L’hebona di Shakespeare

The Shakespeare’s hebona

 

 

Nella letteratura inglese dell’Età Elisabettiana è presente un veleno la cui identificazione ha fatto discutere per oltre un secolo e mezzo gli studiosi. Di natura vegetale, questo veleno si trova in tre passi della drammaturgia e poesia inglese, e i termini con cui è indicato – hebon, hebona, hebenon, heben – rappresentano un hapax letterario, cioè si trovano unicamente in questi passi e nessun altro autore, umanistico o scientifico, li ha in seguito riproposti. Data la sede letteraria – opere di teatro e di poesia – potrebbe trattarsi di nomi di fantasia, indotti dalla licenziosità poetica degli autori di queste opere; è comunque evidente la concatenazione semantica ed etimologica che fa derivare questi quattro termini uno dall’altro e tutti da un termine originale più antico. Un’altra caratteristica è la modalità con cui questo veleno viene somministrato, e cioè mediante la sua istillazione nell’orecchio della vittima.

L’origine etimologica di questo veleno è stata individuata in un’opera di un poeta vissuto in Inghilterra nel XIV secolo. John Gower, nel suo poema Confessio Amantis datato al 1386-1390, sviluppò una lunga parafrasi di un passo di Ovidio (Metamorfosi, XI, 592 e sgg.), dove il poeta latino trattava dei Cimmeri e di una grotta sede del dio del Sonno, nel cui antro si trovava il suo letto fatto di ebano (latino ebenum). Nella parafrasi Gower riportò testualmente: “Of hebenus, that slepy tre” (“di ebano, quell’albero dormiente”) (Conf., IV, 3017).
Sappiamo che il nome latino dell’ebano, ebenum, in inglese acquisiva spesso una h a inizio parola, diventando hebenum, per cui Gower intendeva l’ebano alla pari di Ovidio; ma né questi né Gower, consideravano che un tale tipo di legno fosse dotato di effetti soporiferi, e Gower aveva sicuramente attribuito l’aggettivazione di “dormiente” all’ambiente, cioè alla stanza da letto del dio del sonno.

Troviamo un primo hebon di natura velenosa in un passo del drammaturgo e poeta britannico Christopher Marlowe, e precisamente nell’opera teatrale L’ebreo di Malta, 1589, III, 4, 98 (o 101). Il “succo di hebon” è presente nel contesto dell’elencazione di alcuni veleni:

“Aspetta, prima lasciamela rimescolare [la polvere velenosa], Itamoro.
Che fatale sia quanto la dose,
di cui il grande Alessandro bevve e morì;
merce’ la quale sua signoria il Papa venne avvelenato!
In breve, il sangue dell’Idra, flagello di Lerna,
il succo di hebon e alito di Cocito,
e tutti i veleni dello stagno dello Stige,
rompete fuori dall’atroce reame, e in questo
vomitare il vostro veleno, e avvelenate lei,
che, come un nemico, ha abbandonato così suo padre!”
(dalla traduzione di Scarcia, 1998, pp. 296-7)

Gli studiosi ritengono probabile che Marlowe abbia preso questo hebon dal testo di Gower.
Altri luoghi letterari dove si ripresenta questo veleno si trovano nell’Amleto di Shakespeare, un’opera teatrale che apparì 13 anni dopo quella di Marlowe, essendo datata al 1600-1602. Esistono tre versioni dell’Amleto, due formati in-quarto (Q1 e Q2) e un formato in-folio (F1), quest’ultimo pubblicato postumo nel 1623. Il passo riguarda la comunicazione che lo spettro del padre di Amleto fa al figlio circa le modalità della sua morte: fu avvelenato da Claudio, lo zio di Amleto, mediante istillazione di un veleno nelle orecchie mentre dormiva nel suo giardino. Il veleno è chiamato hebona nei due Quarto, ed hebenon nel Folio:

“Mentr’io dormivo in giardino, com’era sempre mio costume al pomeriggio, tuo zio se ne venne di furto nel momento del mio più pieno abbandono, con il succo del maledetto hebenon entro una fiala, e versò ne’ padiglioni delle mie orecchie quella lebbra distillata, il cui effetto ha una tale inimicizia con il sangue dell’uomo, che trascorre le porte e i viali naturali del corpo rapido come l’argento vivo, e con sùbita energia coagula e caglia il sangue più sano e delicato, come farebbero delle gocce d’acido versate nel latte” (Shakesepare, Amleto, I,5, 62-70)1

