Etnobotanica del mescalbean

Ethnobotany of mescalbean  

Fiordi di Sohora secundiflora (Ortega) DC.

Fiordi di Sophora secundiflora (Ortega) DC.

Sophora secundiflora (Ortega) DC. è un pianta della famiglia delle Leguminosae diffusa in Africa, Asia e Nord America. Nell’America settentrionale cresce selvatica dal New Mexico e Texas (USA) al Messico meridionale. I suoi semi venivano usati come agente visionario nel corso di specifici riti dei nativi dell’America settentrionale (si veda Il culto del mescalbean).

Per quanto riguarda i sinonimi, gli studiosi biochimici e farmacologi tendono a considerare il binomio Sophora secundiflora come sinonimo di Calia secundiflora (Ortega) Yakovlev, per via dei caratteri fitochimici e molecolari (DNA) che farebbero considerare diverse specie del genere Sophora appartenere ora al genere Calia (Kite & Pennington, 2003). Ma proprio nel caso di S. secundiflora la questione è ancora dubbia (Barrón-Yánez et al., 2011, p. 152) e, in attesa di ulteriori studi chimio-tasssonomici, è lecito considerare Calia secundiflora quale sinonimo, come effettivamente riportato dalla Plant List.1 Altri sinonimi sono: Broussonetia secundiflora Gómez-Ortega; Virgilia secundiflora (Gómez-Ortega) Cav.; Calia erythrosperma Berlandier; Agastianis secundiflora (Gómez-Ortega) Raf.; Dermatophyllum speciosum Scheele; Sophora speciosa (Scheele) Benth.; Sophora sempervirens Engelm.; Cladrastis secunduflora (Gómez-Ortega) Raf. Le piante che producono semi gialli, ritrovati unicamente nel Texas, sono considerate appartenere alla forma xanthosperma Rehd.

Questa pianta è un arbusto o piccolo albero alto 8-12 m, con un tronco del diametro di 15-20 cm che si divide vicino alla base in diversi rami eretti. Foglie sempreverdi, persistenti, 7-11-fogliate, asse lungo circa 6-15 cm, sericeo, glabro, foglioline laterali sub-opposite o alternate, lamine coriacee, da obovate a oblunghe, lunghe circa 2-9 cm, larghe 0,7-3,5 cm, apice ottuso, a volte emarginato, base ottusa o cuneata, superfici sericee, spesso glabre a maturità, venatura secondaria reticolata, alquanto prominente. Fiori raggruppati in racemi, terminali o ascellari, lunghi 20-30 mm, fragranti; calice pallido-sericeo, lungo 10-15 mm; petali da blu a blu-violetto, quello standard circa un terzo più lungo degli altri petali. Il frutto è un baccello lungo circa 3-13 cm, diametro 1,5-2 cm, coriaceo, legnoso, sericeo, a volte glabro, indeiscente o tardivamente deiscente, affusolato alle estremità, si restringe fortemente fra i semi, con 1-6 semi, l’apice solitamente acuminato; semi rossi (o gialli nella forma xanthosperma), sub-elissoidi, lunghi circa 10-17 mm, 10-15 mm di diametro (Rudd, 1968, p. 528; Schultes & Hofmann, 1983, pp. 146-7).

I nomi vernacolari di questa pianta sono: in inglese, mescalbean, Texas mountain laurel, coral bean; in messicano (spagnolo) frijolito (da frijol, “fagiolo”), frijolillo, colorín, patol, pitol, coca, chocolón, toleselo. Fra i nativi delle Pianure questa pianta ha numerosi nomi, in pratica uno per ogni gruppo tribale.

Per quanto riguarda l’habitat, nel suo areale americano di diffusione S. secundiflora si trova relativamente abbondante nei canyon e sui pendii delle regioni aride e semi-aride, lungo gli argini dei fiumi, solitamente su terreni calcarei. Questa pianta viene attualmente coltivata in diverse regioni per i suoi fiori appariscenti e odorosi.

Per via dell’elevata tossicità di tutte le sue parti, S. secundiflora è stata scarsamente impiegata per scopi medicinali. Fra i Kickapoo un decotto ricavato bollendo i semi pestati in acqua e filtrati attraverso un tessuto era impiegato per curare il mal d’orecchi (Schultes, 1937, p. 145). I Cheyenne usavano i semi per lavarsi gli occhi (La Barre, 1987, p. 96).

Studi biochimici hanno evidenziato la presenza di flavonoidi nelle radici e nelle foglie (Makboul & Abdel-Baky, 1984; Barrón-Yánez et al., 2011), e di alcaloidi. Questi ultimi sono prodotti in tutte le parti della pianta e appartengono alla classe degli alcaloidi quinolizidinici. I semi producono citisina (=sophorina, cfr. Wood, 1877), N-metilcitisina, sparteina, lupanina, 5-6-deidrolupanina, anagirina (thermopsina) (Keller, 1975; Hatfield et al., 1977; Zavala-Chávez et al., 2006). Nei frutti acerbi è stata ritrovata la 11-allilcitisina e, in minor quantità, rombifolina, lupamina e beta-isosparteina (Keller & Hatfield, 1979). E’ stato evidenziato come la concentrazione e tipologia degli alcaloidi, anche nei semi, vari notevolmente a seconda della regione di crescita (Zavala-Chávez et al., 2006; Garcia-Mateos et al., 2007).

