La pianta di Gilgamesh

The Gilgamesh’s plant

 

Allo stato attuale delle conoscenze archeologiche, i primi inventori della scrittura parrebbero essere stati i Sumeri, la prima grande civiltà della Terra dei Due Fiumi, la Mesopotamia.

Le più antiche tavolette in cui sono riportati testi in scrittura cuneiforme provengono dalla città sumera di Uruk, e sono datate attorno al 3000 a.C. I Sumeri, seguiti dagli Assiri e dai Babilonesi, edificarono biblioteche e archivi dove venivano conservate e scrupolosamente schedate decine di migliaia di tavolette d’argilla, in cui erano incisi testi di carattere amministrativo, giuridico, religioso.

E’ grazie alla miracolosa conservazione di queste tavolette (cottesi durante gli incendi che hanno distrutto la maggior parte se non tutte le biblioteche antiche), che siamo venuti a conoscenza del pantheon divino sumero, di eroi leggendari quali Gilgamesh, e della non originalità del mito testamentario del Diluvio Universale, come di altri temi mitologici biblici (Bottéro & Kramer, 1992). Dall’opera di riordinazione delle migliaia di frammenti delle tavolette – che nei decenni ha visto impegnati in prima linea studiosi italiani quali Giovanni Pettinato e Claudio Saporetti – si è giunti alla parziale ricostruzione di diversi racconti, i più noti dei quali sono Il Racconto della Creazione – una vera e propria cosmogenesi e antropogenesi – e l’Epopea di Gilgamesh.
Di quest’ultima, costituita di circa 3000 righe, disponiamo di diverse versioni, la più completa (o meglio la meno incompleta) delle quali è venuta alla luce fra le rovine delle biblioteche di Ninive, ed è quindi una versione babilonese, redatta agli inizi del II millennio a.C. Ce ne sono pervenute anche una versione sumera (circa 2150 a.C.) e traduzioni ittile, hurrite ed elamite.

Gilgamesh era un sovrano postdiluviano di Uruk dalle origini semi-divine, e nei racconti mitologici assume di volta in volta sembianze umane, eroiche o semi-divine. Viene presentato nell’epopea come figlio del divino Lugalbanda e della dea Rimat-Ninsun. Questo sovrano compì numerose imprese, fra le quali la costruzione delle mura ciclopiche di Uruk, viaggi per mari e monti, e scrutò i confini del mondo, assillato dalla disperata ricerca della vita eterna.

Focalizzando l’attenzione sulla parte dell’Epopea in cui ricopre un ruolo centrale il tema della ricerca dell’immortalità, nella versione babilonese questa parte corrisponde alle tavolette IX, X e XI del testo. Qui troviamo Gilgamesh in uno stato di disperazione, a causa della morte del suo caro amico Enkidu. Angosciato e sopraffatto dalla paura della morte, Gilgamesh si domanda se non sia proprio possibile evitare questo destino umano. Si convince che c’è un uomo che può offrirgli una risposta; si tratta di Utanapishtim, l’unico umano sopravvissuto al Diluvio – un omologo quindi del Noé biblico – che gli dei decisero di rendere immortale.

Gilgamesh intraprende un lungo viaggio non scevro di pericoli, e infine raggiunge Utanapishtim in un luogo circondato da acque mortifere. Come unico uomo immortale, egli è destinato a vivere isolato dai comuni mortali. Nel lungo colloquio che segue fra i due personaggi, l’uomo immortale racconta la storia del Diluvio, e com’egli sia divenuto immortale per volontà dell’assemblea degli dei, e comunica a Gilgamesh l’impossibilità di far radunare nuovamente gli dei in assemblea per decidere le sue sorti.

Gilgamesh non si rassegna, e Utanapishtim lo sottopone a una prova: egli deve riuscire a rimanere sveglio per sei giorni e sette notti consecutive. Ma Gilgamesh si addormenta, e al risveglio, addolorato per la prova perduta, si accomiata da Utanapishtim e si accinge a risalire sulla barca che la riporterà nel mondo degli umani.
Ma la moglie di Utanapishtim prova pietà per la sua sconsolatezza, e incita il marito a rivelare a Gilgamesh il “segreto degli dei”. Lo sposo richiama indietro il sovrano e gli parla di una pianta, il cui termine viene tradotto dagli studiosi come “pianta dell’irrequietezza”, che si trova in fondo al mare:

“Gilgamesh, tu sei venuto stanco e abbattuto,
cosa posso darti da portare con te al tuo Paese?
Ti voglio rivelare, o Gilgamesh, una cosa nascosta,
il segreto degli dei, ti voglio manifestare.
Vi è una pianta, le cui radici sono simili a un rovo,
le cui spine, come quelle di una rosa, pungeranno le tue mani;
se tu puoi raggiungere tale pianta e prenderla nelle tue mani (…)” (Pettinato, 1992, p. 227).