Huxtable (1993, p. 263) ha proposto la seguente glossa moderna a questo passo: “Gocce di un veleno che produce una condizione simile alla lebbra furono versate nel mio canale auricolare. Rapidamente entrando in circolazione, il veleno uccise il mio sangue e lo coagulò come l’acido sgocciolato nel latte. Subito, un’eruzione cutanea coprì interamente il mio corpo”.
In Amleto Q1, del 1603 – probabilmente un’edizione pirata, forse stesa a memoria da qualche attore – il veleno è chiamato hebona; nel Secono Quarto (Q2), del 1604, viene riproposto il termine hebona; mentre nel Primo Folio (F1) del 1623, il termine hebenon sarebbe da considerare un emendamento di testi precedenti (Huxtable, 1993).

Un ultimo luogo in cui si ritrova questo veleno è in un passo del poema Faerie Queen del poeta Edmund Spenser, datato al 1590-96, dove il nome del veleno diventa heben ed è ripetuto tre volte in associazione con delle armi da tiro, l’arco e la lancia (“the deadly heben bow”, e “an heben launce”, Libro II), e con l’aggettivo “triste” (“heben sad”, Libro IV), e da cui se ne potrebbe dedurre un suo impiego come veleno da freccia (rip. in Huxtable, 1993, p. 266).

Si possono quindi elencare alcune caratteristiche di questo veleno: è somministrabile per via auricolare, coagula il sangue, parrebbe provocare una reazione dermica, per via dell’aggettivazione di “lebbra distillata” data da Shakespeare, e viene utilizzato per avvelenare le frecce.

Le primissime congetture identificative di questo veleno, datate al XVIII secolo, riguardavano: 1) hebenon è una traslitterazione da henenon, il nome inglese con cui a quei tempi veniva denominata la pianta del giusquiamo nero (Hyoscyamus niger L.); 2) hebenon sta per ebony, “ebano”, il cui legno pregiato è ricavato da specie di Diospyrus; 3) forse era inteso hemlock, la pianta della cicuta (Conium maculatum L.); 4) hebenon può essere stato un errore d’ortografia di enoron, uno dei nomi dati in quei tempi all’Atropa belladonna L. (Liberman & Mitchell, 2008, p. 110).

A questo primo gruppo di identificazioni vegetali, del resto poco articolate, si può aggiungere quella proposta da James Johnston (1854, p. 317), che propose il tabacco (Nicotiana). Ma questa pianta originaria delle Americhe, pur essendosi già diffusa nella seconda metà del XVI secolo in Inghilterra, non trova corrispondenze né etimologiche né tossicologiche con il veleno shakespeariano. E in effetti, le più approfondite dissertazioni che si sono sviluppate nel XIX secolo hanno seguito due principali filoni di indagine, uno di natura etimologica e l’altro di natura tossicologica.

L’identificazione come giusquiamo, che era quella più in voga, si basava sulla corrispondenza di un passo di Plinio il Vecchio, lo scrittore latino del I secolo d.C. autore del lavoro enciclopedico Historia Naturalis, dove era riportato che il succo di giusquiamo istillato nell’orecchio provoca turbe mentali (H.N., XXV, 37).

Una prima articolata discussione sul problema dell’identificazione dell’hebona fu proposta da Brinsley Nicholson (1880-82), il quale non era d’accordo con l’interpretazione come giusquiamo, e propose l’identificazione di hebenon con la velenosa pianta del tasso (Taxus baccata L.). Egli rifiutava il fatto che Shakespeare avesse potuto effettuare una traslitterazione da hebenon a henenon, oltre a non trovare corrispondenza nell’effetto del giusquiamo con quello dell’hebona amletico. Trovava anche debole l’ipotesi che Shakespeare avesse preso dal suddetto passo di Plinio, poiché qualunque altro veleno, e non solo il giusquiamo, può essere assorbito attraverso le orecchie, e perché Plinio riferiva dell’olio dei semi di giusquiamo e non di un suo succo, comunque non inteso come mortale dallo scrittore latino, ma semplicemente inebriante. Del resto, non vi sarebbe stato necessità di scomodare l’antico Plinio per la pratica dell’introduzione del giusquiamo nelle orecchie, dato che nell’epoca elisabettiana era cosa nota che il suo succo veniva impiegato come medicina facendolo sgocciolare nelle orecchie nei casi di mali auricolari. Nicholson giunse quindi a suggerire una connessione con la pianta del tasso, giustificandola dal punto di vista etimologico osservando i nomi nordeuropei dati a questa pianta velenosa: tedesco Eiben, olandese Ipen, Iben, Hennen, svedese Eben, norvegese e danese Heben. Più approfonditamente, hebona sarebbe una variante dell’heben di Spenser, essendo entrambi i termini una corruzione del tedesco Eibe o Eibenbaum, “tasso”. Le parole tedesche sono cognate del latino ebeno, che può venire dal greco ebenos sino all’egiziano hebin o hbnj” (Huxtable, 1993, p. 268).
Circa la complessa matassa etimologica che ruota attorno al termine taxus, con le derivazioni linguistiche-semantiche “veleno” e “arco”,  si rimanda al dotto studio di Alessio, 1957.