Il seme del mescalbean è da considerare tossico, apparentemente psicoattivo a bassi dosaggi, e assunto oltre certe quantità risulta letale. L’intossicazione comporta nausea, vomito, paralisi muscolare, delirio, convulsioni, stati comatosi, sino alla morte per blocco respiratorio (Hatfield et al., 1977). La morte per blocco respiratorio fu determinata sin dagli albori degli studi farmacologici eseguiti sugli animali di laboratorio (Wood, 1877). I semi contengono anche aminoacidi tossici (acido pipecolico e derivati), e studi di laboratorio hanno evidenziato come l’elevata tossicità sia dovuta all’azione combinata di questi aminoacidi con gli alcaloidi quinolizidinici (Izaddoost et al., 1976). La citisina produce ipertensione dovuta almeno in parte alla liberazione di adrenalina (Marozzi, 1980, p. 23), e la sua generale azione farmacologica appare molto simile a quella della nicotina, pur avendo un potenziale tossico pari al doppio di quest’ultima (Barlow & NcLeod, 1969). Tuttavia Hatfield et al. (1977, p. 378) non ritengono la sola citisina e più in generale la sola frazione alcaloidica responsabile della totalità della tossicità del seme del mescal.

Il tegumento del seme è molto duro e, se lo si ingerisce senza spezzare il tegumento, i principi attivi difficilmente possono essere assorbiti dal corpo. Havard (1896, p. 39) riportò che mezzo seme induce un delirio esilarante seguito da un sonno di 2-3 giorni, mentre un seme intero sarebbe sufficiente per uccidere un uomo.

Il limite fra dosaggio psicoattivo e dosaggio tossico resta da chiarire, presentandosi un’incongruenza fra i moderni dati farmacologici e l’impiego tradizionale. Howard (1957, p. 75) ha riferito di un caso di assunzione di 14 semi di mescal da parte di un nativo Ojinwa, il quale vomitò e “vide rosso” per tutto il giorno, ma recuperò totalmente. Sempre Howard (1962, p. 131) ha riportato la testimonianza di un nativo Potawatomi di nome John Wawaseck: “Una volta egli pestò 24 fagioli e li bollì in una bacinella piena d’acqua, quindi bevve il risultante te. Il suo scopo era quello di curarsi per una condizione che i medici avevano diagnosticato come tubercolosi. Dopo avere bevuto egli provò un effetto ‘molto simile al peyote’ ma anche differente in molti aspetti. Le sue braccia e gambe, iniziando dalle dita delle mani e dei piedi, iniziarono a intorpidirsi. Egli inoltre ‘vide rosso’, ogni cosa che guardava appariva rossa. Infine cadde in un profondo sonno o coma dal quale non si svegliò per molte ore.” Il medesimo nativo riconobbe che si trattò di un dosaggio eccezionale, e che la dose normale era di un seme pestato bollito in un gallone d’acqua. Suo padre considerava la dose normale due fagioli bolliti in un quarto di gallone d’acqua. E’ possibile che l’azione del cuocere i semi di mescal in acqua, come frequentemente riportato nella letteratura etnografica, modifichi la biochimica e di conseguenza l’effetto farmacologico dei semi, forse riducendone le proprietà tossiche (Samorini, 2017).

Osservando la tipologia di principi attivi presenti nel mescalbean, Hatfield et al. (1977, p. 382) non riconoscono proprietà specificatamente psicoattive ascrivibili ai suoi semi, e non li considerano quindi come i diretti induttori degli stati visionari riportati nei riti tradizionali. Per Merrill (1977) sarebbe solamente la componente fisiologica – e non quella psicofarmacologica – dei semi a contribuire all’induzione delle visioni: “Le visioni sembrano essere il risultato dell’impatto combinato di numerosi fattori, che includono gli effetti fisiologici degli alcaloidi del mescalbean, la stimolazione drammatica e frequentemente intensa caratteristica dei contesti cerimoniali in cui i mescalbean vengono consumati, e la credenza e l’aspettativa del cercatore di visione che fosse possibile e probabile che queste si manifestassero in simili contesti” (Merrill, 1977, pp. 4-5). Ma questa tesi “culturale” che nega effetti psicoattivi del seme del mescal è riduzionista e difficilmente credibile, se confrontata con i dati etnografici e tossicologici.

E’ noto un rapporto clinico di un giovane di vent’anni d’età che in California assunse oralmente per scopi inebrianti una quantità imprecisata di semi di Sophora secundiflora. I sintomi osservati includevano “livelli fluttuanti di coscienza con stati intermittenti di agitazione, delirio, sudorazione, midriasi, elevata temperatura corporea, elevati battito cardiaco e pressione sanguigna”. Il soggetto recuperò ampiamente nel giro di 3 ore, in seguito anche a trattamento con benzodiazepine (Wiegand & Smollin, 2007).