Gilgamesh, legandosi ai piedi un peso, scende nel fondo del mare (Apzu) attraverso un foro praticato nel suolo, e raccoglie la pianta:

“Appena Gilgamesh udì ciò, egli aprì un foro,
si legò ai piedi grandi pietre,
e si immerse nell’Apzu, la dimora di Ea;
egli prese la pianta sebbene questa pungesse le sue mani” (id., p. 227).

Imbarcatosi e ripresa la via del ritorno, il sovrano comunica al traghettatore Urshanabi le sue intenzioni circa la pianta di cui è entrato in possesso:

“Gilgamesh parlò a lui, a Urshanabi il battelliere:
Urshanabi, questa pianta è la pianta dell’irrequietezza;
grazie ad essa l’uomo ottiene … nel suo cuore,
io voglio portarla a Uruk, e voglio darla da mangiare ai vecchi e così provare la pianta.
Il suo nome sarà: Un vecchio si trasforma in uomo nella sua piena virilità.
Anch’io voglio mangiare la pianta e così tornerò giovane” (id., pp. 227-8).

Ma la storia non può andare a finire bene, ed è destino che qualcuno gli rubi il dono del ringiovanimento. Mentre l’eroe ha appoggiato momentaneamente al suolo la pianta per tuffarsi in un pozzo d’acqua fresca, un serpente si impossessa del vegetale:

“Gilgamesh vide un pozzo le cui acque erano fresche,
si tuffò in esse e si lavò;
ma un serpente annusò la fragranza della pianta,
si avvicinò silenziosamente e prese la pianta;
nel momento in cui esso la toccò, perse la sua vecchia pelle.
Gilgamesh quel giorno sedette e pianse,
le lacrime scorrevano sulle sue guance” (id., p. 228).

Pur nella tristezza che il destino di Gilgamesh – e con lui quello di tutti gli uomini – può far sorgere, i conti tornano: gli uomini restano umani, e la volontà divina rimane inviolata. Nel mondo della mitologia l’immortalità umana non si trova né a buon mercato, né a costo di estenuanti fatiche e prove, allo stesso modo che nel mondo reale. La mitologia, lungi dall’essere un mero luogo di soddisfazione dei desideri umani, non fa sconti all’uomo. In essa sono riportati e vissuti i drammi esistenziali umani, e nella maggior parte dei miti che trattano il tema della ricerca dell’immortalità, le conclusioni spettano agli dei.

E’ tuttavia opportuno esporre un’importante precisazione, presentata da Veenker (1981), During Caspers (1985-87), e in seguito più approfonditamente da Pettinato (1994). Innanzitutto, il tema della “pianta dell’irrequietezza” è presente solamente nella versione babilonese dell’Epopea di Gilgamesh, la quale parrebbe essere stata redatta da un sacerdote di nome Sinlqiunnini, mentre appare assente nella versione più antica sumera e in quelle più tarde ittile, hurrite ed elamite.
Inoltre, dalla versione babilonese appare una contraddizione, spiegata dalla maggior parte degli studiosi con tesi in definitiva svalutative nei confronti del compositore dell’opera, il sacerdote Sinlqiunnini, e basata sull’incongruenza fra l’inutilità della ricerca dell’immortalità da parte del sovrano di Uruk, destinata comunque a fallire e riproposta insistentemente in svariati passi dei racconti mitologici mesopotamici – “la vita eterna (balātu) che tu cerchi non la troverai”, gli dice il dio Šamaš –, e l’offerta da parte dell’uomo immortale Utanapishtim della pianta che avrebbe potuto fare diventare immortale Gilgamesh.

Ma tale incongruenza non è dovuta al compositore dell’opera, ma è stata indotta da un’erronea interpretazione da parte degli studiosi moderni, che hanno arbitrariamente inteso colmare una lacuna del testo all’altezza della riga (270) che riporta:

“se tu puoi raggiungere tale pianta e prenderla nelle tue mani (…)”.

Mentre Pettinato non si è azzardato a colmare la lacuna, lasciando il simbolo (…), la maggior parte degli studiosi che lo hanno preceduto l’hanno colmata con frasi del tipo “tu troverai una nuova vita” o “avrai trovato la vita eterna”, facendo intendere che quella pianta fosse una pianta che dona l’immortalità. Alcuni altri studiosi hanno integrato la lacuna apponendo frasi del tipo “diventerai nuovamente giovane” o “avrai la tua vita prolungata”, aggettivando implicitamente la pianta come dotata di effetti ringiovanenti (Pettinato, 1994, pp. 25-26).

