che i Greci “omerici” del XII secolo a.C. lo potessero considerare come una specifica droga egiziana, poiché era già a loro nota come droga cretese e cipriota (si veda Il papavero da oppio nel Levante Mediterraneo).

Nessuno degli autori classici sembra aver proposto l’identificazione del nepente con la Cannabis; questa ipotesi viene citata dagli autori del XVII secolo, quali La Seine (1624) e Petiti Petri (1689), e fu sostenuta dal botanico Michel Adanson nel XVIII secolo (Celli, 1923, p. 214). Ma è soprattutto nei tempi moderni che quest’ipotesi è stata avvalorata, in studi per lo più afflitti da tagli demagogici, e che non vale la pena qui citare.

Molti autori hanno identificato il nepente con una solanacea allucinogena, il giusquiamo o la mandragora, o anche la datura e la belladonna (cfr. Celli, 1923, p. 216; per la mandragora, Becerra Romero, 2005). Ma, come detto, la presenza della datura in Egitto non è riconosciuta durante i periodi faraonici, e ciò vale a maggior ragione anche per la belladonna.

Virey (1813) ha propeso per una specie di solanacea che cresce in Egitto, Hyoscyamus datora Forssk., che fu descritta nel 1775 e che la moderna botanica non è stata in grado di individuare. Dalla descrizione di Forsskål parrebbe trattarsi di una specie di giusquiamo. V’è chi ha voluto vedere un’assonanza fonetica fra il termine nepenthes e il nome persiano-arabo del giusquiamo, bendy, che in copto, nella sua forma plurale, sarebbe stato nibendy (Hammer-Purgstall, cit. in De Pasquale, 1963-4, p. 65); ma quest’argomentazione è alquanto fantasiosa, poiché non tiene conto del fatto che la parola nepenthes è totalmente greca.

A partire dai periodi tardo-medievali e rinascimentali, numerosi autori hanno identificato il nepente con l’oppio, un’ipotesi che ha incontrato sia acerrimi sostenitori che negazionisti. Ricci (1784, XLVIII, p. 380), ad esempio, riteneva improbabile una siffatta identificazione, poiché l’oppio avrebbe indotto il sonno piuttosto che un vigile oblio della tristezza. Celli al contrario scrisse:

“Ci sembra adunque, che si possa con quasi perfetta sicurezza affermare che il nepente omerico fosse composto di una miscela di vino buono e di una soluzione acquosa oppure alcoolica di oppio. Tale nepente avrà avuto, per vero, un sapore disaggradevole; ma questa non è una buona ragione per scartare l’oppio dalla composizione del nepente, come pretendeva Canabès” (Celli, 1923, p. 224).

Si potrebbe controbattere che, come ha fatto notare Arata (2004, p. 36), nel passo omerico Elena mette qualcosa nel vino, e non lo versa; un dettaglio da cui se ne dedurrebbe che ciò che viene messo è qualcosa di natura solida e non liquida.

In uno dei resoconti dei suoi viaggi in Oriente, datato al 1615, Pietro della Valle descrisse una droga in uso a Costantinopoli, chiamata cahue, che non era altro che il caffè.7 Nel descrivere la bevanda del cahue, egli suggerì che potesse essere questa droga il nepente omerico; un’ipotesi alquanto improbabile, poiché durante i tempi omerici il caffè non era ancora noto agli Egiziani. Tuttavia, questa interpretazione si diffuse velocemente, in particolar modo in Francia, dove trovò spazio anche nell’Encyclopaedie curata da Diderot e D’Alembert (1713-1784).

Non manca chi, fra gli autori antichi e moderni, vede nel nepente non una singola pianta, bensì un miscuglio di diverse droghe. Michele Psello, che scrisse nell’XI secolo d.C., riportò i seguenti ingredienti per il nepente: hippomane,8 portulaca di Creta, giusquiamo e mandragora (Opusc.log., XXXII, 1-2, cit. in Arata, 2004, p. 39). In tempi più moderni, Dorie (1968) ha proposto una mistura di oppio, canapa e una solanacea, probabilmente una datura. Ma queste identificazioni si basano su ipotetiche conoscenze degli effetti sinergici delle droghe psicoattive, e su desideri personali un poco egocentrici di risolvere questo antico enigma, non facendo altro che appesantire inutilmente la discussione.

Personalmente ritengo impossibile giungere a una credibile interpretazione botanica del nepente, verificato che nel suo nome greco non v’è alcun indizio del termine con cui questo vegetale sarebbe stato indicato in Egitto, e che nel poema omerico non v’è riportato una sua benché minima descrizione. Non è un caso che Teofrasto, vissuto a cavallo fra il IV e il III secolo a.C., da serio botanico pur dei suoi tempi, non ne abbia proposta alcuna identificazione (Hist.Pl., IX, 15,1), poiché ben sapeva che senza una pur minima descrizione di una pianta, è totalmente inutile argomentarvici.

