L’erba di Glauco

The Glaukos’ herb

 

Nella mitologia greca è presente un insieme di temi associati alla figura di Glauco, in diversi dei quali ricopre un ruolo importante una certa erba dalle virtù portentose, che può dare il dono della profezia e che può perfino far resuscitare i morti; un’erba che viene per lo più chiamata dagli autori antichi e dai classicisti moderni “erba di Glauco”. In questi miti, Glauco non è una figura umana univoca; in alcuni casi è un pescatore, in altri un cacciatore, o anche un bambino, figlio di Minosse di Creta. Anche nell’Iliade di Omero appare un Glauco, originario della Licia, ma che non sembra avere rapporti con i precedenti (per il Glauco omerico si veda Bouvier, 2008).

Si tratta di un complesso mitologico già diffuso nella prima metà del V secolo a.C., come attestato dalla pittura vascolare, ed è un tema presente anche nelle opere teatrali di Eschilo, Sofocle, Euripide (Berg, 2004).

E’ possibile distinguere i temi mitologici associati all’erba di Glauco in due tipologie basate sul tipo di interazione umana con il vegetale. Un primo tema vede un animale morto – pesce, lepre, ecc. – che resuscita dopo il contatto fortuito con una certa erba, il tutto osservato da un uomo che prova su se medesimo gli effetti della pianta, oppure che utilizza in seguito la medesima erba per resuscitare un altro uomo. Ovidio ci ha tramandato una versione tarda del tema del pescatore Glauco di Antedone (città della Beozia), che fa parlare in prima persona e che, dopo aver assaggiato l’erba che aveva in precedenza resuscitato dei pesci, si tuffa in mare, trasformandosi in una divinità marina:

“Sur uno scoglio seduto talvolta tiravo le reti,

che mi portavano i pesci, tal altra pescavo con l’amo.

Era un bel prato lì presso alla spiaggia, cui parte copriva

l’onda del mare, cingevano parte le tenere erbette,

che le giovenche cornute non morsero né le quiete

pecora mai non brucarono né mai l’irsute caprette.

Ivi non colsero miele dai fiori le pecchie solerti,

non si raccolser corone pel capo nei giorni festivi

né vi segarono mani fornite di falce. Per primo

sopra quel cespo sedetti seccando le madide nasse;

e, per contarli, sul prato disposi con ordine i pesci

presi o che dentro le reti li avesse gettate la sorte

o che la credulità spinti avesseli all’amo uncinato.

Favola pare: ma che gioverebbe mai la finzione?

Tutti questi pesci cominciarono a muoversi al tocco dell’erba,

guizzano e saltano in terra così come fossero in mare.

Mentre m’indugio e stupisco, lo stuolo di tutti quei pesci

gittasi dentro nelle onde native e me lascia e la spiaggia.

Mi meraviglio rimango perplesso, ne cerco la causa,

se qualche nube abbia fatto il miracolo o il succo dell’erba.

Ma qual è p’erba così portentosa? Ne svelsi un pugnello

con una mano e la morsi coi denti. Ma come la gola

ebbe inghiottito l’incognito succo, sentii trepidarmi

tosto i precordi e nel petto l’amore d’un altro elemento.

Poco potei rimanere sul lido e esclamai: “Vale, Terra,

dove non ritornerò!” – e m’immersi col corpo nell’onde”.

(Ovidio, Metamorfosi, XIII, 920-948)1

I primi autori classici che riportarono questo mito sembrano essere stati Pindaro ed Eschilo, in opere pervenuteci frammentarie. Sappiamo che Eschilo compose un’opera, probabilmente un dramma satirico, dal titolo Glauco Marino, di cui si conservano solamente alcuni frammenti, e che riportava estesamente il mito dell’erba di Glauco. In un frammento (fr. 28) si legge: “colui che mangiò l’erba che fa vivere per sempre (aeízōs), che non lascia morire (áphthitos)”. In un altro frammento (fr. 29), Glauco in persona dice “ho certamente provato l’erba che fa vivere per sempre (aeízōs)”.2
Altre fonti spiegano che Glauco si gettò in mare poiché era impazzito dopo aver saggiato l’erba, oppure che l’erba gli aveva conferito un’immortalità incompleta, tale per cui continuava a invecchiare e, stanco di non poter morire, si gettò in mare (Paladino, 1978, p. 290). Lo scoliasta all’Oreste di Euripide (v. 364) aggiunge che Glauco acquisì il dono della profezia oltre all’immortalità. Le divinità dell’acqua Oceano e Teti ricevettero il corpo di Glauco purificandolo e trasformandolo in una divinità raffigurata con la barba verde, le braccia azzurre e la coda di pesce (Ovidio, Met., XIII, 956-9). Pausania aggiunge le seguenti informazioni su questo Glauco “marino”:

“Il fatto che questo Glauco era un pescatore, il quale, dopo aver mangiato l’erba, divenne una divinità del mare e predisse fino a oggi il futuro agli uomini, è considerato generalmente credibile; in particolare, coloro che navigano in mare raccontano ogni anno moltissime storie riguardo all’arte divinatoria di Glauco.” (Pausania, Guida alla Grecia, IX, 22, 7).3

E’ possibile che questo Glauco fosse originalmente una genio marino tipicamente egeo, alla medesima stregua di Proteo e di Nereo.4 In un passo delle sue Dionisiache, Nonno di Panopoli fa dire a un uomo disperato per la morte di una fanciulla:

“Glauco, tu che muovi il turbine di molteplici anni,

se lecito, lasciato l’abisso del mare infecondo,

mostrami un’erba che doni la vita, mostrami quella

che un giorno gustavi con le tue labbra, per la quale hai durata

immortale, volgendo il corso senza fine del tempo”.

(Nonno, Dionisiache, XXXV, 73-77).5

In un altro racconto mitologico tramandatoci da Ateneo, l’animale che viene resuscitato a contatto con l’erba non è un pesce bensì una lepre; è conservato il motivo del tuffo in mare da parte di Glauco in seguito all’aver assaggiato l’erba:

“Il medesimo Nicandro, nel libro primo delle sue Etoliche, assicura che l’arte della profezia fu insegnato ad Apollo da parte di Glauco; e che in un’occasione in cui era di caccia nell’Orea (si tratta di un monte alto dell’Etolia), cacciò una lepre; essendo questa morta per la persecuzione, la portò sotto una fonte e, quando già iniziava a raffreddarsi, la sfregò con un’erba che c’era lì. Nel rianimarsi la lepre con la pianta, scoprì le virtù di questa, la provò e, essendo rimasto affranto dall’impulso divino, nel momento in cui sopraggiungeva una tempesta per volontà di Zeus, si gettò in mare.” (Ateneo, Deipnosofisti, VII, 296-7).6

Questi temi mitologici hanno in comune la presenza di un animale – pesce, lepre e, come vedremo, orso, donnola, drago, ecc. – che funge da mediatore nella scoperta umana di una pianta dalle proprietà immortali o comunque salvifiche, spesso profetiche o che a volte rendono folli. Cito qui solo alcuni esempi.

In un racconto bizantino del XII secolo scritto da Teodoro Prodromo, Rodante e Dosicle, è presente un’erba che ridà vita, questa volta a una parte dell’animale – un orso – afflitto da emiplegia:

“Dunque, Dosicle e Cratandro, mentre erano in giro a caccia in mezzo alla boscaglia trovarono un’orsa afflitta da una emiplegia: sul lato destro era morta, non si muoveva; si trascinava avanti solo con la parte sinistra. Appena giunse in un luogo frondoso, strappò un’erba assai bella: la radice era bianca, la foglia simile alle rose, alle rose rosse, non alle rose bianche, che germogliano a terra ed hanno molti rami, la scorza dei quali è purpurea a vedersi: insomma, tutta l’erba era bella e di un triplice colore. Resa esperta dalla natura, l’orsa di cui ho parlato spalmò quest’erba sulla parte malata, ridiede vita a tutto il corpo insensibile e appena guarita fuggì via di corsa.” (Teodoro Prodromo, Rodante e Dosicle, VIII, 464-530, in Conca, 1997, p. 275).

A questo punto Dosicle utilizza la medesima pianta per guarire Rododande che è afflitta da una paralisi per colpa di un veleno propinatole segretamente.

Nel racconto intitolato “Lo mercante” del Pentamerone di Gianbattista Basile (1986, pp. 140-161) – un’opera datata attorno al 1634 – un dragone a cui era stata tagliata una delle sue sette teste, si sfrega con un’erba che aveva la virtù di riunire la testa con il corpo. Un uomo allora usa la medesima erba per unire la testa al corpo del fratello.