Riguardo l’interpretazione come ebano, proposta in precedenza da alcuni autori, Nicholson la escluse a priori, dato che questo legno non è noto essere velenoso, e osservò come ebano e tasso venissero confusi in quei tempi, come riportato da Bauhin e Cordius, dove il termine ebenus fu attribuito anche al tasso (Nicholson, 1880-82, p. 26).

L’identificazione dell’hebona come tasso fu accolta da Harrison (1880-82); anch’egli rifiutava l’idea che Shakespeare avesse potuto effettuare una traslitterazione da hebenon a henenon, sebbene gli fossero stati contestati alcuni esempi in cui si evidenziava come nel XVII secolo le sillabe venissero occasionalmente trasposte (Harrison, 1880-82, p. 320).

Pure Sigismund (1885) propese per il tasso, facendo notare un passo di Plutarco, il quale, nelle sue Quaestiones Conviviales (III, 1, 3) riportò che quando il tasso “si gonfia di linfa in vista della sua vicina fioritura, la sua ombra uccide le persone che vi si addormentano”; una notizia riportata anche da Dioscoride (Mat.Med., IV, 79) e da Plinio (Hist.Nat., XVI, 51); quest’ultimo scrivendo: “in Arcadia è tanto velenoso da provocare la morte di chi si addormenta o assume del cibo stando sotto la pianta”.

Grindon (1883, pp. 46-47) affermò che già da vent’anni prima di Nicholson e di Harrison aveva ritenuto che l’hebona fosse il tasso, facendo notare come nell’età elisabettiana il tasso fosse chiamato ibenbaum e ibenboom. Il motivo per cui Shakespeare non abbia usato direttamente il nome inglese del tasso, potrebbe risiedere nella sede in cui andò originalmente in scena l’opera amletica, la città danese di Elsinore, e il drammaturgo inglese avrebbe quindi prestato attenzione nell’impiegare un termine conosciuto nella cultura danese.

Ma l’interpretazione come giusquiamo fu in seguito avvalorata da altri studiosi. Ad esempio, e addentrandoci nelle discussioni del XX secolo, Thiselton-Dyer (1916, p. 506) considerò l’interpretazione come giusquiamo come la più plausibile, con argomentazioni di natura tossicologica. L’intossicazione da giusquiamo produrrebbe una “congestione generale di sangue liquido di color scuro nel sistema venoso”, e ciò spiegherebbe il concetto amletico di “nemico del sangue” per l’hebona.

Gli studiosi sono perlopiù concordi del fatto che, come fece Marlowe prendendo da Gower, così fece Shakespeare prendendo da Marlowe, e vi sono alcune congetture che fanno sospettare che Shakespeare abbia considerato hebon ed henbane come la stessa parola o comunque con lo stesso significato. La scelta di Shakespeare di mettere hebenon in luogo di hebon avrebbe potuto riguardare un semplice miglioramento eufonico. E’ dunque probabile che Shakespeare abbia preso dall’hebon di Marlowe identificandolo con il giusquiamo, sia per l’assonanza fonetica, sia perché nel contesto teatrale questo veleno viene applicato in un orecchio, un metodo di avvelenamento noto a quei tempi, per via soprattutto dello scalpore che fece l’assassinio del Duca di Urbino nel 1938 che vedremo di seguito (Bradley, 1920).

