Etnobotanica della jurema

Ethnobotany of the jurema

Con il termine jurema (si veda Il culto della Jurema) in Brasile sono popolarmente denominate una ventina di piante, di cui solo alcune sono dotate di proprietà visionarie (si veda la lista nella nota 1). Non sono chiari i motivi di questa “estrapolazione terminologica” che coinvolge un insieme di piante apparentemente insignificanti dal punto di vista di un loro potenziale psicoattivo, e che sono associate a un termine – quello di jurema – originalmente attribuito esclusivamente alle specie di Mimosa responsabili dell’effetto visionario della bevanda usata nell’omonimo culto religioso. Un motivo potrebbe risiedere nell’insieme di ingredienti aggiunti alla preparazione della bevanda – i cosiddetti additivi – che avrebbero acquisito il nome di jurema nel senso di ingrediente della jurema. Sappiamo anche della difficoltà d’accettazione della bevanda visionaria all’interno di alcuni culti di possessione afro-brasiliani, in particolare nell’Umbanda, presso i quali vengono elaborate delle bevande che, sebbene siano denominate con il medesimo termine jurema, sono in realtà costituite da fonti alcoliche ed “erbe per la jurema”, fra cui si annoverano comuni piante aromatiche. Il termine jurema sembra essere stato adottato presso questi culti più come simbolo di purezza indigena che come concreto agente induttore di stati visionari (Grünewald, 2008).

L’inconsistenza visionaria di certe bevande di jurema dei culti afro-brasiliani è ben evidente da quanto segue: durante il periodo 1988-2000, fu fatto un vano tentativo di installazione di un centro di culto Candomblé nella cittadina di Carnières, in Belgio. Il gruppo era costituito da una dozzina di devoti. Uno dei motivi di questo insuccesso fu la difficoltà di trovare piante europee equivalenti a quelle impiegate nel Candomblé brasiliano, in primis la jurema. Una “jurema”, tuttavia, che nulla ha a che vedere con le mimose visionarie. Fra gli ingredienti della bevanda nel Candomblé brasiliano vi sono un vino popolare chiamato Sangue de Boi, menga (sangue di animali sacrificati), cannella, miele, ecc., oltre a pezzi di una “jurema” identificata come Chloroleucon tortum (Mart.) Pittier (sin. Pithecellobium tortum Mart.), un albero della famiglia delle Leguminosae. Secondo il leader spirituale del centro belga, esistono tre tipi di jurema nel Candomblé: uno utilizzato nel catimbó, essenzialmente a base di alcol e “jurema”; un altro, quello usato nel centro belga, che è mescolato con sangue di animali sacrificati nel quale il vino sostituisce l’alcol; e un terzo che contiene frutti ed è più simile a una sangria (Halloy, 2004).2

Vediamo ora come viene preparata la bevanda della jurema, quella visionaria, quella “doc”, limitatamente alle poche note etnografiche di cui disponiamo e considerando sempre che siamo di fronte a culti per lo più mantenuti segreti, incluse le modalità di preparazione di questo intruglio vegetale, le cui conoscenze sono considerate dai nativi fondamentali per una buona riuscita del prodotto visionario. Su questo punto le popolazioni native sono pressoché unanime e monotone nell’affermare che senza le conoscenze adeguate, la bevanda della jurema non funziona o può addirittura risultare pericolosa (è il caso tuttavia di notare che sono le medesime etnie che affermano che la jurema non è per l’uomo bianco; cfr. Samorini, 2016).

Albero di Mimosa tenuiflora (foto presa dal sito DMT-Nexus)

Albero di Mimosa tenuiflora (Willdenow) Poiret (foto presa dal sito DMT-Nexus)

Le popolazioni native sono solite preparare la bevanda della jurema a freddo, evitando accuratamente di riscaldarla. Alla fine del XIX secolo Melo Moraes riportava che i nativi “prendono la corteccia [di Mimosa tenuiflora], la pongono in infusione per 24 ore, colano quindi l’infuso, vi aggiungono miele d’api, per correggere il gusto astringente di questa bevanda ubriacante, e la conservano per l’uso” (Moraes, 1881, p. 228). Il lungo periodo di 24 ore di macerazione nell’acqua della corteccia non è riportata in altre ricette native, e parrebbe essere più frequente una macerazione con tempi più corti, essendo la bevanda preparata generalmente nella medesima giornata del suo impiego, se non addirittura poco prima della sua assunzione rituale.