Una seconda tipologia mitologica associata all’“erba di Glauco” vede coinvolti due animali, solitamente della medesima specie e come genere una coppia, dove uno rida vita all’altro procurandogli una certa erba. Apollodoro ci ha tramandato una versione di questo mito, di probabile origine cretese, trattando di un “Glauco di Creta” figlio di Minosse e di Pasiphae:

“Glauco era ancora un bambino quando, inseguendo un topo, cadde in un grande orcio pieno di miele e morì. Dopo la sua scomparsa, Minosse lo cercò a lungo e alla fine interrogò gli oracoli per sapere come ritrovarlo. I Cureti gli dissero che, tra le sue mandrie, c’era una vacca a tre colori e che colui il quale avesse trovato il paragone migliore per il mantello di questa vacca gli avrebbe restituito, vivo, suo figlio. Furono convocati gli indovini e Poliido figlio di Cerano disse che il mantello della vacca era simile al frutto della mora: lo obbligarono allora a cercare il fanciullo e lui, grazie alle sue conoscenze mantiche, lo trovò. Ma Minosse obiettò che doveva riaverlo vivo, e fece rinchiudere Poliido insieme con il cadavere. Poliido non sapevo che cosa fare, quando vide un serpente che si avvicinava al cadavere: lo uccise con una sassata, nel timore di morire anche lui se lo avesse risparmiato. Sopraggiunse un altro serpente che, vedendo il primo morto, si allontana, poi ritorna portando un’erba che applica su tutto il corpo del rettile ucciso. Applicata l’erba, il serpente resuscitò. Stupì Poliido nel vedere la scienza, usò la stessa erba sul corpo di Glauco e lo fece resuscitare.

Così Minosse riebbe suo figlio: non permise però a Poliido di tornare ad Argo prima di avere insegnato a Glauco l’arte della mantica. Poliido, suo malgrado, gliela insegna. Ma, quando stava per partire, ordinò a Glauco di sputargli in bocca. Glauco lo fece e dimenticò la mantica “ (Apollodoro, Miti greci, III, 3, 1-2 (17-21)).7

Igino ha riportato una versione ancor più estesa del medesimo racconto:

“Glauco, figlio di Minosse e Pasifae, cadde in una giara di miele mentre stava giocando a palla. I genitori si mettono alla sua ricerca e interrogano Apollo sul bambino; a loro Apollo risponde: “Presso di voi è nato un portento; chi riuscirà a spiegarlo sarà colui che vi restituirà il bambino”. Udito l’oracolo, Minosse inizia a interrogare i suoi in merito a qualche portento; lo informano della nascita di un vitello che mutava colore ogni quattro ore per ciascun giorno, diventando prima bianco, poi rossiccio e infine nero. Minasse allora per risolvere il prodigio convoca gli indovini, che non riescono a interpretarlo, ma Poliido di Bisanzio, figlio di Cerano, svela il portento dicendo che esso è simile a un albero di more che infatti dapprima è bianco, poi rosso e quando è al colmo della maturazione diviene nero. Allora Minosse gli disse: “Secondo il responso di Apollo tu devi trovarmi il figlio”. Mentre Poliido osservava i segni augurali, vide un gufo appollaiato sopra una cella vinaria che metteva in fuga le api. Compreso il segno, trasse fuori dall’orcio il fanciullo ormai privo di vita. Ma Minosse gli disse: “Hai trovato il corpo; ora, rendigli la vita”. Poliido protestò che ciò era impossibile, e allora Minasse lo fece rinchiudere nel sepolcro insieme al fanciullo ponendogli accanto una spada. Mentre erano chiusi insieme nel sepolcro, avvenne che un serpente improvvisamente si accostasse al corpo del fanciullo; Poliido, pensando che avesse intenzione di morderlo, lo uccise all’istante con un colpo di spada. Un altro serpente che era venuto alla ricerca del primo, come lo vide ucciso, partì e tornò con un’erba al cui tocco il primo serpente tornò in vita. Poliido fece lo stesso; essi si misero a gridare da dentro il sepolcro e qualcuno che stava passando accanto riferì la cosa a Minosse, che fece aprire la tomba e riabbracciò il figlio sano e salvo; poi rimandò in patria Poliido carico di doni.” (Igino, Fab., 136).8

Henri Jeanmarie (1939, pp. 444-450) ha evidenziato le analogie fra questo mito di Glauco e i riti di iniziazione dei giovani a Creta e in Grecia. E’ il caso di osservare che il nome Poliido significa “colui che vede molto”, o anche “colui che sa molto” (Muellner, 1998, p. 13).