Sono state registrate diverse intossicazioni animali – pecore, capre, cavalli – che si sono cibati di foglie e semi di S. secundiflora (Zavala-Chávez et al., 2006, p. 155; Boughton & Hardy, 1935), ma è possibile che veterinari e tossicologi abbiano riunito sotto il comune schema di “intossicazione accidentale” comportamenti in realtà notevolmente differenti, fra cui quelli associati all’attività intenzionale e reiterata di assunzione di droghe da parte di questi animali; così come è probabile che l’osservazione di questi medesimi comportamenti animali abbia influenzato l’utilizzo e i culti umani associati al mescalbean. Si veda a tal proposito Quadrupedi e mescalbean.

 

Note

1 – A essere più precisi, è vero il contrario, cioè non è a tutt’oggi lecito considerare Sophora secundiflora sinonimo di Calia secundiflora.

 

Si vedano anche:

 

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BARLOW R.B. & L.J. MCLEOD, 1969, Some studies on cytisine and its methylated derivatives, British Journal of Pharmacology, vol. 35, pp. 161-174.

BARRÓN-YÁNEZ M. ROSARIO et al., 2011, Flavonoides y actividad antioxidante de Calia secundiflora (Ort.) Yakovlev, Revista de Fitotecnica Méxicana, vol. 34, pp. 151-157.

BOUGHTON I.B. & W.T. HARDY, 1935, Mescalbean (Sophora secundiflora) poisonous for livestock, Texas Agriculture Experiment Station Bulletin, n. 519, pp. 1-18.

GARCÍA-MATEOS ROSARIO et al., 2007, Quinolizidine alkaloids in Calia secundiflora (Fabaceae), Agrociencia, vol. 41, pp. 161-7.

HATFIELD G.M. et al., 1977, An investigation of the Sophora secundiflora seeds (mescal beans), Lloydia, vol. 40, pp. 374-383.

HAVARD V., 1896, Drink Plants of the North American Indians, Bullettin of the Rorrey Botanical Club, vol. 23, pp. 33-46.

HOWARD H. JAMES, 1957, The Mescal Bean Cult of the Central and Southern Plains: An Ancestor of the Peyote Cult?, American Anthropologist, vol. 59, pp. 75-87.

HOWARD H. JAMES, 1962, Potawatomi mescalism and its relationship to the diffusion of the peyote cult, Plains Anthropologist, vol. 7, pp. 125-135.

IZADDOOST M., B.H. HARRIS & R.W. GRACY, 1976, Structure and toxicity of alkaloids and amino acids of Sophora secundiflora, Journal of Pharmaceutical Science, vol. 65, pp. 352-4.

KELLER W.J., 1975, Alkaloids from Sophora secundiflora, Phytochemistry, vol. 14, pp. 2305-6.

KELLER W.J. & M. HATFIELD, 1979, 11-Allylcytisine and other minor alkaloids from unripe Sophora secundiflora fruits, Phytochemistry. vol. 18, pp. 2068-9.

KITE G. & R. PENNINGTON, 2003, Quinolizidine alkaloid status of Styphnolobium and Cladrastris (Leguminosae), Biochemical Systematics & Ecology, vol. 31, pp. 1409-1416.

LA BARRE WESTON, 1987 (1938), El culto del peyote, Premià Editore, Tlahuapan, México.

MAKBOLIL A.M., ABDEL-BAKY A.M., 1984, Flavonoids from Sophora secundiflora. Fitoterapia. vol. 55, pp. 105-106.

MAROZZI EMILIO, 1980, I “mescal bean”: considerazioni chimico-tossicologiche ed etno-antropologiche sul loro uso rituale tra gli indiani d’America, Minerva Legale, vol. 100, pp. 21-34.

RUDD E. VELVA, 1968, Leguminosae of Mexico. Faboideae. I. Sophorae and Podalyrieae, Rhodora, vol. 70, pp. 492-532.

SAMORINI GIORGIO, 2017, Il fagiolo del mescal fra i Nativi nordamericani, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 13, pp. 21-39.

SCHULTES E. RICAHRD, 1937, Peyote and plants used in the peyote ceremony, Botanical Museum Leaflets, Harvard University, vol. 4(8), pp. 129-153.

SCHULTES E. RICHARD & ALBERT HOFMANN, 1983, Botanica e chimica degli allucinogeni, Cesco Ciapanna Editore, Roma.

WIEGAND T.J. & C.G. SMOLLIN, 2007, Ingestion of mescal beans (Sophora secundiflora) causing agitation in an adolescent (sic) – A new intoxicant, Clinical Toxicology, vol. 45, p. 344.

WOOD H.C., 1877, Preliminary note on a new medicinal plant and its alkaloid, Philadelphia Medical Times, vol. 7, August, pp. 510-511.

ZAVALA-CHÁVEZ FERNANDO et al., 2006, Phytochemical Differences between Calia secundiflora (Leguminosae) Growing at Two Sites in Mexico, Zeitschrift für Naturforschung, vol. 61, pp. 155-9.

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