Nel 1937 Carlos de Estevão de Oliveira ebbe l’occasione di osservare la preparazione dell’ajucá (uno dei termini nativi con cui è chiamata la jurema) fra i Pancararú, e ci ha lasciato la descrizione più completa e una delle più “pure” dal punto di vista tradizionale:

“Raschiata la radice, il materiale raschiato viene lavato per eliminare l’eventuale terra che vi si sia attaccata, ed è quindi collocato su una pietra. Qui viene pestato con l’aiuto di un’altra pietra. Quando la battitura è completata, si mette tutta la massa in un contenitore con dell’acqua, e viene spremuta con le mani. Poco a poco l’acqua si trasforma in un brodo rosso spumoso, sino a che è pronta per essere bevuta” (Estevão, 1938-41, p. 165).

Le cortecce delle mimose usate come jurema possiedono un caratteristico color rossastro che viene trasmesso alla bevanda in cui sono fatte macerare. La battitura della corteccia mediante una pietra ricorda la preparazione della liana dell’ayahuasca, così come quella delle radici del kava-kava;3 anche queste sono previamente battute onde ottenere uno sfilacciamento delle fibre vegetali legnose, con lo scopo di facilitare l’estrazione acquosa. La spremitura con le mani della corteccia sfilacciata di jurema immersa nell’acqua produce una vistosa schiuma biancastra, e nel seguente rapporto etnografico di Hohenthal viene sottolineata l’accortezza da parte degli Xukuru di rimuoverla prima dell’assunzione:

“Il pajé affida la sezione della radice della jurema a due assistenti maschi, i quali attentamente tagliano e sbucciano la corteccia dalla radice; dopo di che la corteccia è collocata su una larga pietra piatta per essere attentamente e lentamente pestata con un ciottolo liscio ‘in modo da non picchiarla’. Lo Spirito della Jurema dimora dentro alla corteccia e non deve essere offeso da un trattamento rude o grezzo. Una volta pestata e sfilacciata fra le dita e ridotta in una polpa, la corteccia schiacciata viene inserita in una grande ciotola di zucca o d’argilla contenente acqua di un ruscello. La corteccia ridotta in polpa viene gentilmente spremuta con le mani sino a che la linfa essuda, trasformando l’acqua chiara in un liquido rosso scuro sulla cui superficie galleggia una schiuma bianca spumeggiante. Questa spuma saponacea viene attentamente rimossa con movimenti raccoglienti della mano” (Hohenthal, 1954, p. 149).

Come si presenta l'estrazione a freddo della scorza della radice di Mimosa tenuiflora (jurema)

Come si presenta l’estrazione a freddo della scorza della radice di Mimosa tenuiflora (jurema)

Presso alcune popolazioni native, così come internamente ad alcuni culti afro-brasiliani in cui è stato adottata la jurema, l’estrazione viene fatta a caldo, facendo cuocere la pentola dove viene preparata la bevanda (Souza et al., 2008, p. 938). E’ il caso degli Atikum, che cucinano per ben tre volte la radice della jurema (“poiché così la jurema diventa più forte”), o dei culti afro-brasiliani in cui le “piante della jurema”, che come abbiamo visto possono includere specie che non hanno nulla a che vedere con le piante visionarie, sono cotte e aggiunte alla cachaça o al vino rosso. Il liquido viene così conservato al buio per diversi giorni in contenitori d’argilla o di vetro (Albuquerque, 2002, pp. 30-1). Cuocere la jurema è tuttavia un’eccezione piuttosto che la regola, e possiamo essere abbastanza certi che non si tratti della pratica originaria. I Kapinawa ritengono che cucinare la jurema significhi commettere un grave errore: “gli antichi non usavano il fuoco, e tutto ciò che viene bruciato non ha forza” (Ibid., pp. 36-7).