Montgomery (1920) riteneva che Shakespeare non avesse confuso henbane (giusquiamo) con (h)ebony (ebano), e che entrambe le forme hebenon ed hebona provenissero proprio da ebony, in vista del fatto che con il latino ebenus veniva chiamata anche la resina del guaiaco, e che Shakespeare considerò una specie di ebano quel lignum vitae da cui si estrae il guaiaco, che era ritenuto in alcuni casi agire come un veleno e produrre una forma di lebbra, identificando quindi il “succo di hebona” con il guaiaco. Il guaiaco è una gomma che ebbe fortuna nel trattamento dei problemi venerei e che è ricavata dall’albero caraibico del Guaiacum officinale L., noto a quei tempi anche come lignum vitae (Huxtable, 1993, p. 267).

Simpson (1947) ribatté a Montgomery (1920) considerando che il guaiaco è la resina di un albero, mentre nell’Amleto viene riferito di un succo, per di più distillato, e convenne che l’hebona andava identificata con il giusquiamo. E’ tuttavia il caso di osservare che, riguardo la supposta distillazione, nel ‘700 il termine “distillazione” si riferiva non unicamente alla procedura distillatoria, ma anche al semplice “atto di versare a gocce” (come nel A Dictionary of the English Language di S. Johnson del 1775, cfr. Huxtable, 1993, p. 263).

Nel 1945 Thomas P. Harrison ripropose l’identificazione dell’hebona con la cicuta (inglese hemlock), ma su basi prettamente tossicologiche, senza preoccuparsi di cercare assonanze fonetiche o etimologiche.
Sulla base di un più corposo e strutturato insieme di analogie, sia etimologiche che tossicologiche, questa medesima identificazione è stata recentemente riproposta internamente a quello che può essere considerato il più articolato saggio sull’argomento, sviluppato da R.J. Huxtable (1993). Questo studioso ha rigettato le interpretazioni proposte in precedenza: come ebano, dato che questa pianta non è tossica; come guaiaco, poiché questa sostanza non risulta fosse nota come un veleno ad azione veloce, e una gomma spessa quale è il guaiaco non avrebbe potuto essere sgocciolato nelle orecchie; come tasso, poiché questa era una pianta familiare a Shakespeare, come evidenziato dalle diverse citazioni nella sua opera teatrale; come giusquiamo, poiché a quei tempi il suo estratto era un noto farmaco impiegato in oftalmologia, poiché non v’è corrispondenza farmaco-tossicologico con l’hebona, e perché non si comprende il motivo per cui Shakespeare, che sicuramente ben conosceva questa pianta, non l’avrebbe nominata con il suo nome; come tabacco, poiché non sufficiente velenoso.
Quindi Huxtable ha focalizzato l’attenzione sulla cicuta, Conium maculatum L. Dal punto di vista linguistico, lo studioso statunitense ha messo in evidenza un possibile percorso etimologico differente dai precedenti: facendo notare che hebenon veniva pronunciato “e(r)-b-ennon”, egli vedeva hebona ed hebenon delle corruzioni del nome comune medievale per la cicuta: herb bennet. Si tratterrebbe di un termine che proviene dal latino herba benedicta e che è passato dal Vecchio Francese herbe beneite e dal Medio Inglese herb beneit. Per alcuni secoli questa pianta è stata identificata con il Geum urbanum L., ma il termine herb bennett fu originalmente applicato alla cicuta, e solo più tardi al Geum.
Dal punto di vista tossicologico, Huxtable ha fatto notare come nel corpo dell’avvelenato da cicuta appaiano delle macchie sulla pelle dopo che è deceduto, e ciò potrebbe trovare corrispondenza con la “lebbra distillata” di Shakespeare.
La cicuta è nota per essere stato il veleno che Socrate fu condannato a bere. L’introduzione ad Atene di questa pratica di punizione capitale sembra essere datata all’epoca dei Trenta Tiranni, verso il 404 a.C., e già l’anno seguente Aristofane scriveva nelle Rane (1050-51) di donne che commettevano suicidio bevendo la cicuta (Bonner, 1973). Platone nel suo Fedro ha fornito una dettagliata descrizione di cosa accade quando una persona beve la cicuta come tanatogeno. Dopo aver bevuto la cicuta:

“camminò attorno e, quando disse che le sue gambe erano pesanti, si sdraiò sulla sua schiena, poiché questa era l’indicazione dell’attendente. L’uomo che aveva somministrato il veleno posò le sue mani su di lui e dopo un poco esaminò i suoi piedi e gambe, e quindi pizzicò forte il suo piede e gli chiese se sentiva. Egli disse “no”; dopodiché, le sue coscia e salendo in questo modo e ce lo mostrò, si espandeva il freddo e la rigidezza” (Platone, Fedro, 117B-118E, rip. in Bonner, 1973, p. 300).