Non è nemmeno da escludere l’interpretazione meramente simbolico-allegorica del nepente, considerato che oggigiorno la radicata credenza dell’esistenza di Omero in quanto unico scrittore dell’Iliade e dell’Odissea è stata per lo più abbandonata, a favore di un’unificazione di diverse tradizioni orali cantate dagli aedi (cantori professionisti). Ecco quindi che non essendo esistito un poeta Omero, che avrebbe potuto riportare una sua personale e specifica conoscenza circa una droga egiziana, è assai probabile che il tema del nepente abbia fatto parte di uno dei tanti contributi fantasiosi apportati dagli aedi ai versi da loro cantati. E il fatto che non sia stato riportato il nome egiziano, nemmeno stravolto dalla sua interpretazione fonetica greca, bensì che sia stato dato un nome totalmente greco, per di più come aggettivo associato al sostantivo pharmakon, avvalorerebbe questa ipotesi.

Se ne può concludere che l’unica deduzione utile del passo omerico risiede nella fama che a quei tempi aveva la terra d’Egitto per le conoscenze in materia di droghe psicoattive. Lo stesso Plinio (XXV, 5) riportava che Omero, pur riconoscendo le abilità dell’italiana maga Circe, “in fatto di erbe ha concesso il primato all’Egitto”.

 

Note

1 – Secondo la traduzione di G.A. Privitera, nell’edizione del 2004, Fondazione Lorenzo Valla & A. Mondadori, Milano, vol. I, p. 129.

2 – A quei tempi per India si intendevano le regioni esotiche sud-orientali, incluso l’Egitto.

3 – Eufrosino in greco significa “allegro”.

4 – L’attuale isola egea di Makronisi.

5 – Alcune tradizioni mitologiche riferiscono che Elena, la moglie di Menelao, era stata educata in Egitto, mentre altre la fanno soggiornare in questo paese nel corso della fuga di Paride in seguito al rapimento della medesima Elena. Si veda ad esempio Erodoto, Storie, II, 113-117.

6 – Nella traduzione di Francesco Maspero, Edizioni Rizzoli, Milano, 1998, vol. 2, pp. 543-5. Arata (2004, p. 36) sembra non aver preso visione del passaggio di Eliano, pur da lui citato, riportando che Polidamna imprigionò Elena in un luogo pieno di serpenti, con evidente motivo di punizione, e senza citare il tema della “pianta di Elena”.

7 – La descrizione del cahue e la sua identificazione con il nepente è presente nella Lettera 3 da Costantinopoli, datata al 1615 e inserita nella raccolta di lettere intitolata Viaggi di Pietro della Valle; si veda ad esempio l’edizione del 1667, dove la citazione sul nepente si trova a p. 99.

8 – L’hippomane degli antichi non è stato identificato; la parola significa “ciò che rende folli i cavalli”. Graves (1991, p. 230) riporta che avrebbe potuto trattarsi di un’erba, oppure del liquido viscoso vaginale di una cavalla in calore, oppure della membrana nera tagliata dalla fronte di un puledro appena nato. Nel contesto del passo di Psello probabilmente si trattava di un vegetale, quello citato da Teofrasto (Hist.Pl., IX, 15, 6).

 

Si vedano anche:

Le piante magiche nella letteratura classica

L’erba di Glauco

 

ri_bib

ARATA LUIGI, 2004, Nepenthes and Cannabis in Ancient Greece, Janus Head, vol. 7, pp. 34-49.

BECERRA ROMERO DANIEL, 2005, ¿Mandragora officinarum en el origen del nepenthes Homérico?, Habis, vol. 36, pp. 25-33.

CELLI QUIRINO, 1923, La medicina greca nelle tradizioni mitologiche e omeriche, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma.

DELLA VALLE PIETRO, 1667, Viaggi di Pietro della Valle, il pellegrino, P. Baglioni, Venezia.

DE PASQUALE A., 1963-65, Contributo allo studio delle piante medicinali della Sicilia. Il Giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus L.). I. Ricerche farmacognostiche, Lavori Istituto Farmacognosia Università di Messina, vol. 3, pp. 61-92.

DORIE M., 1968, Les plantes magiques d’Odyssée. Le népenthès, Revue d’Histoire de la Pharmacie, vol. 56, N. 196, pp. 31-5.

GRAVES ROBERT, 1991, I miti greci, Longanesi, Milano.

LA SEINE PETRO, 1624, Homeri nepenthes, seu de abolendo luctu liber, Ludovici Prost, Haeredis Rouille.

PETITI PETRI, 1689, Homeri nepenthes sive de Helenae medicamento luctum, animique omnem aegritudinem abolente, & aliis quibusdam eadem facultate praeditis, Rudolphi a Zyll.

RICCI ANGELO MARIA, 1784, Dissertationes homericae, Gotthilp, Lipsia.

VIREY J.-J., 1813, Du népenthès, remède exhilarant, donné par la belle Hélène à Télémaque, selon Homère, Bulletin de Pharmacie, vol. 5, pp. 49-60.

 

Un Commento

  1. Pubblicato settembre 25, 2014 alle 5:38 pm | Link Permanente

    Grazie per quest’articolo interessantissimo. Per quelli che tendono ad una interpretazione d’Omero meramente simbolico-allegorica, vorrei segnalare un libro affascinate: Homer’s Secret Odyssey di Florence Wood

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