Al di là della confusione dovuta all’ampio spettro di vegetali associati al culto e alla bevanda della jurema, possiamo essere certi che la fonte concretamente visionaria è costituita dalla corteccia e dalla scorza della radice di alcune specie di Mimosa. Questo genere di leguminose conta circa 500 specie diffuse in tutto il globo, di cui circa 200 sono presenti in Brasile. Ma le specie coinvolte nel culto della jurema, stando allo stato attuale degli studi etnobotanici, parrebbero essere solamente cinque: Mimosa tenuiflora (Willdenow) Poiret, M. ophthalmocentra Martius ex Bentham, e M. verrucosa Bentham, e, forse, M. acutistipula Benth. e M. arenosa (Willd) Poir.4

Mimosa tenuiflora (foto dal sito DMT-Nexus)

Mimosa tenuiflora (foto dal sito DMT-Nexus)

La più famosa e quella più utilizzata nei culti della jurema è jurema preta, M. tenuiflora, nota anche con il suo sinonimo di M. hostilis Mart.5 E’ un alberello cespuglioso alto 5-7 m, dotato lungo i rami di spine robuste e rigonfie alla base. La sua diffusione geografica fuoriesce dai confini brasiliani, e si incontra dal Messico meridionale lungo tutta l’America Centrale, sino al Brasile del Sud.6 In Messico è nota come tepescohuite, in Venezuela e Colombia carbonal, cabrera, cují cabrera, nell’America Centrale carbón negro. Oltre al termine jurema preta, alcune popolazioni native brasiliane la conoscono con nomi tribali: i Pankararu la chiamano ajucá, gli Atikum e i Kambiwa anjucá, i Fulniô cotcha-lhâ, gli Xukuru veuêka (Lima, 1946, pp. 52-3).

Come ingredienti principali della bevanda della jurema sono usate anche: M. verrucosa, arbusto alto 2,5-4,5 m chiamata jurema branca o jurema mansa;7 M. ophthalmocentra, chiamata jurema vermhela (“rossa”) o jurema-de-embira;8 M. acutistipula, alberello alto 4-5 m chiamato jurema branca, jurema preta e jureminha; e M. arenosa, diffusa dal Messico al Brasile e chiamata jurema preta e jureminha.

I nativi usano l’una o l’altra di queste specie a seconda dell’etnia o dei simbolismi religiosi associati a questi alberi. Fra i Kariri-Shoko viene usata la jurema branca o quella vermelha, e non viene mai usata la jurema preta, perché ritengono che endoida (“fa impazzire”); “la preta ha una forza non comune, la gente la teme come pericolosa. Non si controlla. Può perfino portare alla distruzione”. La jurema preta è normalmente associata ai trabalhos per fare del male (la stregoneria) (Albuquerque, 2002, p. 43). Gli Atikum dicono che “porta sofferenze nella corrente”, mentre la jurema senza spine è la pianta della “scienza dell’indio” (Grünewald, 2008).

A parte l’insieme di piante aromatiche e altri vegetali impiegati come integratori organolettici, o come sostituti non attivi della jurema in quelle pozioni di cui per un qualche motivo non si desiderano gli effetti visionari “indigeni” – pozioni comunque non tradizionali –, sappiamo che nelle bevande doc della jurema vengono aggiunti degli ingredienti vegetali che potrebbero concorrere all’effetto visionario della pozione. Purtroppo, di molti di questi ingredienti conosciamo solo il nome popolare e non sono ancora stati eseguiti studi di identificazione delle specie botaniche coinvolte. Come è il caso dei Cariri, Xariri-Shoco e Pankara, i quali aggiungono alla bevanda le radici di una pianta chiamata con il termine portoghese junco, di cui possiamo solamente sospettare che si tratti di una specie di graminacea o di cyperacea (rip. in Wadsworth, 2006, p. 147 e Grünewald, 2008. Anche Wadsworth, 2006, p. 147, riporta che nel secolo XVIII veniva aggiunta alla bevanda della jurema un tipo di giunco).