Palefato – uno scrittore greco che visse probabilmente fra il IV e il III secolo a.C. – scrisse un’opera (Storie incredibili) dove criticava la credulità per i miti e ne offriva delle spiegazioni razionali. Per quanto riguarda il “Glauco di Minosse”, riportava la seguente spiegazione:

“Non è possibile per un uomo, dopo morto, resuscitare né per un serpente, né per alcun altro essere vivente.
Successe qualcosa del genere.
Glauco, bevuto del miele, si prese un gran mal di pancia ed essendo mossa troppa bile, perdette conoscenza. Andarono da lui vari medici, con l’intento di trarre guadagno, e anche in particolare Poliido; giunto quando Glauco era già svenuto, costui sapeva di un’erba curativa – gliela aveva fatta conoscere un medico di nome Serpente – usò di tale erba e guarì Glauco. Diceva dunque la gente: ‘Poliido ha resuscitato Glauco, morto per il miele, con un’erba che ha conosciuto da Serpente’.
Da qui i mitografi hanno plasmato il mito” (Palefato, De incred., 26).9

Una fiaba tedesca, intitolata “Le tre foglie del serpente”, attinge chiaramente alla saga di Glauco:

«L’unico figlio di un povero contadino girava il mondo per guadagnarsi il pane. Per il suo coraggio in guerra si conquistò la benevolenza del re, gli furono conferiti onori e tesori, e fu il primo nel regno.

La figlia del re ebbe l’idea stravagante di sposare chi le prometteva di lasciarsi seppellire vivo con lei, qualora fosse morta per prima. Il giovane incantato dalla bellezza della figlia del re, accettò le condizioni.

Non passò molto tempo, che la figlia del re si ammalò gravemente e morì. Allorché il cadavere fu deposto sotto la volta della tomba reale, anche il giovane sposo fu condotto colà; e la porta venne sbarrata.

E qui il giovane se ne stette, pieno di disperazione, e ogni giorno mangiava il pane e beveva il vino dei viveri che gli avevano lasciato. Un giorno vide spuntar fuori all’improvviso, da un angolo della volta, una serpente che si avvicinò al cadavere. Sicuro che venisse per rodere il cadavere, lo ammazzò, facendolo in tre pezzi.

Poco dopo arrivò un secondo serpente. Quando vide l’altro ucciso e fatto a pezzi, andò via, ma per tornare poco dopo portando in bocca tre foglie. Ricompose i tre pezzi del serpente e, su ogni ferita pose una delle foglie. I pezzi si riattaccarono, cicatrizzandosi, ed il serpente cominciò a muoversi. Infine i due serpenti lasciarono la tomba.

Lo sposo della figlia del re, avendo visto tutto, pensò che le foglie avrebbero potuto rendere lo stesso servizio anche a sua moglie. Le prese, le posò sugli occhi e sulla bocca della morta – ed ecco la vita ritornò nel suo corpo: la fanciulla respirò, aprì gli occhi e cominciò a parlare.

Allora i due andarono verso l’ingresso della tomba e si misero a picchiare ed a gridare finché qualcuno sentì e ne diede notizia al re. Egli andò là, aprì, e li ritrovò vivi tutt’e due» (Egli, 1993, p. 127).

Nonno di Panopoli ha riportato nelle sue Dionisiache il tema dei due serpenti, e l’erba che rida vita è chiamata “fiore di Zeus”. Un uomo, un lidio di nome Tilo o Tilone, era stato ucciso dal morso di un serpente. Un Gigante si vendica di Tilo uccidendo questo serpente:

“Al suolo giaceva

immoto il serpente, sinuoso cadavere; d’improvviso

un serpente femmina, sua sposa, radendo il suolo

nel tortuoso strisciare, prendeva a cercare il sinuoso

compagno per avvolgersi a lui, come una donna nel rimpianto

del marito defunto. Poi agitava con più vigore le spire

del suo lungo dorso verso le cime, spingendosi fino all’erboso colle:

nella boscaglia strappò, con la mascella di serpe, il fiore

di Zeus e fra le labbra portò l’erba vitale.

E sulle secche narici dell’orrendo cadavere applicò il rimedio

alla morte: con il fiore restituì la vita a quell’inerte

corpo venefico” (Nonno, Dionisiache, XXV, 521-531).10

Anche in questo caso l’erba viene in seguito usata per ridare vita a un uomo, a Tilo. Plinio riportò che “lo storico Xanto, nel suo primo libro, racconta che un cucciolo di drago che era stato ucciso fu riportato in vita dal genitore grazie a un’erba che egli chiama bali: la stessa che fece resuscitare Tilone ucciso da un drago.” (Hist. Nat., XXV, 14).