Più recentemente, Liberman & Mitchell (2008, p. 111) hanno nuovamente propeso per la pianta del giusquiamo, che secondo loro meglio corrisponderebbe dal punto di vista farmacologico, sebbene non risulti a loro chiaro come mai sia Marlowe che Shakespeare non l’abbiano indicata con il suo nome proprio.

Il motivo dell’avvelenamento mediante istillazione nell’orecchio della vittima era un luogo comune in quei periodi. E’ presente, ad esempio, in un passo dell’opera teatrale Edoardo II di Marlowe (V, 4, 28), datato al 1590, dove un sicario, nell’elencare le sue abilità professionali, riporta: “intanto che uno è addormentato, [sono abile] a prendere una cannuccia e soffiargli un poco di polvere nelle orecchie” (rip. in Scarcia, 1998, p. 290). Inoltre, nel medesimo periodo storico la medicina aveva fatto degli importanti progressi circa l’anatomia e il funzionamento dell’orecchio umano, ad opera principalmente degli studi di Eustachio, da cui prese il nome la “tromba di Eustachio”, il condotto che collega l’orecchio medio alla faringe, e che dimostrava un collegamento fra l’organo dell’udito e l’apparato buccale.
Ma più di tutti questi spunti, Shakespeare era certamente al corrente di un recente avvenimento storico, e cioè l’assassinio del Duca d’Urbino, Francesco Maria I della Rovere, marito di Eleonora Gonzaga, avvelenato nel 1538 dal suo barbiere; la notizia che circolava a quei tempi è che gli fosse stato propinato il veleno instillandolo nell’orecchio mentre dormiva. Per questo assassinio furono sospettati come mandanti Luigi Gonzaga e Cesare Fregoso, i quali furono apertamente accusati da Pietro Aretino; un’accusa che il poeta di Arezzo in seguito ritrattò onde evitare uno scontro con i potenti dell’epoca. Il barbiere, esecutore materiale del delitto e reo confesso, fu sottoposto a processo e fu sventrato e squartato per le strade di Pesaro.
Shakespeare usò nel suo Amleto questo reale assassinio. Nella trama, una rappresentazione teatrale offre ad Amleto l’occasione di verificare se fossero vere le informazioni dategli dallo spettro del padre, e cioè che questi fu avvelenato dallo zio di Amleto (che gli succedette alla corona), mediante la tecnica dell’istillazione nell’orecchio. Egli organizzò una scena teatrale di Corte, “L’assassinio di Gonzago”, simile a quello realmente accaduto, stando a osservare attentamente le reazioni del re: se il re si fosse mostrato turbato, ciò avrebbe significato che le accuse del fantasma erano fondate. Nella scena si legge testualmente: “la storia è conservata e scritta in italiano molto elegante”, un riferimento esplicito all’assassinio reale del Duca d’Urbino (Amleto, III, ii, 255-256; si veda anche Bullough, 1935).
In un recente saggio sull’associazione fra questo assassinio e l’opera di Shakespeare, Ricci (2005, p. 18) ha posto in evidenza il fatto che l’assorbimento di un veleno versato nelle orecchie avrebbe potuto verificarsi solo in caso di perforazione patologica della membrana timpanica; ma ciò non parrebbe essere vero, dato che il veleno può essere assorbito dalle mucose auricolari.

Riguardo il problema dell’identificazione botanica dell’hebona, non propendo personalmente per l’una o l’altra identificazione; un’identificazione che a rigor di logica dovrebbe comunque restare internamente alla rosa delle tre piante del tasso, della cicuta e del giusquiamo. Trattandosi di un termine proveniente dalla letteratura poetica e drammaturga, è lecito considerare anche la possibilità – generalmente non presa in considerazione dagli studiosi che si sono occupati del problema – che si sia trattato di un termine fantasioso, coniato sulla base di alcuni rimandi culturali e storici ma senza l’esigenza di precise indicazioni botaniche, seguendo i meri e intrinseci principi della licenza poetica.

 

Note

1 -Dalla traduzione di Gabriele Baldini dell’edizione del 2017 della Rizzoli Editori, dove ho ricollocato il termine hebenon in luogo di “tasso” apposto dal traduttore.

 

Si vedano anche:

 

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