L’errore degli studiosi,1 è stato quello di identificare la pianta di Gilgamesh come una “pianta dell’immortalità”, quando un’attenta osservazione del racconto induce a considerarla come appartenente alla classe delle “piante della giovinezza”, cioè piante che restituiscono la giovinezza. Gilgamesh non può ottenere l’immortalità, né tramite una pianta né tramite intercessioni divine, e nei testi mitologici mesopotamici gli è stato comunicato ciò più volte da divinità quali Šamaš (il dio del sole), Enlil (il dio supremo del pantheon sumerico), Siduri (la “Taverniera”), e dal medesimo Utanapishtim. Ciò che fa quest’ultimo uomo immortale è dare a Gilgamesh un dono che sebbene prezioso – la possibilità di ringiovanire –, è pur sempre un “contentino” in confronto alla vita eterna. Questa, denominata balātu (=”vita senza fine”), è la vita riservata agli dei.

Agli studiosi, così come ai comuni lettori dell’epopea babilonese di Gilgamesh, viene naturale domandarsi come mai il sovrano, appena conquistata la pianta, non l’abbia mangiata subito, facendosela di conseguenza rubare dall’onnipresente serpente. A tale riguardo, sempre Pettinato (1992, p. 47) fa un’acuta osservazione. Questi, comunicando al traghettatore Urshanabi le intenzioni circa la pianta appena conquistata, afferma di volerla dare da mangiare agli anziani della sua città. In ciò potrebbe risiedere il motivo per cui Gilgamesh perde la pianta, dato che questa era riservata per lui, in quanto sovrano, e non per tutto il genere umano. Le sue intenzioni di socializzare il dono elargitogli dagli dei avrebbe quindi costituito un “peccato”, punito con la privazione del dono così tanto bramato. “L’immagine di Gilgamesh che esce fuori da questa nuova interpretazione, non è più quella del ‘perdente’, ma quella del sovrano” (Pettinato, 1994, p. 14).

Quanto al nome di questa pianta, “pianta dell’irrequietezza”, esso ci porta – sempre seguendo Pettinato – “a una sola conclusione, e cioè che Gilgamesh, mangiando quella pianta, sarebbe rimasto nello stadio della giovinezza, con tutte le inquietudini e le irrequietezze proprie di quell’età”. E’ una spiegazione plausibile, sebbene non esaustiva. Che la pianta in questione offra a chi se ne nutre la giovinezza eterna, potrebbe essere un preconcetto che parrebbe far ricadere lo stesso Pettinato nel medesimo errore delle estrapolazioni interpretative ingiustificate dei suoi predecessori; inoltre, si potrebbe ribatte che l’irrequietezza, oltre a essere una caratteristica dell’età giovanile, fa intrinsecamente parte del carattere di Gilgamesh così come del genere umano; l’uomo è per sua natura irrequieto, per via delle aspirazioni a divenire immortale, e questo tipo di irrequietezza è peculiare dell’età adulta. Da giovani il problema-dilemma dell’ineluttabilità della morte e dell’invecchiamento è meno assillante che durante la vita adulta (Samorini, 1997).

Ronald Veeker (1981), che ancor prima di Pettinato ha messo in evidenza la qualità di ridare giovinezza e non l’immortalità della pianta di Gilgamesh, ha evidenziato come il tema della pianta che ridà giovinezza fosse stato originalmente separato dall’epopea del sovrano di Uruk, suggerendo come avrebbe potuto in realtà essere un racconto che aveva lo scopo di spiegare la longevità degli uomini antidiluviani. Stando alla Lista dei Re sumera, i regnanti del periodo precedente il diluvio vissero molto a lungo: da Shuruppak che visse 18.600 anni, a En-men-lu-Anna che visse 43.200 anni. L’analogia fra il Diluvio mesopotamico e quello biblico si fa più stridente considerando che anche gli uomini prediluviani nel racconto testamentario vivevano molto più a lungo di quelli postdiluviani, sebbene non raggiungessero l’età dei re sumeri prediluviani. L’ipotesi di Veeker vede questi re precedenti il grande diluvio cibarsi di quella medesima pianta, che fu in seguito collocata in fondo al mare dagli dei infuriati con gli uomini.2