Nel racconto “Eliduc” di Maria di Francia del XII secolo (2003, pp. 377-9), è una donnola a essere uccisa da un uomo. Ma un’altra donnola raccoglie nel bosco un “fiore tutto di color vermiglio” e lo mette in bocca alla compagna morta, resuscitandola. Visto ciò, l’uomo utilizza il medesimo fiore per ridare vita a una fanciulla.

Frazer (1921, II, pp. 363-70) ha individuato diversi altri racconti popolari dove è presente questo tema, e precisamente in Germania, Lituania, Russia, Turchia, Polonia, Italia, Armenia. 

Un’ulteriore tema mitologico vede un Glauco, figlio di Sysyphos e padre di Bellerofonte, ucciso dalle sue cavalle, le quali erano impazzite dopo aver mangiato una certa erba (Pausania, VI, XX, 19). Anche Ateneo accenna a questo tema:

“Da parte sua, Nicanor di Cirene, nei suoi Cambi di nome, (297e) dice che Melicerte vide il suo nome cambiato in quello di Glauco. Allo stesso modo racconta su di lui Alessandro l’Etolico, nell’opera intitolata Il pescatore, che fu gettato in mare:
“dopo aver provato una pianta che per il risplendente Helios
produce nella isola dei beati la liscia terra in primavera.
Helios procura ai suoi cavalli come grato alimento
l’erba che lì cresce, affinché terminino la loro corsa,
infaticabili, e non si impossessi di nessuno nell’intervallo l’afflizione.”
(Ateneo, Deipnosofisti, VII, 297d).6

Riguardo i cavalli ebbri, sussiste un’associazione fra i cavalli e alcune piante o fonti inebrianti. Plinio (XXV, 94[53]) riportava che “nei dintorni di Abdera11 e della cosiddetta strada di Diomede i cavalli, dopo che hanno pascolato, vengono assaliti dalla rabbia”. Nel Paradoxografo Fiorentino è riportato un riferimento ai cavalli che impazziscono dopo aver bevuto da una certa fonte situata nelle vicinanze di Tebe.12 Ancora Plinio (XXV, 148) riportava che uno dei nomi dati alla mandragora era quello di ippoflomo, che letteralmente significa “flomo (un’erba) del cavallo”. In Italia, un nome popolare del giusquiamo nero è cavallo (Alinei, 1984, p. 64) e in Grecia si riteneva che il giusquiamo fosse nato dal sangue di Cadmilo, e che i cavalli di Era e, più in generale, tutti i cavalli omerici ne mangiassero (De Gubernantis, 1976, II, p. 178).

Come ha evidenziato Paladino (1978), le vicende associate alla figura di Glauco hanno diversi punti di contatto: un’erba dagli effetti portentosi, il ruolo mediatore degli animali nel rapporto umano con l’erba, i luoghi limitrofi al mare, il tema del dono della profezia. In alcuni commentari e scoli l’erba di Glauco viene identificata con l’aeízōn, la semperviva, una composita (Ateneo, XV, 23, 679a, cfr. Paladino, p. 295 e n. 35). Paladino riporta, a mio avviso erroneamente, che Plinio (XXV, 94) identificava l’erba di Glauco con il dittamo. Ma in quel passo non viene fatta menzione alcuna né di Glauco né della sua erba, e l’accenno ai cavalli che impazziscono dopo aver pascolato non è un indizio sufficiente per ritenere che Plinio si stesse riferendo all’erba di Glauco, né tanto meno alla sua identificazione col dittamo.

Nell’ambiente alessandrino la leggenda di Glauco di Corinto parrebbe essere inestricabilmente intrecciata alla leggenda di Alessandro Magno alla ricerca della fonte della giovinezza (Bruwaene, 1949, p. 343).