I Kapinawa mescolano alla jurema cortecce raspate di jatobá, a volte semi di jucá, entrambi alberi della famiglia delle Leguminosae e note piante medicinali brasiliane. Nel corso dei riti dell’Ouricuri, i Kariri-Shoko sono soliti aggiungere alla jurema altre piante, che sono tuttavia mantenute rigorosamente segrete (Albuquerque, 2002, pp. 36-7 e 46).9

Un’interessante pianta frequentemente aggiunta alla jurema è il manacá, una specie di Brunfelsia, una solanacea. Sappiamo che è mescolata con la jurema nei rituali di Pedra do Reino, con lo scopo di aumentarne gli effetti visionari (Sangirardi Jr., 1983).10 Le radici di questa specie costituiscono un importante elemento della farmacopea brasiliana, e sono usate tradizionalmente per una lunga serie di affezioni fisiche. Ma sono dotate anche di proprietà psicoattive, potendo produrre narcosi, delirio, vertigini e visioni “nebulose”. Una congenere del manacá, B. grandiflora D. Don, è usata come una vera e propria fonte visionaria presso diverse etnie amazzoniche, assunta da sola o aggiunta all’ayahuasca con lo scopo di rafforzarne gli effetti. Nella regione peruviana di Iquitos, quando gli ayahuasquero l’aggiungono a questa bevanda, percepiscono degli effetti sonori, come se udissero “la pioggia nelle orecchie” (Plowman, 1977; Rätsch, 1998, pp. 112-5). Recentemente sono state evidenziate significative proprietà inibitorie dell’enzima MAO nella scopoletina, un composto presente nelle piante di Brunfelsia (Basu et al., 2016), e ciò spiegherebbe il potenziale rafforzante degli effetti della jurema riportati dai nativi.

Brunfelsia grandiflora (manacá)

Brunfelsia grandiflora  (Pohl) D. Don (manacá)

Un altro interessantissimo dato riguarda l’affermazione lasciataci da un’informatrice atikum, secondo la quale “lavorare con il miele è considerato meglio che lavorare con la cura di angico, che è una specie di Anadenanthera” (Neto & Grünewald, 2012, pp. 70-1). Non ho individuato alcun altro riferimento all’impiego di questo genere di leguminose in associazione con il jurema, ma si tratta di un dato intrigante, poiché i semi di Anadenanthera, noti principalmente come yopo e vilca, sono allucinogeni, contengono principi attivi affini a quelli della jurema, e sono ampiamente usati come tali in Sud America. Ricordo ancora che nei riti dell’Umbanda uno dei tronchi sacri della tronqueira dell’altare della jurema può essere di Anadenanthera, evidenziando ciò una sacralità rivolta a quest’albero che si tramanda anche nei culti di possessione afro-brasiliani (Albuquerque, 2002, pp. 62-6).

Oltre alle proprietà visionarie, la corteccia del tronco e la scorza della radice di M. tenuiflora – la specie più comune di jurema – sono dotate di una miracolosa proprietà medicinale, e cioè quella di promuovere l’accrescimento della pelle. Non a caso in Messico quest’albero è chiamato “albero della pelle”, oltre che tepescohuite, ed è impiegato come cicatrizzante delle ferite e delle ustioni (Rivera-Arce et al., 2007). Questa proprietà medicinale della jurema acquisì notorietà internazionale in occasione di uno dei più grandi disastri industriali del pianeta, verificatosi nel 1984 vicino a Città del Messico, quando 54 giganteschi contenitori di gas naturale liquido scoppiarono, distruggendo il vicino paese di San Juan Ixhuatepec. Oltre alle centinaia di persone incenerite, furono più di 5000 i feriti che riportarono gravi ustioni sul corpo. Dato che si erano svuotati velocemente gli armadietti ospedalieri di medicinali per il trattamento delle bruciature, per via del numero eccessivo di feriti, questi furono curati applicando sulle ustioni la corteccia del tepescohuite, che cresce abbondante nella regione, ottenendo ottimi risultati nella rigenerazione della pelle (Lozoya, 1988). Un’altra interessante proprietà curativa è stata studiata da un’equipe italiana presso l’Unità di Ostetricia e Ginecologia di Ortona, dove estratti di radice di M. tenuiflora, insieme a fiori di calendula, sono stati applicati in pomata sulle ragadi mammarie di 65 donne allattanti, ottenendo degli ottimi risultati, risolutori in oltre il 90% dei casi (Mucci et al., 2006). E’ curioso il fatto che né queste proprietà curative della jurema, né tanto meno quelle visionarie, sembrino essere state note fra gli Aztechi, Maya e altre popolazioni messicane pre-ispaniche (Camargo-Ricalde, 2000).