La differenza fra acquisizione dell’immortalità e acquisizione della giovinezza – troppo spesso considerate sinonimi dagli studiosi moderni – era un dato acquisito nella mitologia greca, dove Ganimede, rapito da Zeus, ottenne sia l’immortalità che la giovinezza, mentre Titone, amato dalla dea Aurora, ottenne solamente l’immortalità dimenticandosi sbadatamente di chiedere alla dea anche la giovinezza. Per questo motivo, a un certo punto Aurora iniziò a evitare le effusioni amorose del sempre più senile Titone, che fu alla fine rinchiuso dalla dea in una stanza, dalla quale fuoriescono in eterno le sue lamentele (Inno Omerico ad Afrodite, 230-240; cfr. Chiodi, 2004). Anche in alcune versioni del mito greco di Glauco viene riportato che, ottenuta l’immortalità mediante un’erba, questa gli aveva tuttavia conferito un’immortalità incompleta, tale per cui continuava a invecchiare all’infinito e, stanco di non poter morire, si gettò in mare (Paladino, 1978, p. 290).

Per quanto riguarda il motivo del serpente che ruba la pianta dell’immortalità o della giovinezza agli uomini, origina dalla credenza che questo rettile invece di morire ringiovanisce continuamente cambiando la sua pelle, ed è presente nella letteratura popolare di molti popoli, come ha evidenziato Frazer (1921, II: 363-70), in Germania, Lituania, Russia, Turchia, Polonia, Italia, Armenia. E’ presente persino in un racconto degli Appalacchi degli Stati Uniti (Wigginton, 1972: 299-300; riportato anche in Veenker, 1981, p. 204). Molti di questi racconti sono elaborazioni folcloriche o del mito greco di Glauco (si veda L’erba di Glauco), o del medesimo mito di Gilgamesh.
Citando qui solamente uno dei racconti più antichi, Eliano, in La natura degli animali (VI, 51) riportava:

“Si dice che Prometeo abbia rubato il fuoco, e la tradizione racconta che questo fatto irritò Zeus, e che il dio volle ricompensare coloro che gli avevano denunciato l’autore del furto con un farmaco che assicurava una lunga vita. Queste persone (a quanto dicono) posero questo filtro sulla schiena di un asino perché lo trasportasse. L’asino si avviò, ma poiché era estate, sentì a un certo punto la necessità di bere e si fermò presso una sorgente. Ma il serpente che la custodiva glielo impedì e lo ricacciò indietro; l’asino allora, oppresso dalla sete, gli diede come ricompensa e coppa dell’amicizia il farmaco che stava portando. Così ci fu uno scambio di doni tra loro: all’asino fu permesso di bere e al serpente di scrollarsi di dosso la vecchiaia, prendendo al suo posto, come si narra, la sete dell’asino.”

In altre versioni di questo mito, scritte da Ibico, Sofocle ed Eschilo, il filtro che ridà giovinezza è una pianta (Chiodi, 2004, p. 10; Albini, 2002, p. 63).

 

Note

1 – Ai quali devo con onestà aggiungermi con il mio scritto del 1997, che qui correggo.

2 – Ipotesi confutata da Lambert (1982), ma su basi insussistenti e meramente polemiche.

 

Si vedano anche:

 

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ALBINI UMBERTO, 2002, Atene segreta, Garzanti, Milano.

BOTTÉRO J. & S.N. KRAMER, 1992, Uomini e dei della Mesopotamia, Einaudi, Torino.

CHIODI M. SILVIA, 2004, Immortalità e giovinezza, in: H. Waetzoldt (Hrsg.), Von Sumer nach Ebla und Zurück, Orientverlag, Heildelberg, pp. 5-11.

DURING CASPERS E.C.L., 1985-87, In the footsteps of Gilgamesh in search of the prickley rose, Persica, vol. 12, pp. 57-95.

FRAZER G. JAMES, 1921, Apollodorus, The Library, vol. II, Harvard University, Cambridge.

LAMBERT W.G., 1982, Gilgamesh and the Magic Plant, The Biblical Archaeologist, vol. 45, p. 69.

PALADINO IDA, 1978, Glaukos o l’ineluttabilità della morte, Studi Storico-Religiosi, vol. 2, pp. 289-303.

PETTINATO GIOVANNI, 1992, La saga di Gilgamesh, Rusconi, Milano.

PETTINATO GIOVANNI, 1994, Gilgameš e la “Pianta della Vita”, Studi Orientali e Linguistici, vol. 5, pp. 11-41.

SAMORINI GIORGIO, 1997, Ierobotanica mesopotamica, Altrove, vol. 4, pp. 13-28.

VEENKER A. RONALD, 1981, Gilgamesh and the Magic Plant, The Biblical Archaeologist, vol. 44, pp. 199-205.

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