V’è chi ha voluto vedere i diversi personaggi di nome Glauco – Glauco di Antedone, Glauco di Corinto, Glauco di Creta – provenire da un’unica figura mitica originaria che si è successivamente differenziata, e riconoscendo come Glauco originario quello cretese (Corsano, 1992, pp. 1 e sg.), oppure il Glauco di Antedone (Sanchez Jimenez, 1991, p. 180, n. 5). Altri (Corsano, 1992: 188) propendono invece per una elaborazione indipendente dei diversi temi che ruotano attorno ai personaggi di nome Glauco. Quest’ultima ipotesi è la più probabile, in quanto diversi di questi temi sono presenti in altre mitologie più antiche. E’ sufficiente ricordare qui l’epopea mesopotamica di Gilgamesh, dove il sovrano cerca di conseguire l’immortalità mediante un’erba – la “pianta dell’irrequietezza” che si trova in fondo al mare – che tuttavia gli viene rubata dal serpente, il quale acquisisce egli medesimo l’immortalità. Il serpente è presente in altri racconti mesopotamici, quale la Leggenda di Etana, dove ricopre un ruolo importante una “pianta della procreazione”, così come è ben nota la sua presenza nel tema biblico del Paradiso Terrestre in associazione con i due alberi che vi stanno al centro, l’”albero della vita” e l’”albero della conoscenza del bene e del male”. Il motivo del serpente che ruba all’uomo l’erba dell’immortalità è diffuso nelle mitologie euroasiatiche e le sue radici sono probabilmente paleolitiche o epi-paleolitiche (cfr. Samorini, 1997).

 

Note

1 – Dalla traduzione di Ferruccio Bernini dell’edizione del 1943, Zanichelli, Bologna.

2 – Rip. in Rodríguez Somolinos, 2006, p. 12.

3 – Dalla traduzione di Mauro Moggi dell’edizione del 2010 della Fondazione Lorenzo Valla e Arnoldo Mondadori.

4 – Cfr. Rodríguez Somolinos, 2006, p. 12 e Sanchez Jimenez, 1991, p. 180.

5 – Dalla traduzione di Maria Maletta dell’edizione del 2005, Adelphi Edizioni, Milano.

6 – Dall’edizione spagnola del 2006, Editorial Gredos, Madrid, vol. III, traduzione al castigliano di Lucía Rodríguez-Noriega Guillén, pp. 208-210; Ateneo sta trattando i pesci chiamati “glauco”; nei passi precedenti da altre versioni su Glauco, privi dei temi della pianta.

7 – Dalla traduzione di Maria Grazia Ciani dell’edizione del 1996, Fondazione Lorenzo Valla e Arnoldo Mondadori.

8 – Dalla traduzione di Giulio Guidorizzi dell’edizione del 2000, Adelphi, Milano.

9 – Dalla traduzione di Anna Santoni dell’edizione del 2000, Edizioni ETS, Pisa (è disonesto porre come autore di un testo antico il traduttore del testo, seguendo la brutta abitudine degli statunitensi).

10 – Dalla traduzione di Maria Maletta dell’edizione del 2005, Adelphi Edizioni, Milano.

11 – Città della Tracia dove regnò il re Diomede.

12 – “Una fonte in Potnia nelle vicinanze di Tebe, dalla quale i cavalli che bevono impazziscono, secondo racconta Isigono nel libro secondo dei Fatti incredibili.” Paradoxografo Fiorentino, 1, in: Gómez Espelosín F. Javier (cur.), 1996, Paradoxógrafos Griegos. Rarezas y Maravillas, Editorial Gredos, Madrid.

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

ALINEI MARIO, 1984, Dal totemismo al cristianesimo popolare. Sviluppi semantici nei dialetti italiani ed europei, Edizioni dell’Orso, Alessandria.

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BERG van PAUL-LOUIS, 2004, Spit in My Mouth, Glaukos: A Greek Indo-European Tale abou Ill-gotten Knowledge, in: Proceedings of the Sixteen Annual UCLA Indo-European Conference, pp. 72-96.

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BRUVAENE (VAN DEN) MARTIN, 1949, La mythologie de Glaucus dans l’ode I,7 d’Horace, in: AA.VV., Hommages à Joseph Bidez et à Franz Coumont, Collection Latomus vol. II, Bruxelles, pp. 339-346.

CONCA FABRIZIO (cur.), 1994 (1997), Il romanzo bizantino del XII secolo, UTET, Torino.

CORSANO MARINELLA, 1992, Glaukos. Miti greci di personaggi omonimi, Edizioni dell’Ateneo, Roma.

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PALADINO IDA, 1978, Glaukos, o l’ineluttabilità della morte, Studi Storico-Religiosi, vol. 2, pp. 289-303.

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SAMORINI GIORGIO, 1997, Ierobotanica mesopotamica, Altrove, vol. 4, pp. 13-28.

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