Mappa di distribuzione di Jurema tenuiflora nelle Americhe (da Barneby, 1991, mappa 5, p. 58)

Mappa di distribuzione di Jurema tenuiflora nelle Americhe (da Barneby, 1991, mappa 5, p. 58)

In Messico il tepescohuite viene assunto anche internamente nei casi di infiammazioni interne (Lucena et al., 2004). Pure nei culti afro-brasiliani la jurema viene usata come medicinale, per curare le infezioni e le infiammazioni, e nel Brasile nord-orientale è impiegata per alleviare la fatica e rinforzare l’utero (Souza et al., 2008, p. 937).

Scorza di Mimosa tenuiflora (juerema) dalla tipica colorazione rossastra

Scorza di Mimosa tenuiflora (juerema) dalla tipica colorazione rossastra

Dal punto di vista biochimico, le mimose usate nel culto della jurema producono nella scorza della radice e nella corteccia della base del tronco degli alcaloidi indolici noti come triptamine allucinogene, di cui il composto più famoso è il DMT (N-N-dimetiltriptamina), che in M. tenuiflora può raggiungere concentrazioni comprese fra lo 0,3 e l’1% del peso secco (si veda la rassegna nella nota 11). In questa medesima specie è stato individuato un altro composto indolico, la yuremamina, che potrebbe ricoprire un ruolo nel dilemma della MAO-inibizione che esporrò nel prossimo capitolo (Vepsäläinen et al., 2005; la struttura chimica della yuremamina è stata recentemente rivista da Calvert & Sperry, 2015). La maggiore concentrazione di DMT è stata per ora ritrovata nella corteccia di M. ophthalmocentra, la jurema vermhela, raggiungendo l’1,6% del peso secco, una quantità davvero eccezionale, e che fa di questa pianta l’essere vivente che ne produce di più in assoluto (oltre a tracce di N-metiltriptamina, NMT; Batista et al., 1999). Per le altre specie di Mimosa usate nella bevanda della jurema – M. verrucosa, M. acutistipula e M. arenosa – non sono sinora state eseguite indagini biochimiche.

Aggiungo i dati di altre due specie di Mimosa che, pur non appartenendo al complesso della jurema, producono gli alcaloidi triptaminici. Si tratta di M. somnians Humb. & Bonpl. ex Willd., un piccolo arbusto alto solamente 2-3 m, con rami cilindrici, aculeati, glabri. E’ diffuso dal Messico all’Argentina (Santos-Silva & Sales, 2008; Barneby, 1991, pp. 450-2). Nelle parti aeree sono stati ritrovati triptamina (0,026% p.s.) e NMT (0,029% p.s.) (Gupta & Arias, 1979). L’altra specie è M. scabrella Bentham, che ha per sinonimi M. bracaatinga Hohene e M. secunda Hohene ex Angely; è un grande albero che può raggiungere l’altezza di 20 m e un tronco del diametro di 4 m; è specie brasiliana, presente in Paraná, Santa Catarina, Rio Grande do Sul (Barneby, 1991, pp. 331-2), dove è noto con i nomi di bracaatinga, abaracaatinga, paracaatinga. Produce nella scorza del tronco triptamina, NMT e, sorprendentemente, un alcaloide beta-carbolino, la 2-metil-THBC 2-metil-tetraidrobetacarbolina (Moraes et al., 1990).

Accanto agli alcaloidi indolici, nella corteccia di M. tenuiflora sono stati individuati dei tannini (Lozoya et al. 1989) e delle saponine triterpenoidi denominate mimonosidi A-C, e queste ultime potrebbero essere responsabili di quell’abbondante schiuma che si viene a formare nel corso della preparazione della bevanda della jurema; i mimonosidi hanno evidenziato l’abilità di proliferazione di cellule umane e di immunomodulazione, un dato che potrebbe render conto almeno in parte delle proprietà cicatrizzanti della pianta (Jiang et al., 1991a,b).

 

Note

1 – Souza et al. (2008, tab. 1, p. 939) offre il seguente elenco di piante denominate jurema o jurema branca: Eupatorium inulaefoliuym H.B.K.; Acacia piahuiensis Benth., A. riparia Kunth, A. bahiensis Benth., Chloroleucon foliolosum (Benth.) G.P. Lewis, C. tortum (Mart.) Pitter, C. dumosum (Benth.) G.P. Lewis; Mimosa acutistipula Benth. (chiamata anche jurema preta e jureminha), M. arenosa (Willd) Poir. (anche jureminha), M. verrucosa Benth. (anche jureminha, jurema-de-oleiras, jurema vermelha); Parapiptadenia sp.; Piptadenia stipulacea (Benth.) Ducke, P. moniliformis Benth; Pithecellobium diversifolium Benth.; Vitex agnus-castus L. (anche jureminha). Vengono per lo più chiamate jurema preta M. ophtalmocentra Mart ex. Benth., e M. tenuiflora (Willd.) Poir., mentre M. adenophylla Taub. var. mitis Barneby è chiamata jurema-cor-de-rosa e Lippia chamissonis D. Dietr. (sinonimo di Lantana chamissonis Benth. Ex B.D.Jacks) è chiamata jureminha.

2 – C. tortum (Mart.) Pittier ha per sinonimo Pithecellobium tortum Mart., un albero della famiglia delle Leguminosae.

3 – Il kava-kava è la pianta del Piper methysticum G. Forst, della famiglia delle Piperaceae, una droga inebriante usata in Oceania; si veda Il kava, la droga del Pacifico.

4 – Recentemente, Santos-Silva e coll. (2013) avrebbero identificato una nuova specie di “jurema”, denominata Mimosa urandiensis, ma l’identificazione è basata su un unico reperto d’erbario e per il momento va considerata – come riportato dai medesimi autori – una specie dubbia.

5 – Altri sinonimi sono: M. cabrera Karsten; M. limana Rizzini; M. nigra J. Huber.

6 – Più precisamente si trova in: Messico (Oaxaca e Chapas), El Salvador, Honduras, Nicaragua, Panama, Brasile, Colombia e Venezuela. In Brasile, dove fiorisce principalmente in agosto e fruttifica in dicembre, è presente in Bahia, Ceará, Minas Gerais, Rio Grande do Norte e São Paulo (Barneby, 1991, pp. 135-6; Santos-Silva & Sales, 2008, p. 444).

7 – Presente da Balsas-Parnaíba a Ceará, inclusi Marañão, Pernambuco, Bahia, Goiás e Districto Federal (Barneby, 1991, pp. 155-6).

8 – E’ presente abbondantemente nel Distrito Federal, Bahia, Rio Grande do Norte e Pernambuco (Santos-Silva & Sales, 2008; Barneby, 1991, pp. 130-1). M. ophthalmocentra viene frequentemente confusa con M. tenuiflora, ma quest’ultima si differenzia per presentare un calice con 4 costole prominenti e incurvate, circa 10-12 pinne delle foglie (4-6 in M. ophthalmocentra) e, specialmente, per la presenza di inconfondibili ghiandole traslucide nelle foglioline.

9 – Lo jatobá è l’Hymenaea courbaril L., mentre il jucá è la Caesalpina ferrea C.Mart.

10 – Brunfelsia uniflora (Pohl) D.Don, un suo sinonimo è B. hopeana (Hook.) Benth.

11 – Nel 1946 Lima effettuò una prima analisi della corteccia di M. tenuiflora, isolando un alcaloide presente in concentrazioni dello 0,31% p.s., che chiamò nigerina. Anni più tardi la nigerina fu identificata con il DMT, in concentrazioni dello 0,57% (Pachter et al., 1959). La presenza di DMT in concentrazioni dello 0.03% del peso fresco e serotonina in tracce fu confermata dall’equipe di Meckes-Lozoya (1990) su campioni d’origine messicana. La concentrazione di DMT varia a seconda del regime pluviometrico, da 1,26 a 9,35 mg/g (Gaujac et al., 2012). Nicasio et al. (2005) hanno evidenziato la presenza di DMT nei fiori, con concentrazioni dello 0,01% p.s. e nella corteccia con concentrazioni dello 0,33% p.s. Gaujac et al. (2013) hanno individuato DMT con concentrazioni variabili fra 1,17 e 1,79 g/l. L’affermazione di Rätsch (1998, p. 363) che in M. tenuiflora sono state ritrovate anche beta-carboline non è veritiera.

 

Si vedano anche:

Il culto della jurema

La jurema fra i nativi brasiliani

La jurema nei culti afro-brasiliani

La jurema nei documenti storici

Mitologia della jurema

 

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